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Life, una pagina di storia che si chiude

Dopo settant'anni cessa le pubblicazioni uno dei magazine che hanno dettato nuove regole al giornalismo e all'editoria. E' il segnale della grave crisi della carta stampata che sta coinvolgendo ormai anche i quotidiani

Una delle copertine storiche della testata. Dedicata ai Beatles, nel 1964 La testata era un programma: Life - come tutti sanno - vuol dire "vita". Il fondatore, Henry Luce, aveva dettato una formula ai suoi giornalisti: «Osservare il volto dei poveri e i gesti dei potenti». Raccontare la vita, in tutte le espressioni, da quella di uomini e donne al vertice della società (e al centro dell'attenzione degli altri) a quella della povera gente.

Life muore, ed è una contraddizione in termini, visto il significato della parola. Muore, vittima delle concorrenza. Non degli altri magazine, ma dei nuovi mezzi di comunicazione, quelli che nel 1936 - anno di nascita della rivista - nessuno poteva neppure immaginare.

Il padre di Life fu un autentico genio dell'editoria e del giornalismo. Nel 1923 (quando aveva appena 25 anni) Henry Robinson Luce fondò Time, che è il capostipite di tutti i news-magazine (Panorama e l'Espresso in Italia, nati trenta o quaranta anni più tardi, l'Express e Le Point in Francia, Newsweek negli Stati Uniti, tanto per chiarire). Nel 1930 creò Fortune, la prima rivista economica e finanziaria, indispensabile per chi voglia sapere tutto sul mondo dell'alta finanza e dell'imprenditoria. E nel 1947 - poco dopo la fine della guerra - dette vita alla sua ultima creatura, Sports Illustrated.

Life era il gioiello di famiglia, la testata che dava maggiore soddisfazione al suo editore. Fu il primo rotocalco di grande formato, che dava ampio spazio alle fotografie in un'epoca nella quale la televisione muoveva i primissimi passi negli Stati Uniti ed era ancora sconosciuta nel resto del mondo. Le immagini documentavano quel che accadeva sul pianeta e fornivano ai lettori gli strumenti per conoscerlo. Anche quella formula fu imitata in tutto il mondo. Molti ricordano il successo che riscuotevano negli anni Sessanta i reportage del settimanale Epoca, il rotocalco italiano più simile a Life. E proprio negli anni Sessanta Life raggiunse l'apice del successo e della diffusione con circa 7 milioni di copie vendute ogni settimana. Nel 1967 morì il fondatore, Henry Luce (che aveva frequentato spesso l'Italia, ai tempi in cui la moglie Clare Booth Luce era ambasciatore degli Stati Uniti nel nostro Paese), ma la sua casa editrice era ormai un colosso che occupava un intero grattacielo a Manhattan. Nantas Salvalaggio - che per un breve periodo lavorò nella casa editrice - ha raccontato che era una specie di Bengodi: «Il continente dello spreco, dove il latte e il miele scorrono a fiumi come nel Paradiso Terrestre. Tutti noi a Life vivevamo al di sopra dei nostri mezzi: i grandi fotografi, se perdevano un aereo, ne affittavano uno privato; e al posto della firma, sulla ricevuta, bastava che scrivessero "Life"».

Il fotografo Carlo Bavagnoli (che lavorò per quattordici anni a Life, fra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio dei Settanta) testimonia che «a quell'epoca la rivista aveva così tanti soldi che non importava dove ti trovassi: ti mandavano da una parte all'altra del mondo per fare fotografie». Life era il sogno di tutti i reporter: «Disponibilità illimitata di tempo e di mezzi, possibilità di seguire tutte le fasi di un servizio, fino all'impaginazione».

Ma il periodo delle vacche grasse era in via di esaurimento. Nei primi anni Settanta la concorrenza televisiva si fece particolarmente feroce: le immagini stampate furono sostituite progressivamente, nella suggestione collettiva, dalle sequenze a colori (di eccellente qualità) trasmesse dalla tv. Nel 1972 l'editore decise di chiudere Life, ma si trattò di un'interruzione temporanea. Nel 1978 la testata tornò in edicola, come mensile, ridimensionata nel formato, nella qualità della carta e nel numero delle pagine. Il gruppo Time-Warner ha sostenuto la rivista per altri venti anni: la tiratura era scesa a un milione e mezzo di copie, gli introiti pubblicitari si erano ridotti enormemente, ma il gruppo ha continuato a puntare sul prestigio. Nell'anno 2000 fu decisa di nuovo la chiusura, poi Life risuscitò un'altra volta, come settimanale in allegato a circa cento quotidiani diffusi sul territorio americano.

In linea teorica si potrebbe dunque ritenere che anche questa volta il necrologio sia affrettato. Come l'araba fenice, Life potrebbe tornare di nuovo in edicola. In realtà, questa volta la smobilitazione sembra definitiva. È stato annunciato che l'intero archivio fotografico (oltre 10 milioni di immagini) verrà trasferito sul Web, a disposizione degli internauti. Ed è stata proprio la concorrenza del Web a dare il colpo di grazia a un giornale da tempo moribondo.

Life non è un caso isolato: è la punta dell'iceberg, il primo giornale "storico" che si inchina di fronte al successo travolgente dei nuovi mezzi di comunicazione, destinati a spazzare via i vecchi. Da Gutenberg a Internet.

La crisi prossima ventura di tutta la stampa è uno degli argomenti più dibattuti negli Stati Uniti. Qualche mese fa un autorevole studioso di editoria, Philip Meyer, ha concesso poche decine di anni di vita ai grandi quotidiani. Il New York Times - ha annunciato - stamperà la sua ultima copia nel 2043. Lo ha smentito l'editore del giornale, Arthur Sulzberger jr., che ha anticipato la data della possibile chiusura al 2012. I giornali di carta sono destinati a sparire, nel giro di pochissimi anni. Meno pessimista sul futuro è uno degli uomini che hanno maggiormente contribuito alla rivoluzione dei mass media: Rupert Murdoch (proprietario del più grosso impero televisivo mondiale, oltre che di decine di giornali in tutti i continenti) sostiene che i giornali possono salvarsi soltanto se cambieranno il loro aspetto attuale, offrendo contenuti dinamici e brillanti. «I lettori ora chiedono di ricevere notizie su una gran verietà di piattaforme: siti web, iPods, telefonia mobile».

Il cambiamento è già in atto, ma è insufficiente. La maggior parte dei quotidiani, nel mondo, hanno abbandonato il formato tradizionale scegliendo il tabloid, più maneggevole, e che consente una lettura più rapida. Tanti (anche fra i più autorevoli e più diffusi) hanno fronteggiato la crisi riducendo gli organici, finendo così per peggiorare la qualità e scontentare ulteriormente i lettori. In Italia, i principali quotidiani hanno frenato la crisi affidandosi ai gadget e agli allegati (cd, dvd, libri, enciclopedie): ma è chiaro che si tratta di una soluzione temporanea, perché - presto o tardi - il magazzino delle offerte più attraenti si esaurirà.

«Cambiare o morire», ha sentenziato Murdoch. Forse, neppure il cambiamento sarà sufficiente per evitare la fine.
Marco Martelli