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Gennaio
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Attualità
Il parere dell'esperto: una volta
si chiamavano monelli
Inizia da questo numero la
collaborazione dello psichiatra Paolo Crepet con la nostra rivista.
Una pagina in cui i lettori potranno rivolgere domande su tematiche
specifiche di loro interesse, offrendo l'opportunità per
riflessioni e approfondimenti
Un tempo si chiamavano
monelli, discoli, ragazzacci, oggi bulli. Abbiamo sempre avuto
bisogno di distinguere i ragazzi buoni da quelli cattivi e
ogni generazione di adulti si è sbizzarrita nella ricerca di
una definizione consolatoria: mettere in una categoria i
cattivi significava assolvere i buoni, ovvero i nostri figli.
Il problema è stato che dentro quei nomi, all'interno di
quelle categorie vi sono vissuti, inquietudini, sogni,
turbolenze, aspirazioni, frustrazioni di migliaia e migliaia
di giovani che semplicemente stanno crescendo. Non scrivo
queste cose per sottovalutare il fenomeno del bullismo o,
ancor più sconsideratamente, per assolvere chi compie atti
vandalici, violenze private, prepotenze fisiche e morali, ma
soltanto per far uscire un fenomeno che altrimenti
rischierebbe di rimanere chiuso nella palude della cronaca
nera, perdendo invece il suo profondo significato
metaforico.
Perché esiste il bullismo? Innanzitutto perché i ragazzi ci
guardano e replicano i nostri modi di fare: una società dove la
violenza e la prepotenza viene celebrata come valore morale non può
che partorire giovani altrettanto violenti e prepotenti. Un bambino
è una spugna e assorbe inevitabilmente il liquido in cui è immerso:
non possiamo dunque meravigliarci in seguito di vederlo così simile
agli insegnamenti appresi fin dall'infanzia.Il bullismo è un
fenomeno culturale che rimanda - e questo è l'aspetto che meno
piace agli adulti - a un problema fondamentale: l'educazione.
Un sindaco di un paesino della periferia milanese mi racconta di
un gruppo di cinque minorenni sorpresi nottetempo dalla polizia a
svitare le lampadine di un importante semaforo. Condotti in
questura e avvertiti i genitori, si presentano solo due madri e
nessun padre. È evidente che quella provocazione doveva essere
sancita con la massima severità da parte dei genitori e quando ciò
non avviene è come avallare quell'atto irresponsabile.
Ragazzi e ragazze lasciati crescere soli nelle loro camere da
letto, genitori totalmente incapaci ad essere autorevoli, regole
svuotate di senso, incapacità degli adulti (compresi gli
insegnanti) di dire di «no». Cosa possiamo aspettarci da tutto
questo se non una replica di questa gigantesca abdicazione all'idea
stessa di educare (ovvero far crescere i nostri figli)? Occorre
dunque rivedere le nostre idee educative, uscire dallo squallido
"buonismo" che è entrato anche eccessivamente nelle nostre case e
nelle nostre scuole. E riprendere in mano con decisione l'idea che
per essere educatori occorre essere severi e
credibili. |
Paolo Crepet
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