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La guerra del capitano

Con Francesco La Licata, giornalista della Stampa, parliamo di un grande romanzo del passato che offre ancora oggi spunti di riflessione: Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia

Franco Nero e Claudia Cardinale, interpreti del filma tratto dal romanzo di Leonardo Sciascia, 'Il Giorno della civetta' Questo mese parliamo di un giallo del passato, di uno dei romanzi che poi diventerà un classico di questo genere letterario: Il giorno della civetta, di Leonardo Sciascia.

Quando scrisse il romanzo, traendo spunto dall'assassinio di un sindacalista, l'autore di Racalmuto tratteggiò la figura del protagonista, il capitano Bellodi (settentrionale, carismatico, intransigente ma gentile, ex partigiano destinato ad una carriera di avvocato, ma rimasto in servizio in nome di alti ideali di giustizia), ispirandosi ad un suo conoscente e amico, Renato Candida, ufficiale dell'Arma di stanza ad Agrigento, provincia d'origine dello scrittore.

In questa modernissima figura di detective, che svolge le sue indagini tra i conti bancari, i flussi finanziari e gli appalti, Sciascia anticipò quell'eroe antimafia, modello di coraggio e umanità che avrà poi moltissimi "seguaci" in carne e ossa. Saranno tanti, infatti, i servitori dello Stato ad assomigliare a tale modello letterario: esempi di coraggio e umanità, «fieri campioni di un mestiere difficile: quello di servire la legge della Repubblica, e di farla rispettare», come osserva Francesco Merlo in una bella introduzione al libro.

Questa affascinante figura di carabiniere, dunque, non è, come a volte qualcuno ha sostenuto, un personaggio realmente esistito, bensì «una folla di personaggi che realmente esisteranno (...), è tutti gli eroi antimafia che l'Italia ha conosciuto, come Renzo è tutti i promessi sposi, Ulisse è tutti i vagabondi, Pinocchio è tutti i bambini del mondo».

Ad esaminare questo vero e proprio romanzo di formazione, abbiamo allora chiamato un esperto, un uomo che, indubbiamente, s'intende di certi temi. Francesco La Licata, palermitano, giornalista de La Stampa, da sempre impegnato a denunciare, attraverso i suoi articoli, gli orrori di Cosa Nostra. Testimone delle tragiche vicende degli ultimi anni (le stragi di Capaci e via D'Amelio, gli attentati di Roma, Firenze e Milano), ha scritto, tra l'altro, Storia di Giovanni Falcone e, insieme al Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso, Pizzini, veleni e cicoria.

Don Mariano Arena, il capo mafia del racconto di Sciascia divideva l'umanità in cinque categorie: «uomini, mezz'uomini,... fino ai quaquaraquà... Pochissimi gli uomini (e tra questi per Don Mariano c'era il capitano Bellodi, ndr); i mezz'uomini pochi (...), i quaquaraquà dovrebbero vivere con le anatre nelle pozzanghere…». Che cosa ne pensa?

«Questa definizione, di cui si è alla fine anche abusato, rispecchia un classico atteggiamento del padrino mafioso: che cerca in ogni modo di circuire, adulare, portare a sé il proprio antagonista. Prima di utilizzare la violenza, che viene considerata solo come ultima ratio, vengono tentate altre strade. La figura di Don Mariano è permeata delle caratteristiche tipiche di molti capi mafia. Come Bernardo Provenzano, ad esempio, che era bravissimo a innescare negli altri la convinzione di prendere decisioni che poi, in realtà, era lui a prendere. Non diceva mai né sì né no, e utilizzava tempi biblici per arrivare a un traguardo, possibilmente evitando di attirare troppo l'attenzione. Salvatore Riina e il suo maestro Luciano Liggio, per la loro ferocia, rappresentano invece un'anomalia».

Con questo libro, Sciascia ha inaugurato un genere letterario, quello del poliziesco siciliano, e ha affrontato la tematica mafiosa, descrivendola nei suoi dettagli scomodi e con le sue collaborazioni politiche.

«Lo scrittore ha indubbiamente il primato di colui che scoperchiò il pentolone. Ma non era stato certo il primo a scrivere o a parlare di certe cose e neanche a denunciare le commistioni tra mafia e politica. Lo aveva già fatto, ad esempio, lasciandone documentazione, il cosiddetto "Prefetto di ferro", quel Cesare Mori segugio della mafia che, tra il 1925 e il 1929, si trovò a indagare sulle diverse fasi del rapporto tra Cosa Nostra e istituzioni: dalla complicità allo scontro. La fine di Mori non fu drammatica, ma anch'egli fu messo nelle condizioni di non "muoversi"».

Sciascia utilizza il giallo come grimaldello per interpretare la realtà siciliana e italiana, la solitudine dell'eroe positivo, il pessimismo di chi non rinuncia però a lottare contro l'arroganza della malavita.

«Cosa Nostra è l'unica organizzazione criminale al mondo ad avere una "vocazione" politica. Neppure in Colombia succede quello che è accaduto in Sicilia: dove un gruppo di assassini ha avuto l'arroganza di sfidare lo Stato attraverso la sistematica eliminazione di un intero apparato: politici e burocrati, forze dell'ordine, imprenditori, giornalisti e semplici cittadini, anche donne e bambini. Purtroppo ciò è potuto accadere perché la mafia è un'istituzione antistato, che trova però consensi soprattutto in certe situazioni di malessere sociale».

Nel romanzo la Sicilia appare terra di paradosso: lo si percepisce subito dal titolo, come se una civetta uscisse a volare di giorno. Ma quante mafie esistono, come si è evoluta l'Organizzazione, negli ultimi anni, rispetto a quella descritta da Leonardo Sciascia?

«La mafia non cambia mai, è sempre la stessa. Non ne esistono diversi tipi. Ci sono momenti in cui è più riflessiva (vedi Provenzano), momenti in cui si "piega come una canna" e aspetta che passi la bufera, e altri in cui ci sono uomini come Riina, e allora diventa aggressiva e scatena guerre cruente, che costano alla società tante vittime innocenti».

Claudia Colombera