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"Bibbie di legno" ai piedi dei Carpazi

Viaggio nella regione rumena del Maramures, tra Ucraina, Ungheria e Transilvania, dove il prodotto delle foreste domina i paesaggi e l'architettura di chiese e monasteri che difesero questa terra da barbari e invasori

Un'immagine del monastero di Voronet, fatto costruire nel 1488 da Stefano il grande per l'eremita Danile, suo consigliereIn un remoto angolo dei Carpazi orientali, incastonata tra Ucraina, Ungheria e Transilvania, si trova la magica regione rumena del Maramures. La divide in due il fiume Tisa: la parte settentrionale è territorio ucraino, quella meridionale rumeno. In tutto 10mila chilometri quadrati, da secoli abitati da genti contadine, discendenti dei daci, adattatesi all'ambiente che le ospita: valli profonde e fertili, tondeggianti montagne ricoperte di foreste generose di prezioso legname. Querce, abeti, pini silvestri che da sempre caratterizzano l'architettura tradizionale.

Le chiese lignee del Maramures, capolavori giunti a noi sin dal XIV secolo, sono la manifestazione più spettacolare di quest'architettura sobria, talvolta austera. Tuttora il principale punto di riferimento spirituale della comunità, la loro edificazione ha sempre rappresentato una dimostrazione di fede alla quale, oggi, si aggiunge quella di un ritrovato benessere, coincidente con il ritorno alla democrazia e al culto greco-ortodosso accantonato negli anni del regime comunista. Con la loro sintesi perfetta di staticità e dinamismo, con le loro piante squadrate e i campanili svettanti al cielo, queste chiese sono considerate l'espressione più rappresentativa del paesaggio architettonico della regione, dove il legno è onnipresente, rivestendo case, portali, pozzi, recinti.

Gli umili valligiani del Maramures presero a realizzarle con tecniche e materiali già adottati per la costruzione delle proprie case, alle quali si rifacevano anche nella spartizione interna dei tre ambienti che ne costituiscono la pianta, di solito rettangolare, tipica dei templi ortodossi bizantini. Il porticato, non sempre presente, introduce al pronaos, l'atrio dove attendono al rito le donne, separato dal naos, la navata, riservata agli uomini, che immette al presbiterio, da cui lo divide la parete dell'iconostasi, attraversata da due o tre porte.

Il periodo di massima auge di questi edifici è quello compreso tra XVII e XVIII secolo. Mentre nell'Occidente europeo imperversava il Barocco, le contrade del Maramures si arricchivano di questi gioielli di impronta gotica. Spesso eretti sul posto in cui venivano tagliati gli alberi, in un bosco o su un colle, magari con una bella vista del villaggio che li ospitava, possono essere considerati un'emanazione dell'arte popolare e della religiosità primitiva.

Stelle, croci, rosoni, disegni geometrici e il ricorrente motivo "a corda" si ritrovano nelle decorazioni di case e templi, in una varietà di ispirazione che rivaleggia con quella delle tecniche usate per realizzarle: intagli profondi, scolpiture a rilievo, incisioni di disegni in superficie. Non meno apprezzabili i sistemi usati nella costruzione dell'edificio. Come accadeva per l'edificazione delle case, le singole parti necessarie per una chiesa venivano prima predisposte al suolo, quindi assemblate mediante soluzioni a incastro e perni in legno, fino al tetto.

Tutte le chiese lignee del Maramures erano affrescate al loro interno con rappresentazioni di episodi biblici e vicende locali. Quelle apparse nel XVIII secolo, a seguito della distruzione prodotta nel 1717 dall'ultima invasione tartara, si avvalsero dell'apporto di nuove scuole pittoriche locali, che videro la formazione di correnti stilistiche influenzate dall'antica arte della pittura delle icone. Purtroppo non tutti i loro lavori ci sono giunti in buone condizioni. Ciononostante, la visita a una qualsiasi di queste meraviglie regala la scoperta di un'arca di Noè della maestria umana ambientata in un mondo perduto di boschi fuori dal tempo.

Fondata nel 1364, la Biserica de Lemn din Deal a Ieud, insieme a quelle di Budesti, Desesti, Plopis, Barsana, Surdesti, Rogoz e Poienile Izei, è considerata la chiesa lignea più antica del mondo. Le linee architettoniche dell'atrio, della navata e dell'altare creano una struttura severa, ingentilita all'interno da bellissimi affreschi settecenteschi riproducenti scene del Vecchio e del Nuovo Testamento. Un equilibrio di forme e volumi che si ritrova nella Chiesa degli Arcangeli di Plopis, del 1807, dove una grande porta di accesso al pronaos introduce a un intimo microcosmo di pareti affrescate con rappresentazioni bibliche di impronta naïf, che lasciano la scena a una deliziosa Trinità.

A Surdesti, svetta a 72 metri di altezza il campanile in quercia più alto del mondo, facente parte del complesso ligneo della Chiesa dei Santi Arcangeli Michele e Gabriele, del 1721. Attraversando uno dei cimiterini che circondano questi templi, si accede all'interno della costruzione per ammirare le pareti del naos.

I 1.416 metri del passo montano di Prislop introducono al mondo sognante della Bucovina meridionale, regione rumena comprendente la parte nord-occidentale della Moldavia. Il suo paesaggio immobile di obcine, alture boscose e feconde distese pianeggianti, si concede allo sguardo in una sequela di incantati scorci agresti fino a imbattersi in uno dei monasteri che incarnano l'anima più profonda di questa terra dall'ancestrale fascino mistico.

Era trascorso un secolo dalla costituzione del Principato di Moldavia, in un'epoca di guerre religiose e invasioni tartare, quando, nel 1457, ne assunse il potere il voivoda Stefano il Grande. Illuminato governante, fautore dell'appartenenza all'Oriente ortodosso e dei valori del cristianesimo europeo, riuscirà fino alla sua morte a difendere la propria terra dal giogo dell'Impero Ottomano. Con la costruzione del Monastero di Putna, nel 1466, avviò un disegno politico-sociale teso a rivendicare la supremazia del Dio cristiano sulla minaccia turca, mobilitando la religiosità dei contadini. La quarantina di edifici ecclesiastici innalzati durante il suo regno furono luoghi di fede ma anche centri artistico-culturali che videro all'opera monaci istruiti, miniaturisti, orafi, artisti di icone e ricamatori, nonché nuclei di aggregazione per le milizie in attesa di opporsi agli invasori.

Qualche decennio più tardi questi ultimi avrebbero trovato a contrastarli non solo le possenti cinte murarie che tuttora racchiudono alcuni monasteri, ma anche i superbi dipinti delle pareti esterne delle loro chiese, che destinano inevitabilmente i musulmani alla sconfitta e alle fiamme dell'inferno. A portare nel 1530 le pitture murarie all'esterno dei templi, investendoli di una sontuosità decorativa sconosciuta alla solenne severità dell'iconografia religiosa ai tempi di Stefano il Grande, fu il suo figliastro Petru Rares, sincero amante dell'arte. Le raffigurazioni offerte ai devoti alla luce del sole, di cui egli si serví a scopo politico-militare, erano più comunicative di quelle collocate negli ambienti interni: ideali per l'educazione religiosa delle analfabete comunità.

È l'inizio di un Rinascimento moldavo che si svilupperà nel trentennio successivo. Le pitture esterne rompono i confini medievali tra la rigidezza dello spazio religioso e la libertà della natura circostante, trasformando le facciate dei templi in "Bibbie ortodosse dei poveri", che raccontano della chiesa temporale e di quella celeste, delle origini dell'uomo e della vita nell'Aldilà. Spettava alle gerarchie la scelta dei temi, mentre allo splendore dei colori era affidata la capacità dei dipinti di arrivare agli occhi e al cuore dei fedeli.

La Chiesa di San Nicola di Probota, del 1530, conserva i più antichi affreschi moldavi: gli interni custodiscono le tombe di Petru Rares e della moglie Elena. Soltanto le pitture del naos restano dentro la stupenda chiesa del Monastero di Dragomirna. Ma ecco la stupefacente facciata occidentale della Chiesa della Decollazione di San Giovanni Battista, ad Arbore. Nella sua nicchia è ospitato il capolavoro cinquecentesco di Dragofl Coman: 85 scene miniaturizzate di santi, impegnate in un gioco di dinamismo e ieraticità che sfugge a ogni canone di staticità bizantina. La flessuosità, la musicalità, la bellezza dei volti e delle figure, fanno di questo ciclo di affreschi una delle più pregiate creazioni pittoriche della Bucovina.

E se è vero che i dipinti della Chiesa della Dormizione della Vergine del monastero di Humor, opera del celebre Toma di Suceava, raggiungono una finezza che non ha eguali nello splendore artistico del regno di Petru Rares, la loro originalità è superata da quelli conservati nella Chiesa dell'Annunciazione del Monastero di Moldovita, edificato nel 1532. Ancora più sorprendenti, infatti, sono qui lo splendore dei colori e quello dei personaggi che animano i cicli delle Gerarchie Celesti e dell'incantevole Albero di Jesse, due dei temi più ricorrenti nell'arte pittorica esterna di questi templi.

La migliore esecuzione del Giudizio Universale, altro tema consueto, occupa invece l'intera facciata occidentale della Chiesa di San Giorgio a Voronet, che Stefano il Grande fece erigere nel 1488. La grandiosità delle immagini di quella che è considerata la Cappella Sistina d'Oriente, opera di anonimi monaci nel 1547, travolge lo sguardo mentre questo cerca di organizzarsi nella variopinta sequela dei cinque registri che la compongono. In una fantastica rappresentazione del regno dei morti, in un'atmosfera di dualismo tra beatitudine e castigo, sfilano San Pietro, che apre le porte del Paradiso ai beati; gli angeli, che riavvolgono il velo del tempo a sancire il termine della vita terrena; la pesatura delle anime; i giusti che rinascono; consessi di martiri, profeti e asceti in attesa di conoscere il proprio destino; belve feroci e pesci, a sintetizzare la sottomissione del Creato al Giorno del Giudizio; l'Eterno, da cui sgorga il fiume di fuoco che ingoia i dannati.

Tra i più grandi monasteri della Bucovina c'è quello di Sucevita, costruito nel 1584 ai piedi di un suggestivo scenario di colline boscose e circondato da un quadrilatero di mura turrite. La Chiesa della Resurrezione di Cristo, all'interno, è rivestita dal maggior numero di immagini religiose in Romania. Le pitture delle facciate, create tra il 1595 e il 1596, rappresentano l'apice narrativo dell'arte moldava del Cinquecento.
A Sucevita si conclude l'avvincente avventura dell'arte moldava postbizantina, i cui sontuosi risultati rimangono custoditi in quegli scrigni di cultura che sono i monasteri della Bucovina, molti dei quali giustamente classificati Patrimonio Mondiale dell'Umanità dall'Unesco.
Stefano Nicolini