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Giugno >
Reportage
"Bibbie di legno" ai piedi dei
Carpazi
Viaggio nella regione rumena del
Maramures, tra Ucraina, Ungheria e Transilvania, dove il prodotto
delle foreste domina i paesaggi e l'architettura di chiese e
monasteri che difesero questa terra da barbari e
invasori
In un remoto angolo dei
Carpazi orientali, incastonata tra Ucraina, Ungheria e
Transilvania, si trova la magica regione rumena del Maramures.
La divide in due il fiume Tisa: la parte settentrionale è
territorio ucraino, quella meridionale rumeno. In tutto 10mila
chilometri quadrati, da secoli abitati da genti contadine,
discendenti dei daci, adattatesi all'ambiente che le ospita:
valli profonde e fertili, tondeggianti montagne ricoperte di
foreste generose di prezioso legname. Querce, abeti, pini
silvestri che da sempre caratterizzano l'architettura
tradizionale.
Le chiese lignee del Maramures, capolavori giunti a noi sin dal
XIV secolo, sono la manifestazione più spettacolare di
quest'architettura sobria, talvolta austera. Tuttora il principale
punto di riferimento spirituale della comunità, la loro
edificazione ha sempre rappresentato una dimostrazione di fede alla
quale, oggi, si aggiunge quella di un ritrovato benessere,
coincidente con il ritorno alla democrazia e al culto
greco-ortodosso accantonato negli anni del regime comunista. Con la
loro sintesi perfetta di staticità e dinamismo, con le loro piante
squadrate e i campanili svettanti al cielo, queste chiese sono
considerate l'espressione più rappresentativa del paesaggio
architettonico della regione, dove il legno è onnipresente,
rivestendo case, portali, pozzi, recinti.
Gli umili valligiani del Maramures presero a realizzarle con
tecniche e materiali già adottati per la costruzione delle proprie
case, alle quali si rifacevano anche nella spartizione interna dei
tre ambienti che ne costituiscono la pianta, di solito
rettangolare, tipica dei templi ortodossi bizantini. Il porticato,
non sempre presente, introduce al pronaos, l'atrio dove attendono
al rito le donne, separato dal naos, la navata, riservata agli
uomini, che immette al presbiterio, da cui lo divide la parete
dell'iconostasi, attraversata da due o tre porte.
Il periodo di massima auge di questi edifici è quello compreso tra
XVII e XVIII secolo. Mentre nell'Occidente europeo imperversava il
Barocco, le contrade del Maramures si arricchivano di questi
gioielli di impronta gotica. Spesso eretti sul posto in cui
venivano tagliati gli alberi, in un bosco o su un colle, magari con
una bella vista del villaggio che li ospitava, possono essere
considerati un'emanazione dell'arte popolare e della religiosità
primitiva.
Stelle, croci, rosoni, disegni geometrici e il ricorrente motivo
"a corda" si ritrovano nelle decorazioni di case e templi, in una
varietà di ispirazione che rivaleggia con quella delle tecniche
usate per realizzarle: intagli profondi, scolpiture a rilievo,
incisioni di disegni in superficie. Non meno apprezzabili i sistemi
usati nella costruzione dell'edificio. Come accadeva per
l'edificazione delle case, le singole parti necessarie per una
chiesa venivano prima predisposte al suolo, quindi assemblate
mediante soluzioni a incastro e perni in legno, fino al
tetto.
Tutte le chiese lignee del Maramures erano affrescate al loro
interno con rappresentazioni di episodi biblici e vicende locali.
Quelle apparse nel XVIII secolo, a seguito della distruzione
prodotta nel 1717 dall'ultima invasione tartara, si avvalsero
dell'apporto di nuove scuole pittoriche locali, che videro la
formazione di correnti stilistiche influenzate dall'antica arte
della pittura delle icone. Purtroppo non tutti i loro lavori ci
sono giunti in buone condizioni. Ciononostante, la visita a una
qualsiasi di queste meraviglie regala la scoperta di un'arca di Noè
della maestria umana ambientata in un mondo perduto di boschi fuori
dal tempo.
Fondata nel 1364, la Biserica de Lemn din Deal a Ieud, insieme a
quelle di Budesti, Desesti, Plopis, Barsana, Surdesti, Rogoz e
Poienile Izei, è considerata la chiesa lignea più antica del mondo.
Le linee architettoniche dell'atrio, della navata e dell'altare
creano una struttura severa, ingentilita all'interno da bellissimi
affreschi settecenteschi riproducenti scene del Vecchio e del Nuovo
Testamento. Un equilibrio di forme e volumi che si ritrova nella
Chiesa degli Arcangeli di Plopis, del 1807, dove una grande porta
di accesso al pronaos introduce a un intimo microcosmo di pareti
affrescate con rappresentazioni bibliche di impronta naïf, che
lasciano la scena a una deliziosa Trinità.
A Surdesti, svetta a 72 metri di altezza il campanile in quercia
più alto del mondo, facente parte del complesso ligneo della Chiesa
dei Santi Arcangeli Michele e Gabriele, del 1721. Attraversando uno
dei cimiterini che circondano questi templi, si accede all'interno
della costruzione per ammirare le pareti del naos.
I 1.416 metri del passo montano di Prislop introducono al mondo
sognante della Bucovina meridionale, regione rumena comprendente la
parte nord-occidentale della Moldavia. Il suo paesaggio immobile di
obcine, alture boscose e feconde distese pianeggianti, si concede
allo sguardo in una sequela di incantati scorci agresti fino a
imbattersi in uno dei monasteri che incarnano l'anima più profonda
di questa terra dall'ancestrale fascino mistico.
Era trascorso un secolo dalla costituzione del Principato di
Moldavia, in un'epoca di guerre religiose e invasioni tartare,
quando, nel 1457, ne assunse il potere il voivoda Stefano il
Grande. Illuminato governante, fautore dell'appartenenza
all'Oriente ortodosso e dei valori del cristianesimo europeo,
riuscirà fino alla sua morte a difendere la propria terra dal giogo
dell'Impero Ottomano. Con la costruzione del Monastero di Putna,
nel 1466, avviò un disegno politico-sociale teso a rivendicare la
supremazia del Dio cristiano sulla minaccia turca, mobilitando la
religiosità dei contadini. La quarantina di edifici ecclesiastici
innalzati durante il suo regno furono luoghi di fede ma anche
centri artistico-culturali che videro all'opera monaci istruiti,
miniaturisti, orafi, artisti di icone e ricamatori, nonché nuclei
di aggregazione per le milizie in attesa di opporsi agli
invasori.
Qualche decennio più tardi questi ultimi avrebbero trovato a
contrastarli non solo le possenti cinte murarie che tuttora
racchiudono alcuni monasteri, ma anche i superbi dipinti delle
pareti esterne delle loro chiese, che destinano inevitabilmente i
musulmani alla sconfitta e alle fiamme dell'inferno. A portare nel
1530 le pitture murarie all'esterno dei templi, investendoli di una
sontuosità decorativa sconosciuta alla solenne severità
dell'iconografia religiosa ai tempi di Stefano il Grande, fu il suo
figliastro Petru Rares, sincero amante dell'arte. Le raffigurazioni
offerte ai devoti alla luce del sole, di cui egli si serví a scopo
politico-militare, erano più comunicative di quelle collocate negli
ambienti interni: ideali per l'educazione religiosa delle
analfabete comunità.
È l'inizio di un Rinascimento moldavo che si svilupperà nel
trentennio successivo. Le pitture esterne rompono i confini
medievali tra la rigidezza dello spazio religioso e la libertà
della natura circostante, trasformando le facciate dei templi in
"Bibbie ortodosse dei poveri", che raccontano della chiesa
temporale e di quella celeste, delle origini dell'uomo e della vita
nell'Aldilà. Spettava alle gerarchie la scelta dei temi, mentre
allo splendore dei colori era affidata la capacità dei dipinti di
arrivare agli occhi e al cuore dei fedeli.
La Chiesa di San Nicola di Probota, del 1530, conserva i più
antichi affreschi moldavi: gli interni custodiscono le tombe di
Petru Rares e della moglie Elena. Soltanto le pitture del naos
restano dentro la stupenda chiesa del Monastero di Dragomirna. Ma
ecco la stupefacente facciata occidentale della Chiesa della
Decollazione di San Giovanni Battista, ad Arbore. Nella sua nicchia
è ospitato il capolavoro cinquecentesco di Dragofl Coman: 85 scene
miniaturizzate di santi, impegnate in un gioco di dinamismo e
ieraticità che sfugge a ogni canone di staticità bizantina. La
flessuosità, la musicalità, la bellezza dei volti e delle figure,
fanno di questo ciclo di affreschi una delle più pregiate creazioni
pittoriche della Bucovina.
E se è vero che i dipinti della Chiesa della Dormizione della
Vergine del monastero di Humor, opera del celebre Toma di Suceava,
raggiungono una finezza che non ha eguali nello splendore artistico
del regno di Petru Rares, la loro originalità è superata da quelli
conservati nella Chiesa dell'Annunciazione del Monastero di
Moldovita, edificato nel 1532. Ancora più sorprendenti, infatti,
sono qui lo splendore dei colori e quello dei personaggi che
animano i cicli delle Gerarchie Celesti e dell'incantevole Albero
di Jesse, due dei temi più ricorrenti nell'arte pittorica esterna
di questi templi.
La migliore esecuzione del Giudizio Universale, altro tema
consueto, occupa invece l'intera facciata occidentale della Chiesa
di San Giorgio a Voronet, che Stefano il Grande fece erigere nel
1488. La grandiosità delle immagini di quella che è considerata la
Cappella Sistina d'Oriente, opera di anonimi monaci nel 1547,
travolge lo sguardo mentre questo cerca di organizzarsi nella
variopinta sequela dei cinque registri che la compongono. In una
fantastica rappresentazione del regno dei morti, in un'atmosfera di
dualismo tra beatitudine e castigo, sfilano San Pietro, che apre le
porte del Paradiso ai beati; gli angeli, che riavvolgono il velo
del tempo a sancire il termine della vita terrena; la pesatura
delle anime; i giusti che rinascono; consessi di martiri, profeti e
asceti in attesa di conoscere il proprio destino; belve feroci e
pesci, a sintetizzare la sottomissione del Creato al Giorno del
Giudizio; l'Eterno, da cui sgorga il fiume di fuoco che ingoia i
dannati.
Tra i più grandi monasteri della Bucovina c'è quello di Sucevita,
costruito nel 1584 ai piedi di un suggestivo scenario di colline
boscose e circondato da un quadrilatero di mura turrite. La Chiesa
della Resurrezione di Cristo, all'interno, è rivestita dal maggior
numero di immagini religiose in Romania. Le pitture delle facciate,
create tra il 1595 e il 1596, rappresentano l'apice narrativo
dell'arte moldava del Cinquecento.
A Sucevita si conclude l'avvincente avventura dell'arte moldava
postbizantina, i cui sontuosi risultati rimangono custoditi in
quegli scrigni di cultura che sono i monasteri della Bucovina,
molti dei quali giustamente classificati Patrimonio Mondiale
dell'Umanità dall'Unesco. |
Stefano Nicolini
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