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Rocca, ovvero l'elogio del brigadiere

Il maresciallo è certamente il mattatore della serie televisiva più vista negli ultimi anni, ma a detta di molti militari dell'Arma è Cacciapuoti il carabiniere per eccellenza. Ce lo conferma Laura Toscano

Una foto con i protagonisti della serie: in primo piano il brigadiere Alfio Cacciapuoti (Sergio Fiorentini), il maresciallo Rocca (Gigi Proietti) e, dietro l'appuntato Banti (Paolo Gasparini) Come ve lo immaginate lo studio di una grande scrittrice? Una parete piena di libri, una scrivania con il computer (magari due), un divano e, come nella migliore tradizione letteraria, un gatto (una gatta) che ronfa acciambellato su una poltrona? Avete immaginato bene. Ma, oltre quanto descritto, tra importanti premi, foto ricordo e copioni, in bella mostra su uno degli scaffali centrali ecco anche la deliziosa statuetta di un carabiniere.

Sì, perché Laura Toscano, la grande autrice con cui scambieremo qualche battuta, è una donna che con l'Arma ha un rapporto davvero privilegiato. Dalla sua fervida fantasia è nato il maresciallo più famoso d'Italia, quel Giovanni Rocca che ha conquistato pubblico e critica in egual misura, continuando, a distanza di anni, a mietere successi. Sono state infatti appena annunciate due nuove puntate (andranno in onda entro la fine dell'anno) tratte da un libro della scrittrice pubblicato molti anni fa: Il Maresciallo Rocca e l'amico d'infanzia.

Partiamo proprio da questa "new" per domandare:

Signora Toscano, come mai soltanto adesso viene sceneggiato il suo libro?

«Il romanzo è stato scritto molto prima che andasse in onda Il maresciallo Rocca (1994), ed era basato su tutta una serie di informazioni da me raccolte sul personaggio: le origini, la psicologia, i pensieri, eccetera. Tutte notizie difficilmente raccontabili in una fiction, per cui ne ho fatto un romanzo. Adesso è stato deciso di trasformarlo in due puntate per la televisione... E naturalmente l'autrice mi ha autorizzato!».

Ma è una sorta di prequel, si svolge nel passato?

«No. Non si tratta di un prequel. Rocca è quello di sempre, vive a Viterbo, ma torna a Roma per una morte: quella di un ciabattino di San Lorenzo, il quartiere in cui viveva da bambino. Col ciabattino Giovanni passava molte ore dopo la morte del padre. E sarà un maestro di vita per il futuro maresciallo: che da lui impara l'amore per la musica lirica, da lui acquisisce la suggestione per le indagini».

Per le indagini?

«Sì, perché il calzolaio sostiene che dalle scarpe si può capire molto della persona che le indossa. Insomma, gli insegna le capacità deduttive di un vero investigatore».

Quello che poi diventerà Rocca... Facendo un passo indietro: come le è venuta l'idea di scrivere una serie su un maresciallo dei Carabinieri?

«In realtà l'idea non è partita da me. Mi è stato espressamente chiesto di scrivere una fiction sui Carabinieri, perché era molto tempo che non se ne facevano. Io però non ho accettato subito, ci ho pensato un po'... non volevo fare il solito santino. Poi accadde l'orribile vicenda della "Uno bianca", e da lì mi venne la riflessione di quei ragazzi uccisi solo perché indossavano una divisa. Questo episodio mi ha convinto, e ho proposto un personaggio che però volevo avesse un grado basso: un maresciallo, un brigadiere. Alla fine si decise per il maresciallo, perché aveva comunque un po' più di potere. Di questo personaggio ho descritto il mestiere, ma anche la vita. Un uomo che esce la mattina e, invece di timbrare un cartellino, va a caccia di gente che commette orrendi crimini. Ciò crea una contaminazione continua, che incide sulla sua vita, sulla sua psicologia, sulla sua famiglia».

Non sarà proprio questo ad aver determinato l'enorme successo del personaggio?

«Forse sì. Io ho voluto raccontare di un uomo che sta dentro una divisa: la divisa diventa un valore aggiunto, ma è quello che c'è dentro che conta. Si è rivelata un'operazione vincente, che ha attratto tutti. Quando si arriva a 15 milioni di spettatori a puntata abbiamo un dato "pesante", che non si può disconoscere. Numeri che sono andati avanti nel tempo, non 15, ma 13, 10 milioni di telespettatori (anche le repliche che vanno in notturna continuano ad avere un pubblico). E vorrei ricordare che fino ad oggi sono stati scritti 28 racconti, più le due puntate dal mio romanzo».

Per tornare all'amico d'infanzia, qualche altra indiscrezione? In fondo, stiamo in famiglia...

«Nel racconto, come dicevamo, Rocca si reca a Roma per quella drammatica morte, e lì reincontrerà un suo vecchio amico, sposato con la ragazza amata dal futuro maresciallo. Ma i due non sono felici e Giovanni se ne accorge. La donna andrà a cercarlo a Viterbo, per poi scomparire. E allora il maresciallo darà il via ad un'indagine insieme ai suoi uomini, al fedele Cacciapuoti...».

A proposito di Cacciapuoti: una figura straordinaria, aderentissima alla realtà, a detta di molti esponenti dell'Arma. A chi si è ispirata per forgiarne le caratteristiche?

«Intuizione. Ho visitato, è vero, alcune stazioni mentre scrivevo le sceneggiature - ho avuto una mia fettina di popolarità nell'Arma, forse anche perché sono una donna e pareva strano che una signora avesse scritto un racconto così - poi ho fatto una summa di quello che, secondo me, doveva essere un brigadiere come espressione dell'Arma: lui è quello che più di tutti è rappresentativo dell'Istituzione. Anche più di Rocca, che spesso, preso dai suoi problemi, non è il carabiniere doc. Cacciapuoti lo è: il carattere a volte brusco, autoritario, ma sempre pieno di umanità e generosità. Inoltre lui e Rocca sono complementari, e la fedeltà di Cacciapuoti nei confronti del suo Comandante è totale».

Un forte senso del dovere...

«Una rivalutazione del senso del dovere, direi. Secondo me un aspetto innovativo del racconto. Il senso del valore, ahimè, in questi anni si è smarrito, diventando qualcosa di pesante da rappresentare. Ai tempi d'oggi viene sostituito, ad esempio, dall'autoaffermazione, cosa che manca totalmente al bravo brigadiere, sempre in subordine rispetto al suo Comandante, sempre un passo indietro, anche se le sue intuizioni sono spesso vincenti e determinanti per il buon esito del caso».

Non possiamo non farle questa domanda: Rocca è Proietti o Proietti è Rocca?

«Ormai le due immagini si sommano, non si riesce più a distinguerle. Devo confessare, però, che quando ho cominciato a scrivere le sceneggiature ho pensato a lui come attore ideale, anche se ancora non sapevo se avrebbe accettato il ruolo».

Lasciando un attimo da parte questa presenza "ingombrante", parliamo del suo ultimo libro: La madre indegna.

«Tutto un altro genere: il romanzo è la mia passione, e ci ho messo quasi sette anni a scrivere questa storia, di notte soprattutto. Il libro è incentrato su due figure: una donna grande affabulatrice e un uomo che deve indagare sul delitto di cui lei è sospettata. Siamo a Genova nel 1948: con un gioco di specchi molto articolato la donna racconta cose della sua vita che portano fuori strada l'investigatore. La sfida sarà quella di riconoscere la verità tra tanti indizi. Ma la verità è spesso inafferrabile, le diverse ottiche da cui si può osservare lo stesso fatto (vecchio concetto filosofico) rendono l'uomo complesso, un "Antirocca", personaggio invece sempre positivo».

Un livello di narrazione diverso, forse...

«Assolutamente sì. Mi auguro che vada bene, soprattutto perché ci ho lavorato con tanta passione. Spero che venga compreso, perché quello che a me interessa è potermi esprimere. Il successo è avere la libertà di fare e di dire quel che si vuole. Nondimeno, ho sempre l'ambizione di comunicare: non sono un'artista solipsista, che si "guarda l'ombelico". Comunicare è la cosa che più mi piace...».

Con Rocca, allora, è stata un'apoteosi...

«Direi di sì. 15 milioni di spettatori non li ho più raggiunti con nessun altro lavoro, e in Rai sono stati ottenuti solo da alcune fiction a carattere religioso. Ma è una cosa diversa...».

A proposito di altre fiction, ci dica qualcosa su L'ultimo dei Corleonesi: è stata una bella sfida?

«Veramente molto complicata: che non sempre è stata capita, anche perché dietro c'erano situazioni e problemi che hanno scatenato umori non strettamente legati allo sceneggiato. E ancor di più, mi aspetto qualche problemino dalla prossima fiction sui servizi segreti, scritta anche questa molti anni fa, in tempi sicuramente più tranquilli».

Aspettiamo con ansia i prossimi lavori della «semiarruolata», come lei stessa si definisce, dell'Arma Laura Toscano... Un'ultima domanda però ci preme. Ma Rocca finisce qui?

«Dipende dalla possibilità che avrò di modernizzare il personaggio, di renderlo diverso, di raccontare i disagi di questa società dove non tutti amano i carabinieri e le dinamiche che si scatenano anche all'interno di alcuni contesti. E questo non dipende soltanto da me...».
Claudia Colombera