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Cultura
Rocca, ovvero l'elogio del
brigadiere
Il maresciallo è certamente il
mattatore della serie televisiva più vista negli ultimi anni, ma a
detta di molti militari dell'Arma è Cacciapuoti il carabiniere per
eccellenza. Ce lo conferma Laura Toscano
Come ve lo immaginate
lo studio di una grande scrittrice? Una parete piena di libri,
una scrivania con il computer (magari due), un divano e, come
nella migliore tradizione letteraria, un gatto (una gatta) che
ronfa acciambellato su una poltrona? Avete immaginato bene.
Ma, oltre quanto descritto, tra importanti premi, foto ricordo
e copioni, in bella mostra su uno degli scaffali centrali ecco
anche la deliziosa statuetta di un carabiniere.
Sì, perché Laura Toscano, la grande autrice con cui scambieremo
qualche battuta, è una donna che con l'Arma ha un rapporto davvero
privilegiato. Dalla sua fervida fantasia è nato il maresciallo più
famoso d'Italia, quel Giovanni Rocca che ha conquistato pubblico e
critica in egual misura, continuando, a distanza di anni, a mietere
successi. Sono state infatti appena annunciate due nuove puntate
(andranno in onda entro la fine dell'anno) tratte da un libro della
scrittrice pubblicato molti anni fa: Il Maresciallo Rocca e l'amico
d'infanzia.
Partiamo proprio da questa "new" per domandare:
Signora Toscano, come mai soltanto adesso viene sceneggiato
il suo libro?
«Il romanzo è stato scritto molto prima che andasse in onda Il
maresciallo Rocca (1994), ed era basato su tutta una serie di
informazioni da me raccolte sul personaggio: le origini, la
psicologia, i pensieri, eccetera. Tutte notizie difficilmente
raccontabili in una fiction, per cui ne ho fatto un romanzo. Adesso
è stato deciso di trasformarlo in due puntate per la televisione...
E naturalmente l'autrice mi ha autorizzato!».
Ma è una sorta di prequel, si svolge nel
passato?
«No. Non si tratta di un prequel. Rocca è quello di sempre, vive a
Viterbo, ma torna a Roma per una morte: quella di un ciabattino di
San Lorenzo, il quartiere in cui viveva da bambino. Col ciabattino
Giovanni passava molte ore dopo la morte del padre. E sarà un
maestro di vita per il futuro maresciallo: che da lui impara
l'amore per la musica lirica, da lui acquisisce la suggestione per
le indagini».
Per le indagini?
«Sì, perché il calzolaio sostiene che dalle scarpe si può capire
molto della persona che le indossa. Insomma, gli insegna le
capacità deduttive di un vero investigatore».
Quello che poi diventerà Rocca... Facendo un passo
indietro: come le è venuta l'idea di scrivere una serie su un
maresciallo dei Carabinieri?
«In realtà l'idea non è partita da me. Mi è stato espressamente
chiesto di scrivere una fiction sui Carabinieri, perché era molto
tempo che non se ne facevano. Io però non ho accettato subito, ci
ho pensato un po'... non volevo fare il solito santino. Poi accadde
l'orribile vicenda della "Uno bianca", e da lì mi venne la
riflessione di quei ragazzi uccisi solo perché indossavano una
divisa. Questo episodio mi ha convinto, e ho proposto un
personaggio che però volevo avesse un grado basso: un maresciallo,
un brigadiere. Alla fine si decise per il maresciallo, perché aveva
comunque un po' più di potere. Di questo personaggio ho descritto
il mestiere, ma anche la vita. Un uomo che esce la mattina e,
invece di timbrare un cartellino, va a caccia di gente che commette
orrendi crimini. Ciò crea una contaminazione continua, che incide
sulla sua vita, sulla sua psicologia, sulla sua famiglia».
Non sarà proprio questo ad aver determinato l'enorme
successo del personaggio?
«Forse sì. Io ho voluto raccontare di un uomo che sta dentro una
divisa: la divisa diventa un valore aggiunto, ma è quello che c'è
dentro che conta. Si è rivelata un'operazione vincente, che ha
attratto tutti. Quando si arriva a 15 milioni di spettatori a
puntata abbiamo un dato "pesante", che non si può disconoscere.
Numeri che sono andati avanti nel tempo, non 15, ma 13, 10 milioni
di telespettatori (anche le repliche che vanno in notturna
continuano ad avere un pubblico). E vorrei ricordare che fino ad
oggi sono stati scritti 28 racconti, più le due puntate dal mio
romanzo».
Per tornare all'amico d'infanzia, qualche altra
indiscrezione? In fondo, stiamo in famiglia...
«Nel racconto, come dicevamo, Rocca si reca a Roma
per quella drammatica morte, e lì reincontrerà un suo vecchio
amico, sposato con la ragazza amata dal futuro maresciallo. Ma i
due non sono felici e Giovanni se ne accorge. La donna andrà a
cercarlo a Viterbo, per poi scomparire. E allora il maresciallo
darà il via ad un'indagine insieme ai suoi uomini, al fedele
Cacciapuoti...».
A proposito di Cacciapuoti: una figura straordinaria,
aderentissima alla realtà, a detta di molti esponenti dell'Arma. A
chi si è ispirata per forgiarne le
caratteristiche?
«Intuizione. Ho visitato, è vero, alcune stazioni mentre scrivevo
le sceneggiature - ho avuto una mia fettina di popolarità
nell'Arma, forse anche perché sono una donna e pareva strano che
una signora avesse scritto un racconto così - poi ho fatto una
summa di quello che, secondo me, doveva essere un brigadiere come
espressione dell'Arma: lui è quello che più di tutti è
rappresentativo dell'Istituzione. Anche più di Rocca, che spesso,
preso dai suoi problemi, non è il carabiniere doc. Cacciapuoti lo
è: il carattere a volte brusco, autoritario, ma sempre pieno di
umanità e generosità. Inoltre lui e Rocca sono complementari, e la
fedeltà di Cacciapuoti nei confronti del suo Comandante è
totale».
Un forte senso del dovere...
«Una rivalutazione del senso del dovere, direi. Secondo me un
aspetto innovativo del racconto. Il senso del valore, ahimè, in
questi anni si è smarrito, diventando qualcosa di pesante da
rappresentare. Ai tempi d'oggi viene sostituito, ad esempio,
dall'autoaffermazione, cosa che manca totalmente al bravo
brigadiere, sempre in subordine rispetto al suo Comandante, sempre
un passo indietro, anche se le sue intuizioni sono spesso vincenti
e determinanti per il buon esito del caso».
Non possiamo non farle questa domanda: Rocca è Proietti o
Proietti è Rocca?
«Ormai le due immagini si sommano, non si riesce più a
distinguerle. Devo confessare, però, che quando ho cominciato a
scrivere le sceneggiature ho pensato a lui come attore ideale,
anche se ancora non sapevo se avrebbe accettato il ruolo».
Lasciando un attimo da parte questa presenza "ingombrante",
parliamo del suo ultimo libro: La madre indegna.
«Tutto un altro genere: il romanzo è la mia passione, e ci ho messo
quasi sette anni a scrivere questa storia, di notte soprattutto. Il
libro è incentrato su due figure: una donna grande affabulatrice e
un uomo che deve indagare sul delitto di cui lei è sospettata.
Siamo a Genova nel 1948: con un gioco di specchi molto articolato
la donna racconta cose della sua vita che portano fuori strada
l'investigatore. La sfida sarà quella di riconoscere la verità tra
tanti indizi. Ma la verità è spesso inafferrabile, le diverse
ottiche da cui si può osservare lo stesso fatto (vecchio concetto
filosofico) rendono l'uomo complesso, un "Antirocca", personaggio
invece sempre positivo».
Un livello di narrazione diverso,
forse...
«Assolutamente sì. Mi auguro che vada bene, soprattutto perché ci
ho lavorato con tanta passione. Spero che venga compreso, perché
quello che a me interessa è potermi esprimere. Il successo è avere
la libertà di fare e di dire quel che si vuole. Nondimeno, ho
sempre l'ambizione di comunicare: non sono un'artista solipsista,
che si "guarda l'ombelico". Comunicare è la cosa che più mi
piace...».
Con Rocca, allora, è stata
un'apoteosi...
«Direi di sì. 15 milioni di spettatori non li ho più raggiunti con
nessun altro lavoro, e in Rai sono stati ottenuti solo da alcune
fiction a carattere religioso. Ma è una cosa diversa...».
A proposito di altre fiction, ci dica qualcosa su L'ultimo
dei Corleonesi: è stata una bella sfida?
«Veramente molto complicata: che non sempre è stata capita, anche
perché dietro c'erano situazioni e problemi che hanno scatenato
umori non strettamente legati allo sceneggiato. E ancor di più, mi
aspetto qualche problemino dalla prossima fiction sui servizi
segreti, scritta anche questa molti anni fa, in tempi sicuramente
più tranquilli».
Aspettiamo con ansia i prossimi lavori della
«semiarruolata», come lei stessa si definisce, dell'Arma Laura
Toscano... Un'ultima domanda però ci preme. Ma Rocca finisce
qui?
«Dipende dalla possibilità che avrò di modernizzare il personaggio,
di renderlo diverso, di raccontare i disagi di questa società dove
non tutti amano i carabinieri e le dinamiche che si scatenano anche
all'interno di alcuni contesti. E questo non dipende soltanto da
me...». |
Claudia Colombera
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