|
A testa alta. Ci sono
infiniti modi per affrontare le difficoltà della vita, tanti
quante sono le persone su questa Terra. Ci sono molti modi per
fare il mestiere di carabiniere.
Questa è la storia di un imprenditore che ha deciso di reagire
con coraggio ad una sfida terribile, a qualunque costo. Ed è la
storia di carabinieri che hanno scelto di indossare l'uniforme più
bella che abbiamo: quella di chi fa il proprio dovere fino in
fondo.
I fatti. Gela, 1990. Nino Miceli, è il titolare del locale
autosalone Lancia Autobianchi. Originario di Realmonte in provincia
di Agrigento, sposato, due figli, è fra i più giovani concessionari
della Sicilia, ma la sua attività abbraccia un vasto territorio:
buona parte della provincia di Caltanissetta, Licata
nell'agrigentino, Vittoria nel ragusano.
Il calvario inizia in un giorno di aprile, quando presso
l'esercizio, accompagnato da un ex dipendente del Miceli, si
presenta il capomafia del paese. La prima richiesta è lo sconto sul
prezzo di un'autovettura, a cui si aggiunge la pretesa di
un'ulteriore detrazione di parte della somma, in cambio di un'auto
usata di nessun valore commerciale, buona ormai per la
rottamazione. Miceli rifiuta quest'ultima imposizione, e si sente
rispondere: «Ma tu lo sai chi sono io?».
La notte del 30 aprile, l'autosalone è dato alle fiamme. Il
danno è ingente: duecento milioni di vecchie lire, all'epoca una
fortuna. Mentre l'incendio è domato, l'uomo ha il suo primo
incontro con l'Arma dei Carabinieri. Ha il volto di un tenente che
lo scruta come se volesse entrare nella sua mente e leggerne i
pensieri. Sente quegli occhi addosso. L'immagine, ancora viva nella
sua mente, avrà per lui un peso notevole molto tempo dopo.
Miceli non si arrende. Inizia subito a ricostruire le strutture
danneggiate: il colpo è forte ma si può ancora ripartire. Il lavoro
riprende. Tutto tace fino al luglio successivo, quando arriva una
telefonata da parte dei carabinieri. Il militare che lo chiama lo
tranquillizza subito. Nulla di grave. Una bottiglia piena di
liquido infiammabile è stata lanciata contro una serranda laterale
del suo negozio. Qualche milione di danno. Ma Miceli, che in tutto
quel tempo si è interrogato sul precedente e più grave episodio,
capisce perfettamente il messaggio. Cosa Nostra sta per
ripresentarsi, e questa volta non ci sarà possibilità di
resistere.
Le richieste sono esplicite, un milione al mese in cambio della
benevolenza e della protezione della mafia. La strategia è precisa:
far pagare poco, ma tutti. Un piccolo esborso mensile rende meno
facile il rischio di una denuncia, e così si acquisisce un
capillare controllo del territorio e si realizzano ingenti
guadagni.
Miceli inizialmente paga, ma documenta le dazioni, registrando
le conversazioni su nastri che conserva scrupolosamente. La
decisione di denunciare sta maturando, quegli occhi che lo
scrutavano la notte dell'incendio continuano a scavare nella sua
anima.
A Gela intanto si scatena una guerra: il predominio della mafia
viene insidiato da una nuova componente. È la stidda, fazione
emergente, uomini ambiziosi e decisi a prendere il comando. Sono
violenti e spietati, hanno dalla loro la determinazione di chi
viene dalla strada e vuole conquistare il potere e la ricchezza a
ogni costo. Il rapporto fra le due organizzazioni criminali,
beninteso nessuna migliore dell'altra (!), è quello fra un campione
di boxe desideroso solo di godersi il frutto del successo raggiunto
e un giovane sfidante ancora in salita, ansioso di tirare pugni per
conquistare il podio più alto.
In pochi mesi la zona è disseminata di cadaveri, il culmine si
ha nel novembre del '90, con la "strage della sala giochi". La
miccia è il mancato rispetto da parte di Cosa Nostra degli accordi
per la spartizione delle tangenti sugli appalti. Il risultato è una
tempesta di proiettili, che lascia sul terreno otto morti e tredici
feriti.
I nuovi equilibri incidono sulle attività del racket. Il 28
febbraio 1991 presso la concessionaria del Miceli appiccano un
altro incendio, che provoca cento milioni di danni. Dietro l'ultimo
crimine c'è la volontà di un ulteriore sopruso, la vittima dovrà
versare d'ora in poi una doppia tangente: cinquecentomila lire a
Cosa Nostra, come prima, e altrettanto agli stiddari.
È la goccia che fa traboccare il vaso. Nino Miceli è sempre più
convinto: deve denunciare tutto ai Carabinieri. Con loro ha già
avuto contatti, con quelli di Gela e anche con il Comandante
Provinciale di Caltanissetta, tenente colonnello Umberto Pinotti,
che lo ha contattato dopo i delitti patiti e che ricorda: «…sulla
strada a fare controlli, mentre un elicottero volteggiava sulla
città».
Viene convocato al Comando della Compagnia. Il tenente Mario
Mettifogo, gli occhi che lo scrutavano la notte del primo incendio,
lo fa accomodare nel suo ufficio e gli parla da uomo a uomo.
L'ufficiale gli dice che comprende la difficoltà di ribellarsi alla
mafia, la paura; ma che ci sono tanti modi per collaborare. Basterà
fornire informazioni in via confidenziale, l'Arma provvederà per
suo conto a fare i dovuti riscontri. Deve solo fidarsi di lui. «Mi
faccia lavorare» è l'esortazione finale, che non rimane
inascoltata. L'imprenditore si fa coraggio: lo Stato è con lui, gli
ha appena teso una mano. La decisione è presa, darà fiducia
all'uomo seduto di fronte a lui, che ha capito essere davvero
determinato a combattere la piovra.
Le conversazioni registrate diventano sempre di più, nei nastri
del Miceli ci sono una trentina di voci diverse, elementi ottimi
per lavorare. L'Arma passa al contrattacco con un lavoro
investigativo imponente, e ha dalla sua parte la preziosa e
intelligente collaborazione di una vittima del racket. Uno spaccato
dall'interno del problema, piccole cose che fanno grandi
differenze. Con i primi riscontri partono informative che
contengono dati oggettivi, foto e nominativi di indiziati. Le
intercettazioni possono essere mirate verso direzioni più precise.
Gli appostamenti e i pedinamenti vanno a segno. Mesi di paziente
lavoro, che nel tempo danno i loro frutti.
Mettifogo, che nel frattempo è divenuto capitano, stringe il
cerchio delle sue indagini. Nel maggio '92, pochi giorni prima
della strage di Capaci, arriva un determinante risultato. I
carabinieri di Gela fanno irruzione in una casa del quartiere
chiamato "Bronx". Sequestrano 11 mitra kalashnikov e droga, ma
soprattutto trovano il libro mastro delle estorsioni. Un registro
su cui sono annotate tutte le operazioni di pagamento delle
tangenti. I commercianti segnati sono 50, pochi giorni dopo il
capitano li riunisce in caserma e li esorta a collaborare. Se
saranno uniti, la mafia non potrà attaccarli tutti. L'incontro non
sortisce effetti immediati. I soggetti taglieggiati vengono
convocati singolarmente, 21 di loro accettano di collaborare, anche
se ciascuno lo fa in misura diversa. Per gli altri, il muro di
omertà resta impossibile da scalfire.
Nino Miceli è in testa al gruppo dei coraggiosi. Firma il suo
primo verbale il 26 maggio 1992, davanti al capitano Mettifogo, al
tenente Giuseppe Castello e al brigadiere Salvatore Senia. Ne
seguiranno molti altri. Consegna i nastri in suo possesso,
formalizza tutte le informazioni che ha già fornito
confidenzialmente, e il materiale probatorio si farà sempre più
consistente. Il 7 ottobre scatta il blitz: 49 ordinanze di custodia
cautelare in carcere che hanno l'effetto di colpire al cuore le
organizzazioni criminali della zona.
Sembra essere la fine di un incubo, per il concessionario
siciliano, ma i problemi sono tutt'altro che finiti. La risposta
dei clan non si fa attendere. L'11 novembre Gaetano Giordano,
titolare di alcune profumerie di Gela, viene ucciso a colpi d'arma
da fuoco. Con lui viene ferito il figlio Massimo, che
fortunatamente sopravvive. Giordano non era nel libro mastro. Due
anni prima, però, aveva subito un tentativo di estorsione e ne
aveva denunciato l'autore, facendolo arrestare.
Il segnale, inquietante, è molto preciso. Miceli sa di essere in
pericolo. I carabinieri lo proteggono 24 ore al giorno, prima
ancora che intervenga un formale programma di protezione. Il 9
dicembre 1993 si apre il processo "Bronx 2" alle cosche gelesi, con
47 imputati. Il coraggioso imprenditore si costituisce parte civile
contro 20 di loro. Il dibattimento si conclude il 15 luglio 1996.
Vengono inflitte pene per un totale di 450 anni di carcere circa, e
le condanne vengono confermate in appello e poi in Cassazione. Nel
frattempo Nino Miceli scompare. Con la moglie e i due figli deve
lasciare Gela, dal 1994 è ammesso ad un programma di protezione
quale testimone di giustizia.
Questa storia, che in breve abbiamo riepilogato per i nostri
lettori, è contenuta nel romanzo da poco uscito Io, il fu Nino
Miceli, sua prima fatica letteraria. Il titolo ha una chiave
ironica, che riprende il Mattia Pascal del suo conterraneo Luigi
Pirandello. A differenza della vicenda raccontata dal grande
scrittore e drammaturgo siciliano, Nobel per la Letteratura, quella
di Miceli, autore di se stesso, è una storia vera. Il "fu" è un
modo per dire che l'uomo, avendo dovuto sottoporsi ad un cambio di
identità, non esiste più con il nome con cui era nato. Oggi al suo
posto c'è un imprenditore che vive in un'altra area d'Italia,
svolge una nuova attività, e ha dovuto con non pochi problemi
assoggettare allo stesso destino la moglie e i figli.
Ha accettato di parlare con noi, portandoci la sua personale
testimonianza e spiegandoci il suo progetto editoriale:
«Inizialmente non era mia idea scrivere questo libro perché fosse
pubblicato. Volevo scrivere una cosa che servisse a me, alla mia
famiglia, ai quattro amici che mi sono rimasti dopo tutto quello
che ho vissuto. Una piccola autobiografia per uso personale, un
centinaio di copie in tutto. Il mio editore ha pensato invece che
fosse il caso di fare una cosa più ampia. Così è stato». Miceli,
dopo tanti anni, è ancora in contatto con i carabinieri che hanno
seguito le sue vicende, e anche in questa iniziativa li ha avuti al
suo fianco.
Ci racconta ancora la sua vicenda, il fiume di parole assomiglia
alle pagine del libro, dal quale non ci siamo staccati fino
all'ultima riga.
Ma c'è una domanda che vogliamo porgli in modo esplicito. La
risposta non ci sorprende: «Se tornassi indietro rifarei
esattamente quello che ho fatto. Ho passato tanti guai, ho
incontrato il dolore e la paura, ma un uomo ha la sua dignità, e
non si può sottostare al ricatto di chi vuole il frutto del nostro
lavoro senza aver fatto nulla». Miceli sogna di presentare il suo
libro a Gela, paese a cui si sente ancora legato. «È un pezzo della
mia vita, anche se è andata com'è andata, lì c'è tanta brava gente
a cui voglio bene e che mi ha voluto bene. Credo inoltre che andare
a portare la mia testimonianza proprio lì avrebbe un particolare
significato».
Non possiamo che essere d'accordo e facciamo a nostra volta, nel
nostro piccolo, una promessa. Se il progetto andrà in porto, quel
giorno a Gela ci sarà anche Il Carabiniere.
Ci sono infiniti modi per affrontare le difficoltà della vita,
tanti quante sono le persone su questa Terra. Ci sono molti modi
per fare il mestiere di carabiniere. Il modo di cui abbiamo scritto
si riassume in un'espressione, che abbiamo scelto come titolo. A
testa alta.
A nostro modesto avviso, è quello più
giusto. |