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La vita al tempo di... Napoleone

Roberto Gervaso "incontra" per la nostra Rivista i grandi della Storia. Un "confidenziale" botta e risposta con chi, per le sue gesta, ha lasciato il segno nei secoli. Si comincia con Napoleone Bonaparte. Che si "autodefinisce" «il più grande condottiero di tutti i tempi»...

NApoleone in una illustrazione di Melanton È stato davvero il più grande condottiero del suo tempo?

«Diciamo di tutti i tempi».

Più di Alessandro, di Giulio Cesare, di Carlo Magno?

«Non sta a me dirlo, sarebbe un peccato di presunzione. Ma ne sono convinto. Lo sa quanti titoli - biografie, saggi, poemi, liriche, drammi - mi sono stati dedicati?».

Quanti?

«Centosettantamila».

Non tutti encomiastici.

«Ma questo nulla toglie alle mie imprese, anche a quelle dall'esito meno fortunato, e alla mia figura, controversa, ma, a quasi duecento anni dalla morte, ancora ricordata e da molti, non solo francesi, venerata».

Oggi, se non sbaglio, di anni ne avrebbe duecentotrentotto.

«Sì: sono nato nel 1769».

Dove?

«Ad Ajaccio, in Corsica».

Figlio di chi?

«Di Letizia Ramolino e di Carlo Maria Bonaparte, stimato notaio dell'isola».

Studi?

«Fin da ragazzo la mia passione era la vita militare. Più che una passione, un'autentica vocazione».

Dicono che non imparò mai perfettamente, lei futuro imperatore dei francesi, la lingua della patria adottiva.

«Lo parlavo, e anche piuttosto bene, ma con un forte accento italiano».

Le sue letture preferite?

«Le Vite parallele, biografie di uomini illustri, di Plutarco. Sognavo di diventarlo anch'io. E lo diventai».

Si sposò presto e il suo non fu un matrimonio felice.

«Sa cosa diceva La Rochefoucauld?».

Ne ha dette tante.

«"Ci sono buoni matrimoni, ma non ce ne sono di deliziosi". Come il mio con Giuseppina Beauharnais, bellissima creola della Martinica, vedova di un visconte».

Perché la lasciò divorziando?

«Non mi aveva dato un erede».

E chi glielo darà?

«Maria Luigia, figlia dell'Imperatore d'Austria».

Un matrimonio politico, dettato dalla "Ragion di Stato".

«Ma, a modo mio, le ho voluto bene».

A modo suo.

«Ciascuno vuole bene, ama a modo suo».

La sua carriera di condottiero fu - scusi il bisticcio - napoleonica.

«Con la sola eccezione, forse, di Alessandro Magno nessuno ha bruciato le tappe più di me».

Comandante dell'Armata in Italia a soli ventisette anni.

«Un esordio strepitoso».

Cosa sarebbe stato di lei senza la Rivoluzione francese?

«Io non ho letto i suoi libri, ma quassù mi hanno detto che lei è uno storico appassionato. Dovrebbe ricordare, e se non se lo ricorda glielo ricordo io, che la Storia non si fa con i se e con i ma».

Vuol dire che senza la Rivoluzione francese, con i suoi eccessi e le sue benemerenze, lei sarebbe diventato ugualmente Napoleone?

«Volevo fortemente, fortissimamente la gloria, e l'ho avuta».

Ma quanto le è costata. E quanto è costata all'Europa.

«Tutto nella vita ha un costo. L'ambizione da sola non basta. Ci vogliono gesti, anche simbolici, ci vuole il sacrificio».

E ci vogliono cinismo e spregiudicatezza.

«Il successo si paga. Più è repentino e clamoroso, più si paga. E io l'ho pagato fino all'ultimo franco».

Si paga anche facendo i conti con la propria coscienza.

«Ma, ogni tanto, la coscienza, bisogna metterla da parte. Nessun condottiero, nessuno statista ha cinto tanti allori, si è raccomandato ai posteri senza rinunce eroiche e quello che lei chiama cinismo e spregiudicatezza».

Le quali non sono virtù.

«Non lo saranno per lei e per tanti comuni, anonimi mortali, ma lo sono per chi ama il potere, per il potere combatte e governa un popolo».

Nel 1804 lei si proclamò imperatore dei francesi. Un atto di superbia luciferina.

«E perché? I miei concittadini mi adoravano. E fui anche generoso con la Chiesa, che mi vedeva come fumo negli occhi. All'incoronazione invitai papa Pio VII».

Emulo di Carlomagno, che mille anni prima, nell'800, aveva ricevuto il solenne trofeo personalmente da papa Leone III.

«La messe di trionfi che in pochi anni collezionai sbalordì il mondo».

Suscitando invidia nelle corti del Vecchio Continente.

«Non solo invidia: anche paura. Avevo intere Nazioni ai miei piedi. E questo appagava il mio sconfinato orgoglio. Chi, al mio posto, non sarebbe stato soddisfatto di tanti allori e onori? Si ricordi (ho qualche anno più di lei e un'immensa esperienza) che il potere - e il mio era sterminato e sembrava eterno - suscita sempre invidia».

Che dovrebbe sublimarsi in emulazione.

«Ma chi, secondo lei, avrebbe potuto emularmi? Chi aveva la mia intelligenza, il mio genio tattico e strategico, la mia fantasia e la mia volontà?».

Quanti morti ha sulla coscienza?

«Un milione, due milioni? Cosa vuole contassero i morti per un uomo come me? Io guardavo lontano, guardavo in alto. Volevo fare grande la Francia, e l'ho fatta».

Mi sembra di sentire Stalin, che disse: «Un morto è un morto; cento morti sono cento morti; ma un milione di morti sono statistica».

«Non faccia il moralista, l'evangelista. La guerra è questa. Solo chi la perde è perduto».

Da tante battaglie anche lei uscì sconfitto.

«Sì, dopo la sciagurata campagna di Russia e la drammatica ritirata dei miei eserciti. Ma prima? Marengo, Austerlitz, Jena, e tante altre vittorie culminate in vere e proprie apoteosi».

Ma alla fine, prima alla Beresina, poi a Lipsia, infine a Waterloo, per non parlare della precedente, memorabile, per i francesi ignominiosa, batosta di Trafalgar contro la flotta inglese di Orazio Nelson, lei dovette cedere il campo, le armi, lo scettro.

«Non era facile, anche per uno come me, tenere testa a un'Europa che mi voleva morto».

Se si fosse accontentato di esercitare la sovranità sulla piccola isola d'Elba, dopo l'abdicazione a favore di suo figlio, forse la sua vicenda umana avrebbe avuto altro epilogo.

«Ma i francesi, delusi da un sovrano pavido e inetto come Luigi XVIII, fratello del ghigliottinato Luigi XVI, invocarono a gran voce il mio ritorno».

Con tutta l'Europa schierata contro di lei, le restava poco da fare. A Waterloo, la débâcle senza riscatto.

«Non voglio giustificarmi, ma se la fortuna non mi fosse stata così ostile, forse ce l'avrei fatta».

L'ha detto lei: la Storia non si fa con i se.

«Ha ragione».

Nel 1815 andò in esilio a Sant'Elena, isola sperduta nell'Oceano Atlantico.

«Sei anni terribili. Mi sentivo un leone in gabbia, un leone maltrattato e umiliato da quelli che dovevano essere i miei custodi, mentre furono i miei carcerieri».

Come passava il tempo?

«Giocando a biliardo, facendo solitari e lunghe passeggiate a cavallo, dettando le Memorie a Las Cases».

Le lunghe passeggiate a cavallo erano il suo svago preferito.

«Finché gli inglesi, con l'assurda scusa che potessi fuggire, me le proibirono. Io chiesi, e ottenni, che mi venisse installata un'altalena nello studio».

Il più grande condottiero del suo tempo e, forse, di tutti i tempi, in altalena?

«Finché l'iliade di malanni che da tempo mi affliggevano non si esacerbarono portandomi, il 5 maggio 1821, alla tomba. Sic transit gloria mundi».
Roberto Gervaso