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Dei quattro Padri della
Patria, due (Vittorio Emanuele II e Camillo Benso, conte di
Cavour) coprivano ruoli istituzionali che non permettevano
strappi nel rispetto delle leggi. Gli altri due (Giuseppe
Mazzini e Giuseppe Garibaldi) si mossero spesso sull'esile
linea di confine che divide il lecito dall'illecito. Le
intenzioni erano ottime, ispirate dal desiderio di contribuire
al raggiungimento dell'unità nazionale, ma i mezzi erano
discutibili. Mazzini ebbe diversi guai con la giustizia: visse
per molti anni all'estero (in esilio, da latitante) e ispirò
molte azioni alle quali - soltanto in seguito - sarebbe stato
riconosciuto il carattere patriottico.
Garibaldi subì molte amarezze nella sua vita: il fallimento
della Repubblica Romana nel 1849 e - poche settimane dopo - la
morte della moglie Anita; la cessione di Nizza (la sua città
natale) alla Francia nel 1860; la ferita sull'Aspromonte, nel 1862,
durante uno scontro a fuoco con i soldati del generale Cialdini;
l'ordine di cessare i combattimenti alla Bezzecca, nel 1866 (quando
rispose con il laconico «Obbedisco»). Si sentì spesso straniero in
patria. E fu arrestato tre volte: a Chiavari, nel 1849; a Sinalunga
e a Figline Valdarno nel 1867.
Spesso si rifugiava a Caprera, per dimenticare delusioni e
dolori, ripromettendosi di ritirarsi a vita privata. Poi l'amore
per l'Italia e la generosità lo spingevano di nuovo sui campi di
battaglia o - negli ultimi anni - nell'aula di Montecitorio, per
dare ancora il suo contributo.
Toccò tre volte ai Carabinieri eseguire gli ordini che
giungevano dalla capitale (Torino prima, Firenze poi) e bloccare
quell'uomo che, per tutti gli italiani, era già un eroe. Proprio
per questo non si trattò di compiti agevoli.
Il 5 settembre 1849 (esattamente ad un mese dalla morte di
Anita, nella fattoria Guiccioli, vicino Ravenna) il generale fu
avvistato a Portovenere, in Liguria, a bordo di un peschereccio,
sul quale si era imbarcato qualche giorno prima in un porticciolo
della Toscana, nel tratto di mare di fronte all'isola d'Elba. Il
«noto personaggio» (così veniva definito Garibaldi nei rapporti
riservati dell'Arma) fu arrestato dopo due giorni a Chiavari, il
paese che l'aveva eletto deputato l'anno precedente (ma lui aveva
rinunciato al seggio). L'ordine era stato dato dal generale La
Marmora, Commissario straordinario della Liguria; l'incarico fu
affidato al capitano Carlo Alberto Basso. In pratica, Garibaldi si
costituì: quando andarono a cercarlo nella casa in cui aveva preso
alloggio, non lo trovarono, perché si era recato a Sestri. I
parenti assicurarono che, appena fosse rientrato, lo avrebbero
mandato nell'alloggio del conte Cossilla, Intendente della
provincia. Lo stesso Bassi accompagnò Garibaldi fino a Genova, e il
viaggio fu sufficientemente tranquillo: lungo il percorso, la
vettura fu circondata più volte da una folla ostile, ma fu lo
stesso Garibaldi a invitare alla calma i suoi sostenitori.
Nel 1862 Garibaldi conobbe di nuovo il carcere (nel forte di
Varignano, a La Spezia), ma quella volta furono i soldati
dell'Esercito a portarcelo. Tentando di completare (con la
conquista di Roma) l'opera avviata due anni prima con la spedizione
dei Mille, il generale aveva raccolto i suoi volontari in Sicilia
per risalire la penisola, in direzione della Città Eterna. Le
pressioni internazionali indussero il governo (presieduto da Urbano
Rattazzi) ad opporsi a quell'impresa. Il 29 agosto 1862, il giorno
stesso dello scontro sull'Aspromonte - nel quale l'eroe si beccò
due pallottole (una, di rimbalzo, alla coscia sinistra, e l'altra
al piede destro) - Garibaldi fu issato a bordo dell'incrociatore
Duca di Genova (con un paranco: «come si caricano i buoi»,
sottolineò amareggiato nelle Memorie) e trasferito nella prigione
dove fu detenuto per cinquantaquattro giorni, prigioniero dei «regi
avvoltoi».
L'anno terribile nei rapporti fra Garibaldi e lo Stato italiano
fu il 1867. La Terza guerra d'indipendenza non aveva completato -
come era nelle speranze di molti patrioti - l'Unità Nazionale.
Sette anni prima Garibaldi aveva lanciato il suo proclama: «O Roma,
o morte». E non intendeva rinunciare al suo progetto di conquista.
Come nel 1862, il presidente del Consiglio era Rattazzi. E, come
nel 1862, il governo non voleva (e non poteva) dare il proprio
avallo a un'impresa di conquista che non trovava consensi nelle
cancellerie delle Grandi Potenze europee. Garibaldi ebbe tuttavia
l'impressione (abbastanza fondata) che il governo fosse disposto a
non intralciare oltre misura la sua azione.
Sinalunga è un paese collinare nella Val di Chiana. Lì arrivò
Garibaldi il 23 settembre 1867. Preparava l'attacco a Roma, con i
suoi volontari, in arrivo da Siena, Orvieto e Terni. Fu accolto con
grande entusiasmo dalla popolazione. All'alba del 24 fu arrestato
nella casa della famiglia Angelucci, di cui era ospite. L'ordine
era arrivato dal prefetto di Perugia, su direttiva del governo:
«Far partire subito un treno speciale con Ufficiale Carabinieri e
truppa per Sinalunga, ove effettueranno arresto Garibaldi
traducendolo Firenze disposizione ministero». Il Comandante della
Tenenza di Orvieto era il luogotenente Federico Pizzuti: gli uomini
a sua disposizione erano cento, incaricati anche di fungere da
scorta nel trasferimento, sullo stesso treno, fino a Firenze.
Garibaldi fu prelevato mentre si trovava ancora a letto. Protestò,
ma non oppose resistenza. Insieme a Garibaldi furono arrestati
anche due suoi compagni: il maggiore Basso e l'ingegner Bartolini.
La missione si concluse nella sede del Comando Divisione Militare.
Un senatore (Giuseppe Gadda Conti) riferì in seguito di aver saputo
che il tenente Pizzuti «si era condotto con grande tatto e
fermezza». Nelle Memorie, Garibaldi liquidò l'episodio in quattro
righe: «Io avea però fatto il conto senza l'oste, ed una bella
notte, giunto a Sinalunga, ove fui gentilmente accolto ed ospitato,
venni arrestato per ordine del governo italiano, e condotto nella
cittadella di Alessandria. Da Alessandria, ove mi lasciarono alcuni
giorni, fui condotto a Genova, e da questa a Caprera, attorniando
l'isola con bastimenti da guerra». Conclusione: «Eccomi prigioniero
nella mia dimora, guardato a vista e ben da vicino, da fregate,
corazzate, minori piroscafi, ed alcuni legni mercantili, che il
governo avea noleggiati a tale proposito».
Appena un paio di settimane più tardi - riuscendo ad eludere
quella sorveglianza, apparentemente rigorosa - Garibaldi si imbarcò
su un beccaccino a remi con il quale raggiunse l'isola della
Maddalena. Fatte perdere le proprie tracce, dalla Sardegna - con un
peschereccio - traversò il Tirreno per sbarcare sulle coste
toscane, a Vado, fra Piombino e Livorno.
I volontari l'aspettavano, sul continente. L'attacco allo Stato
Pontificio era stato soltanto rinviato. Andò come andò: dopo un
effimero successo a Monterotondo, i garibaldini furono sconfitti a
Mentana. Erano rimasti appena in tremila, e furono sconfitti dagli
zuavi papalini e dai soldati francesi, dotati dei fucili Chassepots
a ricarica rapida («Les Chassepots ont fait merveilles», hanno
fatto meraviglie, telegrafò a Parigi, al termine della battaglia il
comandante francese De Failly). I vincitori non inseguirono
Garibaldi che, a cavallo, raggiunse il confine dello Stato
Pontificio. Poi salì su un treno diretto a Livorno, accompagnato da
una cinquantina di fedelissimi (compresi due figli, il genero,
Stefano Canzio, e Francesco Crispi, allora deputato).
Alla stazione di Figline Valdarno lo attendeva il colonnello dei
Carabinieri Deodato Camosso incaricato di quello che sarebbe stato
l'ultimo arresto - e il più faticoso per gli esecutori - dell'Eroe.
Spalleggiato da Crispi, Garibaldi pretese (inutilmente) che Camosso
telegrafasse al primo ministro Menabrea (che aveva emesso
l'ordine). Poi chiese di scendere dal treno per una impellente
necessità. Quindi oppose resistenza per risalirvi. Ci vollero tre
ore per indurlo a rispettare l'ordine. Un carabiniere non resse
all'emozione e cadde a terra svenuto (ma questo particolare non ha
alcun riscontro documentale, ed è forse soltanto una leggenda).
Alla fine il Generale (che pochi giorni prima aveva combattuto la
sua ultima battaglia in territorio italiano) si arrese, «con tutta
buona grazia», come annotò Camosso nel rapporto. «Nel viaggio»,
scrisse semplicemente Garibaldi nelle Memorie, «le solite miserie
governative, di carabinieri, bersaglieri, paure, eccetera;
viaggiando a tutta velocità fui finalmente depositato all'antico
mio domicilio del Varignano, da dove mi lasciarono poi tornare alla
mia Caprera». Rimase al forte di La Spezia venti giorni esatti.
L'ultima detenzione.
Non dobbiamo però mai dimenticare che i rapporti tra l'Eroe dei
Due Mondi e i Carabinieri furono sempre improntati a sentimenti di
affetto e reciproca stima. A dimostrarlo, a parte una abbondante
letteratura, anche un documento autografo di Garibaldi spedito da
Caprera ai «prodi Carabinieri di Pontedera...». La lettera continua
così: «Vi invio due gnacchere, povero prodotto di questo mare.
Accettate la buona volontà e l'amore che vi consacra per la vita il
vostro Giuseppe Garibaldi». |