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VISITE ILLUSTRI.
Per gli squilli di tromba e il rullo di tamburi non siamo
attrezzati. Il tappeto rosso lo abbiamo venduto un anno fa ad
un cammelliere arabo in partenza per l'Oriente. Questioni di
budget… Così, quando al campanello della redazione suona una
Campionessa del mondo di Scherma, la prima medaglia d'oro al
femminile del Centro Sportivo dell'Arma, non sappiamo bene
come riceverla. Alla fine optiamo per una cordiale stretta di
mano e un omaggio floreale. Del resto, fiori e fioretti
dovrebbero andare d'accordo, e il fioretto è proprio la
specialità della nostra olimpionica, che lo scorso 1° ottobre,
a Torino, si è aggiudicata il podio dopo una combattutissima
finale, vinta per 7 a 6.
Margherita Granbassi, la prima domanda è assolutamente
rituale. Che effetto fa essere Campioni del
mondo?
«Ci si sente senz'altro molto bene, anche se non si realizza
subito l'accaduto. Tuttora quando ci penso mi vengono i brividi:
non mi rendo conto di essere proprio io ad aver vinto. La
consapevolezza arriva a distanza di tempo…».
Invece, sul momento?
«Un brivido che attraversa tutto il corpo, una sensazione di grande
liberazione».
Prima? Stiamo andando a ritroso nel tempo, è la tecnica del
gambero…
«Potrei dividere la mia gara in varie fasi. All'inizio delle
eliminatorie, per entrare nei 32, nel primo assalto mi sentivo allo
stremo delle forze, mi mancava l'aria, avevo la nausea. Ho dovuto
chiedere assistenza. Poi mi sono sbloccata e ho affrontato i
successivi incontri in modo più sereno. Nelle fasi seguenti le
sensazioni si sono alternate. Quando ero già in zona medaglie, ho
affrontato un'atleta coreana con la quale avevo perso altre volte.
Nella mia squadra avvertivo nervosismo, io invece ero tranquilla.
Mancavano 54 secondi alla fine ed ero 9 a 6, in svantaggio. Mi è
scattato qualcosa dentro e con calma, nonostante il poco tempo a
disposizione, ho piazzato tre "botte" e sono riuscita a recuperare.
È scaduto il tempo, al supplementare eravamo 9 pari. La coreana
aveva la priorità, in caso di punteggio pari avrebbe vinto. A 4
secondi dalla fine ho messo la stoccata vincente. Credo che quello
sia stato il momento migliore, più bello anche della vittoria sulla
Trillini e di quella, conclusiva, sulla Vezzali. Avevo raggiunto il
mio obiettivo: arrivare a una medaglia, qualunque fosse. In finale
mi sono trovata alle prese con due mostri sacri, ma ho pensato che
quella era un'occasione unica, che poteva non presentarsi più. Mi
sono prefissa mentalmente di non pensare a chi avevo di
fronte...».
NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI… Tutti conosciamo e comprendiamo il
travaglio delle notti che precedono le date più importanti. In una
notte si può rivedere tutta la propria vita: attraverso un sogno,
come succede a Scroodge nel Canto di Natale di Dickens, o decidendo
di cambiare tutto, come fa l'Innominato nei Promessi sposi.
E allora: la nostra campionessa come ha trascorso la notte
prima della finale? E con quale stato d'animo ha affrontato il
risveglio?
«La mattina non mi sono svegliata con l'idea di vincere, quello era
solo un sogno. Ero come alla vigilia di qualunque gara: avevo molta
tensione, il battito cardiaco forte. Nel riscaldamento ho
incrociato le lame con una delle mie compagne e ci siamo scambiate
delle sensazioni. Mi ricordo di averle detto che stavo malissimo,
avevo lo stomaco contratto, mi veniva da piangere. Io sono una che
pensa di non farcela e molte volte mi è successo che ce la stavo
facendo benissimo e mi sono poi trovata a subire dei recuperi. Al
Mondiale di Lisbona del 2002, ad esempio, in un incontro con
un'atleta ungherese ero sopra di parecchie stoccate e all'ultimo
lei ha recuperato. Avevo diverse esperienze negative e così per me
è stato molto importante piazzare quella stoccata che mi ha dato la
vittoria».
Va meglio chi ha l'idea di farcela, o chi ha sempre timore
di perdere?
«A me piacerebbe moltissimo avere la sicurezza di farcela, penso
che sia meglio, ma non è nel mio carattere».
Come si arriva ad un risultato come il
tuo?
«Si vince tanto, ma si perde anche qualcosa».
Quali sono le rinunce più difficili?
«Ho dovuto rinunciare a tante uscite con gli amici. Fin da bambina
mi sono dovuta spostare per allenarmi, da Trieste andavo a Udine.
Adesso, sempre per via degli allenamenti, abito a Narni, in
provincia di Terni. Dunque la mia vita è
condizionata dall'attività sportiva. Ma le rinunce sono accettate
consapevolmente».
A che età hai iniziato?
«A 8 anni. Per arrivare a un risultato così occorrono molti
sacrifici. Io poi sono stata bloccata per diverso tempo, perché ho
avuto un infortunio grave al ginocchio, che mi è costato 9 mesi di
riabilitazione e che ha inciso anche psicologicamente. A distanza
di 5 anni ne risento ancora, e probabilmente sarà così per tutta la
mia carriera. Purtroppo non è stato l'unico inconveniente del
genere, di recente ho avuto anche problemi alla caviglia».
Preparazione fisica e psicologica. Contano allo stesso
modo?
«Certo. E anche quella tecnica. Sono tre elementi di pari
importanza, ma su questo ogni atleta ha le sue particolari
esigenze».
GLI INIZI. Come nascono le cose, gli
eventi? Secondo Milan Kundera è tutto frutto del caso. Un insieme
di accadimenti che si intrecciano, si legano, si avvolgono l'uno
intorno all'altro fino a portare verso una direzione, che poi
diventa l'unica.
Come è nata la passione per la
scherma?
«In famiglia. Io sono l'ultima di quattro fratelli e tutti sono
passati per la pedana. La prima è stata mia sorella, di dieci anni
più grande di me, che però si è impegnata solo per due mesi: lei
amava più lo studio. Poi ci sono stati i miei fratelli, che hanno
praticato più a lungo. Uno dei due attualmente fa l'arbitro di
incontri, è quello che mi ha seguito fino ai Campionati del
mondo».
A chi senti di dover dire grazie di
più?
«Io sono convinta che la vittoria sia il frutto di un lavoro fatto
più che altro da me. I miei familiari mi hanno aiutata molto,
senz'altro, ma hanno avuto grande importanza il commissario tecnico
Andrea Magro, il maestro Giulio Tomassini, lo psicologo Mauro
Gatti, il mio personal trainer Guido Brunetti e il preparatore
della nazionale Simone Piccini».
Cosa diresti a un bambino di 8 anni, o anche più grande,
che inizia a praticare la scherma?
«Beh, gli direi che nella vita è importante impegnarsi nelle cose
per arrivare a un risultato, ma anche che non bisogna rinunciare
all'infanzia, un tempo in cui occorre anche divertirsi e vivere in
modo spensierato. Questa è una cosa a cui devono stare attenti i
genitori, far vivere lo sport ai figli in modo equilibrato. Tanto
si vede fin dall'inizio se ci sono doti particolari, che
consigliano di applicarsi con particolare intensità».
IDEE PER IL FUTURO. Prima o poi
dovevamo arrivarci. Ci abbiamo girato intorno, ma per noi
Margherita Granbassi non è solo una campionessa del mondo, è
soprattutto un militare dell'Arma. Perbacco! E le sorprese non sono
finite. Scopriremo e riveleremo anche un progetto che ci rende
ancora più vicini alla nostra interlocutrice.
Margherita, la scelta di entrare
nell'Arma?…
«È un amore sbocciato da poco, sono entrata nel 2004 con il primo
Corso allievi carabinieri aperto alle donne. Un mese di corso a
Velletri, giusto un'infarinatura, ma una bella esperienza. Ho
scoperto che il mondo militare non è molto diverso da quello dello
sport: in entrambi è necessaria una buona dose di disciplina. Così
non ho avuto difficoltà ad ambientarmi. Ho avuto anche la
possibilità di conoscere un mondo nuovo, persone diverse, e quel
mondo mi è piaciuto e mi piace».
Ti senti un carabiniere, ti viene spontaneo dire di
appartenere all'Arma?
«Sì, soprattutto perché noto sempre negli altri, quando lo dico,
una reazione positiva».
Ma cosa vuoi fare, quando non sarai più una
sportiva?
«Mi piacerebbe lavorare nel mondo della comunicazione, nel
giornalismo, magari in quello sportivo. Mio nonno, medaglia d'oro
della guerra civile in Spagna, è stato il più giovane capo cronista
della storia de Il Piccolo, il quotidiano di Trieste, e uno dei
primi giornalisti della radio».
Ti aspettiamo in redazione, allora… Altri
interessi?
«Adoro praticare vari sport: mi piace il tennis, d'inverno una
settimana bianca è immancabile, e poi ho anche interessi di altro
genere. Mi piacciono le mostre d'arte, ad esempio, specie il
Novecento italiano. De Chirico, Casorati. Di recente ho visto due
belle mostre a Milano».
Con le altre compagne di squadra come
va?
«Ci rispettiamo, lavoriamo insieme, ci siamo anche scelte, in
qualche modo. La collaborazione poi è fondamentale, soprattutto
nelle prime fasi il gruppo conta molto, anche per le gare
individuali ci si qualifica attraverso la squadra».
Quali sono i prossimi impegni?
«A dicembre iniziamo i ritiri collegiali, in aprile inizia la
qualificazione olimpica. Il traguardo finale è Pechino 2008, e lì
saremo certamente molto compatte».
IL PARERE DELLA MAMMA. Delle scelte
e della vita di Margherita parliamo anche con una speciale
testimone dell'incontro: …la mamma. La signora Fini (nome di
battesimo, da Josephine, è di origine austriaca) si dice molto
fiera, anche perché sua figlia, ci racconta, ha mosso i suoi passi
con molta umiltà, stava sempre un passo indietro. Senza strafare,
con impegno e determinazione, in tutte le cose.
La Cina è lontana, ma non troppo. Come non farle i nostri auguri
migliori? |