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Questo mese parliamo di un giallo del passato, di uno dei romanzi
che poi diventerà un classico di questo genere letterario: Il
giorno della civetta, di Leonardo Sciascia.
Quando scrisse il romanzo, traendo spunto dall'assassinio di un
sindacalista, l'autore di Racalmuto tratteggiò la figura del
protagonista, il capitano Bellodi (settentrionale, carismatico,
intransigente ma gentile, ex partigiano destinato ad una carriera
di avvocato, ma rimasto in servizio in nome di alti ideali di
giustizia), ispirandosi ad un suo conoscente e amico, Renato
Candida, ufficiale dell'Arma di stanza ad Agrigento, provincia
d'origine dello scrittore.
In questa modernissima figura di detective, che svolge le sue
indagini tra i conti bancari, i flussi finanziari e gli appalti,
Sciascia anticipò quell'eroe antimafia, modello di coraggio e
umanità che avrà poi moltissimi "seguaci" in carne e ossa. Saranno
tanti, infatti, i servitori dello Stato ad assomigliare a tale
modello letterario: esempi di coraggio e umanità, «fieri campioni
di un mestiere difficile: quello di servire la legge della
Repubblica, e di farla rispettare», come osserva Francesco Merlo in
una bella introduzione al libro.
Questa affascinante figura di carabiniere, dunque, non è, come a
volte qualcuno ha sostenuto, un personaggio realmente esistito,
bensì «una folla di personaggi che realmente esisteranno (...), è
tutti gli eroi antimafia che l'Italia ha conosciuto, come Renzo è
tutti i promessi sposi, Ulisse è tutti i vagabondi, Pinocchio è
tutti i bambini del mondo».
Ad esaminare questo vero e proprio romanzo di formazione, abbiamo
allora chiamato un esperto, un uomo che, indubbiamente, s'intende
di certi temi. Francesco La Licata, palermitano, giornalista de La
Stampa, da sempre impegnato a denunciare, attraverso i suoi
articoli, gli orrori di Cosa Nostra. Testimone delle tragiche
vicende degli ultimi anni (le stragi di Capaci e via D'Amelio, gli
attentati di Roma, Firenze e Milano), ha scritto, tra l'altro,
Storia di Giovanni Falcone e, insieme al Procuratore Nazionale
Antimafia Pietro Grasso, Pizzini, veleni e cicoria.
Don Mariano Arena, il capo mafia del racconto di Sciascia
divideva l'umanità in cinque categorie: «uomini, mezz'uomini,...
fino ai quaquaraquà... Pochissimi gli uomini (e tra questi per Don
Mariano c'era il capitano Bellodi, ndr); i mezz'uomini pochi (...),
i quaquaraquà dovrebbero vivere con le anatre nelle pozzanghere…».
Che cosa ne pensa?
«Questa definizione, di cui si è alla fine anche abusato,
rispecchia un classico atteggiamento del padrino mafioso: che cerca
in ogni modo di circuire, adulare, portare a sé il proprio
antagonista. Prima di utilizzare la violenza, che viene considerata
solo come ultima ratio, vengono tentate altre strade. La figura di
Don Mariano è permeata delle caratteristiche tipiche di molti capi
mafia. Come Bernardo Provenzano, ad esempio, che era bravissimo a
innescare negli altri la convinzione di prendere decisioni che poi,
in realtà, era lui a prendere. Non diceva mai né sì né no, e
utilizzava tempi biblici per arrivare a un traguardo, possibilmente
evitando di attirare troppo l'attenzione. Salvatore Riina e il suo
maestro Luciano Liggio, per la loro ferocia, rappresentano invece
un'anomalia».
Con questo libro, Sciascia ha inaugurato un genere
letterario, quello del poliziesco siciliano, e ha affrontato la
tematica mafiosa, descrivendola nei suoi dettagli scomodi e con le
sue collaborazioni politiche.
«Lo scrittore ha indubbiamente il primato di colui che scoperchiò
il pentolone. Ma non era stato certo il primo a scrivere o a
parlare di certe cose e neanche a denunciare le commistioni tra
mafia e politica. Lo aveva già fatto, ad esempio, lasciandone
documentazione, il cosiddetto "Prefetto di ferro", quel Cesare Mori
segugio della mafia che, tra il 1925 e il 1929, si trovò a indagare
sulle diverse fasi del rapporto tra Cosa Nostra e istituzioni:
dalla complicità allo scontro. La fine di Mori non fu drammatica,
ma anch'egli fu messo nelle condizioni di non "muoversi"».
Sciascia utilizza il giallo come grimaldello per
interpretare la realtà siciliana e italiana, la solitudine
dell'eroe positivo, il pessimismo di chi non rinuncia però a
lottare contro l'arroganza della malavita.
«Cosa Nostra è l'unica organizzazione criminale al mondo ad avere
una "vocazione" politica. Neppure in Colombia succede quello che è
accaduto in Sicilia: dove un gruppo di assassini ha avuto
l'arroganza di sfidare lo Stato attraverso la sistematica
eliminazione di un intero apparato: politici e burocrati, forze
dell'ordine, imprenditori, giornalisti e semplici cittadini, anche
donne e bambini. Purtroppo ciò è potuto accadere perché la mafia è
un'istituzione antistato, che trova però consensi soprattutto in
certe situazioni di malessere sociale».
Nel romanzo la Sicilia appare terra di paradosso: lo si
percepisce subito dal titolo, come se una civetta uscisse a volare
di giorno. Ma quante mafie esistono, come si è evoluta
l'Organizzazione, negli ultimi anni, rispetto a quella descritta da
Leonardo Sciascia?
«La mafia non cambia mai, è sempre la stessa. Non ne esistono
diversi tipi. Ci sono momenti in cui è più riflessiva (vedi
Provenzano), momenti in cui si "piega come una canna" e aspetta che
passi la bufera, e altri in cui ci sono uomini come Riina, e allora
diventa aggressiva e scatena guerre cruente, che costano alla
società tante vittime
innocenti».
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