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E' cinema, bellezza!

Cinecittà ha settant'anni. Concluso da poco il Festival di Venezia e in occasione della Festa del Cinema di Roma, ricordiamo i tempi in cui negli studi della capitale si cominciarono a costruire sogni. E a consacrare divi

Un disegno di Fellini che lo ritrae con l'amico Nino Rota, autore di numerose colonne sonore dei suoi film Nacque con la Città del Cinema il cosiddetto "Tram delle stelle", che faceva capolinea davanti al grande portone dello stabilimento, inaugurato il 28 aprile 1937. Portava allegria e tristezza, speranze e delusione, sorrisi e lacrime. Perché in via Tuscolana 1055 - dove, oggi come ieri, si accalcano ragazzi e adulti per salutare i propri eroi - sono nati, in questi favolosi settant'anni, oltre tremila film (47 premiati con l'Oscar) di ogni tipo; e sono nati attori e registi italiani e stranieri, divi leggendari, tecnici specializzati, impiegati, maestranze apprezzatissime. Era una città con 22 teatri di posa, piscine, grattacieli, navi e mari creati appositamente per realizzare sogni che non muoiono.

Così lo chiamavano, il "Tram delle stelle e dei sogni". Scendeva beccheggiando come un vascello pazzo da Porta Furba, già sulla Tuscolana, e quando arrivava nella campagna, con i prati e gli orti che s'infilavano tra i palazzi nuovi, prendeva a fischiare di brutto. Davanti all'ingresso di uno stabilimento grandissimo, con la facciata bassa ma con una scritta pretenziosa, "Cinecittà", sembrava ricomporsi. Frenava con inconsueta delicatezza, aspettava che i passeggeri scendessero con comodo e poi riprendeva, ringalluzzito, il viaggio di ritorno. Lo conoscevo bene quel convoglio bianco e blu. Abitavo, dal 1962, a due passi dallo stabilimento cinematografico, allora un'oasi silenziosa, dove solo lui si concedeva trasgressioni sonore, ma non prima delle 7 del mattino.

L'inizio di questa storia, che parla di una fabbrica particolare, la fabbrica dei sogni e delle chimere, è, diciamo pure, un inizio ad effetto, ma secondo me non stona. Anche se la storia vera prende il via da più lontano. Da un furioso incendio nella notte del 26 settembre del 1935, quando va a fuoco la Cines, in via Veio, nella Capitale. Faceva film, la Cines; pochi film, in confronto alla immensa produzione americana, e tutto finì in un paio d'ore. In un altro paio d'ore, però, Luigi Freddi, capo della Direzione generale per la cinematografia, decide che dalla rovina partirà un grande progetto. «Sarà un gioiello che tutt'Europa ci invidierà», dice a Mussolini. Profetico. L'industriale Carlo Roncoroni e l'architetto Gino Parassutti scelgono 600mila metri quadrati sulla via Tuscolana, a 9 chilometri dal Campidoglio, e via.

La zona diventa un operoso cantiere, mentre non lontano Carmine Gallone, già regista affermato, sta ultimando Scipione l'Africano, il primo kolossal italiano. Di lì a poco, nel 1937, nasce Cinecittà. Settant'anni fa, giusti giusti, il notiziario Luce ne dà l'annuncio.

Anche io, come tanti, vidi quel notiziario. Ero giovane, allora, e vivevo lontano. Comunque, seguii la cerimonia d'inaugurazione, con Mussolini, i gerarchi, i diretti artefici dell'impresa e le prime costruzioni di teatri di posa, uffici, magazzini, centrali elettriche e tutto quello che Freddi aveva pensato nella brutta notte dell'incendio in via Veio.

Poi, seguitai a pensare ai miei abituali miti, i miti di Hollywood. A Tarzan, a Charlot, alla favolosa Mae West, che sporgendosi dal finestrino del treno in corsa baciava un coraggioso cavaliere, a Tom Mix, imbattibile tiratore, a John Wayne, col cappellone sotto il sole, a Lupe Velez, procace messicana, a Ginger Rogers e Fred Astaire, angeli della danza e del tip tap, che io mi ammattivo a provare e riprovare, alle disinvolte ragazze dei saloon, che non avevano certo nulla da spartire con le pudiche compagne di scuola.

«Mary, ancora un whisky», grugniva un farabutto prepotente, e Mary serviva senza fiatare. «Tutti fermi, mani in alto!», intimava lo sceriffo, e tutti diventavano statue. Il tapino (ero io, ovviamente) sognava ad occhi aperti mentre completava lo struscio serale sul corso della piccola città e incrociava le normali guardie senza stella sul petto e anche Giovanna, Delia, Virginia, le quali, invece, parlavano del compito in classe di latino. Figuratevi che gioia!

Poi, abbastanza in fretta, pure il mio orizzonte cinematografico si popolò di personaggi nostrani, di vicende autarchiche. Cinecittà cominciava a dare i suoi frutti, a sfornare i suoi eroi di celluloide. E, fatalmente, cominciammo ad andare in bambola per Assia Noris, Maria Denis, Alida Valli e via dicendo. Tutte quelle "S" sapevano un po' di esotico, ma tant'è. Incuriosivano. Facevano fino. «Ma l'amore no / l'amore mio non può / dissolversi con l'oro dei capelli…», canta, o sussurra, Alida. Io vedo il film due volte di seguito e cerco d'imparare la canzone malandrina. Ora, è fatale, azzardo un ricordo più recente, degli anni Ottanta, ma per me altrettanto carico di emozioni. In occasione di una manifestazione, ebbi la fortuna di passare qualche minuto con la grande attrice. Era già in là con gli anni (e mi scuso per questo accenno). Le ricordai il film dei tempi lontani e la canzone. Mi disse che ora sognava meno. E mi regalò un breve sorriso.

Già, parrà strano, ma i film di Cinecittà, in genere, erano pieni di sorrisi. Qualche penna d'eccezione potrebbe farci un libro. Grandi magazzini, Parlami d'amore Mariù con Vittorio De Sica, canterino di rispetto. Film manierati, bonari, da Italia provinciale che si stupisce per i primi telefoni bianchi. I magazzini della città del cinema di sicuro abbondano di ghette, di bastoni dal pomo d'avorio, di boa colorati, di camicie di seta, perché se ne vedono tanti sullo schermo.

Naturalmente tutti i giornali fanno da cassa di risonanza. La fabbrica dei sogni allunga il passo. «Il regista Gemina, Doris Duranti, Laura Redi e Renato Bussoli sono partiti per Budapest per la prima del film Bengasi. Per la pellicola sono state fatte le cose in grande: 50.000 metri di negativo, 80.000 di positivo, 30.000 quintali di faesite, 2.500 quintali di legname, 150 autocarri, 12 aerei, 25.000 comparse». Chissà quante di quelle comparse avranno preso il tram bianco e blu, che fischiava lungo la via Tuscolana?

Intanto, Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, la coppia che cadrà sul selciato di Milano alla fine della guerra, entra in scena: I predoni del deserto li vede protagonisti. Luchino Visconti sceglie Clara Calamai per Ossessione e (che azzardo per i tempi!) fa intravedere un seno. Roberto Rossellini - il neorealismo è ancora lontano - dirige Un pilota ritorna. Carmine Gallone mette da parte i legionari romani (un orologio appare al polso di un centurione, ma tant'è: un peccato veniale) e dirige Le due orfanelle. Fa centro. Il tedesco Filmkurier dona la palma di migliori attori al serioso Fosco Giachetti e a Gino Cervi. Il più simpatico e affascinante è Amedeo Nazzari, ore rotundo, e il migliore caratterista Osvaldo Valenti. Rossano Brazzi, per tutti, donne in testa, è bello e basta. Non si discute.

Cinecittà, del resto, ha capito l'antifona che viene dalla California: le bellezze meritano la passerella. Anche da noi si diveggia, insomma. Le riviste d'ogni tipo stanno al gioco. I giovani sfogliano, sfogliano, guardano le belle di turno e talvolta interrompono la lettura: il postino ha suonato, c'è la cartolina rosa. Si parte. La tradotta va lenta verso il Sud. «Vento, vento portami via con te… Raggiungeremo insieme il firmamento…», cantano i coscritti. E raggiungeranno il fronte, non le stelle. Appena passata la drammatica bufera, gli studi di Cinecittà, vuoti e quasi abbandonati, colpiti dalla guerra, si riempiono di profughi.

I film americani e il boogie-woogie bastano e avanzano. Bastano i cortei, bastano le scritte sui muri. Curiose, arcane. «Evviva Lucianella Ritas», «Ritorna Lucianella Ritas». Chi era la donna tanto invocata? Un'attrice? Chi poteva preoccuparsi d'un personaggio ignoto con in giro tutti quei guai? La pioggia lavò le scritte. Il mistero rimase. Anche dai muri e dalle pareti degli studi di Cinecittà sparirono le scritte del regime: «La cinematografia è l'arma più forte», «Vincere», e altre ancora.

Arrivano anche le maggiorate, per film tagliati su misura. Silvana Pampanini, statuaria, dalle lunghe gambe, per girare Arrivederci papà. Prese il camerino che era stato della filiforme Audrey Hepburn. Viva la differenza! Arrivò la florida Gina Lollobrigida, apparve la straordinaria Sofia Loren, le si avvicinò il produttore Carlo Ponti. Fu subito amore. Approda in via Tuscolana anche Totò. Deve girare 47 morto che parla e già sul set le risate si sprecano. Il grande artista vorrebbe donare alla sua partner, Silvana Pampanini, affetto e amore, ma Cinecittà non si fa galeotta. E il principe De Curtis si consola con una canzone. Dicono Malafemmina.

A Maria Mercader Cinecittà sembrò immensa, faraonica, confusionaria, ingenua e ben organizzata a un tempo. Vero. Gli studi erano sempre occupati e nei viali era facile incontrare Cleopatra insieme a Napoleone. Gentiluomini in frac sottobraccio a matrone romane. La Mercader deve girare con Carlo Ludovico Bragaglia Se io fossi onesto. Comincia al teatro di posa n. 8 con un partner, ma De Sica, innamorato della bella straniera, fa le carte false e prende il posto del protagonista. Poi, si sa come vanno le cose: un film oggi e un film domani, Vittorio De Sica e Maria Mercader si ritrovano sposi.

Nel grande stabilimento c'è anche posto per gli scherzi non professionali. La stessa Alida Valli lo confessa. Faceva con Angelo Musco Il feroce Saladino di Mario Bonnard e Alberto Sordi vi recitava alcune battute vestito con una pelle di leone. D'improvviso entrò nel camerino della Valli e spaventò molto la bella Alida, che dichiara: «Poi diventammo amici».

Anche io ho avuto un emozionante incontro a Cinecittà. Con la simpatica Elsa Merlini, la "ragazza copertina" degli anni Quaranta. Tenevo la sua immagine ritagliata da una rivista nello zainetto: al fronte, e nei momenti tristi, la tiravo fuori e sognavo il futuro. Durante una visita con altri colleghi, entrai in uno studio dove una troupe stava lavorando. Sospensione. Saluti. Spiegazioni ad uso della stampa e roba simile. Elsa Merlini, diva con tanto di targhetta applicata ad uno dei pini di Cinecittà, era seduta al suo posto. La salutai, un po' emozionato, e le dissi della foto nello zainetto. Ne fu contenta e non rinunciammo ad un brindisi (con i bicchieri di carta).

Cinecittà: di tutto un po'. Alessandro Blasetti regista acclamato e per oltre mezzo secolo seduto nella sua sedia intoccabile, interpretò se stesso in Bellissima di Visconti. Protagonista l'inquietante Anna Magnani. La Magnani, capopopolo per costituzione, durante le riprese de La carrozza d'oro di Renoir, improvvisò una sorta di comizio. Le lavorazioni si fermarono e tutti gli addetti ai lavori si radunarono attorno all'infuriata Anna.

Chiedo scusa, non la finisco più. La storia mi affascina ed è lunga. Scrivo e vedo poco distante il mitico stabilimento, ora attorniato da moderni palazzi, uffici, gallerie commerciali. Il traffico ronza come un alveare, il tranvetto non c'è più da anni. Una vettura, sistemata a dovere, dorme il sonno dei giusti all'Anagnina, capolinea della Metropolitana A. Di sera, ben illuminata, pare atteggiarsi a star e vantarsi di aver scarrozzato tanti ospiti di Cinecittà: operai, impiegati, giovani ragazze e aitanti ragazzi speranzosi di diventare chissà chi ed entrare a Cinecittà in fuoriserie con autista. Sogni ad occhi spalancati naufragati o divenuti realtà. La digressione mi è fatale: a un palmo dal mio scrittoio c'è (l'ho messo in bella vista per fare un po' di scena, perché nel libro c'è la mia mano) Ciak di luce, un bel librone di Fellini con graffiti felliniani.

La tentazione è grande, e scartare proprio gli anni d'oro di Cinecittà è impossibile. Vado avanti. Personaggi mitici come Orson Welles, King Vidor, Tyrone Power, Rock Hudson, Jennifer Jones per Addio alle armi, Ava Gardner per La contessa scalza e tanti altri varcano l'oceano per mettere piede negli efficientissimi e tecnicamente aggiornati stabilimenti romani.

Lo stesso Alberto Sordi, con la sua solita aria sorniona, afferma: «La dolce vita riguardava soprattutto gli americani che arrivavano a Roma; con il dollaro forte potevano permettersi tutto. Per noi italiani c'era soltanto la possibilità di diventare amanti di qualcuno. La cosa riuscì bene - lo sanno tutti - a Walter Chiari, il quale fece innamorare la bellissima

Ava Gardner. Una vera e propria preda per i paparazzi». Il famoso fotografo Tazio Secchiaroli, proprio a Cinecittà, nel teatro n. 5 - dove la Gardner doveva girare una scena sotto la doccia - si travestì da operaio, fece alcuni scatti e filò via soddisfatto. Appena fuori s'imbatté nella Ava tutta pimpante. Aveva fotografato una controfigura.

Per stare sul set di Quo Vadis, fastoso, suscitatore di meraviglie, prodigo nel dare soldi utilissimi al rilancio dello stabilimento (il giovane sottosegretario Giulio Andreotti lo dirà chiaramente), c'era chi avrebbe fatto patti col demonio. La leggendaria Elisabeth Taylor, protagonista anche in Italia di memorabili film (il suo camerino, al tempo di Cleopatra, era di otto stanze arredate con mobili e quadri d'autore), per parteciparvi si accontentò di una comparsata.

Dico di Fellini e mi avvio a togliere il disturbo. Già con i primi lavori mi è sembrato il più grande degli stregoni e dei poeti. Non avevo mai avuto la possibilità di conoscerlo direttamente. Ma poi, un paio di volte, la sorte mi fu benigna. In un ristorante di Fiumicino, vicino di tavolo. Un rispettoso saluto. Per strada, mesi dopo, una specie di bis. Per via del libro Ciak di luce, trovai la strada e fui nello studio del grande creatore di favole, del modellatore di femminilità come la stupenda Ekberg, del mallevadore dell'arte naturalissima di Mastroianni. Era lì, dolce e spietato padrone del regno. Il Fellini poeta, probabilmente, è stato spesso altrove, dove non esistono fondali di legno. Evviva! L'industria offre certezze ma rilascia l'afrore dei soldi. Lascio la grande fabbrica a sera. M'insegue l'ombra di un sogno fuggente. Una sensazione bellissima.

Non ho più varcato quel portone per vari motivi, ma lo inquadro facilmente da casa. L'ho già detto. Da alcuni anni mi sono accorto che è aumentato il via vai di autocarri e mezzi speciali da e per Cinecittà. Sono mezzi della televisione trionfante. Madre e matrigna notoria. Lì dentro il lavoro è intenso. Ed è tutto ok. Si realizzano spettacoli dove l'elettronica d'avanguardia spadroneggia, centinaia di ballerini e ballerine intrecciano colorate follie, centinaia di applauditori applaudono, decine di cantanti cantano, schiere di opinionisti non sempre esprimono opinioni e bruciano in aria sciami di frottole. Un circo duro da digerire anche per i più trash. Elementare, Watson, è la tv. Dell'oltre Duemila. Degli ectoplasmi di tutta Italia, dei bravi, dei meno bravi e dei furbetti. Famosi al paese natio: «Sono apparso in tv a Cinecittà». È quanto basta per dire di esistere.

Comunque, a tutti, in una qualche maniera, il mito di Cinecittà, dai canti guerreschi di galli e romani diretti dal grande Gallone al frenetico rondò felliniano di 8 1/2, suscita utili riflessioni. Carlo Macchitella e Vittorio Giacci, in Cinecittà tra cronaca e storia, hanno scritto: «René Clair, nella sua entusiastica visione del futuro del cinema, aveva concepito l'idea di un film gigantesco proiettato sul cielo. Semmai un giorno questa chimera prenderà forma reale, per farlo ci sarà bisogno di una grande fabbrica. Di un grande teatro. Di un grande laboratorio. Di Cinecittà».

Non sarà impossibile. È il cinema, bellezza!

Renato Terrosi