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Carabinieri a Pechino

Cento anni dopo la storica Pechino-Parigi in automobile, che vide il trionfo di Scipione Borghese alla guida di Itala, Beppe Tenti, ispiratore di Overland, ripropone con la stessa gloriosa vettura l'itinerario inverso. Con lui, dodici militari dell'Arma. Il raid dalla storia all'attualità in questo e nel prossimo numero della nostra Rivista

Uno dei camion di Overland«C'est la course!, c'est la course!», si dicono l'un l'altro i sempre più emozionati e numerosi francesi, vedendo passare sulle loro strade l'Itala 35/45 HP che, sotto un nuvoloso cielo d'agosto, corre verso Parigi, condotta senza incertezze da Scipione Luigi Marcantonio Rodolfo, principe Borghese. «La Course!», annota, mal celando un moto di disappunto, di sconcerto forse, Luigi Barzini, sulle colonne del Corriere della Sera (e del Daily Telegraph). Quasi gli suoni riduttiva quella sintesi per i 16mila chilometri ormai alle spalle e l'attraversamento di mezzo mondo, passando dal freddo rigido al caldo estremo, superando gli angusti passi montani della Mongolia piuttosto che il deserto del Gobi; sotto un sole impietoso, o fastidiose, incessanti piogge; combattendo, a energici colpi di pala, con sabbia, fango e sabbie mobili, ugualmente insidiosi e traditori. Ma tant'è. Difficile comunque passare inosservati con l'automobile diventata leggenda vivente che, quasi del tutto, «è ricoperta di firme come un album». Firme volutamente "salvate" da Ettore Guizzardi, della macchina indiscusso tutore, con le periodiche toilettes a cui la sottopone.

Tutto diverso da quanto accadeva, sessanta giorni prima, nel quartiere delle Legazioni a Pechino, dove i cinesi che «sulla via si adunavano timidamente» guardavano passare i chi-cho (i carri senza cavalli, ossia le automobili) «con la consueta loro olimpica calma», nonostante le vetture iscritte al raid, e giunte via mare, arrivassero al luogo di partenza «facendo lietamente suonare le loro trombe per le quiete vie del quartiere diplomatico». Quartiere che non aveva più vissuto una tale animazione dopo l'insurrezione dei Boxer di sette anni prima, motivo, fra l'altro, di una delle prime missioni all'estero che hanno portato gli uomini con gli alamari, nei quasi duecento anni della storia dell'Arma, in ogni angolo dei cinque continenti.

Da Pechino a Parigi: solo un'avventura dettata dallo spirito di quegli anni - quando a Parigi trionfa la Belle époque, a Vienna si balla con le liete note di Strauss sulle rive del blu Danubio e sui rispettivi troni siedono ancora Guglielmo II il Kaiser e Nicola II lo Zar, mentre dietro la Sublime Porta di Istanbul governa il Sultano Abdul-Hamid II? No, la gara che gara non era (nessun premio, nessuna coppa attendeva il vincitore) fu tutt'altro che una bizzaria da milionari. Anche se qualcuno più impertinente potrebbe suggerire che è la classica storia di chi, andato per suonare, si ritrova... suonato! Allora l'industria automobilistica francese primeggiava, o credeva di primeggiare, in Europa, così come era certa di andare, per originalità tecnica, spalla a spalla, sia in terra sia in cielo, con quella d'oltre Atlantico. Ragione per cui il secco invito apparso su Le Matin del 31 gennaio 1907 - «C'è qualcuno che accetti di andare, l'estate prossima, da Parigi a Pechino in automobile?» - era in realtà un pretesto affinché «la più bella industria della Francia» come scrive, nel prosieguo dello stesso articolo, il quotidiano francese, potesse contare su «un campo più vasto dove dimostrare il proprio potenziale». A conferma, ecco la quasi contestuale adesione del marchese de Dion, patron della più popolare e apprezzata casa automobilistica d'Oltralpe, la De Dion-Bouton. Sarà perciò solo lo scarno, essenziale telegramma che da Roma annuncia l'iscrizione del principe Borghese, a trasformare l'ipotetica sfida nel "Raid Pechino-Parigi" (l'inversione di marcia fu decisa subito dopo, per paura delle piogge che, secondo molti, avrebbero trasformato le strade cinesi in acquitrini proprio attorno al 20 luglio, epoca prevista per l'arrivo di fronte alla Città Proibita), come solo la sua determinazione farà sì che, alle 8 e 25 del 10 giugno, anche i cinque concorrenti rimasti in lizza muovano dal cortile della Caserma francese a Pechino.

Non sorprende, allora, più di tanto che sul parigino Boulevard Poissonnière, stretta tra due plotoni della Guardia Repubblicana a cavallo (uno davanti ed uno dietro), mentre la fanfara a bordo di un veicolo che la precede intona la marcia trionfale dell'Aida, ad arrivare al traguardo per prima (e da sola!) sia la vettura costruita negli stabilimenti torinesi da cui Itala prese il nome. Un successo, quello della 35/45 HP, che non mancò, certo, di suscitare polemiche. Ma dopo nulla fu più come prima: quando «Borghese toglie la comunicazione del cambio e dà un colpo di freno», di fronte ad un «palazzo stranamente dipinto di rosso: il palazzo de Le Matin», l'automobile non è già più solo un divertissement, con cui passeggiare o, al massimo, un oggetto sportivo: è diventata un vero mezzo di spostamento, che fa concorrenza al treno e ai transatlantici.

La vittoria, però, pure se la vettura era ottima - tutta progettata e costruita da noi italiani - al momento fu soprattutto dei tre uomini. Di Guizzardi, capace di giudicare una macchina (di qualunque genere) «da un'occhiata, come l'allevatore giudica il cavallo»; di Barzini, inviato speciale ante litteram, che fa vivere gli eventi «come se tu fossi lì»; di Scipione Borghese, "l'ufficiale inglese" (come a Roma era soprannominato per il suo viso glabro in tempi di baffi lussureggianti e, soprattutto, per il temperamento schivo e freddo), noto in tutti i salotti d'Europa - il mondo che allora contava - per le esperienze diplomatiche prima e di esploratore scientifico dopo, ma anche per quella che, si diceva, fosse la sua particolare abilità a domare cavalli selvaggi. Un unicum dove, quasi volutamente, erano rappresentate le tre classi dell'Italia di quegli anni: il popolo, la borghesia, l'aristocrazia. Cittadini di un Paese che «ancora non esisteva ma che tutti auspicavano».

Per tutte queste ragioni, non passa anno che «l'epica traversata» non venga riproposta ovunque e da chiunque nel mondo. Ma nel ricordo del centenario, quando con Itala si tornerà a Pechino percorrendo "contromano" l'itinerario del raid, non potevano non esser protagonisti gli eredi di quei nostri tre connazionali, cittadini di quel nuovo Paese. Tra questi, gli uomini e le donne dell'Arma, sempre pronti a servire gli altri, nella nostra Italia come fuori dai suoi confini, nelle missioni di pace o alla guida degli arancioni camion di Overland (mezzi che, al pari dell'Itala vittoriosa di cento anni fa, vengono costruiti specificamente per dare prova delle capacità tecnologiche e manifatturiere italiane).

Proprio da quegli "arancioni", sempre e da sempre impegnati in moderne avventure - mezzi che fanno paura a vederli la prima volta, ma che possono essere guidati da chiunque, dagli esperti carabinieri come dalle tante persone semplici che assieme a loro partecipano alle spedizioni -, la centenaria vettura verrà scortata in questa "cavalcata" verso l'Oriente, la cui organizzazione dobbiamo a Beppe Tenti, che di Overland è ispiratore e capo spedizione.

A sommessamente ricordare la Course, Itala attraverserà la Francia, il Belgio e poi, via via, l'Olanda, la Germania, la Polonia, la Lituania, la Lettonia, la Russia, la Mongolia e la stessa Cina. Non senza avere, prima del 20 luglio (data di partenza del nuovo raid dalla città della Tour Eiffel), fatto bella mostra di sé nel resto d'Europa, Gran Bretagna compresa, ma anche con un itinerario che da Torino a Palermo, via Budrio (patria di Guizzardi) e Roma, toccherà molti angoli del Bel Paese. Per tutti, ma in particolare per noi, sarà un piacere e un'emozione seguirla.

Bon voyage!
Minna Conti