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Quando si fa un check in in aeroporto, si spera sempre che la sorte
ci assegni il posto vicino a un compagno di viaggio poco
impiccione. Al nostro decollo da Fiumicino per Sarajevo siamo
fortunati, ci capita Andrea, un bel ragazzone italiano dai modi
affabili che si rivela essere un maresciallo dei Carabinieri di Ipu
(Integrated Police Unit) impiegato in Bosnia. Andrea ci racconta
che, dopo una breve licenza in Italia, sta rientrando a Camp Butmir
2, dove non vedeva l'ora di arrivare. «Mi è mancata tanto la
Bosnia», dice sorridendo. «Lavoriamo sodo, ma ci sentiamo
gratificati perché il nostro operato è utile alla gente piegata
dalle brutture del conflitto bellico. Non ci sono molti svaghi:
dopo aver concluso l'orario di lavoro ed esserci dedicati allo
sport, preferiamo tornare in ufficio». Sull'aereo notiamo subito
una serie di pacchetti che, a giudicare dal profumo, contengono
dolci. Andrea ci spiega che gli uomini di Ipu usano rientrare in
base portando ognuno la specialità del luogo d'origine, da
condividere con i colleghi. «In Bosnia-Erzegovina», precisa, «si
mangia molto bene. È un Paese ricco a livello ambientale, ma che
risente dell'azione dell'uomo». E poi aggiunge: «È diviso in
Federazione di BiH, a maggioranza cattolica e musulmana, Republika
Srpska, serba, e Distretto di Brcko, che ha un'autonomia
riconosciuta dall'Onu. La funzione di Capo di Stato è svolta
collegialmente da tre persone, appartenenti ai principali gruppi
etnici. Troverete povertà in questo Paese, ma anche tanta dignità».
Giunti a Sarajevo, il giovane maresciallo ci chiede: «Come mai in
BiH?». Lo scoprirà nei giorni seguenti, quando ci controllerà i
pass Nato per entrare e uscire da Camp Butmir.
Camp Butmir 2. All'arrivo sul suolo bosniaco
troviamo subito ad accoglierci nubi minacciose, esorcizzate dal
volto cordiale di un militare che ci viene incontro. Farebbe
pensare a un capitano, invece l'aplomb nel più puro stile dell'Arma
e il grado sull'uniforme rivelano che quel signore così alto è il
colonnello Pasquale Aglieco, Comandante di Ipu, che ci invita a
seguirlo nel blindato per raggiungere l'headquarter dell'Integrated
Police Unit, a Camp Butmir 2.
Dai finestrini del mezzo, la Bosnia rivela appena qualche tratto
curioso e una profonda povertà, soprattutto a giudicare
dall'aspetto dei piccoli zingari che salutano il commander di Ipu,
mentre si aggirano intorno alla zona antistante Camp Butmir. Ad
attenderci ci sono gli ufficiali dello staff del colonnello Aglieco
che ci danno qualche consiglio su come muoverci in zona. Uno degli
ammonimenti è: «Mai camminare sull'erba che non sia quella di Camp
Butmir». Ci viene spiegato che gran parte della Bosnia è ancora
disseminata di mine tarate non per uccidere, ma per rendere la
vittima priva di un arto. Dopo un rapido briefing su Ipu e la
situazione generale del Paese, concordiamo le attività dei prossimi
giorni.
Prima uscita in Bosnia. L'attività della Ipu
inizia presto. Alle 7.20 la mensa brulica di presenze per la
colazione, mentre il personale di Aglieco è già all'opera in
segreteria. Sentiamo la mancanza del buon caffè preparato con la
moka, ma in compenso la gente è cordiale e tutto funziona
perfettamente. Ciò che non manca, a Camp Butmir, sono ordine e
disciplina, insieme alla serenità dell'ambiente lavorativo. Il
colonnello Aglieco è mattiniero e prima dell'alzabandiera delle
8.15 sono state già evase le maggiori incombenze. Cerchiamo di
tenere il passo, la vita in base ci appare subito molto frenetica.
«Siamo pronti a partire per Pazaric», ci spiega il Comandante,
invitandoci a salire in auto. «Assisteremo ad un'esercitazione del
Multinational Battalion di EuFor», chiarisce, «che ha il compito di
sostituire per alcuni compiti le task forces che hanno concluso la
loro missione in Bosnia. Il Consiglio Europeo ha deciso la chiusura
della componente multinazionale in seguito al miglioramento della
situazione in BiH, riconfigurando l'impegno delle forze militari
nella nazione».
Il tragitto da Sarajevo a Pazaric rivela tutta la straordinaria
bellezza e crudeltà di questo Paese. Una moltitudine di cantieri si
susseguono lungo le strade, ma anche nei tratti più scorrevoli la
gente mantiene un contegno quasi irreale, come se volesse solo
lasciar scorrere il tempo. Perché sono così flemmatici? Forse hanno
deciso di prendere la vita con quella serenità che gli è stata
portata via dalla violenza della guerra? Il Comandante ci spiega
che, secondo lui, non è corretto parlare di etnia. Bisognerebbe
riferirsi alla diversità di religione, perché tutto gira intorno
alla fede. Lo sguardo delle persone è spento. I loro volti, i loro
sorrisi appena accennati non hanno luce e pungolano l'anima
dell'osservatore proprio come i cimiteri sparsi a ogni angolo di
strada, persino vicino ai supermercati. Tutto questo ci offre la
misura dei morti in BiH durante la guerra, seppelliti con queste
modalità anche per ovviare a problemi d'igiene. Per ognuna di
quelle stele una famiglia porta dentro una pena e,
indipendentemente da fede o etnia, la gente bosniaca appare ferita,
amareggiata, offesa nell'animo.
Da Sarajevo a Pazaric le abitazioni sono per lo più di due piani
con ampi spazi verdi intorno, rimaste a metà nell'atto
dell'edificazione o in pochi casi perfettamente rifinite. Molti i
fori evidenti: proiettili che hanno lasciato tracce visibili non
solo sulle pareti. A Pazaric, nel luogo dove si svolge
l'esercitazione, lo scenario è quello tipico di casolari ai piedi
di un colle. Il Comandante di EuFor (European Union Force), Rear
Admiral Hans-Jochen Witthauer, è molto cordiale e sottolinea ai
giornalisti la piena soddisfazione per il lavoro appena concluso.
Al rientro arriva una notizia inaspettata, che ci costringe a una
deviazione verso Visoko, cittadina a trenta chilometri a nord di
Sarajevo.
Dopo un rapido radio check, il Comandante di Ipu ci annuncia la
notizia: lo Specialized Element del reggimento ha recuperato delle
armi lungo la strada tra Visoko e Kakanj. Giunti sul posto,
troviamo gli uomini al comando del tenente colonnello Michele
Facciorusso, che attendono Aglieco prima di rimuoverle dalla
boscaglia. Lo Specialized Element è un'unità di Ipu di altissimo
valore, costituita da "pedine" per interventi risolutivi (in caso
di emergenza) e da componenti investigative speciali. Dal 1°
gennaio al 20 maggio di quest'anno lo Se ha consegnato alla Polizia
tre criminali, recuperato armi, esplosivo, lanciarazzi e granate,
effettuato sequestri di vario genere, come lattine di tè alla
cannabis.
In pochi minuti arriva sul posto anche una pattuglia della Polizia
locale. Gli uomini dello Specialized consegnano a loro il
"bottino". Il compito di Ipu è terminato, si rientra a Camp
Butmir.
Chiusura della task force Salamander.
«Preparatevi, un elicottero macedone vi attende per l'imbarco,
andiamo a Mostar». Così esordisce il colonnello Aglieco dopo la
rapida colazione del mattino. Di certo avremmo preferito qualcosa
di più consueto, come un AB 212, ma fare nuove esperienze può
risultare istruttivo. Dall'alto Butmir 2 appare perfettamente
ordinato e ben diverso dal vicino Camp Butmir 1 (definito
simpaticamente dai militari, "America"), dove c'è il resto del
contingente statunitense e multinazionale. La cerimonia di chiusura
della task force Salamander si svolge prima presso una delle piazze
centrali della città e successivamente presso la base della task
force. Dopo dodici anni, gli italiani lasciano la capitale
dell'Erzegovina insieme a spagnoli, tedeschi e militari della
Repubblica di Macedonia. Fa gli onori di casa il Comandante Silvio
Biagini, ultimo ufficiale a guidare la task force nata nel 2004 con
guida francese, all'interno dell'operazione "Althea". Un'operazione
di sostegno alla pace finalizzata a rispettare gli accordi di
Dayton e a contribuire alla costruzione di un contesto sociale e
politico pacifico e rispettoso delle differenze culturali tra le
diverse etnie. «Il nostro è stato un ruolo di portatori di pace»,
ci spiega il generale Biagini, «in una terra straordinaria, ma
difficile. La coesione tra le nazioni impegnate in teatro operativo
è basilare, ma il contatto umano con la popolazione ha giocato un
ruolo fondamentale, perché ci ha consentito di svolgere il lavoro
al meglio». Chiudono così le tre Multinational Task Forces: Tuzla a
nord (l'ultima a chiudere lo scorso 27 giugno), Banja Luka a
nord-ovest, Mostar a sud-est, con il principale headquarter presso
Camp Butmir, a Sarajevo.
Operazioni CIMIC. All'interno della base di Ipu
c'è fermento. Questa mattina si esce con i mezzi per la consegna di
aiuti umanitari nel contesto di un'operazione Cimic (Cooperazione
Civile e Militare) a Klokotnica, tra Doboj e Tuzla. Dopo quasi due
ore di viaggio con gli uomini della scorta e il furgone carico di
materiale e medicinali, arriviamo in un centro dove sono ricoverati
oltre 150 anziani, adulti vittime di violenze e malati psichici. I
bambini sono sei, di un'età compresa tra i 10 e i 13 anni. Il
Centro Sanitario "Duje" accoglie coloro che sono stati abbandonati,
che sono affetti da gravi malattie (comprese quelle psichiche) e
vari tipi di malformazioni. Il ricovero, inizialmente un campo
profughi nato a dicembre 1999, ha accolto fino a 600 sfollati. «Da
allora la patologia più sviluppata è stata quella mentale», ci
spiega Jasmina Hadzic, la giovane direttrice del centro,
«soprattutto dovuta alla guerra, alle violenze perpetrate sulla
gente, agli efferati lutti subiti dalla popolazione, all'angoscia
di aver perso tutto. Anche i tentativi di suicidio sono aumentati
spaventosamente, soprattutto in anziani completamente abbandonati.
Io stessa ho ricoverato qui mia madre: è malata e non voglio
lasciarla sola mentre sono a Duje dai miei pazienti. Questo lavoro
è la mia vita».
Nel corso della chiacchierata con la direttrice, i militari di Ipu
scaricano il materiale nel magazzino, mentre i farmaci vengono
lasciati in infermeria. L'Italia è sempre stata generosa nell'invio
di medicamenti e generi di prima necessità. «Ci sostentiamo grazie
agli aiuti dei Paesi esteri e al contributo governativo», spiega
sorridendo mentre ci mostra la struttura. «A Duje lavorano sette
medici e 27 infermieri, e nel giro di due anni abbiamo riabilitato
ben 12 persone. I pazienti sono suddivisi per gruppi e ognuno ha il
proprio compito». Nel corso della visita ai laboratori, l'empatia
che scatta tra carabinieri e pazienti è palpabile, la "italianità"
è uno straordinario ingrediente. Molti sorridono e si compiacciono
della nostra presenza, ma sono anime depauperate, senza pietà o
rimorso, come la giovane donna che dipinge acquerelli, ricoverata
dopo aver subito violenze da parte dei serbi durante la guerra.
Jasmina ci racconta che per indicare agli altri uomini quali donne
erano già state abusate, usavano tirare loro i denti. La giovane
pittrice sorride poco, anche per nascondere una mancanza che è il
segno di una ferita ben più profonda. Trema per via dei farmaci e
ha lo sguardo spento. In un angolo un'anziana donna lavora una
coperta al telaio, ma ci sono anche i laboratori di creta, quello
del lavoro a maglia e quello di giardinaggio. Tra i ricoverati,
poi, diversi militari che durante il conflitto hanno fatto numerose
vittime tra la popolazione. «Salvati dall'alcolismo e da se
stessi», racconta Jasmina, «hanno deciso di rimanere per aiutarci.
E ci sono anche docenti e gente di cultura a cui la guerra ha
distrutto la famiglia».
Ripartiamo per una rapida visita alla task force di Tuzla, a Camp
Eagle. Rivedremo Butmir soltanto in serata.
Warm up. «Manca ancora un altro aspetto di
Ipu», ci spiega il colonnello Aglieco durante un allenamento nella
palestra del reggimento. «Avete osservato le task forces,
incontrato le maggiori autorità, assistito alle cerimonie, seguito
le Cimic. Ora tocca a due nostre componenti di rilievo, le
Compagnie "Alpha" e "Bravo", i cui uomini fanno anche parte del
Multinational Battalion. Domattina abbigliamento comodo, si esce
con loro per un warm up». La palestra è gremita di militari
affaccendati in piani d'allenamento intensi. La struttura è ben
attrezzata e tutto si sviluppa con la massima serietà. Così si
svolge la vita dei militari, tra lavoro e sport. A sera alcuni
giocano a calcetto, altri vanno a correre. Dopo una giornata di
lavoro (che a Camp Butmir sembrano due), si guarda un dvd o si
chiacchiera nella sala ritrovo del reggimento, dove si degustano i
dolci italiani.
La sveglia suona… alle cinque del mattino! Rapida colazione e
briefing con Aglieco e i suoi per la partenza. Tra le tappe c'è
Visoko, con la sua vallata ricca di misteri. Per fortuna la
colazione è stata abbondante, perché, come ci aspettavamo, lavorare
con i ragazzi del battaglione è tutt'altro che riposante. Il giro
in auto dura poco. Siamo già zaino in spalla per le ricerche sulle
"Piramidi di Visoko", mentre l'altra squadra prosegue con il suo
lavoro in città. La giornata si consumerà tra scalate, interviste e
visite a cimiteri e monumenti. Al rientro, schieramento di uomini e
mezzi sulla pista d'atterraggio a Camp Butmir 2 e ringraziamento
del nostro team leader che, secondo la consuetudine dei
paracadutisti, concluderà la giornata con dieci flessioni di
gruppo, cui ci sottoponiamo in un ultimo, orgoglioso sforzo!
Un giorno a Sarajevo. Arrivando a Sarajevo, la
prima cosa che colpisce è la segnaletica verticale di colore
giallo, che fa pensare ad un enorme cantiere stradale. A confondere
le idee ci si mettono anche i cartelli agli angoli delle strade,
che indicano un numero preceduto dalla sigla Km. Dopo pochi metri e
una serie di calcoli matematici sulle distanze percorse (che
secondo la segnaletica aumentano invece che diminuire), si capisce
che l'intuizione è del tutto errata. I segnali bosniaci sono
normalmente di quel colore e i Km non sono chilometri, ma l'unità
di misura monetaria "Km Bam" (marchi convertibili), che si
riferisce a qualche bancarella di frutta o di blocchi di calce
venduta per imbiancare le pareti delle abitazioni.
Curiosità a parte, quando la città di Sarajevo apre le porte, non
si può mettere da parte il desiderio di toccare con mano gli
aspetti che hanno rappresentato in tutto il mondo la realtà bellica
di questo Paese. Dal luogo dov'è iniziata la Prima guerra mondiale
sino al viale dei cecchini, la capitale bosniaca si offre con
generosità allo sguardo dell'ennesimo visitatore. Percorrendo il
viale dei cecchini (sotto tiro per tutta la guerra), si ha subito
l'idea di un popolo che ha voglia di recuperare rapidamente la
propria normalità, almeno a giudicare dagli edifici ricostruiti
secondo le caratteristiche estetiche occidentali. Ogni piccolo
dettaglio ci parla della storia di questa città: tram, cartelloni
pubblicitari e auto ricordano gli scenari mitteleuropei.
La giornata è ideale per una passeggiata tra i viali gremiti di
turisti armati di macchina fotografica e la giovane popolazione. I
bimbi a Sarajevo sono numerosi e si notano subito giocherellare
agli angoli delle strade o nei cortili delle moschee. Percorrendo
uno dei viali principali ci ritroviamo nel centro di Sarajevo,
davanti al mercato dove, il 28 agosto del 1995, morirono 37 civili
per un colpo di mortaio. L'attacco replicava quello del febbraio
del 1994, che uccise 68 persone. In risposta, la Nato lanciò
un'operazione aerea durata 15 giorni. Il risultato degli attacchi
aerei, così come le perdite a Krajina, portarono i serbi di Bosnia
a mostrare la volontà di negoziare la pace.
Dal ponte dov'è avvenuto l'assassinio dell'arciduca Francesco
Ferdinando e di sua moglie Sofia, il 28 giugno del 1914, lo sguardo
può spaziare sino alle stele cimiteriali disseminate tra le
abitazioni costruite sulle colline. «I due sovrani stavano
percorrendo la strada lungo il fiume Miljacka, all'altezza
dell'attuale Ponte Latino», ci spiega in un inglese stentato un
commerciante sulla porta del suo negozio, «laggiù c'è una lapide
che ricorda l'avvenimento. Ma se alzate lo sguardo sugli edifici
intorno», continua facendo segno con la mano, «ci sono altri
simboli che parlano della storia di Sarajevo. I fori di proiettile
sulle pareti degli edifici sono quelli che raccontano ciò che è
avvenuto qui durante la guerra».
Dirigiamo verso il caratteristico quartiere turco, la Bascarsija,
tra i bazar nei quali è d'uso contrattare ogni acquisto. Tra i vari
oggetti in rame, campeggiano macabri souvenir come penne e
macinacaffè realizzati con i bossoli di proiettili raccolti per le
strade. Attraversando un piccolo arco, ci ritroviamo all'interno di
un caratteristico porticato dove espone i suoi tappeti un
commerciante dall'aria simpatica. Qui si può bere il caffè turco
servito nel tipico bricco di rame insieme ad un pezzo di dolce
bosniaco. Il vociare dei turisti intenti nel curioso rito del caffè
copre di poco il richiamo del muezzin, l'incaricato di salmodiare
cinque volte (tra giorno e notte) dal minareto (la torre presente
in quasi tutte le moschee) il richiamo che serve a ricordare ai
fedeli l'obbligo di effettuare la preghiera islamica, detta salat.
A pochi passi c'è il monumento più famoso della città, la Sebilj,
una fontana in stile moresco, circondata da una moltitudine di
piccioni.
Prima di incamminarci verso il centro di Sarajevo, una sosta in una
delle caratteristiche panetterie è d'obbligo per assaggiare le
kifle (paninetti a mezza luna) da mangiare calde come fossero
brioche. Vengono sfornate a qualsiasi ora e il loro profumo riempie
così tanto l'aria da stuzzicare l'appetito dei viandanti. La via
principale della città, Ferhadija, è piena di turisti affaccendati
tra negozi di marchi internazionali e caffè all'occidentale.
Rientrando, ci soffermiamo davanti alla Biblioteca Nazionale
Vjecnica, sulle sponde del fiume Miljacka. All'inizio della guerra,
in una sola nottata, i serbi hanno dato fuoco a oltre 2 milioni di
testi. La facciata dell'edificio è molto bella, in stile arabo, e i
lavori di ristrutturazione interni sono appena all'inizio. La
ricostruzione in Bosnia è lenta, ma conta molto sugli interventi
europei. Ciò che colpisce, tuttavia, è il contrasto tra le moschee
(ordinate in ogni dettaglio) e le abitazioni, molte ancora
devastate dagli esplosivi. Saliti in auto, decidiamo di passare
dalla zona intorno all'aeroporto, dove le testimonianze dei cruenti
scontri armati per la conquista di un obiettivo sensibile sono
evidenti. Appartamenti sventrati dai colpi di mortai adiacenti ad
abitazioni dove i panni stesi ad asciugare raccontano di famiglie
tornate alla vita normale.
Con il buio, quando si accendono le luci dei locali nei quali si
ritrovano i giovani, Sarajevo palesa un volto completamente
diverso. In città non ci sono fenomeni di microcriminalità e le
donne possono uscire da sole senza preoccupazione anche a notte
inoltrata. In qualche locale notiamo dei ragazzi con la maglietta
della "Roma". La loro voglia di adeguarsi al mondo occidentale è
palpabile, come l'allegria di trascorrere qualche ora vivendo nella
piena normalità delle cose. Molti giovani lasceranno presto la
Bosnia per andare a studiare all'estero e magari rimanerci: le
prospettive di vita nel loro Paese sono tutt'altro che
entusiasmanti. Le luci stranamente adombrano quei fori di
proiettili sugli edifici e tutto si trasforma in bagliori quasi
inconsistenti. Di notte tutto cambia. In una delle piazze centrali
scopriamo persino un piccolo cimitero adiacente l'ennesima moschea.
Nel pomeriggio non l'avevamo notato. Il simbolo di una realtà così
tragica e dolorosa era stato coperto tutto il tempo dai tavolini
dei caffè affollati di turisti.
Partenza da Camp Butmir 2. La visita in BiH è
terminata. In mattinata rischiamo anche di perdere l'aereo: sono in
tanti a volerci salutare. L'affetto della gente di Camp Butmir è
davvero genuino e le dimostrazioni di stima sono nel più vivo stile
dell'Arma. Il rientro è previsto con un C-130. Partire alla volta
dell'Italia, dopo aver conosciuto i carabinieri di Ipu con le loro
difficoltà, la loro simpatia, il quotidiano impegno, ha perso di
attrattiva. Collaborare nelle diverse attività è stato
interessante, ma ora lascia persino spazio ad una leggera
malinconia. Ci tornano in mente le parole di Andrea, quando in
aereo raccontava di voler subito tornare a Butmir.
«È la sindrome di fine missione», commenta un ufficiale, sorridendo
affettuosamente. «Un bel guaio, significa che vi siete integrati
talmente bene da diventare come noi». Ma il cielo attende, si torna
a casa… Signori, chapeau! |