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Giugno >
Cultura
Nella coppola di
Camilleri...
...le centinaia di lettere di consenso
che riceve ogni giorno dai suoi fan: la più grande delle
gratificazioni per uno straordinario scrittore che preferisce
definirsi un "contastorie"
Io non sono uno scrittore.
Né di cult, né di nicchia. Io sono un contastorie, che con i
suoi racconti vuole raggiungere più persone possibile. Una
volta, i contastorie andavano nelle piazze, narravano un
episodio di cronaca, che veniva rappresentato su un lenzuolo.
L'uomo, man mano che avanzava nel racconto, ne indicava con
una lunga canna i momenti salienti e, alla fine, si toglieva
la coppola e passava tra il pubblico: più si riempiva di
spiccioli, più il racconto era stato gradito...».
E dunque, se il paragone funziona, una coppola non basta per Andrea
Camilleri! La misura del successo dei suoi libri gli viene infatti
dalle centinaia di lettere che riceve ogni giorno. E alle quali lui
puntualmente risponde.
«È un atto dovuto» ci dice. «Ho messo su una segreteria di persone
addette appositamente alle lettere: lettere di tutti i tipi. Io
racconto storie e loro mi raccontano la loro, chiedono consigli.
Poi ci sono quelle, non molte per fortuna, che mi fanno stare male
una settimana. Non dimenticherò una giovane donna, in fin di vita,
che mi ringraziava perché, attraverso i miei libri, era almeno
riuscita a sorridere... O quella di una signora che aveva trovato
uno spiraglio per uscire da una depressione leggendo Il birraio di
Preston».
Cose che fanno star male, ma anche bene. Donare un momento
di serenità ad una persona senza futuro è importantissimo. E tutte
queste lettere?
«Mi fa piacere conservarle. Abbiamo riempito scaffali
interi».
E con gli impegni, come siamo messi?
«Oggi pomeriggio ho un incontro con i ragazzi di un liceo di
Barletta, vengono apposta. Una volta mi muovevo più spesso, giravo
tutta Italia, adesso mi limito a Roma. Ma alle scuole non dico mai
di no. Un incontro bellissimo l'ho avuto con dei bambini molto
piccoli. Tra questi c'era un mio nipotino, che la sera prima era
preoccupato perché non sapeva se sarei stato in grado di rispondere
alle domande che mi avrebbero fatto i suoi amichetti».
In effetti le domande dei bambini sono le più
difficili...
«È vero. I piccoli hanno un'inedita prospettiva delle cose. Le loro
menti e le loro aspettative aprono su scenari non scontati».
Come invece sarà necessariamente la mia prossima domanda.
La genesi di quel fortunatissimo Calendario dell'Arma
2005...
«Anche questa è una bella storia. Io scrissi, con vero piacere, il
Calendario 2005, su sollecitazione del colonnello Musso, siciliano
come me. Ma forse in pochi sanno che c'era stato un precedente.
Qualche anno prima fui invitato ad un faccia a faccia con il mio
amico e collega Manuel Vásquez Montalbán. Al termine della serata,
che si svolse a Bologna, venni scortato fuori da cinque
carabinieri. Al momento di lasciarmi, un graduato salutandomi mi
chiese: "Dottore, ma quando si decide a scrivere qualcosa su di
noi?". "Alla prima occasione, lo faccio", risposi. E dunque il
Calendario è dedicato all'anonimo graduato di Bologna».
Il Calendario, per chi non lo sapesse, ha come protagonista
il maresciallo Antonio Brancato, operativo nell'immaginario paese
di Belcolle. Il racconto, che si dipana in dodici capitoli, narra
un episodio di vita vissuta, dove il maresciallo, autorevole ma
comprensivo, severo ma disponibile, mostra uno spaccato reale di
quello che è il ruolo dell'Arma dei Carabinieri nel Paese. Si è
ispirato a qualcuno in particolare per la figura di
Brancato?
«In realtà quel sottufficiale è la summa di tutti i rappresentanti
dell'Arma che si trovano in terra siciliana. In questa regione la
situazione era, ed è, abbastanza particolare. Tradizionalmente i
siciliani si fidano molto dei carabinieri che, grazie anche al loro
inquadramento militare, vengono considerati al di sopra delle
parti. A loro ci si affida, ci si rivolge per qualsiasi problema e,
in particolare, come ad un buon padre di famiglia, vi si ricorre
ancor prima di arrivare ad una denuncia. E il carabiniere ben
volentieri si presta a questo ruolo di "giudice di pace". Lui,
avendo una straordinaria conoscenza del territorio e delle
dinamiche interne, ha in pugno il paese, è il depositario delle
segrete cose».
Il racconto, infatti, termina con una bugia pietosa, che
non toglie nulla alla giustizia ma evita altra sofferenza. Il
Calendario è stato molto apprezzato anche per le sue
tavole...
«Bellissime. Come quelle che hanno accompagnato un'edizione
tedesca, che ha avuto un grande successo, del breve racconto
pubblicato da Mondadori e rieditato in Germania da una delle più
note Case editrici».
Sappiamo che i proventi del suo lavoro andarono
all'Onaomac.
«Certo. Io non volli nulla. Così come i diritti del mio prossimo
libro sui "pizzini" di Provenzano andranno ai figli dei poliziotti
uccisi dalla mafia. Poiché non esiste per loro un corrispettivo
della vostra Onaomac, ho contattato un'associazione di dirigenti
della Pubblica Sicurezza e ho stabilito, presso un notaio, che i
proventi del libro vadano a queste vittime. Non voglio guadagnare
sulla mafia!».
In attesa che scriva qualche altra cosa su di noi,
ricordiamo ai lettori che proprio il suo libro d'esordio, Il corso
delle cose, aveva un maresciallo dei Carabinieri come
protagonista.
«Esatto, il maresciallo Corbo. Anche dietro di lui c'è una storia
buffa. Avevo deciso di dare al protagonista il cognome del
maresciallo del mio paese, ma non riuscivo a ricordarmelo in nessun
modo. Mi venne invece in mente il cognome di un mio compagno di
classe che aveva il papà poliziotto. Lui si chiamava Corso. Io, per
differenziarlo, ci misi una b e diventò Corbo».
Ringraziando Andrea Camilleri per la sua squisita disponibilità,
chiudiamo qui l'intervista, che è solo una piccola parte della
godibile conversazione che abbiamo intrattenuto con lo scrittore.
Ma i lettori non si rammarichino: non li lasceremo a digiuno dei
tanti sfiziosi episodi narrati dal Maestro. Torneremo al più presto
sull'argomento, magari con un appuntamento regolare. Parola di
Carabinieri! |
Claudia Colombrera
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