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Angeli degli abissi

Nato nel 1954, il Centro Carabinieri Subacquei ha il compito di soccorrere le vittime di naufragi o d'inondazioni, ma anche di recuperare dai fondali prove di reato, relitti, tesori archeologici o verità sommerse

Carabinieri subacquei pronti all'immersione dalla motovedetta S001 dell'ArmaIl mare, miliardi di goccioline d'acqua che si aggregano. Il fascino degli abissi inesplorati. Un museo sommerso che conserva le tracce dell'antico prestigio della nostra Penisola nella storia. L'uomo e il mare, un connubio inscindibile, ma spesso segnato dall'ostilità. È in questo habitat che operano i Carabinieri Subacquei, un corpo altamente specializzato dell'Arma che svolge compiti istituzionali in un ambiente in cui, per poter lavorare, sono necessarie non solo particolari doti fisiche e caratteriali, attitudini e capacità atletiche, ma anche specifiche competenze.

Nati nel 1953 per agire a supporto dei reparti territoriali e soddisfare esigenze di Polizia Giudiziaria, soccorso, rilevamento e assistenza ad attività scientifiche o sportive, i Carabinieri Subacquei hanno visto, negli anni, crescere sempre più i propri compiti e potenziare la propria struttura operativa, fino alla costituzione di un Centro Carabinieri Subacquei, formato da un Comando a Genova e da sette distaccamenti dislocati rispettivamente a Livorno, Trieste, Roma, Napoli, Taranto, Palermo, Messina.

I campi d'intervento del Nucleo sono numerosi, e comprendono tutte le indagini che abbiano come teatro il mare, ma anche i laghi o i fiumi: si va infatti dalle attività connesse alla ricerca e al recupero di corpi di reato, armi, cadaveri e ogni altra cosa possa essere occultata o dispersa nelle nostre acque, alle ispezioni e ricognizioni di relitti sommersi, dagli interventi in zone alluvionate per prestare soccorso alle popolazioni all'assistenza in gare e manifestazioni sportive per tutelare l'ordine e la sicurezza, fino ai rilevamenti e campionamenti del grado di inquinamento delle acque o ai collaudi di attrezzature e apparati subacquei.

«In sintesi», spiega il Comandante del Centro, maggiore Francesco Schilardi, al quale abbiamo rivolto alcune domande, «il nostro lavoro è incentrato sulla ricerca e sul recupero di corpi di reato da qualsiasi specchio d'acqua, dolce o salata. Al fianco di questa attività, però, sono altrettanto importanti la cooperazione con le Sovrintendenze archeologiche per il recupero di reperti sommersi e la collaborazione con gli Istituti scientifici nazionali per lo studio dei fondali e dell'ecosistema marino. In questo contesto», aggiunge Schilardi, «significativa fu l'opera svolta dai Carabinieri subacquei a San Fruttuoso di Camogli, per la posa e la successiva custodia della statua del Cristo degli Abissi, divenuta nel tempo meta di pellegrinaggio per i sub di tutto il mondo».

Ma come si diventa un Top Gun dell'acqua?

«È necessario essere in perfette condizioni psico-fisiche e superare un iter addestrativo molto severo e selettivo, che prevede tre fasi. La prima si svolge al Centro Addestrativo di Genova ed è finalizzata a valutare l'acquaticità dell'aspirante; successivamente l'allievo deve effettuare un corso di subacquaticità a La Spezia, presso il Comando Subacquei ed Incursori della Marina Militare. Nell'ultima fase, che si svolge nuovamente a Genova, l'allievo apprenderà nozioni tecniche necessarie per lo svolgimento dei compiti istituzionali».

In cinquant'anni di attività, molte cose sono cambiate nel vostro lavoro: a cominciare dalle tecnologie a disposizione, che sono sempre più all'avanguardia…

«In effetti oggi godiamo del supporto di tecniche, materiali ed equipaggiamenti davvero sofisticati: le mute in dotazione ci permettono di sopportare temperature estremamente basse e di operare anche in acque altamente inquinate; miscele di gas sintetici, alternativi all'aria, ci evitano il rischio delle patologie da decompressione; i computer subacquei da polso ci assistono durante l'immersione, mentre le macchine fotografiche e le videocamere digitali ci permettono di agire sotto la superficie anche in caso di scarsa visibilità. Abbiamo infine a disposizione dei robot subacquei grazie ai quali riusciamo ad arrivare ad una profondità di 300 metri, contro i 50 che rappresentano il limite estremo delle possibilità umane».

La tecnologia, però, non è nulla senza una mente che sappia utilizzarla al meglio...

«Sebbene dall'istituzione del Corpo ad oggi l'avanzata tecnologia ci sia stata di altissima utilità, il fattore umano costituisce ancora la risorsa più importante. Mi riferisco alla professionalità, all'entusiasmo, all'amore per il mare e per l'attività subacquea che da oltre cinquanta anni i Carabinieri Subacquei si tramandano di generazione in generazione».

Sono simili doti che, in mezzo secolo di vita, hanno permesso ai Carabinieri Subacquei di compiere operazioni come quelle che li hanno visti, nel 1959, intervenire tra le macerie della diga del Frejus, soccorrere i naufraghi del mercantile inglese London Valour, affondato nel porto di Genova nel 1970, o quelli della collisione tra la nave traghetto Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo avvenuta a Livorno nel 1991; salvare i superstiti e recuperare le vittime del Dornier 328 dell'Alitalia, precipitato in mare con 31 passeggeri nel 1999, o rinvenire un relitto romano nel I secolo a.C. nelle acque di Albenga (Savona), con il suo prezioso carico di anfore e altri importanti reperti. Operazioni eccezionali, alle quali vanno aggiunte quelle effettuate ogni giorno, lontano dai riflettori, tutte le volte che sia necessario inabissarsi per salvare vite od opere d'arte, o magari solo per riportare alla luce verità sommerse.

Rita Caiani