Individuare i segni
determinanti per risolvere il caso laddove i comuni mortali
non sarebbero in grado di distinguere nulla, scorgere il
particolare decisivo nel frammento di un'impronta, scovare in
un bossolo la "firma" della pistola, isolare segmenti di Dna
da impercettibili tracce organiche. È al paziente lavoro di
intuito e precisione che porta alla scoperta dell'autore di un
crimine che si dedicano i carabinieri specializzati nelle
investigazioni scientifiche, articolati in una struttura che
coniuga avanguardia tecnologica e capillarità
territoriale.
Tecnologia e "fattore C" (come Carabiniere). Un
Comando centrale, il RaCis (Raggruppamento Carabinieri
Investigazioni Scientifiche), cui fanno capo l'addestramento,
l'analisi criminologica, le tecnologie informatiche, la
dattiloscopia preventiva e il reparto tecnico; quattro reparti, i
Ris (Reparti Investigazioni Scientifiche) di Roma, Parma, Cagliari
e Messina, articolati nelle sezioni di balistica, biologia, chimica
esplosivi e infiammabili, dattiloscopia e fotografia giudiziaria,
fonica e grafica; 29 sezioni territoriali specializzate nel
sopralluogo e nel repertamento sulla scena del crimine, nonché
nelle indagini tecniche sulle droghe. Questa è, in pillole,
l'organizzazione delle investigazioni scientifiche dell'Arma. Un
mondo di altissima tecnologia e frammenti di materia. Un universo
"virtuale", ma solo in apparenza: visitando i laboratori, infatti,
è evidente che, oltre all'avanguardia scientifica, il fattore in
grado di fare la differenza è l'uomo.
Impronta assassina. Il nostro viaggio fra i
laboratori del Ris di Roma, comandato dal tenente colonnello Luigi
Ripani, parte fra impronte digitali, calchi di pneumatici e tracce
di scarpe insanguinate. È qui che dai Comandi territoriali
dell'Arma arrivano le "firme" dei criminali, rinvenute sulla scena
del delitto grazie a particolari sostanze reagenti. È qui che gli
esperti leggono ciò che nessun altro riesce a scorgere, fra tracce
complesse e impronte di scarpe fabbricate in serie, ma ognuna
diversa dall'altra a causa dell'usura o di eventi accidentali. Il
primo passo, per le impronte digitali, consiste nell'interrogare,
attraverso il sistema Afis, una banca dati di oltre 60 milioni di
"ditate". Fra la rosa di "candidati" fornita dal computer, con
relativi indici di probabilità, sta quindi al carabiniere
individuare l'elemento caratterizzante, il contrassegno che
racchiude la soluzione del caso. Il tutto grazie alla tecnologia,
ma anche e soprattutto all'intuito e all'esperienza degli operatori
in grado di scorgere fra centinaia di immagini il dettaglio
rivelatore. Fondamentale è l'accuratezza del sopralluogo,
effettuato, salvo casi eccezionali, dall'Arma territoriale. Ma
anche un pizzico di fortuna risulta gradito. Come quando sulla
scena di un omicidio i carabinieri scovarono l'impronta
insanguinata di una scarpa: l'assassino aveva buttato quelle
calzature, ma a casa sua spuntò una foto che lo ritraeva in
altalena, con le suole - proprio "quelle" suole - rivolte
all'obiettivo.
Una firma "esplosiva". Se la dattiloscopia cerca
le tracce del criminale, nella sezione balistica gli operatori sono
concentrati sull'oggetto attraverso cui il reato è stato compiuto.
Dinamiche, traiettorie. E in particolare l'arma del delitto, che
nel procedimento che dalla pressione sul grilletto arriva fino allo
sparo del proiettile e all'espulsione del bossolo imprime su
proiettile e bossolo la sua indelebile "firma". Tracce
microscopiche, differenziate tra loro da particolari
infinitesimali, distinguibili solo da microscopi ad alta precisione
e soprattutto dall'occhio dell'operatore esperto ed allenato. Anche
qui, attraverso il sistema "Ibis", entra in gioco una banca dati
che custodisce il "catalogo" delle armi cui si risale attraverso le
caratteristiche di classe. E così, quando il bossolo e/o il
proiettile arrivano nei laboratori del Ris, l'immagine riprodotta
viene immessa nel sistema, che restituisce una serie di possibili
corrispondenze. Quindi tocca alla perizia, all'intuito,
all'esperienza. E laddove chiunque altro non sarebbe in grado di
scorgere nulla, il carabiniere individua fra le immagini sezionate
l'impronta che consente di risalire all'arma del delitto, con
l'aiuto del microscopio comparatore, che compone in un'unica
immagine frammenti del reperto e dettagli selezionati dalla banca
dati. Per scoprire magari che con la stessa arma erano già stati
commessi altri delitti.
Il codice che non tradisce. Dai laboratori del
Ris è uscito il codice genetico di uno dei kamikaze di Nassiriya,
estratto da una particella abbrustolita di materiale organico
rinvenuta su un filo spinato a 100 metri dall'esplosione. Negli
stessi locali di Tor di Quinto, a Roma, sono stati identificati i
resti di Fabrizio Quattrocchi e quelli del corpo di Enzo Baldoni.
Ma non finisce qui: alla sezione biologia dei Ris, infatti, sono
deputate le analisi di qualsiasi elemento organico connesso ad un
delitto. Non solo sangue, dunque, ma anche saliva, liquido
seminale, tracce di contatto con l'epidermide o cellule da
desquamazione. Quando il reperto arriva in laboratorio, viene
esaminato per individuare il tipo di sostanza e procedere ad un
primo test. Segue l'estrazione del Dna, e solo in un secondo
momento l'esaltazione e la marcatura del frammento ritenuto di
interesse, che in ultimo viene analizzato per ricavarne le
informazioni necessarie. Elementare? Tutt'altro. Mantenere intatto
il Dna, evitare che i codici si mescolino, "isolare" un frammento
puro, non è semplice. Le precauzioni sono rigidissime, e per questo
chi ancora nutre dubbi sull'opportunità di istituire una banca dati
nazionale del Dna può dormire sonni tranquilli: per individuare ed
eliminare frammenti "intrusi", i primi ad essere "schedati" sono
stati proprio i carabinieri dei Ris!
L'intervista
La famiglia dei carabinieri "in camice bianco" si allarga. Ad
annunciarlo è il generale Nicola Raggetti, Comandante del RaCis:
«Negli ultimi anni l'attività operativa è aumentata notevolmente.
Per questo, e alla luce della vasta competenza territoriale dei Ris
di Roma e di Parma, sono state avviate le procedure per la
costituzione di due nuovi Ris, a Genova e Bari. Per avviare le
attività - spiega Raggetti - il Comando Generale ha autorizzato
l'istituzione di distaccamenti dei Ris di Roma e Parma. Non appena
ci saranno maggiori risorse finanziarie e umane, tali nuclei
verranno elevati essi stessi a Ris. Così potremo far fronte al
meglio alle richieste, sempre in aumento, che arrivano sia
dall'autorità giudiziaria che dai comandi territoriali
dell'Arma».
Le articolazioni territoriali della Investigazioni
Scientifiche sono in crescita. E la struttura del
RaCis?
«Anch'essa è cresciuta, con l'istituzione di nuovi reparti alle
dirette dipendenze del Comandante del RaCis; reparti che svolgono
un ruolo determinante in molti settori dell'attività di polizia
giudiziaria. Penso ad esempio al Reparto Dattiloscopia Preventiva,
attraverso il quale, con il sistema Afis (Automatic Fingerprint
Identification System, Sistema per l'Identificazione Automatica
delle Impronte Digitali), è possibile interrogare in pochi minuti
la banca dati dattiloscopica esistente presso il casellario
centrale del Ministero dell'Interno, che custodisce oltre 60
milioni di impronte digitali. Il sistema è così evoluto che ci
consente di lavorare anche con semplici frammenti di
impronta».
Con l'evoluzione tecnologica c'è ancora un ruolo per
l'uomo?
«La macchina si limita a fornire una rosa di "candidati". L'ultima
parola spetta all'operatore Afis, che confronta le impronte
memorizzate nella banca dati con quelle rinvenute sulla scena del
crimine, e trova i punti caratteristici di identità. Questa
operazione fino a un decennio fa richiedeva tempi molto lunghi, e
forniva indicazioni meno attendibili di quelle odierne. Il salto in
avanti è stato compiuto grazie a modernissime attrezzature, per la
cui acquisizione il Comando Generale investe ogni anno rilevanti
risorse finanziarie, che ci consentono di essere al pari di tutti i
più importanti laboratori e organizzazioni forensi europei. In
questo ambito, poi, sono fondamentali i rapporti di collaborazione
che l'Arma intrattiene con importanti organizzazioni
tecnico-scientifiche internazionali come l'Enfi, un network europeo
che riunisce 54 laboratori forensi di 32 Paesi, nel quale il RaCis
svolge un ruolo attivo e partecipa a tutti i principali gruppi di
lavoro. Io stesso, in qualità di Comandante del RaCis, sono stato
recentemente eletto nel board di questa struttura, che ne coordina
e dirige le attività. È la prima volta che un riconoscimento del
genere viene assegnato all'Arma dei Carabinieri, a riprova della
capacità professionale in campo tecnico-scientifico».
Quali sono gli altri reparti istituiti di recente presso il
Comando del RaCis?
«C'è il Reparto di Analisi Criminologica (Rac), che interviene in
supporto ai reparti investigativi dell'Arma territoriale in caso di
gravi reati per tracciare il profilo psicologico dell'autore e
individuare attraverso i suoi comportamenti anche l'area dove
potrebbe tornare a delinquere. Una sezione del Rac particolarmente
efficace è quella che si interessa di pedopornografia, e in
particolare delle tipologie di reati pedopornografici commessi via
Internet. È molto importante anche l'attività che il personale
svolge attraverso conferenze, incontri e dibattiti nelle scuole per
sensibilizzare l'attenzione dei ragazzi, delle famiglie e degli
educatori. C'è un poi un terzo reparto di recente costituzione,
dedito all'Identificazione delle Vittime dei Disastri, che entra in
azione per qualunque evento calamitoso, provocato da azioni
antropiche o cause naturali, che determini un rilevante numero di
vittime. Questo reparto, ad esempio, è stato impegnato con
eccellenti risultati in Thailandia all'epoca dello tsunami, in
Afghanistan per un grave incidente aereo vicino Kabul, oppure a
Sharm el Sheik e in altre località colpite dagli attentati
dinamitardi di matrice islamica. C'è un'aliquota ante mortem, che
raccoglie presso le abitazioni e i luoghi di lavoro tracce delle
persone da identificare, e una post mortem, che interviene sulla
scena dell'evento e, attraverso l'esame del dna, le impronte e i
rilievi, recupera elementi da raffrontare con quanto
acquisito».
A proposito di Dna, a che punto sono le procedure per
l'istituzione della banca dati nazionale?
«Finalmente questo problema è in via di soluzione. La recente
approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del relativo
disegno di legge è un primo, importantissimo passo. Così sarà
colmato un vuoto che ci ha creato grandi problemi anche nei
rapporti con organismi internazionali paritetici, in quanto
l'Italia è l'unico Paese europeo che non dispone di questo
importante strumento. È proprio a causa di questa mancanza, ad
esempio, che il nostro Paese non ha potuto ratificare il Trattato
di Prüm sullo scambio dei dati investigativi a fini antiterrorismo.
La banca dati sarà determinante per contrastare varie forme di
criminalità usando metodologie relativamente economiche, tempestive
e soprattutto di assoluto rigore tecnico-scientifico. A tal
proposito, l'Arma dei Carabinieri sta compiendo un notevole sforzo,
anche economico, per certificare tutti i laboratori in base alla
Iso 17025, affinché gli esami di laboratorio vengano effettuati
secondo metodologie e parametri riconosciuti a livello
internazionale. Solo condividendo strumenti e procedure i risultati
saranno utilizzabili davanti a qualsiasi corte di giustizia
europea».
Quale sarà la ricaduta pratica?
«Innanzi tutto va detto che il Dna non serve solo a mandare in
galera le persone, ma anche e soprattutto a stabilirne l'innocenza.
Ritengo che attraverso le innovazioni in questo settore alcuni
reati come furti e rapine, che colpiscono direttamente i cittadini
e creano allarme sociale, potranno avere una riduzione della
percentuale di impunità, oggi altissima poiché molte azioni restano
ad opera di ignoti. Credo che il futuro delle indagini di polizia
giudiziaria debba indirizzarsi verso il settore
tecnico-scientifico, anche se resta determinante l'attività svolta
sul campo dalle organizzazioni investigative dell'Arma
territoriale. Per questo il nostro lavoro si concretizza anche
compiendo ogni possibile sforzo per trasmettere le conoscenze
tecnico-scientifiche di base a tutto il personale dell'Arma,
affinché la scena del crimine venga preservata dai possibili
inquinamenti, e si abbia la migliore qualità possibile dei reperti.
Ma tengo a sottolineare che senza il supporto dei reparti
territoriali la struttura tecnico-scientifica sarebbe un inutile
orpello, non avrebbe senso». |