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Tragico inseguimento alle
porte di Roma: perde la vita l'Appuntato Scelto Roberto
Sutera
Il dolore dei bambini non ha
filtri: sovrastrutture, supporti di esperienza, conoscenza del
mondo e delle sue contraddizioni. Così, non è semplice
spiegare a una bimba che aspetta il suo papà per giocare che
lui non tornerà più, e non ci saranno altri giochi. Non è
semplice soprattutto se l'improvvisa mancanza dipende da un
evento ingiusto, violento, cattivo. E se il suo papà le ha
sempre insegnato a stare lontana dalle cose ingiuste,
violente, cattive.
Stiamo parlando dell'appuntato scelto Roberto Sutera, due figlie di
9 e 2 anni, un universo di affetti sentimenti e valori a cui è
stato sottratto in un solo tragico istante.
Il 4 luglio, durante il turno di notte, con il giovane carabiniere
Francesco Denaro ha ricevuto una chiamata. La centrale operativa ha
segnalato ai due militari della Stazione di San Cesareo, alle porte
di Roma, un furgone rubato con un uomo alla guida. Sutera non ci ha
pensato due volte: con lo slancio e la generosità che hanno
caratterizzato i suoi 37 anni di vita, gli ultimi 16 nell'Arma, ha
condotto la Fiat Stilo in dotazione all'inseguimento.
Un intervento deciso, la velocità che aumentava, fino alla manovra
con cui l'uomo in fuga, che solo quindici giorni prima era stato
arrestato per un altro furto d'auto, avrebbe speronato il mezzo
dell'Arma facendolo ribaltare.
Il condizionale è d'obbligo, in pendenza del giudizio. Per il
povero Sutera, ogni verbo può volgersi invece al passato.
È morto sul colpo, mentre il carabiniere Denaro, ferito, veniva
trasportato in ospedale. In poche ore, mentre il fuggiasco veniva
catturato, la notizia si è sparsa fra le persone a lui care. Lo ha
pianto ai funerali, nella Chiesa del Santissimo Sacramento al
Prenestino, una grande folla in cui spiccavano le uniformi
dell'Arma, in testa quella del Comandante Generale Gianfrancesco
Siazzu. La bella omelia di Don Franco, suo vecchio amico, ne ha
tracciato una memoria toccante, ricordando la sua passione per i
cavalli: «I campi dell'Olmata e di Colle Silvano coperti di erba
verde in primavera e dipinti d'oro dal sole di giugno ci
regaleranno il ricordo del tuo volto buono», …«Dormi, mentre noi ti
immaginiamo galoppare tra le stelle, felice di eterna
giovinezza».
Il dolore funziona come i cerchi che si formano lanciando un sasso
nell'acqua, tanto più profondi e marcati quanto più sono vicini al
punto in cui il sasso arriva.
Il primo cerchio è la casa in cui Roberto abitava, il letto in cui
dormiva con la compagna, il cuore delle persone da cui era nato o
con cui era vissuto.
C'è un cerchio profondo che ha il colore della nostra divisa, e in
esso ci stringiamo con sentita partecipazione anche noi, la Rivista
"Il Carabiniere".
La morte ha visitato la nostra casa: gli uffici, la redazione. Ma è
la vita l'acqua in cui si forma ogni cerchio. L'oceano sconfinato
che né il male né la Nera Signora riusciranno mai a
vincere.
Il ricordo del Maresciallo Ordinario Filippo Salvi nelle
parole di cordoglio dei colleghi di Palermo
Morire per senso del dovere:
non vi è migliore definizione per spiegare un fatto doloroso
che altrimenti non avrebbe spiegazione. Filippo Salvi è un
maresciallo ordinario della Sezione Anticrimine di Palermo.
Sempre il primo a lavorare e sacrificarsi, non si smentisce
nemmeno nell'ultimo giorno della sua giovane vita. È il 13
luglio quando con altri militari si trova in territorio di
Bagheria per un servizio di natura investigativa.
L'appuntamento con la morte è un piede in fallo, il ciglio di
un burrone sul monte Catalfano, nella zona di Aspra. Scivola,
precipita. La routine di un giorno di ordinario pericolo si
trasforma in tragedia.
Nel primo cerchio del dolore i genitori, la compagna, le due
sorelle. La famiglia Salvi viene da Botta di Sedrina, in provincia
di Bergamo. Aveva piegato in due la cartina dell'Italia - come "da
noi" si dice scherzosamente per quelli che lavorano lontano da casa
-, spinto da una passione ed un impegno che gli facevano desiderare
di essere in prima linea. La stima e l'affetto che suscitava fra i
colleghi traspaiono da questa lettera:
Un brutto mese, quello trascorso, per la grande famiglia dell'Arma.
Per il Comandante Generale Gianfrancesco Siazzu, in pochi giorni,
il secondo funerale.
La forza della nostra storia e dei nostri valori, che accomuneranno
per sempre il figlio caduto, ci impone di andare avanti. Lo
facciamo guardando dritto negli occhi il dolore, con un'ombra
impossibile da cancellare nello sguardo.
Filippo Salvi, 36 anni. Per noi Carabinieri del ROS era "RAM",
soprannome affibbiato per la sua vasta preparazione nel settore
dell'informatica. Era il "polentone" più "terrone" che abbiamo
conosciuto. È vero, lui era più siciliano di noi, amava la nostra
terra forse più di noi. Rideva sempre, e chiacchierava tantissimo.
Litigare con lui era impossibile: quando capiva che il tenore della
conversazione diventava rissoso, ti faceva una grossa risata, ti
abbracciava e spariva. Era sempre disponibile a risolverci i
problemi e ad ascoltarci. La sua giornata era fatta di 38 ore. Nel
lavoro era animato da una passione indescrivibile. Innamorato del
sole e del mare, un'altra sua grande passione. Anche dentro la bara
hai sfoderato un'espressione serena e il tuo bel sorriso quasi a
volerci riferire che sei sempre con noi.
Ma adesso noi abbiamo realizzato che nel lavoro e nella vita tu non
ci sarai perché hai aperto le ali per recarti dal nostro Dio che ti
ha chiamato perché tu sei un buono e lui ha bisogno di te. E per
noi il lavoro e la vita non saranno gli stessi. Adesso ci sentiamo
soli e incapaci di andare avanti. Sei appena andato via ma già ci
manchi tantissimo. Ciao FILIPPO, da lassù guidaci e facci sorridere
ancora.
I "fratelli" della Sezione Anticrimine di
Palermo
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