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Febbraio
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Attualità
Sperare è umano
L'ultima Enciclica di Benedetto XVI,
Spe salvi, ha fatto tornare d'attualità un sentimento
apparentemente obsoleto: quello della fiducia nel futuro, che da
sempre permette all'uomo di progettare il proprio
domani
Spe salvi facti sumus, «Nella speranza siamo stati salvati», scrive
San Paolo nella Lettera ai Romani. Quella frase è diventata ora il
titolo dell'ultima Enciclica di Benedetto XVI, Spe salvi, appunto,
nella quale il papa teologo invita i fedeli a coltivare la virtù
che non solo è necessaria per sostenere i progetti di ogni singolo
uomo nel suo percorso di vita così come i passi dell'umanità tutta
sulla strada del progresso, ma è anche l'unico mezzo che abbiamo a
disposizione per vivere su questa terra come se fossimo destinati a
un'esistenza più alta, a un destino eterno di pace e
redenzione.
È un discorso profondamente teologico, quello di Benedetto XVI,
certo rivolto in primo luogo ai cristiani, cui il pontefice tenta
di spiegare il senso di una speranza che proprio nella figura di
Cristo s'incarna. Il suo valore, tuttavia, va al di là del suo
significato religioso, nella misura in cui evoca un concetto che
oggi può apparire obsoleto, ma su cui da sempre filosofi, poeti e
letterati s'interrogano. Molti commentatori hanno definito
"rivoluzionaria" la scelta di papa Ratzinger. Di certo ci voleva
una discreta dose di coraggio per parlare di speranza in un'epoca
come l'attuale. L'epoca che è per antonomasia quella della "fine" -
delle ideologie, della storia, della modernità -; l'epoca nella
quale l'utopia del "migliore dei mondi possibili" ha lasciato il
posto alla tentazione della fuga da un mondo fattosi d'un tratto
ostile, evanescente e "liquido", per utilizzare un termine caro al
sociologo polacco Zygmunt Bauman.
È proprio lui, che nei suoi libri ha esaminato il disagio
dell'uomo contemporaneo alle prese con una realtà in cui nessuna
struttura sociale, nessun legame o sodalizio umano - professionale,
familiare, d'amore o d'amicizia - possiede più la caratteristica
della permanenza ma solo quelle della perenne mutevolezza e
dell'indefettibile incostanza, ad avvertire nel suo ultimo saggio
(Modus vivendi. Inferno e utopia nel mondo liquido, Laterza 2007)
come oggi non sia più possibile «sperare veramente di rendere il
mondo un posto migliore in cui vivere (...). L'insicurezza c'è e
resterà, qualunque cosa accada. "Fortuna" significa, prima di
tutto, riuscire a tenere a distanza la "sfortuna"». Eppure la
speranza è da sempre il pane di cui l'uomo si nutre. Per una
speranza - quella di sopravvivere alla morte corporea per rinascere
in altre forme - sono stati costruiti altari e mausolei, piramidi e
monumenti funebri. Per la speranza di lasciare un segno nella
storia i più grandi artisti hanno concepito le loro opere, i poeti
scritto i loro versi, gli architetti innalzato cattedrali e
grattacieli, le une e gli altri slanciati il più possibile verso
quel Cielo che della speranza è, per tradizione, la sede più
accreditata. Una speranza, quella di una vita migliore, ha guidato
le grandi rivoluzioni della storia e armato i popoli che si sono
battuti per la propria indipendenza, ha nutrito la fede dei
missionari che hanno speso la vita per aiutare i loro simili,
confidando in questo modo di rendere il mondo migliore e di dare
testimonianza dell'intima bontà dell'uomo, mentre la fede nella
possibilità che gli esseri umani imparassero a vivere in pace e nel
rispetto reciproco ha ispirato la penna di quanti hanno redatto
quelle leggi e costituzioni cui è stato affidato il compito di
garantire la giustizia e la concordia tra gli abitanti di uno
Stato.
Stato che poi è una costruzione fondata proprio sulla speranza che
i suoi cittadini siano in grado di riconoscersi uguali e fratelli
come membri di una stessa comunità e non solo come lupi pronti a
sbranarsi gli uni con gli altri per un pezzo di pane in più. La
speranza, infine, ha permesso all'umanità di superare i momenti più
difficili della sua storia, di affrontare guerre, fame e catastrofi
di ogni genere, di superare la paura dell'ignoto che si annunciava
dietro una data densa di presagi o un inaspettato fenomeno
naturale, di sopportare, quando non era possibile comprenderlo,
l'odio cieco dei loro simili, se è vero che persino un Primo Levi,
rinchiuso in un campo di concentramento, si sentiva invaso da una
"speranza di sopravvivere" che dentro di lui si tramutò a poco a
poco nella "speranza di raccontare". E cosa è stato, se non la
speranza di prevedere e controllare l'enigma del futuro, a spingere
gli antichi a interrogare gli astri, le viscere degli animali o il
volo degli uccelli per strappare loro il segreto di un destino che
in realtà era scritto solo nella determinazione di ciascuno a
diventare quel che desiderava essere? Oracoli, profezie,
predizioni, utopie: tutte le anticipazioni del domani, tutte le
"futurologie" che gli uomini hanno elaborato nel corso dei secoli,
come ben spiega lo storico francese Georges Minois nella sua
interessante Storia dell'avvenire (Dedalo, 2007), non sono che il
riflesso di speranze grandi almeno quanto le loro paure. Non
stupisce, perciò, se quella "ultima Dea" che Foscolo vide
abbandonare i sepolcri abbia sempre monopolizzato le riflessioni
dei maggiori pensatori di ogni tempo.
A cominciare da Platone, che nel Timeo la pone tra le passioni
"funeste e irresistibili" che albergano nell'anima mortale come
piacere e dolore, audacia e paura, e che nella sua vita nutrì una
sola grande speranza: trasformare in un filosofo il tiranno di
Siracusa, realizzando così la più grande delle Idee, quella di una
Repubblica retta esclusivamente da quanti abbiano votato la propria
esistenza all'amore per il sapere e abbiano avuto la possibilità di
contemplare il Bene e il Giusto nella loro essenza. E per
continuare con Aristotele, che definisce la speranza un "sognare ad
occhi aperti" connaturato all'essere umano; con Sant'Agostino, che
a Speranza, Fede e Carità, ossia alle tre Virtù Teologali (chiamate
così perché riguardano Dio, in opposizione alle Virtù Cardinali che
invece concernono unicamente gli esseri umani e il loro agire)
dedicò un appassionato "manuale", nel quale la speranza è descritta
come un corollario dell'amore; e naturalmente con i grandi utopisti
che proliferarono tra Rinascimento ed Età Moderna, da Tommaso Moro
a Tommaso Campanella, a Francesco Bacone. Furono questi a far
rivivere, nelle loro pagine, il sogno platonico di una civiltà
ideale - che si chiamasse Utopia, Città del Sole o Nuova Atlantide
- esente da ogni stortura, paradiso in terra dove gli uomini
sapessero vivere del necessario, senza invidie né dolori, avidità
né falsi desideri. Per non parlare poi di Ernst Bloch, che al
"principio speranza" affidò il compito di dare agli uomini la
capacità di concepire la realtà non come qualcosa di statico e
immutabile, bensì come una materia sempre in evoluzione, e come
tale passibile di essere migliorata grazie all'impegno che ognuno
di noi deve profondere per costruire un mondo più giusto. Ancor
prima del filosofo tedesco, era stato il connazionale Immanuel Kant
a dare alla speranza un posto centrale nella sua concezione del
mondo, inserendo la domanda "Che cosa devo sperare?" tra i quattro
grandi interrogativi della filosofia, insieme a quelli sulla
conoscenza (Cosa posso sapere?), sulla morale (Cosa devo fare?), e
sulla natura umana (Che cos'è l'uomo?). La risposta?
Quel che possiamo - e dobbiamo - sperare è di saper vivere come se
ogni giorno fosse l'ultimo, e come se ogni nostra decisione dovesse
assurgere da un momento all'altro a legge universale. Quello di
Kant, del resto, fu il tempo più capace di speranza: l'età
dell'Illuminismo, che portava in sé la promessa di una redenzione
laica dell'uomo per mezzo della ragione e del suo frutto più
maturo: la scienza. Il tempo della tecnica lanciata a tutta birra
sul binario del futuro, capace di trasformare il mondo da luogo al
quale l'uomo doveva adattarsi a una materia prima che questi
potesse plasmare a piacimento, dandole la forma dei propri bisogni
e desideri. Che il mito del progresso inarrestabile celebrato dagli
illuministi - e più tardi cantato dai poeti e dai pittori futuristi
- fosse però foriero di illusioni, lo avvertirono già i grandi
"pensatori della crisi", da Schopenhauer a Nietzsche, da
Kierkegaard a Freud, che minarono la speranza nei lumi
chiarificatori della ragione con la loro visione di un uomo
intimamente malato, condannato all'angoscia e all'insoddisfazione,
in perenne conflitto tra le sue molteplici, lacerate
identità.
Lo confermarono poi le due guerre mondiali, prove lampanti di come
i passi avanti della scienza e della tecnica possano rivelarsi
strumenti micidiali in grado di mettere in pericolo l'esistenza
stessa dell'umanità, di distruggerla fino a cancellarne ogni
traccia. E che dire di come il "progresso" abbia inferto colpi
mortali alla salute del nostro Pianeta, facendo sparire specie
animali e piante che per millenni avevano prosperato indisturbate
sulla superficie terrestre, oscurando il cielo con polveri
irrespirabili, disabitando il mare e decimando foreste in cui da
tempi immemorabili si ripete la misteriosa alchimia che nelle
foglie degli alberi trasforma i gas più velenosi in aria pura per i
nostri polmoni? «Noi tutti siamo diventati testimoni», scrive lo
stesso papa Ratzinger nella sua Enciclica, «di come il progresso in
mani sbagliate possa diventare e sia diventato, di fatto, un
progresso terribile nel male».
Eppure qualche traccia di speranza, in questo mondo nel quale è
l'incertezza del domani, più che la sua fiduciosa attesa, a
dominare gli animi, rimane. La si può trovare nei reparti maternità
degli ospedali, dove la speranza di realizzare un progetto più
grande di loro fa stringere i pugni ai neonati nelle proprie culle;
nelle chiese dove si celebrano i matrimoni, patti siglati
nell'auspicio che l'amore possa vincere il disamore; nei centri di
ricerca, dove uomini e donne di scienza coltivano l'antico e mai
sopito sogno in un futuro libero dal dolore e dalla malattia; nei
campi profughi e negli angoli dimenticati del "Terzo Mondo", dove
uomini e donne venuti dal "Primo" mettono conoscenze e buona
volontà a disposizione di chi ne ha più bisogno; nelle scuole, dove
si insegna ai giovani a costruire il futuro facendo tesoro del
passato, e perché no, nei campi di calcio, di basket, di pallavolo,
in tutti quei luoghi in cui s'impara ad aver fiducia nelle proprie
possibilità e a mettersi in competizione (sana) con gli altri e con
se stessi. Anche con la paura di sbagliare, di non saper tirare il
calcio di rigore della vita. Perché la speranza non esiste senza
timore, e il timore non esiste senza speranza. Lo ha scritto La
Rochefoucauld.
Lo ha confermato Giovanni Paolo II, che, già prima del suo
successore sul soglio di Pietro, ci aveva invitato a Varcare la
soglia della speranza. Lo viviamo noi stessi nella storia di tutti
i giorni. Quando un barlume di speranza ci fa andare avanti
nonostante tutto. Anche quando ogni sforzo sembra
inutile. |
Maria Mataluno
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