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Tifo e civiltà in 90 minuti

Campionato di calcio al via con il ritorno in serie A di Juve, Genoa e Napoli. Ne parliamo con il Ministro Giovanna Melandri e con due tecnici: Gigi Riva e Gianluca Pessotto

Il Ministro Melandri, il Presidente del Consiglio Romano Prodi e il capitano della Nazionale Fabio Cannavaro mostrano alla stampa la Coppa del Mondo di calcio 2006«Mi innamorai del calcio come poi mi sarei innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente». Parola di Nick Hornby, autore del divertentissimo Febbre a 90', viaggio nei misteri della passione calcistica. Una passione e un amore inspiegabili che possono, come è accaduto all'autore, tifoso dell'Arsenal da sempre, trasformare la vita di un uomo alle prese con gli entusiasmi, le depressioni da sconfitta sul campo, le emozioni e le cocenti delusioni vissute da persona ossessionata dal pallone che deve però fare i conti con la realtà fatta di lavoro, bollette da pagare, affetti.

Quante volte, a un "malato" o a una "malata" di calcio (mi ci metto anche io), è capitato di uscire dallo stadio a testa bassa, con l'avvilimento della sconfitta e i titoli dei giornali di domani già stampati nella mente e che non bisogna leggere per non abbattersi ancora di più. Poi, si leggeranno lo stesso: una sbirciatina per vedere se quel rigore c'era, se quella punizione è stata calciata bene o male, se...
«Rigore è quando l'arbitro fischia», ha detto una volta l'allenatore Vujadin Boskov. Una frase celebre che racchiude tutto il pathos del tifoso che si deve arrendere davanti alle decisioni arbitrali, giuste o ingiuste che siano, e che possono decidere le sorti di una partita, di un campionato. Quelle decisioni che, unite alla forza, alla capacità dei giocatori e degli allenatori di "indovinare" la partita, come si dice in gergo, ti fanno passare un bel pomeriggio e ti ripagano di una settimana di stress. Pomeriggi in cui rischi di giocarti anche le coronarie davanti a una televisione o sugli spalti, strizzato fra orde di tifosi che hanno come te un unico obiettivo: incoraggiare la squadra per vincere quella partita. Poco importa se sei stanco morto, se hai parcheggiato lontanissimo, se fa freddo e ti verrà la febbre, se fa un caldo infernale. Una vita da pazzi, da stressati, da innamorati della sfera e dei piedi di chi la prende a calci. Visto così, il calcio sembra più una "malattia", che fa sorridere o suscita l'indifferenza e l'ironia di chi, di punizioni di prima o seconda e di "zona Cesarini", non ne capisce proprio nulla, e non ha alcuna intenzione di capirne.

Quando i greci fondavano una loro colonia, non mancavano mai, tra i primi edifici realizzati, un teatro per le rappresentazioni drammatiche e per le commedie e uno stadio per le competizioni sportive. I romani, seguendone l'esempio, dotavano di imponenti anfiteatri qualsiasi angolo del loro impero, per ospitare spettacoli e competizioni sportive. Accanto a queste strutture, c'erano spesso gli ippodromi, che consentivano sia le corse di cavalli singoli sia quelle di carri. I resti di alcune di queste strutture - come il Colosseo, il Circo Massimo, l'anfiteatro di el Djem in Tunisia - stanno a testimoniare che assistere e partecipare a gare sportive, parteggiare per questo o per quell'atleta non sono soltanto prerogative dei giorni nostri. Ma oggi le competizioni sportive, lo scontro in campo tra squadre che si identificano con città, regioni, Paesi diversi offrono l'occasione per dare sfogo, in modo solitamente civile, al bisogno di un confronto territoriale, di campanile e di fazione. Un retaggio tipicamente nostrano che affonda le sue radici nella storia, fatta di secolari divisioni, di conflitti tra comuni, contrade, fazioni e culture, religioni e strutture politiche.

Ma il confronto tra le squadre non avviene soltanto sul rettangolo di gioco in base a regole codificate ed a schemi, bensì soprattutto sugli spalti, dove si scontrano realtà e strutture economiche, sociali e culturali diverse. E tali diversità non sono soltanto legate a stereotipi, ma si rifanno a retaggi antichi che, in un Paese come il nostro, separato in tante realtà socio-culturali diverse, consolidano frizioni che dallo stato latente possono, per pretesti calcistici, sfociare in episodi talvolta violenti.

La nostra Penisola, così... verticale, trova nelle diverse caratteristiche delle società di calcio i riflessi delle diversità storiche, sociologiche e culturali. Le società calcistiche del Nord hanno fruito, fin dalle origini del Campionato di calcio, della mentalità industriale, con relative logiche operative e finanziarie, delle grandi aziende che le hanno generate o degli uomini di affari che le hanno volute. Le società del Centro e soprattutto del Sud non hanno potuto godere che episodicamente, e per brevi periodi, del sostegno di forze economiche adeguate. I risultati sportivi ne sono la naturale conseguenza.

Senza, ora, approfondire altri fattori che hanno generato episodi anche drammatici, cerchiamo dunque di fare un rapido panorama di quello che ci si deve attendere dal Campionato 2007-2008.

Dopo un anno di penitenza, la Juventus torna in A. La squadra non nasconde le sue ambizioni per lo scudetto, ma non potrà disputare i tornei internazionali essendo solo neopromossa dalla B. Le due squadre che hanno dato vita nello scorso Campionato a un appassionante duello, l'Inter e la Roma, saranno ancora una volta in lizza: la prima forte della sua ampia rosa di campioni, e la seconda sostenuta da un gioco fluido e creativo oltre che dalla freschezza di giovani campioni fatti in casa a sostegno di calciatori di sicura classe. E sarà in lizza il Milan, la cui vittoria nella Coppa dei campioni è certo uno stimolo a fare di più e meglio. C'è poi da verificare se il miracolo Lazio "fu vera gloria"... La squadra romana è attesa dalla prova del fuoco incrociato della Champions League e del Campionato.
La Fiorentina, il Palermo, il Livorno e il Torino si presentano ai nastri di partenza con fiere intenzioni, così come le altre squadre che hanno lottato per non retrocedere. Si attende, poi, il ritorno in serie A di gloriose società come il Napoli e il Genoa. Tutte le altre squadre si sono date da fare per mettersi nelle migliori condizioni per affrontare una serie tra le più difficili del mondo.

Tutto secondo la norma, come ogni anno, quindi, dal punto di vista sportivo. Ma, dopo un gran parlare di operazioni di rigenerazione del calcio "malato", che cosa ci proporrà il Campionato che ora comincia? Le solite cose? Gli equilibri (o gli squilibri) di sempre?

Il problema non può essere risolto soltanto con una maggiore rigidità da parte delle autorità o giocando le partite a porte chiuse. Nel calcio ci sono delle lacune che non sono solo di ordine pratico, come la messa a norma degli impianti o la dotazione di un servizio di sicurezza a carico delle società: è venuta a mancare la cultura sportiva, portatrice di una lunga serie di interminabili valori, a cominciare dal rispetto per l'avversario.

Per fare in modo che il calcio cambi davvero è necessario che tutti facciano la loro parte: dalle istituzioni ai media, dai giocatori alle società. Ma soprattutto i tifosi, quelli veri, devono riappropriarsi degli stadi cacciando i teppisti, emarginandoli e non dando loro la possibilità di fare danni. La recente normativa antiviolenza ha fatto registrare, secondo l'Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, risultati positivi. Dall'analisi e dalla comparazione dei dati riferiti al periodo successivo ai tragici fatti di Catania è emerso un calo di tutti i fenomeni monitorati. Gli incontri di calcio nei quali ci sono stati feriti sono diminuiti del 70%, i feriti fra le Forze dell'ordine sono scesi del 93% e quelli fra i tifosi del 44%.

«Sulla sicurezza non si deve abbassare la guardia, ma continuare a lavorare, per garantire sempre maggiore serenità attorno al calcio, dentro e fuori gli stadi», ha dichiarato il Presidente della Figc, Giancarlo Abete, in occasione della riunione dell'Osservatorio. «Tornare alla normalità non significa dimenticarsi dell'esperienza drammatica dei mesi scorsi o far finta che non sia accaduto nulla: piuttosto fare una programmazione intelligente dei campionati, degli orari, delle notturne, delle modalità di svolgimento delle partite, senza però mortificare intere città o tifoserie».

In serie A e in serie B non ci saranno particolari problemi: il decreto Amato ha prodotto risultati concreti in termini di sicurezza degli impianti; si continua a lavorare per mettere a norma quelli di serie C con capienza superiore ai 7.500 posti, mentre più diversificata, ma comunque sotto controllo, appare la situazione nei campionati della Lega Dilettanti.

Dal mondo del calcio è stata ribadita la gratitudine alle Forze dell'ordine e la massima collaborazione per il futuro. Nel giugno scorso si è tenuto il primo corso di formazione e addestramento per steward, iniziativa che rientra nell'ambito degli obiettivi previsti dalle nuove disposizioni di legge per prevenire e contrastare la violenza. «Prima dello spettacolo sportivo», ha dichiarato il Presidente del Coni Giovanni Petrucci, «ci deve essere la sicurezza. Il Coni si impegna a fare questo corso perché lo spettacolo sportivo sia di tutti. Il prossimo Campionato dovrà essere all'insegna della serenità».

Sulla stessa lunghezza d'onda, ancora il presidente della Federcalcio, Giancarlo Abete: «La sicurezza», ha dichiarato, «è una pre-condizione dell'avvenimento sportivo; è necessario creare le giuste professionalità e far sì che il Campionato recuperi la serenità. Inizia un percorso culturale e professionale; è un punto di partenza, c'è la volontà di tutti per fare in modo che il Campionato 2007-2008 ricrei condizioni di serenità».

A questo punto, vogliamo essere ottimisti, e vogliamo investire in termini di fiducia: fiducia nella capacità dei cittadini-tifosi di prendere in mano il desiderio di rinnovamento, mediante il loro esempio, il loro comportamento corretto e civile, mediante il ritorno a quel modo di concepire lo spettacolo sportivo come una festa, un'occasione di svago, ridimensionando le rivalità sportive al livello di confronti scherzosi destinati a durare non più di un'ora e mezza.

Fiducia nelle istituzioni calcistiche, affinché dalle vicende di "Calciopoli" apprendano quale deve essere la strada da seguire per contenere (non siamo così ingenui da pensare che tutto sia risolto) i fenomeni degenerativi che sono venuti spietatamente alla luce.

Fiducia nelle tifoserie, affinché sappiano isolare i violenti, coloro che con le loro azioni finiscono per danneggiare la squadra che dichiarano di sostenere. Fiducia nei sistemi di controllo e di sicurezza negli stadi che le società di calcio si sono impegnate ad organizzare e far funzionare al servizio della tranquillità dei veri tifosi, agevolando il ritorno delle famiglie a godere lo spettacolo di sport.

Fiducia nelle Forze dell'ordine, Carabinieri e Polizia, il cui impegno, anche a costo di duri sacrifici (e talvolta della vita), ha sempre assicurato la tutela dell'incolumità dei cittadini-tifosi, per far prevalere la ragione e la civiltà contro l'irrazionalità e la violenza fine a se stessa. Fiducia affinché questi nostri connazionali in divisa siano aiutati e sostenuti da tutti, tifosi e non, mediante una collaborazione più convinta e fattiva. Magari si potrebbe prendere esempio dal rugby, nel quale, una volta finita la gara, vinti e vincitori, tutti insieme, usano andare spensieratamente a festeggiare.

Utopia? Ma sono proprio le utopie che hanno messo in moto il progresso del mondo!

M. Letizia D'Agata