|
|
Home > L'Editoria >
Il Carabiniere >
Anno 2007 >
Febbraio
>
A tu per tu
La vita al tempo di...
Napoleone
Roberto Gervaso "incontra" per la
nostra Rivista i grandi della Storia. Un "confidenziale" botta e
risposta con chi, per le sue gesta, ha lasciato il segno nei
secoli. Si comincia con Napoleone Bonaparte. Che si "autodefinisce"
«il più grande condottiero di tutti i tempi»...
È stato davvero il più
grande condottiero del suo tempo?
«Diciamo di tutti i tempi».
Più di Alessandro, di Giulio Cesare, di Carlo Magno?
«Non sta a me dirlo, sarebbe un peccato di
presunzione. Ma ne sono convinto. Lo sa quanti titoli - biografie,
saggi, poemi, liriche, drammi - mi sono stati dedicati?».
Quanti?
«Centosettantamila».
Non tutti encomiastici.
«Ma questo nulla toglie alle mie imprese, anche a quelle dall'esito
meno fortunato, e alla mia figura, controversa, ma, a quasi
duecento anni dalla morte, ancora ricordata e da molti, non solo
francesi, venerata».
Oggi, se non sbaglio, di anni ne avrebbe
duecentotrentotto.
«Sì: sono nato nel 1769».
Dove?
«Ad Ajaccio, in Corsica».
Figlio di chi?
«Di Letizia Ramolino e di Carlo Maria Bonaparte, stimato notaio
dell'isola».
Studi?
«Fin da ragazzo la mia passione era la vita militare. Più che una
passione, un'autentica vocazione».
Dicono che non imparò mai perfettamente, lei futuro
imperatore dei francesi, la lingua della patria
adottiva.
«Lo parlavo, e anche piuttosto bene, ma con un forte accento
italiano».
Le sue letture preferite?
«Le Vite parallele, biografie di uomini illustri, di Plutarco.
Sognavo di diventarlo anch'io. E lo diventai».
Si sposò presto e il suo non fu un matrimonio
felice.
«Sa cosa diceva La Rochefoucauld?».
Ne ha dette tante.
«"Ci sono buoni matrimoni, ma non ce ne sono di deliziosi". Come il
mio con Giuseppina Beauharnais, bellissima creola della Martinica,
vedova di un visconte».
Perché la lasciò divorziando?
«Non mi aveva dato un erede».
E chi glielo darà?
«Maria Luigia, figlia dell'Imperatore d'Austria».
Un matrimonio politico, dettato dalla "Ragion di
Stato".
«Ma, a modo mio, le ho voluto bene».
A modo suo.
«Ciascuno vuole bene, ama a modo suo».
La sua carriera di condottiero fu - scusi il bisticcio -
napoleonica.
«Con la sola eccezione, forse, di Alessandro Magno nessuno ha
bruciato le tappe più di me».
Comandante dell'Armata in Italia a soli ventisette
anni.
«Un esordio strepitoso».
Cosa sarebbe stato di lei senza la Rivoluzione
francese?
«Io non ho letto i suoi libri, ma quassù mi hanno detto che lei è
uno storico appassionato. Dovrebbe ricordare, e se non se lo
ricorda glielo ricordo io, che la Storia non si fa con i se e con i
ma».
Vuol dire che senza la Rivoluzione francese, con i suoi
eccessi e le sue benemerenze, lei sarebbe diventato ugualmente
Napoleone?
«Volevo fortemente, fortissimamente la gloria, e l'ho avuta».
Ma quanto le è costata. E quanto è costata
all'Europa.
«Tutto nella vita ha un costo. L'ambizione da sola non basta. Ci
vogliono gesti, anche simbolici, ci vuole il sacrificio».
E ci vogliono cinismo e
spregiudicatezza.
«Il successo si paga. Più è repentino e clamoroso, più si paga. E
io l'ho pagato fino all'ultimo franco».
Si paga anche facendo i conti con la propria
coscienza.
«Ma, ogni tanto, la coscienza, bisogna metterla da parte. Nessun
condottiero, nessuno statista ha cinto tanti allori, si è
raccomandato ai posteri senza rinunce eroiche e quello che lei
chiama cinismo e spregiudicatezza».
Le quali non sono virtù.
«Non lo saranno per lei e per tanti comuni, anonimi mortali, ma lo
sono per chi ama il potere, per il potere combatte e governa un
popolo».
Nel 1804 lei si proclamò imperatore dei francesi. Un atto
di superbia luciferina.
«E perché? I miei concittadini mi adoravano. E fui anche generoso
con la Chiesa, che mi vedeva come fumo negli occhi.
All'incoronazione invitai papa Pio VII».
Emulo di Carlomagno, che mille anni prima, nell'800, aveva
ricevuto il solenne trofeo personalmente da papa Leone
III.
«La messe di trionfi che in pochi anni collezionai sbalordì il
mondo».
Suscitando invidia nelle corti del Vecchio
Continente.
«Non solo invidia: anche paura. Avevo intere Nazioni ai miei piedi.
E questo appagava il mio sconfinato orgoglio. Chi, al mio posto,
non sarebbe stato soddisfatto di tanti allori e onori? Si ricordi
(ho qualche anno più di lei e un'immensa esperienza) che il potere
- e il mio era sterminato e sembrava eterno - suscita sempre
invidia».
Che dovrebbe sublimarsi in emulazione.
«Ma chi, secondo lei, avrebbe potuto emularmi? Chi aveva la mia
intelligenza, il mio genio tattico e strategico, la mia fantasia e
la mia volontà?».
Quanti morti ha sulla coscienza?
«Un milione, due milioni? Cosa vuole contassero i morti per un uomo
come me? Io guardavo lontano, guardavo in alto. Volevo fare grande
la Francia, e l'ho fatta».
Mi sembra di sentire Stalin, che disse: «Un morto è un
morto; cento morti sono cento morti; ma un milione di morti sono
statistica».
«Non faccia il moralista, l'evangelista. La guerra è questa. Solo
chi la perde è perduto».
Da tante battaglie anche lei uscì
sconfitto.
«Sì, dopo la sciagurata campagna di Russia e la drammatica ritirata
dei miei eserciti. Ma prima? Marengo, Austerlitz, Jena, e tante
altre vittorie culminate in vere e proprie apoteosi».
Ma alla fine, prima alla Beresina, poi a Lipsia, infine a
Waterloo, per non parlare della precedente, memorabile, per i
francesi ignominiosa, batosta di Trafalgar contro la flotta inglese
di Orazio Nelson, lei dovette cedere il campo, le armi, lo
scettro.
«Non era facile, anche per uno come me, tenere testa a un'Europa
che mi voleva morto».
Se si fosse accontentato di esercitare la sovranità sulla
piccola isola d'Elba, dopo l'abdicazione a favore di suo figlio,
forse la sua vicenda umana avrebbe avuto altro
epilogo.
«Ma i francesi, delusi da un sovrano pavido e inetto come Luigi
XVIII, fratello del ghigliottinato Luigi XVI, invocarono a gran
voce il mio ritorno».
Con tutta l'Europa schierata contro di lei, le restava poco
da fare. A Waterloo, la débâcle senza
riscatto.
«Non voglio giustificarmi, ma se la fortuna non mi fosse stata così
ostile, forse ce l'avrei fatta».
L'ha detto lei: la Storia non si fa con i
se.
«Ha ragione».
Nel 1815 andò in esilio a Sant'Elena, isola sperduta
nell'Oceano Atlantico.
«Sei anni terribili. Mi sentivo un leone in gabbia, un leone
maltrattato e umiliato da quelli che dovevano essere i miei
custodi, mentre furono i miei carcerieri».
Come passava il tempo?
«Giocando a biliardo, facendo solitari e lunghe passeggiate a
cavallo, dettando le Memorie a Las Cases».
Le lunghe passeggiate a cavallo erano il suo svago
preferito.
«Finché gli inglesi, con l'assurda scusa che potessi fuggire, me le
proibirono. Io chiesi, e ottenni, che mi venisse installata
un'altalena nello studio».
Il più grande condottiero del suo tempo e, forse, di tutti
i tempi, in altalena?
«Finché l'iliade di malanni che da tempo mi affliggevano non si
esacerbarono portandomi, il 5 maggio 1821, alla tomba. Sic transit
gloria mundi». |
Roberto Gervaso
|
|
|