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Lei è unanimemente riconosciuto e celebrato come il Poeta italiano
più illustre.
«Non vorrei passare per immodesto, ma rivendico, credo a buon
titolo, questo primato. Sono per gli italiani quello che è
Shakespeare per gli inglesi, Goethe per i tedeschi».
Quando nacque?
«Nel 1265».
Dove?
«E me lo domanda? A Firenze».
Mi parli della sua famiglia.
«Mio padre, Alighiero di Bellincione, faceva il
cambiavalute».
I maligni insinuavano che praticasse
l'usura.
«Falso, assolutamente falso. Eravamo una famiglia abbastanza
agiata e onesta e certe attività ci ripugnavano».
E sua madre?
«Era una donna semplice, devota, tenerissima. L'amavo molto e
immenso fu il mio dolore quando prematuramente ci lasciò».
E suo padre?
«Si risposò».
Che studi fece?
«Studi regolari in istituti religiosi. Le mie materie preferite
erano il latino, la retorica, la filosofia».
I suoi maestri?
«Brunetto Latini fu la mia più formativa e illuminante guida.
Devo a lui l'impegno civile e la passione per la politica. Ero uno
dei suoi discepoli prediletti, ma eravamo anche amici».
Altri incontri in quegli anni giovanili?
«Il poeta Guido Cavalcanti, che aveva trent'anni più di me».
Quando nacque il suo amore per la poesia?
«Nacque, scusi il bisticcio, con la mia nascita. La poesia fu la
vocazione dominante della mia vita, anche se avevo altri
interessi».
Quali?
«Il disegno, ad esempio, la pittura, la musica».
Faceva sport?
«Sì. Andavo spesso e volentieri a cavallo, a caccia. Amavo
l'attività fisica».
Il ricordo più vivo della sua adolescenza e della sua
prima giovinezza?
«L'incontro con Beatrice, in un indimenticabile giorno di
maggio».
Lei quanti anni aveva?
«Io nove; Beatrice, otto. Me ne innamorai perdutamente.
Purtroppo, la vagheggiai solo da lontano, perché la famiglia
l'aveva designata sposa del banchiere Simone dei Bardi. Morì
giovanissima, a solo venticinque anni. Quando lo seppi, temetti
d'impazzire».
Un amore solo platonico.
«Ma gli amori platonici sono i più struggenti e longevi».
Lei mise su famiglia?
«Sì, impalmai una gentildonna dei Donati, che mi diede tre
figli. Ma nel mio cuore nessuna riuscirà a prendere il posto di
Beatrice».
E veniamo alla sua milizia politica.
«Firenze, tanto per cambiare, era in balia di fazioni opposte,
che si facevano una guerra spietata, senza esclusione di colpi e di
colpe».
Chi rappresentavano queste fazioni?
«I Neri e i Bianchi. Questi e quelli di estrazione guelfa,
avversa a quella ghibellina, che a Campaldino, nel 1289, era stata
messa in rotta».
Alla battaglia aveva partecipato anche lei?
«Sì: con la prima schiera della cavalleria».
Perché il partito guelfo si scisse in Bianchi e
Neri?
«Perché i toscani, settari per natura, amano litigare».
Bianchi e Neri difendevano interessi
diversi?
«Sì. I Bianchi sostenevano i ceti medi in ascesa».
E i Neri?
«La vecchia nobiltà in crisi».
Il suo esordio nella vita politica?
«Nel 1295, ma il primo incarico importante mi venne affidato nel
1300, quando entrai a far parte del Collegio dei Priori, i
magistrati che amministravano il comune fiorentino».
Mantenne a lungo questo incarico?
«Fino alla discesa in Italia di Carlo di Valois, fratello del re
di Francia, Filippo il Bello. Il papa Bonifacio VIII gli aveva
affidato il compito di "pacificare" la Toscana. A Firenze successe
il finimondo, e i Neri si rafforzarono».
Di tutto questo lei fu vittima?
«Sì. Il nuovo podestà mi accusò di frode e pirateria, il
peculato di oggi. Fui condannato alla perdita di ogni carica
pubblica, a due anni di confino e a una forte ammenda. Se mi fossi
presentato al cospetto dei miei accusatori per giustificarmi,
probabilmente avrei evitato guai peggiori. Non lo feci e, forse -
lo dico col senno di poi - sbagliai».
E cosa accadde?
«Se avessi rimesso piede a Firenze, sarei finito sul rogo».
E allora?
«Cominciarono le mie lunghe, umilianti peregrinazioni, ospite di
generosi amici che cercarono di lenire le pene del mio esilio».
Dove passò questi anni?
«Il mio primo approdo fu Verona. Bartolomeo della Scala mi aprì
la sua casa».
Poi?
«Mi trasferii in Lunigiana, presso i marchesi Malaspina. Quindi,
nuovamente alla corte scaligera, dove soggiornai alcuni anni».
Il suo ultimo asilo?
«Ravenna, ospite di Guido Novello da Polenta. In questa città mi
congedai dal mondo, a soli cinquantasei anni. Era il 1321».
Il lungo esilio fu la sua fortuna.
«In che senso?».
La sua opera maggiore, il suo capolavoro, la scrisse
durante il bando dall'amatissima Firenze.
«Non lo posso negare. Ma avevo in corpo il fuoco poetico e
nessuna circostanza, nessun evento avrebbe potuto soffocarlo».
E dunque scrisse la Divina Commedia.
«Non la Divina Commedia: la Commedia. "Divina" la chiamarono i
posteri».
Quando?
«L'attributo comparve la prima volta in un'edizione del
1555».
Come definire questa immensa opera?
«Poema sacro mi sembra la definizione più azzeccata. E, per me,
la più lusinghiera».
La sua composizione?
«Tre cantiche di trentatré canti ciascuna, con un canto
introduttivo (in tutto, cento canti). Il tema: il mio viaggio
immaginario nell'Oltretomba».
In che anno?
«Nel 1300, l'Anno Santo. Un viaggio durato una settimana».
Le sue guide?
«Prima il poeta latino e pagano Virgilio. Poi, la mia Beatrice
mi accompagnerà verso la luce, verso il cielo di Dio».
Nell'Inferno, la cantica più famosa, lei incontrerà i
personaggi che la sua penna e la sua ispirazione renderanno
immortali.
«Non solo nell'Inferno, anche se qui le tinte sono più fosche e
i caratteri più forti che in Purgatorio e in Paradiso».
A chi pensa?
«A tanti. Soprattutto a Paolo e Francesca. I critici considerano
la loro storia una delle più belle e tragiche poesie d'amore di
tutti i tempi».
Il suo poema sacro è anche un poema
allegorico.
«Sì, un poema allegorico, con uno schema rigidamente simmetrico,
dominato dal numero tre».
Come la Trinità.
«Non solo. Se lei somma le tre cantiche con i loro trentatré
canti e il canto che fa da prologo si raggiunge il numero di cento.
Un numero perfetto».
Perché?
«Perché multiplo di dieci».
Il suo capolavoro fu celebrato come tale dai
contemporanei?
«Sì, ma a sanzionarne il trionfo fu il Romanticismo».
È vero che è l'autore italiano più conosciuto nel
mondo?
«L'ho sentito anch'io».
Lei ha scritto tante altre opere?
«Tante. Fra queste: il Convivio, in volgare; il De vulgari
eloquentia; la Monarchia, in latino, dove sostengo questa forma di
governo e la netta separazione del potere spirituale da quello
temporale».
Tornerebbe sulla Terra?
«No. A meno che potessi rinascere con Beatrice. La sposerei
subito, coronando il mio grande e antico sogno
d'amore». |