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Fu vera gloria? E.J. Rommel

Proseguono gli "incontri" con i grandi della Storia. Confidenziali botta e risposta con chi, per le sue gesta, ha lasciato il segno nei secoli. Questo mese è la volta di Erwin Johannes Rommel, «la volpe del deserto»

Questa volta Roberto Gervaso incontra la volpe del deserto Federmaresciallo Rommel, la Seconda guerra mondiale ha avuto tanti grandi generali, condottieri militari, da Alexander a Montgomery, da Patton a MacArthur, ad Eisenhower, ma gli storici, e non solo quelli tedeschi, la giudicano, fra questi grandi, il più grande.

«È un primato che mi lusinga, ma io non sono mai stato un uomo ambizioso e vanitoso, e non posso, né voglio avallare questo giudizio. So soltanto che ho sempre fatto il mio dovere».

Se, redivivo, tornasse indietro, agirebbe diversamente da come agì?

«No. Sono stato un soldato con enormi responsabilità e posso aver commesso anch'io i miei errori, ma non ho mai dubitato delle mie scelte, sostenute dalle mie convinzioni».

Anche politiche?

«Io, pur avendo le mie idee politiche, mi sono sempre guardato dal manifestarle e, ciò che più conta, non mi sono mai immischiato in questioni che esulavano dai miei compiti di servitore, in tempo di pace e di guerra, del mio Paese. Che cos'altro vuole sapere da me?».

Innanzitutto, qualcosa della sua vita prima di abbracciare la carriera delle armi.

«Nacqui ad Heidenheim, il 15 novembre 1891, due anni dopo Hitler».

Militare anche suo padre?

«No, mio padre era insegnante».

Che studi fece?

«Studi regolari, ma fui un allievo modesto, anche perché pensavo ad altro».

A che cosa?

«Agli alianti, la mia passione dell'adolescenza e dei primi anni giovanili. A diciotto, scoprii la carriera militare e mi arruolai come allievo ufficiale. Quando l'attentato di Sarajevo accese la miccia della Prima guerra mondiale, partii per il fronte, dove mi feci onore. Le mie imprese sul campo mi valsero una prestigiosa decorazione, riservata ai generali. Gli alti comandi lodarono le mie doti tattiche e fui promosso capitano».

Come reagì alle inique sanzioni decise a Versailles da Clemenceau e Wilson, che imposero alla Germania brutali amputazioni territoriali e il pagamento di esorbitanti somme riparatrici? Un'umiliazione che l'Europa pagherà cara. La Seconda guerra mondiale cominciò dalla conferenza parigina.

«Reagii come tutti i miei connazionali, con sdegno, perché mi resi conto che le conseguenze di quel castigo sarebbero state, come furono, spaventose. Se a Versailles le potenze vincitrici fossero state più longanimi, Hitler non sarebbe andato al potere. Ma io, ripeto, ero un soldato, non un politico. Avrei continuato a fare il mio dovere».

Su quali testi militari si formò?

«Su quelli classici. Studiai con grande interesse le più celebri battaglie della Storia».

In Germania, in quegli anni, succedeva di tutto.

«Sì: l'economia era al collasso, l'inflazione alle stelle. I disoccupati e i disperati non si contavano. La gente moriva di fame».

In questo clima andò al potere l'imbianchino di Braunau.

«Salutato dai tedeschi come un salvatore, come il vendicatore dei torti subiti a Versailles. Fu facile per Hitler conquistare il potere e al nazionalsocialismo trionfare. Le dittature s'instaurano quando, come avrebbe detto Tacito, cuncta fessa, tutto è a pezzi».

E così, piano piano, la Germania, in barba ai veti di Versailles, si rianimò.

«La mobilitazione fu impressionante. E impressionante fu la ripresa dell'industria bellica. In pochi anni il mio Paese divenne la prima potenza militare europea».

Che opinione aveva allora del Führer?

«Era un uomo ambizioso e spregiudicato, un tribuno straordinario, trascinatore di folle deluse, scontente e ansiose di riscatto, di revanche».

Con l'occupazione dei Sudeti e l'invasione, nel settembre 1939, della Polonia, cominciò la Seconda guerra mondiale, di cui lei fu uno dei più spettacolari protagonisti.

«Cercai di dare il meglio di me perché ho sempre servito con scrupolo e dedizione il mio Paese».

La sua fu un'ascesa napoleonica.

«Non sta a me dirlo. Certo, devo ammettere che i riconoscimenti, le promozioni e gli onori non mi mancarono, anche se io, a differenza di tanti colleghi, e non solo tedeschi, non brigai mai per ottenerli».

Il suo primo importante incarico?

«Il comando di una divisione».

Come generale, avrà avuto anche lei i suoi segreti.

«Non amo parlare di me, ma non posso eludere la domanda. Avevo - a detta degli esperti - non comuni talenti tattici. Forse perché studiavo a fondo il nemico, cercavo di intuirne e, sul campo, anticiparne le mosse. Capii, prima degli altri, come lo capì De Gaulle, il ruolo determinante dei mezzi corazzati, specialmente in certe situazioni e su certi terreni».

Passava per un uomo audace e fantasioso.

«Un generale dev'essere audace e fantasioso. E, ciò che più conta, deve godere della fiducia e della stima dei propri soldati. Io stavo sempre con loro, mangiavo con loro, trepidavo, gioivo con loro. Facevamo le stesse cose, correvamo gli stessi rischi. La mia vita non valeva, almeno per me, più di quella del mio ultimo caporale. Anche Napoleone, così diverso da me, aveva un rapporto amichevole e confidenziale con la truppa che lo adorava».

Il suo nome, specialmente dopo la campagna d'Africa, diventò famoso.

«In Nord Africa Hitler mi mandò nel 1941, quando le sorti della guerra, sostenuta su quel fronte dall'Italia, diventarono incerte. Al comando dell'Africakorps, devo riconoscere, mi battei con onore e con successo. E questo mi guadagnò il soprannome di "volpe del deserto". Era una guerra nuova e insidiosa perché il nemico non erano soltanto gli inglesi, ma la sabbia e il caldo. Si lottava per non soccombere al fuoco avversario, ma anche a un clima torrido e, nei mesi caldi, in piena estate, insopportabile».

Le vicende della campagna d'Africa furono alterne anche per un militare della sua tempra.

«Finché si combatté alla pari, riuscii ad avere la meglio, a riportare indiscutibili vittorie, ma quando gli alleati, dopo l'entrata in guerra degli Stati Uniti, nel dicembre 1941, l'indomani del proditorio raid giapponese a Pearl Harbour, misero in campo forze soverchianti, per me non ci fu più niente da fare».

La sua impresa più memorabile?

«La conquista di Tobruk, nel 1941, che avrebbe dovuto far da prologo a quella di Alessandria e all'espansione delle nostre truppe fino al canale di Suez. Purtroppo, dopo Tobruk, cominciarono le sconfitte, le ritirate, le delusioni. Finché, a El Alamein, nello scorcio del 1942, sconfitto dagli inglesi, mi resi conto che la partita era perduta».

Così diede l'ordine della ritirata.

«Nel maggio del 1943 ci arrendemmo. Io, fra l'altro, durante la campagna d'Africa, ebbi seri problemi di salute che mi costrinsero a rientrare precipitosamente in Germania per curarmi».

Come furono i suoi rapporti con il Führer in quegli anni?

«Andarono sempre peggiorando, anche perché gli alti comandi non mi amavano, forse invidiavano i miei successi e fecero di tutto per mettermi i bastoni fra le ruote. Hitler che, a suo tempo, mi aveva nominato Federmaresciallo, sembrava uscito di senno».

Il salvatore della Germania stava diventando il suo becchino.

«Ero anche venuto a sapere dei massacri da lui ordinati in Russia e dell'esistenza dei campi di sterminio. Ma, non mi stancherò di ripeterlo, ero un soldato e non volevo ficcare il naso in faccende che non mi riguardavano. In fondo, disprezzavo una classe politica che governava in quel modo, con la violenza, la ferocia, le camere a gas».

La sua carriera di militare, comunque, non finì.

«Ebbi tanti altri incarichi, anche importanti. Mi venne affidata la difesa della Francia e il compito di fronteggiare lo sbarco alleato in Normandia. Ma ormai non c'era più niente da fare. Le sorti della guerra erano segnate. Solo Hitler, sempre più invasato, non se ne rendeva conto».

Per questo Von Stauffenberg e altri alti ufficiali, il 20 luglio 1944, ordirono un complotto contro Hitler, uscito miracolosamente indenne. Lei ne fu partecipe?

«No. Quando lo seppi ebbi un moto di sdegno. Ma il Führer, come tutti i dittatori, era sospettosissimo e si vendicò con ferocia. E vittime non furono solo gli organizzatori dell'attentato, ma anche chi, come me, senza colpa, era caduto in disgrazia».

Le fu ordinato di suicidarsi, come fece Nerone con l'ex mentore e consigliere Seneca.

«Il 14 ottobre di quello stesso 1944 ero nella mia casa di Herlingen con mia moglie Lucie e mio figlio Manfred, in divisa da soldato della "Flak", quando bussarono alla porta due ufficiali delle SS, emissari di Hitler. Mi dissero che, se mi fossi suicidato, i miei congiunti sarebbero stati lasciati in pace e io avrei avuto funerali solenni, come un eroe nazionale. Capii che non c'era niente da fare, indossai il cappotto, presi con me il bastone di maresciallo, salutai Lucie e Manfred e li seguii. Quando mi consegnarono la dose mortale di cianuro, la assunsi con calma e coraggio, come molti secoli prima, ad Atene, Socrate aveva bevuto la cicuta. In tre secondi era tutto finito. Le esequie furono grandiose e l'orazione funebre di von Rundstedt enfatica: "Il cuore di Rommel apparteneva al Führer". Pochi mesi dopo, nel bunker di Berlino, Hitler si toglieva la vita con l'amante Eva Braun, diventata in quelle ultime ore sua moglie. Suggello tragico a una brutta guerra».

Roberto Gervaso