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Federmaresciallo
Rommel, la Seconda guerra mondiale ha avuto tanti grandi
generali, condottieri militari, da Alexander a Montgomery, da
Patton a MacArthur, ad Eisenhower, ma gli storici, e non solo
quelli tedeschi, la giudicano, fra questi grandi, il più
grande.
«È un primato che mi lusinga, ma io non sono mai stato un uomo
ambizioso e vanitoso, e non posso, né voglio avallare questo
giudizio. So soltanto che ho sempre fatto il mio dovere».
Se, redivivo, tornasse indietro, agirebbe diversamente da
come agì?
«No. Sono stato un soldato con enormi responsabilità e posso aver
commesso anch'io i miei errori, ma non ho mai dubitato delle mie
scelte, sostenute dalle mie convinzioni».
Anche politiche?
«Io, pur avendo le mie idee politiche, mi sono sempre guardato dal
manifestarle e, ciò che più conta, non mi sono mai immischiato in
questioni che esulavano dai miei compiti di servitore, in tempo di
pace e di guerra, del mio Paese. Che cos'altro vuole sapere da
me?».
Innanzitutto, qualcosa della sua vita prima di abbracciare
la carriera delle armi.
«Nacqui ad Heidenheim, il 15 novembre 1891, due anni dopo
Hitler».
Militare anche suo padre?
«No, mio padre era insegnante».
Che studi fece?
«Studi regolari, ma fui un allievo modesto, anche perché pensavo ad
altro».
A che cosa?
«Agli alianti, la mia passione dell'adolescenza e dei primi anni
giovanili. A diciotto, scoprii la carriera militare e mi arruolai
come allievo ufficiale. Quando l'attentato di Sarajevo accese la
miccia della Prima guerra mondiale, partii per il fronte, dove mi
feci onore. Le mie imprese sul campo mi valsero una prestigiosa
decorazione, riservata ai generali. Gli alti comandi lodarono le
mie doti tattiche e fui promosso capitano».
Come reagì alle inique sanzioni decise a Versailles da
Clemenceau e Wilson, che imposero alla Germania brutali amputazioni
territoriali e il pagamento di esorbitanti somme riparatrici?
Un'umiliazione che l'Europa pagherà cara. La Seconda guerra
mondiale cominciò dalla conferenza parigina.
«Reagii come tutti i miei connazionali, con sdegno, perché mi resi
conto che le conseguenze di quel castigo sarebbero state, come
furono, spaventose. Se a Versailles le potenze vincitrici fossero
state più longanimi, Hitler non sarebbe andato al potere. Ma io,
ripeto, ero un soldato, non un politico. Avrei continuato a fare il
mio dovere».
Su quali testi militari si formò?
«Su quelli classici. Studiai con grande interesse le più celebri
battaglie della Storia».
In Germania, in quegli anni, succedeva di
tutto.
«Sì: l'economia era al collasso, l'inflazione alle stelle. I
disoccupati e i disperati non si contavano. La gente moriva di
fame».
In questo clima andò al potere l'imbianchino di
Braunau.
«Salutato dai tedeschi come un salvatore, come il vendicatore dei
torti subiti a Versailles. Fu facile per Hitler conquistare il
potere e al nazionalsocialismo trionfare. Le dittature s'instaurano
quando, come avrebbe detto Tacito, cuncta fessa, tutto è a
pezzi».
E così, piano piano, la Germania, in barba ai veti di
Versailles, si rianimò.
«La mobilitazione fu impressionante. E impressionante fu la ripresa
dell'industria bellica. In pochi anni il mio Paese divenne la prima
potenza militare europea».
Che opinione aveva allora del Führer?
«Era un uomo ambizioso e spregiudicato, un tribuno straordinario,
trascinatore di folle deluse, scontente e ansiose di riscatto, di
revanche».
Con l'occupazione dei Sudeti e l'invasione, nel settembre
1939, della Polonia, cominciò la Seconda guerra mondiale, di cui
lei fu uno dei più spettacolari protagonisti.
«Cercai di dare il meglio di me perché ho sempre servito con
scrupolo e dedizione il mio Paese».
La sua fu un'ascesa napoleonica.
«Non sta a me dirlo. Certo, devo ammettere che i riconoscimenti, le
promozioni e gli onori non mi mancarono, anche se io, a differenza
di tanti colleghi, e non solo tedeschi, non brigai mai per
ottenerli».
Il suo primo importante incarico?
«Il comando di una divisione».
Come generale, avrà avuto anche lei i suoi
segreti.
«Non amo parlare di me, ma non posso eludere la domanda. Avevo - a
detta degli esperti - non comuni talenti tattici. Forse perché
studiavo a fondo il nemico, cercavo di intuirne e, sul campo,
anticiparne le mosse. Capii, prima degli altri, come lo capì De
Gaulle, il ruolo determinante dei mezzi corazzati, specialmente in
certe situazioni e su certi terreni».
Passava per un uomo audace e fantasioso.
«Un generale dev'essere audace e fantasioso. E, ciò che più conta,
deve godere della fiducia e della stima dei propri soldati. Io
stavo sempre con loro, mangiavo con loro, trepidavo, gioivo con
loro. Facevamo le stesse cose, correvamo gli stessi rischi. La mia
vita non valeva, almeno per me, più di quella del mio ultimo
caporale. Anche Napoleone, così diverso da me, aveva un rapporto
amichevole e confidenziale con la truppa che lo adorava».
Il suo nome, specialmente dopo la campagna d'Africa,
diventò famoso.
«In Nord Africa Hitler mi mandò nel 1941, quando le sorti della
guerra, sostenuta su quel fronte dall'Italia, diventarono incerte.
Al comando dell'Africakorps, devo riconoscere, mi battei con onore
e con successo. E questo mi guadagnò il soprannome di "volpe del
deserto". Era una guerra nuova e insidiosa perché il nemico non
erano soltanto gli inglesi, ma la sabbia e il caldo. Si lottava per
non soccombere al fuoco avversario, ma anche a un clima torrido e,
nei mesi caldi, in piena estate, insopportabile».
Le vicende della campagna d'Africa furono alterne anche per
un militare della sua tempra.
«Finché si combatté alla pari, riuscii ad avere la meglio, a
riportare indiscutibili vittorie, ma quando gli alleati, dopo
l'entrata in guerra degli Stati Uniti, nel dicembre 1941,
l'indomani del proditorio raid giapponese a Pearl Harbour, misero
in campo forze soverchianti, per me non ci fu più niente da
fare».
La sua impresa più memorabile?
«La conquista di Tobruk, nel 1941, che avrebbe dovuto far da
prologo a quella di Alessandria e all'espansione delle nostre
truppe fino al canale di Suez. Purtroppo, dopo Tobruk, cominciarono
le sconfitte, le ritirate, le delusioni. Finché, a El Alamein,
nello scorcio del 1942, sconfitto dagli inglesi, mi resi conto che
la partita era perduta».
Così diede l'ordine della ritirata.
«Nel maggio del 1943 ci arrendemmo. Io, fra l'altro, durante la
campagna d'Africa, ebbi seri problemi di salute che mi costrinsero
a rientrare precipitosamente in Germania per curarmi».
Come furono i suoi rapporti con il Führer in quegli
anni?
«Andarono sempre peggiorando, anche perché gli alti comandi non mi
amavano, forse invidiavano i miei successi e fecero di tutto per
mettermi i bastoni fra le ruote. Hitler che, a suo tempo, mi aveva
nominato Federmaresciallo, sembrava uscito di senno».
Il salvatore della Germania stava diventando il suo
becchino.
«Ero anche venuto a sapere dei massacri da lui ordinati in Russia e
dell'esistenza dei campi di sterminio. Ma, non mi stancherò di
ripeterlo, ero un soldato e non volevo ficcare il naso in faccende
che non mi riguardavano. In fondo, disprezzavo una classe politica
che governava in quel modo, con la violenza, la ferocia, le camere
a gas».
La sua carriera di militare, comunque, non
finì.
«Ebbi tanti altri incarichi, anche importanti. Mi venne affidata la
difesa della Francia e il compito di fronteggiare lo sbarco alleato
in Normandia. Ma ormai non c'era più niente da fare. Le sorti della
guerra erano segnate. Solo Hitler, sempre più invasato, non se ne
rendeva conto».
Per questo Von Stauffenberg e altri alti ufficiali, il 20
luglio 1944, ordirono un complotto contro Hitler, uscito
miracolosamente indenne. Lei ne fu partecipe?
«No. Quando lo seppi ebbi un moto di sdegno. Ma il Führer, come
tutti i dittatori, era sospettosissimo e si vendicò con ferocia. E
vittime non furono solo gli organizzatori dell'attentato, ma anche
chi, come me, senza colpa, era caduto in disgrazia».
Le fu ordinato di suicidarsi, come fece Nerone con l'ex
mentore e consigliere Seneca.
«Il 14 ottobre di quello stesso 1944 ero nella mia casa di
Herlingen con mia moglie Lucie e mio figlio Manfred, in divisa da
soldato della "Flak", quando bussarono alla porta due ufficiali
delle SS, emissari di Hitler. Mi dissero che, se mi fossi
suicidato, i miei congiunti sarebbero stati lasciati in pace e io
avrei avuto funerali solenni, come un eroe nazionale. Capii che non
c'era niente da fare, indossai il cappotto, presi con me il bastone
di maresciallo, salutai Lucie e Manfred e li seguii. Quando mi
consegnarono la dose mortale di cianuro, la assunsi con calma e
coraggio, come molti secoli prima, ad Atene, Socrate aveva bevuto
la cicuta. In tre secondi era tutto finito. Le esequie furono
grandiose e l'orazione funebre di von Rundstedt enfatica: "Il cuore
di Rommel apparteneva al Führer". Pochi mesi dopo, nel bunker di
Berlino, Hitler si toglieva la vita con l'amante Eva Braun,
diventata in quelle ultime ore sua moglie. Suggello tragico a una
brutta guerra».
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