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Il parere dell'esperto: una volta si chiamavano monelli

Inizia da questo numero la collaborazione dello psichiatra Paolo Crepet con la nostra rivista. Una pagina in cui i lettori potranno rivolgere domande su tematiche specifiche di loro interesse, offrendo l'opportunità per riflessioni e approfondimenti

Il dottor Paolo CrepetUn tempo si chiamavano monelli, discoli, ragazzacci, oggi bulli. Abbiamo sempre avuto bisogno di distinguere i ragazzi buoni da quelli cattivi e ogni generazione di adulti si è sbizzarrita nella ricerca di una definizione consolatoria: mettere in una categoria i cattivi significava assolvere i buoni, ovvero i nostri figli. Il problema è stato che dentro quei nomi, all'interno di quelle categorie vi sono vissuti, inquietudini, sogni, turbolenze, aspirazioni, frustrazioni di migliaia e migliaia di giovani che semplicemente stanno crescendo. Non scrivo queste cose per sottovalutare il fenomeno del bullismo o, ancor più sconsideratamente, per assolvere chi compie atti vandalici, violenze private, prepotenze fisiche e morali, ma soltanto per far uscire un fenomeno che altrimenti rischierebbe di rimanere chiuso nella palude della cronaca nera, perdendo invece il suo profondo significato metaforico.

Perché esiste il bullismo? Innanzitutto perché i ragazzi ci guardano e replicano i nostri modi di fare: una società dove la violenza e la prepotenza viene celebrata come valore morale non può che partorire giovani altrettanto violenti e prepotenti. Un bambino è una spugna e assorbe inevitabilmente il liquido in cui è immerso: non possiamo dunque meravigliarci in seguito di vederlo così simile agli insegnamenti appresi fin dall'infanzia.Il bullismo è un fenomeno culturale che rimanda - e questo è l'aspetto che meno piace agli adulti - a un problema fondamentale: l'educazione.

Un sindaco di un paesino della periferia milanese mi racconta di un gruppo di cinque minorenni sorpresi nottetempo dalla polizia a svitare le lampadine di un importante semaforo. Condotti in questura e avvertiti i genitori, si presentano solo due madri e nessun padre. È evidente che quella provocazione doveva essere sancita con la massima severità da parte dei genitori e quando ciò non avviene è come avallare quell'atto irresponsabile.

Ragazzi e ragazze lasciati crescere soli nelle loro camere da letto, genitori totalmente incapaci ad essere autorevoli, regole svuotate di senso, incapacità degli adulti (compresi gli insegnanti) di dire di «no». Cosa possiamo aspettarci da tutto questo se non una replica di questa gigantesca abdicazione all'idea stessa di educare (ovvero far crescere i nostri figli)? Occorre dunque rivedere le nostre idee educative, uscire dallo squallido "buonismo" che è entrato anche eccessivamente nelle nostre case e nelle nostre scuole. E riprendere in mano con decisione l'idea che per essere educatori occorre essere severi e credibili.
Paolo Crepet