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Sarajevo: dieci anni dopo

A un decennio dalla fine del conflitto nei Balcani, una nostra inviata ha visitato la Integrated Police Unit di Camp Butmir 2, alle porte di Sarajevo. Un'esperienza che riportiamo in questo e nel prossimo numero della rivista

Una foto scattata a Sarajevo Quando si fa un check in in aeroporto, si spera sempre che la sorte ci assegni il posto vicino a un compagno di viaggio poco impiccione. Al nostro decollo da Fiumicino per Sarajevo siamo fortunati, ci capita Andrea, un bel ragazzone italiano dai modi affabili che si rivela essere un maresciallo dei Carabinieri di Ipu (Integrated Police Unit) impiegato in Bosnia. Andrea ci racconta che, dopo una breve licenza in Italia, sta rientrando a Camp Butmir 2, dove non vedeva l'ora di arrivare. «Mi è mancata tanto la Bosnia», dice sorridendo. «Lavoriamo sodo, ma ci sentiamo gratificati perché il nostro operato è utile alla gente piegata dalle brutture del conflitto bellico. Non ci sono molti svaghi: dopo aver concluso l'orario di lavoro ed esserci dedicati allo sport, preferiamo tornare in ufficio». Sull'aereo notiamo subito una serie di pacchetti che, a giudicare dal profumo, contengono dolci. Andrea ci spiega che gli uomini di Ipu usano rientrare in base portando ognuno la specialità del luogo d'origine, da condividere con i colleghi. «In Bosnia-Erzegovina», precisa, «si mangia molto bene. È un Paese ricco a livello ambientale, ma che risente dell'azione dell'uomo». E poi aggiunge: «È diviso in Federazione di BiH, a maggioranza cattolica e musulmana, Republika Srpska, serba, e Distretto di Brcko, che ha un'autonomia riconosciuta dall'Onu. La funzione di Capo di Stato è svolta collegialmente da tre persone, appartenenti ai principali gruppi etnici. Troverete povertà in questo Paese, ma anche tanta dignità». Giunti a Sarajevo, il giovane maresciallo ci chiede: «Come mai in BiH?». Lo scoprirà nei giorni seguenti, quando ci controllerà i pass Nato per entrare e uscire da Camp Butmir.

Camp Butmir 2. All'arrivo sul suolo bosniaco troviamo subito ad accoglierci nubi minacciose, esorcizzate dal volto cordiale di un militare che ci viene incontro. Farebbe pensare a un capitano, invece l'aplomb nel più puro stile dell'Arma e il grado sull'uniforme rivelano che quel signore così alto è il colonnello Pasquale Aglieco, Comandante di Ipu, che ci invita a seguirlo nel blindato per raggiungere l'headquarter dell'Integrated Police Unit, a Camp Butmir 2.

Dai finestrini del mezzo, la Bosnia rivela appena qualche tratto curioso e una profonda povertà, soprattutto a giudicare dall'aspetto dei piccoli zingari che salutano il commander di Ipu, mentre si aggirano intorno alla zona antistante Camp Butmir. Ad attenderci ci sono gli ufficiali dello staff del colonnello Aglieco che ci danno qualche consiglio su come muoverci in zona. Uno degli ammonimenti è: «Mai camminare sull'erba che non sia quella di Camp Butmir». Ci viene spiegato che gran parte della Bosnia è ancora disseminata di mine tarate non per uccidere, ma per rendere la vittima priva di un arto. Dopo un rapido briefing su Ipu e la situazione generale del Paese, concordiamo le attività dei prossimi giorni.

Prima uscita in Bosnia. L'attività della Ipu inizia presto. Alle 7.20 la mensa brulica di presenze per la colazione, mentre il personale di Aglieco è già all'opera in segreteria. Sentiamo la mancanza del buon caffè preparato con la moka, ma in compenso la gente è cordiale e tutto funziona perfettamente. Ciò che non manca, a Camp Butmir, sono ordine e disciplina, insieme alla serenità dell'ambiente lavorativo. Il colonnello Aglieco è mattiniero e prima dell'alzabandiera delle 8.15 sono state già evase le maggiori incombenze. Cerchiamo di tenere il passo, la vita in base ci appare subito molto frenetica. «Siamo pronti a partire per Pazaric», ci spiega il Comandante, invitandoci a salire in auto. «Assisteremo ad un'esercitazione del Multinational Battalion di EuFor», chiarisce, «che ha il compito di sostituire per alcuni compiti le task forces che hanno concluso la loro missione in Bosnia. Il Consiglio Europeo ha deciso la chiusura della componente multinazionale in seguito al miglioramento della situazione in BiH, riconfigurando l'impegno delle forze militari nella nazione».

Il tragitto da Sarajevo a Pazaric rivela tutta la straordinaria bellezza e crudeltà di questo Paese. Una moltitudine di cantieri si susseguono lungo le strade, ma anche nei tratti più scorrevoli la gente mantiene un contegno quasi irreale, come se volesse solo lasciar scorrere il tempo. Perché sono così flemmatici? Forse hanno deciso di prendere la vita con quella serenità che gli è stata portata via dalla violenza della guerra? Il Comandante ci spiega che, secondo lui, non è corretto parlare di etnia. Bisognerebbe riferirsi alla diversità di religione, perché tutto gira intorno alla fede. Lo sguardo delle persone è spento. I loro volti, i loro sorrisi appena accennati non hanno luce e pungolano l'anima dell'osservatore proprio come i cimiteri sparsi a ogni angolo di strada, persino vicino ai supermercati. Tutto questo ci offre la misura dei morti in BiH durante la guerra, seppelliti con queste modalità anche per ovviare a problemi d'igiene. Per ognuna di quelle stele una famiglia porta dentro una pena e, indipendentemente da fede o etnia, la gente bosniaca appare ferita, amareggiata, offesa nell'animo.

Da Sarajevo a Pazaric le abitazioni sono per lo più di due piani con ampi spazi verdi intorno, rimaste a metà nell'atto dell'edificazione o in pochi casi perfettamente rifinite. Molti i fori evidenti: proiettili che hanno lasciato tracce visibili non solo sulle pareti. A Pazaric, nel luogo dove si svolge l'esercitazione, lo scenario è quello tipico di casolari ai piedi di un colle. Il Comandante di EuFor (European Union Force), Rear Admiral Hans-Jochen Witthauer, è molto cordiale e sottolinea ai giornalisti la piena soddisfazione per il lavoro appena concluso. Al rientro arriva una notizia inaspettata, che ci costringe a una deviazione verso Visoko, cittadina a trenta chilometri a nord di Sarajevo.
Dopo un rapido radio check, il Comandante di Ipu ci annuncia la notizia: lo Specialized Element del reggimento ha recuperato delle armi lungo la strada tra Visoko e Kakanj. Giunti sul posto, troviamo gli uomini al comando del tenente colonnello Michele Facciorusso, che attendono Aglieco prima di rimuoverle dalla boscaglia. Lo Specialized Element è un'unità di Ipu di altissimo valore, costituita da "pedine" per interventi risolutivi (in caso di emergenza) e da componenti investigative speciali. Dal 1° gennaio al 20 maggio di quest'anno lo Se ha consegnato alla Polizia tre criminali, recuperato armi, esplosivo, lanciarazzi e granate, effettuato sequestri di vario genere, come lattine di tè alla cannabis.

In pochi minuti arriva sul posto anche una pattuglia della Polizia locale. Gli uomini dello Specialized consegnano a loro il "bottino". Il compito di Ipu è terminato, si rientra a Camp Butmir.

Chiusura della task force Salamander. «Preparatevi, un elicottero macedone vi attende per l'imbarco, andiamo a Mostar». Così esordisce il colonnello Aglieco dopo la rapida colazione del mattino. Di certo avremmo preferito qualcosa di più consueto, come un AB 212, ma fare nuove esperienze può risultare istruttivo. Dall'alto Butmir 2 appare perfettamente ordinato e ben diverso dal vicino Camp Butmir 1 (definito simpaticamente dai militari, "America"), dove c'è il resto del contingente statunitense e multinazionale. La cerimonia di chiusura della task force Salamander si svolge prima presso una delle piazze centrali della città e successivamente presso la base della task force. Dopo dodici anni, gli italiani lasciano la capitale dell'Erzegovina insieme a spagnoli, tedeschi e militari della Repubblica di Macedonia. Fa gli onori di casa il Comandante Silvio Biagini, ultimo ufficiale a guidare la task force nata nel 2004 con guida francese, all'interno dell'operazione "Althea". Un'operazione di sostegno alla pace finalizzata a rispettare gli accordi di Dayton e a contribuire alla costruzione di un contesto sociale e politico pacifico e rispettoso delle differenze culturali tra le diverse etnie. «Il nostro è stato un ruolo di portatori di pace», ci spiega il generale Biagini, «in una terra straordinaria, ma difficile. La coesione tra le nazioni impegnate in teatro operativo è basilare, ma il contatto umano con la popolazione ha giocato un ruolo fondamentale, perché ci ha consentito di svolgere il lavoro al meglio». Chiudono così le tre Multinational Task Forces: Tuzla a nord (l'ultima a chiudere lo scorso 27 giugno), Banja Luka a nord-ovest, Mostar a sud-est, con il principale headquarter presso Camp Butmir, a Sarajevo.

Operazioni CIMIC. All'interno della base di Ipu c'è fermento. Questa mattina si esce con i mezzi per la consegna di aiuti umanitari nel contesto di un'operazione Cimic (Cooperazione Civile e Militare) a Klokotnica, tra Doboj e Tuzla. Dopo quasi due ore di viaggio con gli uomini della scorta e il furgone carico di materiale e medicinali, arriviamo in un centro dove sono ricoverati oltre 150 anziani, adulti vittime di violenze e malati psichici. I bambini sono sei, di un'età compresa tra i 10 e i 13 anni. Il Centro Sanitario "Duje" accoglie coloro che sono stati abbandonati, che sono affetti da gravi malattie (comprese quelle psichiche) e vari tipi di malformazioni. Il ricovero, inizialmente un campo profughi nato a dicembre 1999, ha accolto fino a 600 sfollati. «Da allora la patologia più sviluppata è stata quella mentale», ci spiega Jasmina Hadzic, la giovane direttrice del centro, «soprattutto dovuta alla guerra, alle violenze perpetrate sulla gente, agli efferati lutti subiti dalla popolazione, all'angoscia di aver perso tutto. Anche i tentativi di suicidio sono aumentati spaventosamente, soprattutto in anziani completamente abbandonati. Io stessa ho ricoverato qui mia madre: è malata e non voglio lasciarla sola mentre sono a Duje dai miei pazienti. Questo lavoro è la mia vita».

Nel corso della chiacchierata con la direttrice, i militari di Ipu scaricano il materiale nel magazzino, mentre i farmaci vengono lasciati in infermeria. L'Italia è sempre stata generosa nell'invio di medicamenti e generi di prima necessità. «Ci sostentiamo grazie agli aiuti dei Paesi esteri e al contributo governativo», spiega sorridendo mentre ci mostra la struttura. «A Duje lavorano sette medici e 27 infermieri, e nel giro di due anni abbiamo riabilitato ben 12 persone. I pazienti sono suddivisi per gruppi e ognuno ha il proprio compito». Nel corso della visita ai laboratori, l'empatia che scatta tra carabinieri e pazienti è palpabile, la "italianità" è uno straordinario ingrediente. Molti sorridono e si compiacciono della nostra presenza, ma sono anime depauperate, senza pietà o rimorso, come la giovane donna che dipinge acquerelli, ricoverata dopo aver subito violenze da parte dei serbi durante la guerra. Jasmina ci racconta che per indicare agli altri uomini quali donne erano già state abusate, usavano tirare loro i denti. La giovane pittrice sorride poco, anche per nascondere una mancanza che è il segno di una ferita ben più profonda. Trema per via dei farmaci e ha lo sguardo spento. In un angolo un'anziana donna lavora una coperta al telaio, ma ci sono anche i laboratori di creta, quello del lavoro a maglia e quello di giardinaggio. Tra i ricoverati, poi, diversi militari che durante il conflitto hanno fatto numerose vittime tra la popolazione. «Salvati dall'alcolismo e da se stessi», racconta Jasmina, «hanno deciso di rimanere per aiutarci. E ci sono anche docenti e gente di cultura a cui la guerra ha distrutto la famiglia».

Ripartiamo per una rapida visita alla task force di Tuzla, a Camp Eagle. Rivedremo Butmir soltanto in serata.

Warm up. «Manca ancora un altro aspetto di Ipu», ci spiega il colonnello Aglieco durante un allenamento nella palestra del reggimento. «Avete osservato le task forces, incontrato le maggiori autorità, assistito alle cerimonie, seguito le Cimic. Ora tocca a due nostre componenti di rilievo, le Compagnie "Alpha" e "Bravo", i cui uomini fanno anche parte del Multinational Battalion. Domattina abbigliamento comodo, si esce con loro per un warm up». La palestra è gremita di militari affaccendati in piani d'allenamento intensi. La struttura è ben attrezzata e tutto si sviluppa con la massima serietà. Così si svolge la vita dei militari, tra lavoro e sport. A sera alcuni giocano a calcetto, altri vanno a correre. Dopo una giornata di lavoro (che a Camp Butmir sembrano due), si guarda un dvd o si chiacchiera nella sala ritrovo del reggimento, dove si degustano i dolci italiani.

La sveglia suona… alle cinque del mattino! Rapida colazione e briefing con Aglieco e i suoi per la partenza. Tra le tappe c'è Visoko, con la sua vallata ricca di misteri. Per fortuna la colazione è stata abbondante, perché, come ci aspettavamo, lavorare con i ragazzi del battaglione è tutt'altro che riposante. Il giro in auto dura poco. Siamo già zaino in spalla per le ricerche sulle "Piramidi di Visoko", mentre l'altra squadra prosegue con il suo lavoro in città. La giornata si consumerà tra scalate, interviste e visite a cimiteri e monumenti. Al rientro, schieramento di uomini e mezzi sulla pista d'atterraggio a Camp Butmir 2 e ringraziamento del nostro team leader che, secondo la consuetudine dei paracadutisti, concluderà la giornata con dieci flessioni di gruppo, cui ci sottoponiamo in un ultimo, orgoglioso sforzo!

Un giorno a Sarajevo. Arrivando a Sarajevo, la prima cosa che colpisce è la segnaletica verticale di colore giallo, che fa pensare ad un enorme cantiere stradale. A confondere le idee ci si mettono anche i cartelli agli angoli delle strade, che indicano un numero preceduto dalla sigla Km. Dopo pochi metri e una serie di calcoli matematici sulle distanze percorse (che secondo la segnaletica aumentano invece che diminuire), si capisce che l'intuizione è del tutto errata. I segnali bosniaci sono normalmente di quel colore e i Km non sono chilometri, ma l'unità di misura monetaria "Km Bam" (marchi convertibili), che si riferisce a qualche bancarella di frutta o di blocchi di calce venduta per imbiancare le pareti delle abitazioni.

Curiosità a parte, quando la città di Sarajevo apre le porte, non si può mettere da parte il desiderio di toccare con mano gli aspetti che hanno rappresentato in tutto il mondo la realtà bellica di questo Paese. Dal luogo dov'è iniziata la Prima guerra mondiale sino al viale dei cecchini, la capitale bosniaca si offre con generosità allo sguardo dell'ennesimo visitatore. Percorrendo il viale dei cecchini (sotto tiro per tutta la guerra), si ha subito l'idea di un popolo che ha voglia di recuperare rapidamente la propria normalità, almeno a giudicare dagli edifici ricostruiti secondo le caratteristiche estetiche occidentali. Ogni piccolo dettaglio ci parla della storia di questa città: tram, cartelloni pubblicitari e auto ricordano gli scenari mitteleuropei.

La giornata è ideale per una passeggiata tra i viali gremiti di turisti armati di macchina fotografica e la giovane popolazione. I bimbi a Sarajevo sono numerosi e si notano subito giocherellare agli angoli delle strade o nei cortili delle moschee. Percorrendo uno dei viali principali ci ritroviamo nel centro di Sarajevo, davanti al mercato dove, il 28 agosto del 1995, morirono 37 civili per un colpo di mortaio. L'attacco replicava quello del febbraio del 1994, che uccise 68 persone. In risposta, la Nato lanciò un'operazione aerea durata 15 giorni. Il risultato degli attacchi aerei, così come le perdite a Krajina, portarono i serbi di Bosnia a mostrare la volontà di negoziare la pace.

Dal ponte dov'è avvenuto l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia, il 28 giugno del 1914, lo sguardo può spaziare sino alle stele cimiteriali disseminate tra le abitazioni costruite sulle colline. «I due sovrani stavano percorrendo la strada lungo il fiume Miljacka, all'altezza dell'attuale Ponte Latino», ci spiega in un inglese stentato un commerciante sulla porta del suo negozio, «laggiù c'è una lapide che ricorda l'avvenimento. Ma se alzate lo sguardo sugli edifici intorno», continua facendo segno con la mano, «ci sono altri simboli che parlano della storia di Sarajevo. I fori di proiettile sulle pareti degli edifici sono quelli che raccontano ciò che è avvenuto qui durante la guerra».

Dirigiamo verso il caratteristico quartiere turco, la Bascarsija, tra i bazar nei quali è d'uso contrattare ogni acquisto. Tra i vari oggetti in rame, campeggiano macabri souvenir come penne e macinacaffè realizzati con i bossoli di proiettili raccolti per le strade. Attraversando un piccolo arco, ci ritroviamo all'interno di un caratteristico porticato dove espone i suoi tappeti un commerciante dall'aria simpatica. Qui si può bere il caffè turco servito nel tipico bricco di rame insieme ad un pezzo di dolce bosniaco. Il vociare dei turisti intenti nel curioso rito del caffè copre di poco il richiamo del muezzin, l'incaricato di salmodiare cinque volte (tra giorno e notte) dal minareto (la torre presente in quasi tutte le moschee) il richiamo che serve a ricordare ai fedeli l'obbligo di effettuare la preghiera islamica, detta salat. A pochi passi c'è il monumento più famoso della città, la Sebilj, una fontana in stile moresco, circondata da una moltitudine di piccioni.

Prima di incamminarci verso il centro di Sarajevo, una sosta in una delle caratteristiche panetterie è d'obbligo per assaggiare le kifle (paninetti a mezza luna) da mangiare calde come fossero brioche. Vengono sfornate a qualsiasi ora e il loro profumo riempie così tanto l'aria da stuzzicare l'appetito dei viandanti. La via principale della città, Ferhadija, è piena di turisti affaccendati tra negozi di marchi internazionali e caffè all'occidentale. Rientrando, ci soffermiamo davanti alla Biblioteca Nazionale Vjecnica, sulle sponde del fiume Miljacka. All'inizio della guerra, in una sola nottata, i serbi hanno dato fuoco a oltre 2 milioni di testi. La facciata dell'edificio è molto bella, in stile arabo, e i lavori di ristrutturazione interni sono appena all'inizio. La ricostruzione in Bosnia è lenta, ma conta molto sugli interventi europei. Ciò che colpisce, tuttavia, è il contrasto tra le moschee (ordinate in ogni dettaglio) e le abitazioni, molte ancora devastate dagli esplosivi. Saliti in auto, decidiamo di passare dalla zona intorno all'aeroporto, dove le testimonianze dei cruenti scontri armati per la conquista di un obiettivo sensibile sono evidenti. Appartamenti sventrati dai colpi di mortai adiacenti ad abitazioni dove i panni stesi ad asciugare raccontano di famiglie tornate alla vita normale.

Con il buio, quando si accendono le luci dei locali nei quali si ritrovano i giovani, Sarajevo palesa un volto completamente diverso. In città non ci sono fenomeni di microcriminalità e le donne possono uscire da sole senza preoccupazione anche a notte inoltrata. In qualche locale notiamo dei ragazzi con la maglietta della "Roma". La loro voglia di adeguarsi al mondo occidentale è palpabile, come l'allegria di trascorrere qualche ora vivendo nella piena normalità delle cose. Molti giovani lasceranno presto la Bosnia per andare a studiare all'estero e magari rimanerci: le prospettive di vita nel loro Paese sono tutt'altro che entusiasmanti. Le luci stranamente adombrano quei fori di proiettili sugli edifici e tutto si trasforma in bagliori quasi inconsistenti. Di notte tutto cambia. In una delle piazze centrali scopriamo persino un piccolo cimitero adiacente l'ennesima moschea. Nel pomeriggio non l'avevamo notato. Il simbolo di una realtà così tragica e dolorosa era stato coperto tutto il tempo dai tavolini dei caffè affollati di turisti.

Partenza da Camp Butmir 2. La visita in BiH è terminata. In mattinata rischiamo anche di perdere l'aereo: sono in tanti a volerci salutare. L'affetto della gente di Camp Butmir è davvero genuino e le dimostrazioni di stima sono nel più vivo stile dell'Arma. Il rientro è previsto con un C-130. Partire alla volta dell'Italia, dopo aver conosciuto i carabinieri di Ipu con le loro difficoltà, la loro simpatia, il quotidiano impegno, ha perso di attrattiva. Collaborare nelle diverse attività è stato interessante, ma ora lascia persino spazio ad una leggera malinconia. Ci tornano in mente le parole di Andrea, quando in aereo raccontava di voler subito tornare a Butmir.

«È la sindrome di fine missione», commenta un ufficiale, sorridendo affettuosamente. «Un bel guaio, significa che vi siete integrati talmente bene da diventare come noi». Ma il cielo attende, si torna a casa… Signori, chapeau!

Giovanna Ranaldo