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Quando il futuro era a prua

Il varo della Queen Victoria, l'ultimo gioiello della flotta Cunard Line uscito dalle officine della Fincantieri, ha fatto tornare in auge il mito dei transatlantici, un prodigio della tecnica che ha segnato il Novecento

La Queen Victoria, salpata il 10 dicembre per il suo viaggio inaugurale Oltre mille cabine, sei delle quali Luxury Style. Due teatri, una sala da ballo, quattro ristoranti e altrettante piscine, una sterminata palestra con vista sul mare e naturalmente un'enorme galleria dedicata allo shopping, con centinaia di negozi firmati dai più prestigiosi marchi internazionali. Il tutto all'interno di una cornice architettonica di straordinaria eleganza, nel più classico stile Old British.Sono questi i "numeri" con i quali la Queen Victoria, la nuova ammiraglia che l'inglese Cunard Line ha commissionato alla Fincantieri di Venezia-Marghera, ha incantato il mondo al momento del suo solenne varo.

Un taglio al nastro di partenza e via, il 10 dicembre è partita da Southampton la crociera più costosa della storia: 250mila dollari per un viaggio intorno al mondo, 3mila per una sola settimana. Un evento che non è servito solo a lucidare l'orgoglio di una casa da sempre leader dei viaggi transatlantici, di linea o di crociera, la Cunard, e a rinverdire l'antica tradizione cantieristica che, sin dal tempo delle Repubbliche Marinare, ha reso celebre il nostro Paese nel mondo. E non è servito nemmeno solo a ribadire come sia proprio quella delle crociere la fetta dell'industria turistica mondiale che non conosce crisi di sorta, come dimostrano sia i più recenti studi di settore sia l'ultima iniziativa della Marina Mercantile Italiana, che ha trasformato uno dei suoi velieri-scuola, la Signora del Vento, in una nave da crociera i cui passeggeri hanno l'opportunità di apprendere i rudimenti dell'arte marinara. Il varo della Queen Victoria è stato anche un'occasione per ricordare la storia delle grandi navi oceaniche, i mitici transatlantici, e il modo in cui essi abbiano segnato la storia, il costume, l'arte e la fantasia del XX secolo. «Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa… e la vedeva. È una cosa difficile da capire… Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, ed emigranti, e gente strana, e noi… Eppure c'era sempre uno, uno solo, uno che per primo… la vedeva.

Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte… magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni… alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare… e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov'era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava: l'America».È questa poetica immagine ad aprire Novecento, il testo teatrale firmato da Alessandro Baricco e portato sul Grande Schermo da Giuseppe Tornatore. Con questo nome è noto alla ciurma e dai passeggeri del piroscafo Virginian l'eccezionale pianista che su quella nave è nato e cresciuto credendo che il mondo sia tutto lì, tra il ponte di coperta e le cabine di terza classe, e che la vita vera, quella che pulsa sulla terraferma, non l'ha mai conosciuta. Ma il suo non è un nome scelto a caso. Con esso Baricco ha saputo cogliere un carattere fondamentale dei grandi transatlantici: il fatto di aver segnato, come poche altre trovate della tecnologia, un'epoca. Di aver lasciato una scia indelebile nella società e nella storia di un secolo, il Novecento, appunto.

E sì, perché se anche i grandi transatlantici comparvero già alla fine dell'Ottocento, quando cominciarono a imbarcare folle di poveri emigranti per il Nuovo Mondo, la loro età dell'oro la vissero nel secolo successivo, e in particolare nel periodo compreso tra le due guerre. Un'epoca in cui le navi non erano semplici mezzi di trasporto, bensì un vero e proprio specchio della società europea. Con le loro tre classi che costavano la prima «mille lire, la seconda cento, la terza dolore e spavento», come canta Francesco De Gregori in una celebre canzone, ognuna di esse era anche il teatro per un complesso gioco delle parti, con i passeggeri di prima classe intenti a sfoggiare la potenza di un patrimonio capace di comprare ogni cosa, anche il domani, e quelli di terza assorti a contemplare quel mondo fatto di viaggi e di belle speranze nel quale s'illudevano di entrare anche loro una volta raggiunta quell'America favolosa e lontana di cui si andava diffondendo nel mondo la fama di terra delle grandi opportunità. E con simili aspirazioni nel cuore, il contrasto tra le cabine di lusso e le affollate camerate di terza classe si finiva per avvertirlo di meno: perché in fondo tutti, ricchi e poveri, si viaggiava verso una stessa destinazione, il futuro, e con sogni non troppo diversi dentro al cuore. Un matrimonio fortunato, magari, per le ragazze di prima classe, un lavoro che permettesse di mandare qualche soldo alla famiglia rimasta in patria per i disgraziati della terza, che per comprare il biglietto verso l'ignoto erano pronti a pagare il loro tributo di lacrime e sangue, come ricorda Edmondo De Amicis nel romanzo Sull'Oceano.Verso quell'incognita si viaggiava con navi come la Mauretania, altro gioiello della flotta Cunard, che tra il 1907 e il 1929 fu il più veloce transatlantico a solcare l'oceano tra Queenstown e New York in appena quattro giorni e mezzo, o come la Belgenland, che nel 1930 portò a San Diego anche un passeggero illustre come Albert Einstein, in fuga dalla Germania nazista.

Si poteva salpare da Southampton a bordo di giganti come l'Aquitania, vera e propria città galleggiante che persino un architetto come Le Corbusier, nel trattato Vers une Architecture, citava come un esempio perfetto di «architettura razionale e moderna», e i cui splendidi saloni furono usati durante le due guerre mondiali per il trasporto delle truppe, o magari con il supercolosso Normandie, specchio della grandeur francese degli anni Trenta, o con glorie italiane come il Giulio Cesare e il Caio Duilio, i primi piroscafi che seppero tenere testa, per l'opulenza degli allestimenti e il lusso del servizio alberghiero riservato ai passeggeri di prima classe, alle migliori navi straniere, o come il Conte di Savoia, una delle navi più eleganti e amate degli anni Trenta, che nel 1932 entrò in servizio sulla rotta Genova-New York accanto al mitico Rex.E nel loro intrepido solcare i mari triturando record di velocità - e strappandosi l'un l'altra l'onore del Nastro Azzurro, attribuito ogni anno alla nave che avesse coperto nel minor tempo la traversata dell'Atlantico - gli imponenti "palazzi del mare" non mancavano di alimentare la fantasia di poeti e artisti, come dimostra il Manifesto dei pittori futuristi, nel quale gli adepti del nuovo verbo si proponevano di ispirarsi ai «tangibili miracoli della vita contemporanea, alla ferrea rete di velocità che avvolge la Terra, ai transatlantici, …alla lotta spasmodica per la conquista dell'ignoto».

A volte, però, l'ignoto si presentava con il suo volto più terribile. E già, perché il mito dei transatlantici si è nutrito, paradossalmente, anche dei loro naufragi, delle tragedie che hanno messo un freno all'orgoglio di quelle navi che gli armatori si affannavano a presentare come inaffondabili. Tale avrebbe dovuto essere il Lusitania, silurato da un sommergibile tedesco il 7 maggio 1915 - 1195 i morti, in nome dei quali gli Stati Uniti fecero il loro ingresso nella Prima Guerra Mondiale -, o il già citato Rex, che soccombette a Trieste, nel 1944, sotto un bombardamento. E ancora l'Andrea Doria, speronato dalla rompighiaccio Stockholm nel 1956. E naturalmente il Titanic. La più bella, la più possente, la più tecnologica e sfortunata delle grandi navi di linea. Un monumento alle leopardiane "umane sorti e progressive" miseramente schiantatosi contro un iceberg in una tragica alba di nebbia del 1912. Qualcuno ha ipotizzato che simili disastri furono una punizione per l'arroganza con cui quei mostri di acciaio pretesero di domare l'indomabile, incontenibile mare. O per la superbia con la quale essi sembravano muoversi sopra gli abissi senza curarsi delle imbarcazioni più piccole e umili che venivano travolte dalla loro scia, come sembra suggerire Erri De Luca in quel brano del romanzo Tu, mio nel quale l'apparizione dell'Andrea Doria nel golfo di Napoli getta sconcerto tra i fragili vascelli dei pescatori. Nemmeno quei moniti, però, fermarono l'epopea gloriosa dei transatlantici, che fino agli anni Sessanta rimasero l'unico mezzo per raggiungere "lamerica". Solo l'avvento delle navi del cielo, degli aerei di linea in grado di compiere lo stesso percorso dei transatlantici in tempi drasticamente più brevi, avrebbe fermato l'irresistibile ascesa delle "signore del mare".

Era iniziata un'altra epopea, quella della conquista dell'aria, e i transatlantici, che il loro ultimo contributo allo "spirito dei tempi" lo avevano dato riportando in patria i soldati americani che avevano combattuto in Europa durante l'ultima guerra, erano diventati improvvisamente inutili. Con poche eccezioni, come quella delle gemelle Queen Mary e Queen Elizabeth, i giganti del mare furono disarmati in massa. E nonostante la rinascita degli anni Cinquanta, quando la ripresa dell'economia internazionale permise la nascita di una nuova flotta, gli anni Settanta segnarono il definitivo tramonto dei transatlantici. Sopravvisse però il loro fascino di spaccati della società umana, di simboli del suo progresso. E sopravvivono le navi da crociera, che ne sono le degne eredi. Ai loro passeggeri, flâneurs dei mari con la brezza nel cuore, è offerta oggi l'opportunità di salpare a bordo di mastodonti come la Queen Victoria - alla quale la Cunard ha promesso di dare presto una "sorella" - e tra un bagno in piscina e un cocktail in coperta, di rivolgere un pensiero a quegli 11 milioni e mezzo di italiani che tra il 1851 e il 1860 lasciarono il loro Paese per andare incontro a un destino migliore. Con la prua rivolta verso il futuro.
Maria Mataluno