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Cultura
Life, una pagina di storia che si
chiude
Dopo settant'anni cessa le
pubblicazioni uno dei magazine che hanno dettato nuove regole al
giornalismo e all'editoria. E' il segnale della grave crisi della
carta stampata che sta coinvolgendo ormai anche i
quotidiani
La testata era un
programma: Life - come tutti sanno - vuol dire "vita". Il
fondatore, Henry Luce, aveva dettato una formula ai suoi
giornalisti: «Osservare il volto dei poveri e i gesti dei
potenti». Raccontare la vita, in tutte le espressioni, da
quella di uomini e donne al vertice della società (e al centro
dell'attenzione degli altri) a quella della povera
gente.
Life muore, ed è una contraddizione in termini, visto il
significato della parola. Muore, vittima delle concorrenza. Non
degli altri magazine, ma dei nuovi mezzi di comunicazione, quelli
che nel 1936 - anno di nascita della rivista - nessuno poteva
neppure immaginare.
Il padre di Life fu un autentico genio dell'editoria e del
giornalismo. Nel 1923 (quando aveva appena 25 anni) Henry Robinson
Luce fondò Time, che è il capostipite di tutti i news-magazine
(Panorama e l'Espresso in Italia, nati trenta o quaranta anni più
tardi, l'Express e Le Point in Francia, Newsweek negli Stati Uniti,
tanto per chiarire). Nel 1930 creò Fortune, la prima rivista
economica e finanziaria, indispensabile per chi voglia sapere tutto
sul mondo dell'alta finanza e dell'imprenditoria. E nel 1947 - poco
dopo la fine della guerra - dette vita alla sua ultima creatura,
Sports Illustrated.
Life era il gioiello di famiglia, la testata che dava maggiore
soddisfazione al suo editore. Fu il primo rotocalco di grande
formato, che dava ampio spazio alle fotografie in un'epoca nella
quale la televisione muoveva i primissimi passi negli Stati Uniti
ed era ancora sconosciuta nel resto del mondo. Le immagini
documentavano quel che accadeva sul pianeta e fornivano ai lettori
gli strumenti per conoscerlo. Anche quella formula fu imitata in
tutto il mondo. Molti ricordano il successo che riscuotevano negli
anni Sessanta i reportage del settimanale Epoca, il rotocalco
italiano più simile a Life. E proprio negli anni Sessanta Life
raggiunse l'apice del successo e della diffusione con circa 7
milioni di copie vendute ogni settimana. Nel 1967 morì il
fondatore, Henry Luce (che aveva frequentato spesso l'Italia, ai
tempi in cui la moglie Clare Booth Luce era ambasciatore degli
Stati Uniti nel nostro Paese), ma la sua casa editrice era ormai un
colosso che occupava un intero grattacielo a Manhattan. Nantas
Salvalaggio - che per un breve periodo lavorò nella casa editrice -
ha raccontato che era una specie di Bengodi: «Il continente dello
spreco, dove il latte e il miele scorrono a fiumi come nel Paradiso
Terrestre. Tutti noi a Life vivevamo al di sopra dei nostri mezzi:
i grandi fotografi, se perdevano un aereo, ne affittavano uno
privato; e al posto della firma, sulla ricevuta, bastava che
scrivessero "Life"».
Il fotografo Carlo Bavagnoli (che lavorò per quattordici anni a
Life, fra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio dei Settanta)
testimonia che «a quell'epoca la rivista aveva così tanti soldi che
non importava dove ti trovassi: ti mandavano da una parte all'altra
del mondo per fare fotografie». Life era il sogno di tutti i
reporter: «Disponibilità illimitata di tempo e di mezzi,
possibilità di seguire tutte le fasi di un servizio, fino
all'impaginazione».
Ma il periodo delle vacche grasse era in via di esaurimento. Nei
primi anni Settanta la concorrenza televisiva si fece
particolarmente feroce: le immagini stampate furono sostituite
progressivamente, nella suggestione collettiva, dalle sequenze a
colori (di eccellente qualità) trasmesse dalla tv. Nel 1972
l'editore decise di chiudere Life, ma si trattò di un'interruzione
temporanea. Nel 1978 la testata tornò in edicola, come mensile,
ridimensionata nel formato, nella qualità della carta e nel numero
delle pagine. Il gruppo Time-Warner ha sostenuto la rivista per
altri venti anni: la tiratura era scesa a un milione e mezzo di
copie, gli introiti pubblicitari si erano ridotti enormemente, ma
il gruppo ha continuato a puntare sul prestigio. Nell'anno 2000 fu
decisa di nuovo la chiusura, poi Life risuscitò un'altra volta,
come settimanale in allegato a circa cento quotidiani diffusi sul
territorio americano.
In linea teorica si potrebbe dunque ritenere che anche questa
volta il necrologio sia affrettato. Come l'araba fenice, Life
potrebbe tornare di nuovo in edicola. In realtà, questa volta la
smobilitazione sembra definitiva. È stato annunciato che l'intero
archivio fotografico (oltre 10 milioni di immagini) verrà
trasferito sul Web, a disposizione degli internauti. Ed è stata
proprio la concorrenza del Web a dare il colpo di grazia a un
giornale da tempo moribondo.
Life non è un caso isolato: è la punta dell'iceberg, il primo
giornale "storico" che si inchina di fronte al successo travolgente
dei nuovi mezzi di comunicazione, destinati a spazzare via i
vecchi. Da Gutenberg a Internet.
La crisi prossima ventura di tutta la stampa è uno degli argomenti
più dibattuti negli Stati Uniti. Qualche mese fa un autorevole
studioso di editoria, Philip Meyer, ha concesso poche decine di
anni di vita ai grandi quotidiani. Il New York Times - ha
annunciato - stamperà la sua ultima copia nel 2043. Lo ha smentito
l'editore del giornale, Arthur Sulzberger jr., che ha anticipato la
data della possibile chiusura al 2012. I giornali di carta sono
destinati a sparire, nel giro di pochissimi anni. Meno pessimista
sul futuro è uno degli uomini che hanno maggiormente contribuito
alla rivoluzione dei mass media: Rupert Murdoch (proprietario del
più grosso impero televisivo mondiale, oltre che di decine di
giornali in tutti i continenti) sostiene che i giornali possono
salvarsi soltanto se cambieranno il loro aspetto attuale, offrendo
contenuti dinamici e brillanti. «I lettori ora chiedono di ricevere
notizie su una gran verietà di piattaforme: siti web, iPods,
telefonia mobile».
Il cambiamento è già in atto, ma è insufficiente. La maggior parte
dei quotidiani, nel mondo, hanno abbandonato il formato
tradizionale scegliendo il tabloid, più maneggevole, e che consente
una lettura più rapida. Tanti (anche fra i più autorevoli e più
diffusi) hanno fronteggiato la crisi riducendo gli organici,
finendo così per peggiorare la qualità e scontentare ulteriormente
i lettori. In Italia, i principali quotidiani hanno frenato la
crisi affidandosi ai gadget e agli allegati (cd, dvd, libri,
enciclopedie): ma è chiaro che si tratta di una soluzione
temporanea, perché - presto o tardi - il magazzino delle offerte
più attraenti si esaurirà.
«Cambiare o morire», ha sentenziato Murdoch. Forse, neppure il
cambiamento sarà sufficiente per evitare la
fine. |
Marco Martelli
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