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L'8 settembre 1945, mentre le prime truppe americane mettevano
piede sul suolo nipponico, l'ammiraglio William F. Halsey,
Comandante Supremo del Pacifico meridionale, si lasciò sfuggire una
previsione funesta per il nemico appena sconfitto: «In futuro»,
disse, «si parlerà giapponese solo all'inferno». Venti giorni
prima, quando le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki
avevano messo definitivamente in ginocchio l'impero del Sol
Levante, molti generali e ammiragli si erano tolti la vita,
giudicando la sconfitta insopportabile per il loro onore. Il 2
settembre, a bordo della portaerei Missouri, il ministro degli
Esteri giapponese, Mamoru Shigemitsu, e il generale Yoshiiro Umezu
avevano firmato la resa. Molti ufficiali della delegazione
piangevano.
Fu in quei giorni che l'imperatore Hirohito fece il suo annuncio
alla nazione: «Cari figlioli, non sono più dio». Il generale
MacArthur disse: «Il Giappone non sarà più una minaccia». Da un
punto di vista militare, la storia (almeno fino ad oggi) gli ha
dato ragione. Ma la Borsa di Wall Street deve fare quotidianamente
i conti con quella di Tokyo. Gli imprenditori americani ed europei
da quarant'anni sono costretti a misurarsi con la tecnologia
nipponica, che ha riportato - a pieno titolo - nel ristretto gruppo
delle potenze mondiali questo Paese ancora indecifrabile per molti
occidentali.
Nel pieno della Seconda guerra mondiale il Servizio Informazioni
Militari del governo degli Stati Uniti incaricò una illustre
antropologa, Ruth Benedict, di studiare a fondo «i modi di pensare
e le reazioni emotive del popolo giapponese». La ricerca fu
completata quando ormai il conflitto volgeva al termine, ma si
rivelò ugualmente utile come manuale di comportamento per le truppe
americane di occupazione. Lo studio è stato pubblicato anche in
Italia (nel 1968) con il titolo Il crisantemo e la spada.
Molte osservazioni della Benedict rappresentarono (nel momento in
cui furono formulate) un contributo decisivo per interpretare una
cultura rimasta isolata - e refrattaria ad ogni contributo esterno
- per un paio di millenni. «Ogni tentativo di comprensione»,
secondo la studiosa americana, non può prescindere da ciò che «essi
intendono con l'affermazione secondo la quale "ognuno deve stare al
proprio posto". La loro fiducia nell'ordine e nella gerarchia è
antitetica alla concezione occidentale di libertà e di
uguaglianza». La fiducia dei giapponesi «nella gerarchia sta alla
base dei rapporti interpersonali e dei rapporti fra il cittadino e
lo Stato».
Giuseppe Tucci - considerato il più illustre orientalista europeo
del XX secolo, che trascorse lunghi periodi sul posto - scrisse (in
un saggio del 1950, Il Giappone moderno e la sua crisi spirituale)
che la modernizzazione del Paese aveva imposto l'assimilazione
della cultura occidentale, ma la gente aveva saputo «scindere la
vita dell'intelletto da quella dello spirito: il cervello è stato
educato alla maniera occidentale; ma l'anima è restata fedele alle
sue tradizioni: anzi, in un certo senso, ha violentemente reagito
ad ogni penetrazione straniera».
La fedeltà ai valori del passato sopravvive ancora ai giorni
nostri, come sostiene Alida Alabiso in un libro recente (Storia del
Giappone, La singolare evoluzione di un Paese che guarda al futuro
rimanendo fedele a tradizioni e comportamenti antichissimi):
«L'emergere come potenza mondiale è dovuto a spiccate
caratteristiche nazionali quali ambizione, abilità, perseveranza,
energia, applicazione, che da sempre hanno contraddistinto i
giapponesi. Gli antichi guerrieri vivevano per la lealtà, la
disciplina, l'obbedienza alla nazione, al clan, alla famiglia e
all'onore personale. Le forme sono oggi cambiate, ma le qualità del
popolo giapponese sono rimaste invariate, così come le
tradizioni».
È lo spirito degli antichi samurai, e dei kamikaze, che furono tra
i protagonisti assoluti della guerra nel Pacifico tra la fine del
1941 e il 1945. È interessante ricordare come nasce il nome dei
piloti suicidi (ripreso negli ultimi anni per raccontare le
incursioni dei terroristi imbottiti di tritolo). Il Giappone
rischiò di essere invaso soltanto nel XIII secolo, da parte delle
forze mongole e cinesi dell'imperatore Kublai Khan (lo stesso che
ospitò per diciassette anni alla propria corte Marco Polo).
L'arcipelago nipponico salvò la propria indipendenza grazie anche
ai tifoni che dispersero la flotta nemica. E quei tifoni si
conquistarono il nome di "vento divino", kami-kaze. Il samurai era
il guerriero senza macchia e senza paura. «Doveva imparare a non
tradire la minima emozione nei tratti del volto, fosse gioia o
terrore; e per raggiungere simile dominio su se stessi occorrono
anni ed anni», ha scritto l'orientalista Fosco Maraini nel suo Ore
giapponesi. I samurai erano una casta: salvo casi eccezionali,
samurai non si diventava, si nasceva. «La lunga preparazione
comprendeva la scherma, il tiro all'arco, la lotta giapponese,
l'equitazione, il lancio del giavellotto, alcune nozioni di
tattica, la calligrafia, gli studi dell'etica, delle lettere e
della storia. A quindici anni il samurai riceveva la spada». Una
sola cosa «doveva ignorare: l'uso del denaro. Non riuscire a
riconoscere neppure le monete correnti rivelava un'educazione
ottima davvero. Il samurai lavorava spesso nei suoi campi, insieme
ai contadini, ma gli era proibito nella maniera più assoluta
occuparsi d'affari». Ma la materia di insegnamento più importante
era la filosofia zen, che trasmetteva nei samurai il valore e lo
spirito di sacrificio portato fino alle estreme conseguenze. Il
loro stoicismo era proverbiale: «Gli uccellini pigolano quando
aspettano l'imbeccata, ma il samurai tiene uno stecchino fra i
denti». Racconta Ruth Benedict: «Avevano la proibizione di cedere
agli stimoli della fame, in quanto la si considerava come una cosa
troppo volgare per occuparsene; perciò, anche se stavano morendo di
fame, erano obbligati a fingere di aver appena mangiato, pulendosi
perfino i denti con uno stecchino».
Mentre è frequente che i soldati (in tempo di guerra) siano
sporchi e non curati, i samurai avevano l'obbligo di essere sempre
ben rasati, pettinati con cura e vestiti in modo impeccabile:
perché dovevano affrontare la morte con il massimo della dignità.
Quando il combattimento non offriva alternative, si uccidevano,
infilzandosi con la loro spada. Ci furono casi esemplari con decine
di suicidi in contemporanea. E, ancora oggi, chi senta di aver
mancato a un proprio impegno non esita a porre fine alla propria
esistenza. A Capodanno, fino a pochi anni or sono, si verificava un
gran numero di suicidi. Era tradizione che i debiti in denaro
dovessero essere saldati entro la fine dell'anno, e chi non era in
grado di rispettare l'impegno salvava la propria reputazione
ricorrendo all'hara-kiri. Maraini racconta un caso storico. Il
generale Nogi, vincitore dei russi nella guerra del 1904, si tolse
la vita insieme alla moglie un giorno nel 1912, nell'ora in cui il
corteo funebre dell'imperatore Meiji lasciava il palazzo imperiale.
Lasciò un biglietto, Nogi: «Abbandonando la vita che fugge, il mio
sovrano è salito fra gli dei; con il cuore pieno di gratitudine
desidero seguirlo».
Giuseppe Tucci,nel 1942, dedicò un saggio al Bushidô.
Letteralmente, questo termine significa "La via del soldato". Non è
un codice scritto, ma «una disciplina di vita. Nessuno ha
legiferato sui suoi principi, ma ogni soldato con il suo sangue vi
ha scritto sui campi di battaglia una pagina vivente». Carlo
Formichi, illustre studioso di sanscrito, definì così il Bushidô:
«L'insieme dei precetti che regolano la vita del samurai e gli
impongono la più assoluta fedeltà a un solo signore, al quale,
occorrendo, bisogna senza rimpianto sacrificare l'esistenza, così
come il ciliegio, senza rimpianto, si spoglia di un tratto dei suoi
fiori».
Una definizione che sarebbe piaciuta ai giapponesi, fedeli sia
alla spada sia al crisantemo. Guerrieri, ma di animo nobile e
delicato. Amanti dei fiori e della natura, ma rispettosi della
morte, al punto da accettarla (sbarbati e pettinati) quando
rappresenta l'unica soluzione onorevole. Alla vigilia della Seconda
guerra mondiale, a tutti i soldati dell'impero fu distribuito un
manuale di consigli. Eccone alcuni. «La spada, simbolo della
giustizia e dell'eroismo, deve essere usata con severità e lealtà
verso tutti. Deve incutere terrore al nemico, ma non deve
abbatterlo se obbedisce; deve essere pietosa se si sottomette. La
mancanza di questo sentimento di generosità non può farci soldati
perfetti». La disciplina deve essere imposta con senso di
responsabilità e subita con sincerità. «Una volta ricevuto l'ordine
si ubbidisce silenziosamente, con gioia, anche se ci costa il
sacrificio totale». «Il militare sa che può lasciare la vita in
battaglia: deve perciò raccomandare ai familiari rimasti a casa di
non dolersi nell'eventualità che il suo cadavere non possa essere
loro riconsegnato».
«È spiacevolissimo per un soldato morire al fronte per causa di
malattie. Si deve quindi aver cura della propria
salute».
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