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Sperare è umano

L'ultima Enciclica di Benedetto XVI, Spe salvi, ha fatto tornare d'attualità un sentimento apparentemente obsoleto: quello della fiducia nel futuro, che da sempre permette all'uomo di progettare il proprio domani

Speranza si prende cura di Amore, di Harry Mileham (1904) Spe salvi facti sumus, «Nella speranza siamo stati salvati», scrive San Paolo nella Lettera ai Romani. Quella frase è diventata ora il titolo dell'ultima Enciclica di Benedetto XVI, Spe salvi, appunto, nella quale il papa teologo invita i fedeli a coltivare la virtù che non solo è necessaria per sostenere i progetti di ogni singolo uomo nel suo percorso di vita così come i passi dell'umanità tutta sulla strada del progresso, ma è anche l'unico mezzo che abbiamo a disposizione per vivere su questa terra come se fossimo destinati a un'esistenza più alta, a un destino eterno di pace e redenzione.

È un discorso profondamente teologico, quello di Benedetto XVI, certo rivolto in primo luogo ai cristiani, cui il pontefice tenta di spiegare il senso di una speranza che proprio nella figura di Cristo s'incarna. Il suo valore, tuttavia, va al di là del suo significato religioso, nella misura in cui evoca un concetto che oggi può apparire obsoleto, ma su cui da sempre filosofi, poeti e letterati s'interrogano. Molti commentatori hanno definito "rivoluzionaria" la scelta di papa Ratzinger. Di certo ci voleva una discreta dose di coraggio per parlare di speranza in un'epoca come l'attuale. L'epoca che è per antonomasia quella della "fine" - delle ideologie, della storia, della modernità -; l'epoca nella quale l'utopia del "migliore dei mondi possibili" ha lasciato il posto alla tentazione della fuga da un mondo fattosi d'un tratto ostile, evanescente e "liquido", per utilizzare un termine caro al sociologo polacco Zygmunt Bauman.

È proprio lui, che nei suoi libri ha esaminato il disagio dell'uomo contemporaneo alle prese con una realtà in cui nessuna struttura sociale, nessun legame o sodalizio umano - professionale, familiare, d'amore o d'amicizia - possiede più la caratteristica della permanenza ma solo quelle della perenne mutevolezza e dell'indefettibile incostanza, ad avvertire nel suo ultimo saggio (Modus vivendi. Inferno e utopia nel mondo liquido, Laterza 2007) come oggi non sia più possibile «sperare veramente di rendere il mondo un posto migliore in cui vivere (...). L'insicurezza c'è e resterà, qualunque cosa accada. "Fortuna" significa, prima di tutto, riuscire a tenere a distanza la "sfortuna"». Eppure la speranza è da sempre il pane di cui l'uomo si nutre. Per una speranza - quella di sopravvivere alla morte corporea per rinascere in altre forme - sono stati costruiti altari e mausolei, piramidi e monumenti funebri. Per la speranza di lasciare un segno nella storia i più grandi artisti hanno concepito le loro opere, i poeti scritto i loro versi, gli architetti innalzato cattedrali e grattacieli, le une e gli altri slanciati il più possibile verso quel Cielo che della speranza è, per tradizione, la sede più accreditata. Una speranza, quella di una vita migliore, ha guidato le grandi rivoluzioni della storia e armato i popoli che si sono battuti per la propria indipendenza, ha nutrito la fede dei missionari che hanno speso la vita per aiutare i loro simili, confidando in questo modo di rendere il mondo migliore e di dare testimonianza dell'intima bontà dell'uomo, mentre la fede nella possibilità che gli esseri umani imparassero a vivere in pace e nel rispetto reciproco ha ispirato la penna di quanti hanno redatto quelle leggi e costituzioni cui è stato affidato il compito di garantire la giustizia e la concordia tra gli abitanti di uno Stato.

Stato che poi è una costruzione fondata proprio sulla speranza che i suoi cittadini siano in grado di riconoscersi uguali e fratelli come membri di una stessa comunità e non solo come lupi pronti a sbranarsi gli uni con gli altri per un pezzo di pane in più. La speranza, infine, ha permesso all'umanità di superare i momenti più difficili della sua storia, di affrontare guerre, fame e catastrofi di ogni genere, di superare la paura dell'ignoto che si annunciava dietro una data densa di presagi o un inaspettato fenomeno naturale, di sopportare, quando non era possibile comprenderlo, l'odio cieco dei loro simili, se è vero che persino un Primo Levi, rinchiuso in un campo di concentramento, si sentiva invaso da una "speranza di sopravvivere" che dentro di lui si tramutò a poco a poco nella "speranza di raccontare". E cosa è stato, se non la speranza di prevedere e controllare l'enigma del futuro, a spingere gli antichi a interrogare gli astri, le viscere degli animali o il volo degli uccelli per strappare loro il segreto di un destino che in realtà era scritto solo nella determinazione di ciascuno a diventare quel che desiderava essere? Oracoli, profezie, predizioni, utopie: tutte le anticipazioni del domani, tutte le "futurologie" che gli uomini hanno elaborato nel corso dei secoli, come ben spiega lo storico francese Georges Minois nella sua interessante Storia dell'avvenire (Dedalo, 2007), non sono che il riflesso di speranze grandi almeno quanto le loro paure. Non stupisce, perciò, se quella "ultima Dea" che Foscolo vide abbandonare i sepolcri abbia sempre monopolizzato le riflessioni dei maggiori pensatori di ogni tempo.

A cominciare da Platone, che nel Timeo la pone tra le passioni "funeste e irresistibili" che albergano nell'anima mortale come piacere e dolore, audacia e paura, e che nella sua vita nutrì una sola grande speranza: trasformare in un filosofo il tiranno di Siracusa, realizzando così la più grande delle Idee, quella di una Repubblica retta esclusivamente da quanti abbiano votato la propria esistenza all'amore per il sapere e abbiano avuto la possibilità di contemplare il Bene e il Giusto nella loro essenza. E per continuare con Aristotele, che definisce la speranza un "sognare ad occhi aperti" connaturato all'essere umano; con Sant'Agostino, che a Speranza, Fede e Carità, ossia alle tre Virtù Teologali (chiamate così perché riguardano Dio, in opposizione alle Virtù Cardinali che invece concernono unicamente gli esseri umani e il loro agire) dedicò un appassionato "manuale", nel quale la speranza è descritta come un corollario dell'amore; e naturalmente con i grandi utopisti che proliferarono tra Rinascimento ed Età Moderna, da Tommaso Moro a Tommaso Campanella, a Francesco Bacone. Furono questi a far rivivere, nelle loro pagine, il sogno platonico di una civiltà ideale - che si chiamasse Utopia, Città del Sole o Nuova Atlantide - esente da ogni stortura, paradiso in terra dove gli uomini sapessero vivere del necessario, senza invidie né dolori, avidità né falsi desideri. Per non parlare poi di Ernst Bloch, che al "principio speranza" affidò il compito di dare agli uomini la capacità di concepire la realtà non come qualcosa di statico e immutabile, bensì come una materia sempre in evoluzione, e come tale passibile di essere migliorata grazie all'impegno che ognuno di noi deve profondere per costruire un mondo più giusto. Ancor prima del filosofo tedesco, era stato il connazionale Immanuel Kant a dare alla speranza un posto centrale nella sua concezione del mondo, inserendo la domanda "Che cosa devo sperare?" tra i quattro grandi interrogativi della filosofia, insieme a quelli sulla conoscenza (Cosa posso sapere?), sulla morale (Cosa devo fare?), e sulla natura umana (Che cos'è l'uomo?). La risposta?

Quel che possiamo - e dobbiamo - sperare è di saper vivere come se ogni giorno fosse l'ultimo, e come se ogni nostra decisione dovesse assurgere da un momento all'altro a legge universale. Quello di Kant, del resto, fu il tempo più capace di speranza: l'età dell'Illuminismo, che portava in sé la promessa di una redenzione laica dell'uomo per mezzo della ragione e del suo frutto più maturo: la scienza. Il tempo della tecnica lanciata a tutta birra sul binario del futuro, capace di trasformare il mondo da luogo al quale l'uomo doveva adattarsi a una materia prima che questi potesse plasmare a piacimento, dandole la forma dei propri bisogni e desideri. Che il mito del progresso inarrestabile celebrato dagli illuministi - e più tardi cantato dai poeti e dai pittori futuristi - fosse però foriero di illusioni, lo avvertirono già i grandi "pensatori della crisi", da Schopenhauer a Nietzsche, da Kierkegaard a Freud, che minarono la speranza nei lumi chiarificatori della ragione con la loro visione di un uomo intimamente malato, condannato all'angoscia e all'insoddisfazione, in perenne conflitto tra le sue molteplici, lacerate identità.

Lo confermarono poi le due guerre mondiali, prove lampanti di come i passi avanti della scienza e della tecnica possano rivelarsi strumenti micidiali in grado di mettere in pericolo l'esistenza stessa dell'umanità, di distruggerla fino a cancellarne ogni traccia. E che dire di come il "progresso" abbia inferto colpi mortali alla salute del nostro Pianeta, facendo sparire specie animali e piante che per millenni avevano prosperato indisturbate sulla superficie terrestre, oscurando il cielo con polveri irrespirabili, disabitando il mare e decimando foreste in cui da tempi immemorabili si ripete la misteriosa alchimia che nelle foglie degli alberi trasforma i gas più velenosi in aria pura per i nostri polmoni? «Noi tutti siamo diventati testimoni», scrive lo stesso papa Ratzinger nella sua Enciclica, «di come il progresso in mani sbagliate possa diventare e sia diventato, di fatto, un progresso terribile nel male».

Eppure qualche traccia di speranza, in questo mondo nel quale è l'incertezza del domani, più che la sua fiduciosa attesa, a dominare gli animi, rimane. La si può trovare nei reparti maternità degli ospedali, dove la speranza di realizzare un progetto più grande di loro fa stringere i pugni ai neonati nelle proprie culle; nelle chiese dove si celebrano i matrimoni, patti siglati nell'auspicio che l'amore possa vincere il disamore; nei centri di ricerca, dove uomini e donne di scienza coltivano l'antico e mai sopito sogno in un futuro libero dal dolore e dalla malattia; nei campi profughi e negli angoli dimenticati del "Terzo Mondo", dove uomini e donne venuti dal "Primo" mettono conoscenze e buona volontà a disposizione di chi ne ha più bisogno; nelle scuole, dove si insegna ai giovani a costruire il futuro facendo tesoro del passato, e perché no, nei campi di calcio, di basket, di pallavolo, in tutti quei luoghi in cui s'impara ad aver fiducia nelle proprie possibilità e a mettersi in competizione (sana) con gli altri e con se stessi. Anche con la paura di sbagliare, di non saper tirare il calcio di rigore della vita. Perché la speranza non esiste senza timore, e il timore non esiste senza speranza. Lo ha scritto La Rochefoucauld.

Lo ha confermato Giovanni Paolo II, che, già prima del suo successore sul soglio di Pietro, ci aveva invitato a Varcare la soglia della speranza. Lo viviamo noi stessi nella storia di tutti i giorni. Quando un barlume di speranza ci fa andare avanti nonostante tutto. Anche quando ogni sforzo sembra inutile.
Maria Mataluno