«Qui sull'Appennino,
fra l'Emilia e la Toscana, c'è il nostro Universo letterario,
la nostra Macondo». A parlare è Loriano Macchiavelli,
scrittore di gialli dai tempi in cui il genere narrativo in
casa nostra non aveva una sua maniera, gli editori non
volevano sentirne di noir all'italiana. «Ho sempre desiderato
fare lo scrittore», ci racconta, «fin da bambino. Era l'unico
modo in cui mi facevo intendere dai compagni. Giunto a Bologna
dal mio paese di montagna, con la parola avevo difficoltà,
perché parlavo il dialetto. A scuola scrivevo dei raccontini a
macchina, ne facevo 6 o 7 copie e le vendevo ai compagni. Alla
scrittura professionale sono arrivato attraverso il teatro,
iniziando a comporre testi per un gruppo di amici. Vedere le
proprie parole prendere vita, con la rappresentazione, oltre
che bello è stato molto importante, perché notavo che le
parole quando venivano pronunciate cambiavano aspetto, e
questo mi serviva per adeguare i contenuti. Era un teatro
sociale, alla maniera di Brecht per intenderci. Poi sono
passato alla letteratura».
Loriano, autore del personaggio Antonio Sarti, detective portato
con successo sul piccolo schermo dal bravo attore Gianni Cavina,
guida sicuro. La sua Citroën fila veloce sulla Porrettana, fra
paesaggi che sembrano rubati alle pagine del suo ultimo romanzo,
Tango e gli altri, in libreria dal 17 febbraio.
La nostra meta è Pàvana, ove incontreremo Francesco Guccini, più
noto al grande pubblico come cantautore "mito" di varie
generazioni, ma da anni coautore della serie gialla che ha come
protagonista il maresciallo dei carabinieri Benedetto
Santovito.
Il primo titolo è Macaronì (1997), dal nome coniato in Francia
alla fine dell'Ottocento per chiamare gli emigranti italiani. La
vicenda ha origine proprio in quei tempi, oltralpe, ma raggiunge
alla vigilia della Seconda guerra mondiale l'Appennino emiliano,
ambientazione che rimane lo sfondo principale della vicenda. In un
paese della zona, non meglio definito, Santovito, originario della
provincia di Salerno, è il Comandante della Stazione. Il suo nome,
però, non emerge se non alla fine della storia. Fino a quel punto
viene sempre chiamato «il Maresciallo», con la emme maiuscola. La
spiegazione arriva fra un bicchiere di vino rosso e un piatto di
tagliatelle al ragù, in una locanda che non ha nulla da invidiare a
quella del romanzo: «Ai tempi in cui la trama si svolge, in quelle
zone, il Maresciallo era l'Autorità, non una persona con un nome e
un cognome. Gli altri carabinieri della Stazione vengono chiamati
con il loro nome, lui no».
Il secondo episodio è Un disco dei Platters (1998), con il quale la
storia si trasferisce nel 1960. Santovito torna al paese in cui fu
Comandante, preso dalla nostalgia, ma poi a prenderlo è
un'intricata sequenza di delitti. E riprende a indagare. Un
carabiniere è sempre un carabiniere, è il motivo conduttore delle
storie, richiamato anche nell'ultimo romanzo della serie con il
detto latino semel abbas, semper abbas (una volta abate, abate per
sempre).
Gli altri titoli, all'alba del terzo millennio, sono Questo sangue
che impasta la terra (2001) e Lo spirito e altri briganti (2002).
Con le trame poliziesche, si snoda l'esistenza del protagonista,
che in Emilia incontra anche l'amore, impersonato dalla giovane
insegnante Raffaella.
Il sodalizio artistico fra gli autori di cui ci occupiamo produce
copiosi e bei frutti. Come sia avvenuto il fatidico incontro fra i
due artisti ce lo spiega Macchiavelli, mentre stiamo ormai per
raggiungere la dimora del suo compagno di scrittura: «Ho conosciuto
Francesco Guccini quando facevo teatro. Lavoravamo nella sede di
una vecchia Chiesa sconsacrata, San Leonardo, che il Comune ci
aveva messo a disposizione. Fui colpito dalla sua produzione
musicale, allora sorprendente. In un'epoca in cui trionfavano le
canzonette con le rime amore e cuore, lui scrisse Auschwitz, un
brano che ancora oggi quando lo ascolto mi mette i brividi…».
Prosegue Guccini: «Sapevo che Loriano scriveva gialli e gli
raccontai il caso dell'omicidio di un prete. La storia era molto
interessante, e un editor di Loriano, che era presente, ci propose
di trasformarla in un romanzo, da scrivere insieme. Così è nata la
nostra collaborazione, che nel tempo è diventata anche una bella
amicizia». Francesco ha con l'Arma un legame familiare. Il nonno
era carabiniere a cavallo, per un centimetro non era riuscito a
coronare il suo sogno, che era di entrare a far parte dei
Corazzieri.
«Voleva che mi arruolassi io, nei Corazzieri (e per l'altezza non
avrebbe certo avuto problemi, n.d.r.), ma io avevo altre idee. Da
ragazzo avevo già la passione per la scrittura, iniziai molto
presto a collaborare con la Gazzetta di Modena…».
Poi la musica, grande motivo conduttore della sua vita che lo ha
portato al successo con canzoni indimenticabili come Amerigo, In
morte di S.F., La locomotiva, Il vecchio e il bambino. Canzoni
spesso ricche di immagini e citazioni letterarie, tanto che Umberto
Eco lo ha definito «il più colto fra i cantautori italiani». Poi il
ritorno dalla parola cantata a quella scritta, una produzione
editoriale decollata a partire dal 1989; infine il lavoro a quattro
mani con Loriano Macchiavelli.
Al maresciallo Santovito è molto affezionato, lo scrittore
emiliano, anche perché i luoghi e i personaggi della serie sono
quelli della sua esistenza. Dal vissuto dei due Autori vengono
fuori soprannomi e ambienti, detti proverbiali e riferimenti di
ogni tipo.
All'ultimo episodio Guccini tiene in modo particolare: «Per
raccontare la nostra vicenda, ambientata in parte nel periodo della
Resistenza, ci siamo documentati con impegno, abbiamo tratto da
testi storici e abbiamo intervistato alcuni comandanti e
rappresentanti di gruppi partigiani attivi nella zona».
È il romanzo più ambizioso della serie, ci dicono a due voci gli
autori, per l'intreccio della trama e per la ricchezza di
riferimenti alla storia. Vi è anche una parte che ricorda la
campagna di Russia, a cui dedichiamo trattazione a parte.
Le montagne tutto intorno ci ascoltano, nel silenzio della valle.
Fra una tazza di tè e un biscottino alla cannella c'è tempo anche
per imbracciare una chitarra.
Nel viaggio di ritorno, una sola nota stonata rompe l'armonia di
una giornata davvero speciale: le avventure del maresciallo
Santovito finiscono qui. Tango e gli altri, quinto episodio,
nell'idea degli autori è destinato ad essere l'ultimo.
Nell'amarezza, l'ombra di un sorriso. Chissà, pensiamo, le idee si
possono sempre cambiare…
Curiosità
E, nella storia, la Storia - tango e gli altri
racconta anche la spedizione italiana in Russia, nel corso della
Seconda guerra mondiale. Benedetto Santovito è fra i 121 ufficiali
e 299 sottufficiali e carabinieri che si concentrano a Bologna,
località Corticella, nell'agosto del '42. Il XXVI Battaglione
Carabinieri Regi, dopo le fasi di preparazione del contingente
svolte presso la Scuola allievi ufficiali di complemento, viene
aggregato alla Divisione Vicenza e parte per Kupiansk, sul fronte
del Don, ove giunge il 18 ottobre.
Ad attenderli un gelido inverno e la tremenda controffensiva
dell'Armata Rossa, che sarà lanciata il 19 dicembre successivo.
Santovito, insieme al tenente Friggerio, che ritroveremo in alcuni
romanzi della serie con il grado di tenente colonnello, è fra i
fortunati che riescono a tornare. Al suo ritorno, un crimine
efferato e un sommario processo partigiano, sul quale compie
un'indagine affrettata. Il passato busserà alla sua porta sedici
anni più tardi, nella forma di una lettera…
Brutta bestia, la nostalgia - nel quarto
capitolo di Un disco dei Platters, vediamo Benedetto Santovito
tornare fra i monti dell'Appennino tosco-emiliano, nel paese ove
anni prima era stato Comandante della Stazione, spinto da una vaga
nostalgia. È in treno, la campagna sfila davanti ai suoi occhi.
«…Tornò a guardare il paesaggio dal finestrino abbassato. Ai suoi
tempi, quando faceva lo stesso viaggio in andata e ritorno almeno
una volta al mese, non sarebbe stato possibile tenere il finestrino
aperto per il fumo della motrice che entrava e si depositava sul
viso, sui vestiti, sui sedili… Le comodità della trazione
elettrica.
Il treno rallentò su un ponte che attraversava il fiume e
finalmente ecco il profilo di una montagna che gli era familiare;
la sagoma di un campo coltivato che spuntava dal fitto del bosco;
il fiume che in quel punto si allargava e compiva un'ansa; fra poco
il treno si sarebbe fermato alla stazione, accanto alla canapiera
con la ciminiera in mattoni rossa e cintata, lungo la sua altezza,
da cinque anelli in ferro…
Li aveva contati ogni volta che era passato di là, chissà
perché».
|