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«Mi innamorai del calcio
come poi mi sarei innamorato delle donne: improvvisamente,
inesplicabilmente, acriticamente». Parola di Nick Hornby,
autore del divertentissimo Febbre a 90', viaggio nei misteri
della passione calcistica. Una passione e un amore
inspiegabili che possono, come è accaduto all'autore, tifoso
dell'Arsenal da sempre, trasformare la vita di un uomo alle
prese con gli entusiasmi, le depressioni da sconfitta sul
campo, le emozioni e le cocenti delusioni vissute da persona
ossessionata dal pallone che deve però fare i conti con la
realtà fatta di lavoro, bollette da pagare, affetti.
Quante volte, a un "malato" o a una "malata" di calcio (mi ci metto
anche io), è capitato di uscire dallo stadio a testa bassa, con
l'avvilimento della sconfitta e i titoli dei giornali di domani già
stampati nella mente e che non bisogna leggere per non abbattersi
ancora di più. Poi, si leggeranno lo stesso: una sbirciatina per
vedere se quel rigore c'era, se quella punizione è stata calciata
bene o male, se...
«Rigore è quando l'arbitro fischia», ha detto una volta
l'allenatore Vujadin Boskov. Una frase celebre che racchiude tutto
il pathos del tifoso che si deve arrendere davanti alle decisioni
arbitrali, giuste o ingiuste che siano, e che possono decidere le
sorti di una partita, di un campionato. Quelle decisioni che, unite
alla forza, alla capacità dei giocatori e degli allenatori di
"indovinare" la partita, come si dice in gergo, ti fanno passare un
bel pomeriggio e ti ripagano di una settimana di stress. Pomeriggi
in cui rischi di giocarti anche le coronarie davanti a una
televisione o sugli spalti, strizzato fra orde di tifosi che hanno
come te un unico obiettivo: incoraggiare la squadra per vincere
quella partita. Poco importa se sei stanco morto, se hai
parcheggiato lontanissimo, se fa freddo e ti verrà la febbre, se fa
un caldo infernale. Una vita da pazzi, da stressati, da innamorati
della sfera e dei piedi di chi la prende a calci. Visto così, il
calcio sembra più una "malattia", che fa sorridere o suscita
l'indifferenza e l'ironia di chi, di punizioni di prima o seconda e
di "zona Cesarini", non ne capisce proprio nulla, e non ha alcuna
intenzione di capirne.
Quando i greci fondavano una loro colonia, non mancavano mai, tra
i primi edifici realizzati, un teatro per le rappresentazioni
drammatiche e per le commedie e uno stadio per le competizioni
sportive. I romani, seguendone l'esempio, dotavano di imponenti
anfiteatri qualsiasi angolo del loro impero, per ospitare
spettacoli e competizioni sportive. Accanto a queste strutture,
c'erano spesso gli ippodromi, che consentivano sia le corse di
cavalli singoli sia quelle di carri. I resti di alcune di queste
strutture - come il Colosseo, il Circo Massimo, l'anfiteatro di el
Djem in Tunisia - stanno a testimoniare che assistere e partecipare
a gare sportive, parteggiare per questo o per quell'atleta non sono
soltanto prerogative dei giorni nostri. Ma oggi le competizioni
sportive, lo scontro in campo tra squadre che si identificano con
città, regioni, Paesi diversi offrono l'occasione per dare sfogo,
in modo solitamente civile, al bisogno di un confronto
territoriale, di campanile e di fazione. Un retaggio tipicamente
nostrano che affonda le sue radici nella storia, fatta di secolari
divisioni, di conflitti tra comuni, contrade, fazioni e culture,
religioni e strutture politiche.
Ma il confronto tra le squadre non avviene soltanto sul rettangolo
di gioco in base a regole codificate ed a schemi, bensì soprattutto
sugli spalti, dove si scontrano realtà e strutture economiche,
sociali e culturali diverse. E tali diversità non sono soltanto
legate a stereotipi, ma si rifanno a retaggi antichi che, in un
Paese come il nostro, separato in tante realtà socio-culturali
diverse, consolidano frizioni che dallo stato latente possono, per
pretesti calcistici, sfociare in episodi talvolta violenti.
La nostra Penisola, così... verticale, trova nelle diverse
caratteristiche delle società di calcio i riflessi delle diversità
storiche, sociologiche e culturali. Le società calcistiche del Nord
hanno fruito, fin dalle origini del Campionato di calcio, della
mentalità industriale, con relative logiche operative e
finanziarie, delle grandi aziende che le hanno generate o degli
uomini di affari che le hanno volute. Le società del Centro e
soprattutto del Sud non hanno potuto godere che episodicamente, e
per brevi periodi, del sostegno di forze economiche adeguate. I
risultati sportivi ne sono la naturale conseguenza.
Senza, ora, approfondire altri fattori che hanno generato episodi
anche drammatici, cerchiamo dunque di fare un rapido panorama di
quello che ci si deve attendere dal Campionato 2007-2008.
Dopo un anno di penitenza, la Juventus torna in A. La squadra non
nasconde le sue ambizioni per lo scudetto, ma non potrà disputare i
tornei internazionali essendo solo neopromossa dalla B. Le due
squadre che hanno dato vita nello scorso Campionato a un
appassionante duello, l'Inter e la Roma, saranno ancora una volta
in lizza: la prima forte della sua ampia rosa di campioni, e la
seconda sostenuta da un gioco fluido e creativo oltre che dalla
freschezza di giovani campioni fatti in casa a sostegno di
calciatori di sicura classe. E sarà in lizza il Milan, la cui
vittoria nella Coppa dei campioni è certo uno stimolo a fare di più
e meglio. C'è poi da verificare se il miracolo Lazio "fu vera
gloria"... La squadra romana è attesa dalla prova del fuoco
incrociato della Champions League e del Campionato.
La Fiorentina, il Palermo, il Livorno e il Torino si presentano ai
nastri di partenza con fiere intenzioni, così come le altre squadre
che hanno lottato per non retrocedere. Si attende, poi, il ritorno
in serie A di gloriose società come il Napoli e il Genoa. Tutte le
altre squadre si sono date da fare per mettersi nelle migliori
condizioni per affrontare una serie tra le più difficili del
mondo.
Tutto secondo la norma, come ogni anno, quindi, dal punto di vista
sportivo. Ma, dopo un gran parlare di operazioni di rigenerazione
del calcio "malato", che cosa ci proporrà il Campionato che ora
comincia? Le solite cose? Gli equilibri (o gli squilibri) di
sempre?
Il problema non può essere risolto soltanto con una maggiore
rigidità da parte delle autorità o giocando le partite a porte
chiuse. Nel calcio ci sono delle lacune che non sono solo di ordine
pratico, come la messa a norma degli impianti o la dotazione di un
servizio di sicurezza a carico delle società: è venuta a mancare la
cultura sportiva, portatrice di una lunga serie di interminabili
valori, a cominciare dal rispetto per l'avversario.
Per fare in modo che il calcio cambi davvero è necessario che
tutti facciano la loro parte: dalle istituzioni ai media, dai
giocatori alle società. Ma soprattutto i tifosi, quelli veri,
devono riappropriarsi degli stadi cacciando i teppisti,
emarginandoli e non dando loro la possibilità di fare danni. La
recente normativa antiviolenza ha fatto registrare, secondo
l'Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, risultati
positivi. Dall'analisi e dalla comparazione dei dati riferiti al
periodo successivo ai tragici fatti di Catania è emerso un calo di
tutti i fenomeni monitorati. Gli incontri di calcio nei quali ci
sono stati feriti sono diminuiti del 70%, i feriti fra le Forze
dell'ordine sono scesi del 93% e quelli fra i tifosi del 44%.
«Sulla sicurezza non si deve abbassare la guardia, ma continuare a
lavorare, per garantire sempre maggiore serenità attorno al calcio,
dentro e fuori gli stadi», ha dichiarato il Presidente della Figc,
Giancarlo Abete, in occasione della riunione dell'Osservatorio.
«Tornare alla normalità non significa dimenticarsi dell'esperienza
drammatica dei mesi scorsi o far finta che non sia accaduto nulla:
piuttosto fare una programmazione intelligente dei campionati,
degli orari, delle notturne, delle modalità di svolgimento delle
partite, senza però mortificare intere città o tifoserie».
In serie A e in serie B non ci saranno particolari problemi: il
decreto Amato ha prodotto risultati concreti in termini di
sicurezza degli impianti; si continua a lavorare per mettere a
norma quelli di serie C con capienza superiore ai 7.500 posti,
mentre più diversificata, ma comunque sotto controllo, appare la
situazione nei campionati della Lega Dilettanti.
Dal mondo del calcio è stata ribadita la gratitudine alle Forze
dell'ordine e la massima collaborazione per il futuro. Nel giugno
scorso si è tenuto il primo corso di formazione e addestramento per
steward, iniziativa che rientra nell'ambito degli obiettivi
previsti dalle nuove disposizioni di legge per prevenire e
contrastare la violenza. «Prima dello spettacolo sportivo», ha
dichiarato il Presidente del Coni Giovanni Petrucci, «ci deve
essere la sicurezza. Il Coni si impegna a fare questo corso perché
lo spettacolo sportivo sia di tutti. Il prossimo Campionato dovrà
essere all'insegna della serenità».
Sulla stessa lunghezza d'onda, ancora il presidente della
Federcalcio, Giancarlo Abete: «La sicurezza», ha dichiarato, «è una
pre-condizione dell'avvenimento sportivo; è necessario creare le
giuste professionalità e far sì che il Campionato recuperi la
serenità. Inizia un percorso culturale e professionale; è un punto
di partenza, c'è la volontà di tutti per fare in modo che il
Campionato 2007-2008 ricrei condizioni di serenità».
A questo punto, vogliamo essere ottimisti, e vogliamo investire
in termini di fiducia: fiducia nella capacità dei cittadini-tifosi
di prendere in mano il desiderio di rinnovamento, mediante il loro
esempio, il loro comportamento corretto e civile, mediante il
ritorno a quel modo di concepire lo spettacolo sportivo come una
festa, un'occasione di svago, ridimensionando le rivalità sportive
al livello di confronti scherzosi destinati a durare non più di
un'ora e mezza.
Fiducia nelle istituzioni calcistiche, affinché dalle vicende di
"Calciopoli" apprendano quale deve essere la strada da seguire per
contenere (non siamo così ingenui da pensare che tutto sia risolto)
i fenomeni degenerativi che sono venuti spietatamente alla
luce.
Fiducia nelle tifoserie, affinché sappiano isolare i violenti,
coloro che con le loro azioni finiscono per danneggiare la squadra
che dichiarano di sostenere. Fiducia nei sistemi di controllo e di
sicurezza negli stadi che le società di calcio si sono impegnate ad
organizzare e far funzionare al servizio della tranquillità dei
veri tifosi, agevolando il ritorno delle famiglie a godere lo
spettacolo di sport.
Fiducia nelle Forze dell'ordine, Carabinieri e Polizia, il cui
impegno, anche a costo di duri sacrifici (e talvolta della vita),
ha sempre assicurato la tutela dell'incolumità dei
cittadini-tifosi, per far prevalere la ragione e la civiltà contro
l'irrazionalità e la violenza fine a se stessa. Fiducia affinché
questi nostri connazionali in divisa siano aiutati e sostenuti da
tutti, tifosi e non, mediante una collaborazione più convinta e
fattiva. Magari si potrebbe prendere esempio dal rugby, nel quale,
una volta finita la gara, vinti e vincitori, tutti insieme, usano
andare spensieratamente a festeggiare.
Utopia? Ma sono proprio le utopie che hanno messo in moto il
progresso del mondo!
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