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Speciale
Il silenzio e la
Memoria
In occasione del Giorno della Memoria
(27 gennaio), ricordiamo le vicende di alcuni deportati italiani,
tra cui si contarono diversi carabinieri. La loro storia negli
scatti di un fotoreporter di allora
Per molti anni hanno taciuto. Per la paura di non essere compresi,
di non essere creduti. Si incontravano ai raduni dell'Aned,
l'Associazione nazionale ex deportati, scambiandosi abbracci
commossi, sguardi nei quali solo loro potevano leggere fino in
fondo. Chi altri poteva comprendere, non avendolo vissuto, il
dolore delle percosse, della morte vista in faccia ogni giorno, di
un numero tatuato sulla carne, a cancellare l'identità di una
persona?
Per molti anni la memoria è stata relegata ai margini, come se fra
tutti i protagonisti della dolorosa vicenda vi fosse una sorta di
consegna del silenzio. Le testimonianze e i processi, nel tempo,
hanno restituito una minima parte dei milioni di drammi consumati
al tempo della Shoah. Poi l'iniziativa, in ambito internazionale,
di consegnare al ricordo una data ufficiale. La scelta cade sul 27
gennaio, giorno in cui, nel 1945, vennero abbattuti i cancelli di
Auschwitz. Il Parlamento italiano accoglie la proposta con una
legge del 2000, che istituisce il Giorno della Memoria. Un evento
per ricordare, ammesso che qualcuno abbia potuto dimenticare, ma
anche per lanciare un monito alle generazioni future sui rischi
delle derive totalitarie, di qualunque natura esse siano.
Perché nella Storia ci sono stati altri orrori.Fra qualche giorno
si celebra dunque l'importante ricorrenza, che vedrà intervenire
alle varie manifestazioni, previste in tutto il Paese, le più alte
cariche dello Stato. In testa ai cortei, nelle prime file dei
palchi coperti, gli ex deportati ancora in vita, con il foulard
dell'Associazione. Persone che hanno ripreso coraggio e ora
raccontano, con malcelata emozione, le loro venture per troppo
tempo rimosse, dimenticate. «Io però il fazzoletto non lo porto»,
ci dice Alberto Sed, matricola A-5491 a Birkenau, «mi mette troppa
tristezza. L'ho indossato una volta sola, quando Giovanni Paolo II
è venuto in visita alla Sinagoga di Roma». Sed ha perso nel Lager
la madre Enrica e le sorelle Angelica ed Emma. Sono tornati lui e
Fatina, altra sorella, che si è spenta nel 1996 a Roma, le cui
ultime parole, ad oltre cinquant'anni dalla prigionia, sono state:
«Non ce la faccio più a stare qui! Voglio andarmene, voglio uscire
da Auschwitz!».
Alberto, che ha da poco compiuto 79 anni, ha una moglie
affezionata, tre figlie, sette nipoti, tre pronipoti. Un albero che
l'orrore non è riuscito a strappare, e ha dato molti frutti: «Sono
vissuto bene, tutto quello che è venuto dopo il Lager per me è
stato qualcosa in più, un dono. Non ho mai avuto lussi, è vero, ma
ho avuto una vita felice e mi accontento di quello che ho».Fra i
testimoni anche Ida Marcheria, originaria di Trieste, che all'epoca
della deportazione aveva solo quattordici anni. Rientrata dal
Lager, ove purtroppo sono rimasti i suoi genitori e un fratello, si
è stabilita a Roma, e oggi gestisce un laboratorio di dolciumi,
specialità marrons glacés. «Al campo ogni giorno il pranzo era una
brodaglia con rape e carote», ricorda. «La sera un pezzo di pane
con la margarina. Il cioccolato potevo al massimo sognarlo». Shlomo
Venezia è l'unico superstite dei Sonderkommando, le squadre di
prigionieri addette fra l'altro al trasporto dei cadaveri nei forni
crematori.
Nell'ottobre del '44 furono proprio quelle unità a ribellarsi,
attaccando i propri carcerieri e riuscendo a far saltare uno dei
forni, il Krematorium IV. Di recente Venezia ha pubblicato un
libro, in cui racconta la propria esperienza all'Inferno. Di
deportazioni parliamo con Adriano Mordenti, fotoreporter e
musicista klezmer, il genere musicale ebraico che taluni
considerano antenato del jazz. Nella sua casa romana al Colle Oppio
custodisce, come fossero tesori preziosi, immagini che per l'Arma
possono essere considerate veri e propri ricordi di famiglia. Sono
fotografie di carabinieri che hanno vissuto la dolorosa vicenda
storica, affrontando il destino con coraggio e senso del dovere.
Mordenti, che ha molto approfondito lo studio del periodo, ce ne
parla con commozione: «Ma ci rendiamo conto? Solo da Roma sono
stati deportati centinaia di carabinieri, interi reparti, perché
nessuno di loro ha inteso rinnegare il proprio giuramento! E anche
nei campi di prigionia nessuno ha ceduto: tanti sono morti, circa
400 sono tornati e avevano intatto il proprio onore». Ci mostra
alcune foto, che siamo ben lieti di pubblicare: «Ecco qua, uno per
tutti. Il maresciallo Pasquale Moretti, di Pompei. Qui è a cavallo,
nella sua bella uniforme». In un'altra immagine Moretti, già in
congedo, è nella scuola elementare "Salvo D'Acquisto" di Pompei,
ove ogni anno i bambini eseguono una rappresentazione del martirio
dell'eroe.
Il Servo di Dio aveva con la storica cittadina campana un legame
molto speciale, dato dalla sua particolare devozione verso la
Madonna di Pompei. Anche di Lui parliamo con Mordenti, che ha un
grande rispetto per la nostra Istituzione. «Dove altro si vede,
oggi, tanto eroismo? Dove, gli esempi per i nostri giovani?». Siamo
tanto d'accordo che abbiamo deciso di riaprire questa pagina di
Storia. Lo abbiamo fatto partendo dalla Memoria dell'orrore, ma
chiudiamo con un messaggio positivo. È la stessa Anna Frank a
suggerircelo, con una riflessione indelebile che ci ha lasciato nel
suo Diario: «È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte
le mie speranze, poiché esse sembrano assurde ed inattuali. Le
conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere
nell'intima bontà dell'uomo».Abbiamo le stesse convinzioni. Il male
non ha vinto, non vincerà mai. La sua traccia è rimasta nella morte
delle vittime, nel dolore dei loro cari e dei sopravvissuti. Ma il
Bene ha un segno più forte. È quello della vita, che nonostante i
piani dei responsabili dello sterminio è arrivata fino a noi, e
prosegue. È la forza della natura: l'albero della famiglia Sed e di
tante altre, quelli piantati nel Viale dei Giusti. Essi hanno una
grande forza, che resiste al tempo e ai venti peggiori. Se mai in
futuro verranno altre tempeste, gli alberi della vita, il Bene, le
supereranno tutte. |
Roberto Riccardi
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