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Campioni del mondo

Incontro con Margherita Granbassi, medaglia d'oro nel fioretto. Campionessa e carabiniere, con un sogno nel cassetto…

Margherita GrambassiVISITE ILLUSTRI. Per gli squilli di tromba e il rullo di tamburi non siamo attrezzati. Il tappeto rosso lo abbiamo venduto un anno fa ad un cammelliere arabo in partenza per l'Oriente. Questioni di budget… Così, quando al campanello della redazione suona una Campionessa del mondo di Scherma, la prima medaglia d'oro al femminile del Centro Sportivo dell'Arma, non sappiamo bene come riceverla. Alla fine optiamo per una cordiale stretta di mano e un omaggio floreale. Del resto, fiori e fioretti dovrebbero andare d'accordo, e il fioretto è proprio la specialità della nostra olimpionica, che lo scorso 1° ottobre, a Torino, si è aggiudicata il podio dopo una combattutissima finale, vinta per 7 a 6.

Margherita Granbassi, la prima domanda è assolutamente rituale. Che effetto fa essere Campioni del mondo?

«Ci si sente senz'altro molto bene, anche se non si realizza subito l'accaduto. Tuttora quando ci penso mi vengono i brividi: non mi rendo conto di essere proprio io ad aver vinto. La consapevolezza arriva a distanza di tempo…».

Invece, sul momento?

«Un brivido che attraversa tutto il corpo, una sensazione di grande liberazione».

Prima? Stiamo andando a ritroso nel tempo, è la tecnica del gambero…

«Potrei dividere la mia gara in varie fasi. All'inizio delle eliminatorie, per entrare nei 32, nel primo assalto mi sentivo allo stremo delle forze, mi mancava l'aria, avevo la nausea. Ho dovuto chiedere assistenza. Poi mi sono sbloccata e ho affrontato i successivi incontri in modo più sereno. Nelle fasi seguenti le sensazioni si sono alternate. Quando ero già in zona medaglie, ho affrontato un'atleta coreana con la quale avevo perso altre volte. Nella mia squadra avvertivo nervosismo, io invece ero tranquilla. Mancavano 54 secondi alla fine ed ero 9 a 6, in svantaggio. Mi è scattato qualcosa dentro e con calma, nonostante il poco tempo a disposizione, ho piazzato tre "botte" e sono riuscita a recuperare. È scaduto il tempo, al supplementare eravamo 9 pari. La coreana aveva la priorità, in caso di punteggio pari avrebbe vinto. A 4 secondi dalla fine ho messo la stoccata vincente. Credo che quello sia stato il momento migliore, più bello anche della vittoria sulla Trillini e di quella, conclusiva, sulla Vezzali. Avevo raggiunto il mio obiettivo: arrivare a una medaglia, qualunque fosse. In finale mi sono trovata alle prese con due mostri sacri, ma ho pensato che quella era un'occasione unica, che poteva non presentarsi più. Mi sono prefissa mentalmente di non pensare a chi avevo di fronte...».

NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI… Tutti conosciamo e comprendiamo il travaglio delle notti che precedono le date più importanti. In una notte si può rivedere tutta la propria vita: attraverso un sogno, come succede a Scroodge nel Canto di Natale di Dickens, o decidendo di cambiare tutto, come fa l'Innominato nei Promessi sposi.

E allora: la nostra campionessa come ha trascorso la notte prima della finale? E con quale stato d'animo ha affrontato il risveglio?

«La mattina non mi sono svegliata con l'idea di vincere, quello era solo un sogno. Ero come alla vigilia di qualunque gara: avevo molta tensione, il battito cardiaco forte. Nel riscaldamento ho incrociato le lame con una delle mie compagne e ci siamo scambiate delle sensazioni. Mi ricordo di averle detto che stavo malissimo, avevo lo stomaco contratto, mi veniva da piangere. Io sono una che pensa di non farcela e molte volte mi è successo che ce la stavo facendo benissimo e mi sono poi trovata a subire dei recuperi. Al Mondiale di Lisbona del 2002, ad esempio, in un incontro con un'atleta ungherese ero sopra di parecchie stoccate e all'ultimo lei ha recuperato. Avevo diverse esperienze negative e così per me è stato molto importante piazzare quella stoccata che mi ha dato la vittoria».

Va meglio chi ha l'idea di farcela, o chi ha sempre timore di perdere?

«A me piacerebbe moltissimo avere la sicurezza di farcela, penso che sia meglio, ma non è nel mio carattere».

Come si arriva ad un risultato come il tuo?

«Si vince tanto, ma si perde anche qualcosa».

Quali sono le rinunce più difficili?

«Ho dovuto rinunciare a tante uscite con gli amici. Fin da bambina mi sono dovuta spostare per allenarmi, da Trieste andavo a Udine. Adesso, sempre per via degli allenamenti, abito a Narni, in provincia di Terni. Dunque la mia vita è
condizionata dall'attività sportiva. Ma le rinunce sono accettate consapevolmente».

A che età hai iniziato?

«A 8 anni. Per arrivare a un risultato così occorrono molti sacrifici. Io poi sono stata bloccata per diverso tempo, perché ho avuto un infortunio grave al ginocchio, che mi è costato 9 mesi di riabilitazione e che ha inciso anche psicologicamente. A distanza di 5 anni ne risento ancora, e probabilmente sarà così per tutta la mia carriera. Purtroppo non è stato l'unico inconveniente del genere, di recente ho avuto anche problemi alla caviglia».

Preparazione fisica e psicologica. Contano allo stesso modo?

«Certo. E anche quella tecnica. Sono tre elementi di pari importanza, ma su questo ogni atleta ha le sue particolari esigenze».

GLI INIZI. Come nascono le cose, gli eventi? Secondo Milan Kundera è tutto frutto del caso. Un insieme di accadimenti che si intrecciano, si legano, si avvolgono l'uno intorno all'altro fino a portare verso una direzione, che poi diventa l'unica.

Come è nata la passione per la scherma?

«In famiglia. Io sono l'ultima di quattro fratelli e tutti sono passati per la pedana. La prima è stata mia sorella, di dieci anni più grande di me, che però si è impegnata solo per due mesi: lei amava più lo studio. Poi ci sono stati i miei fratelli, che hanno praticato più a lungo. Uno dei due attualmente fa l'arbitro di incontri, è quello che mi ha seguito fino ai Campionati del mondo».

A chi senti di dover dire grazie di più?

«Io sono convinta che la vittoria sia il frutto di un lavoro fatto più che altro da me. I miei familiari mi hanno aiutata molto, senz'altro, ma hanno avuto grande importanza il commissario tecnico Andrea Magro, il maestro Giulio Tomassini, lo psicologo Mauro Gatti, il mio personal trainer Guido Brunetti e il preparatore della nazionale Simone Piccini».

Cosa diresti a un bambino di 8 anni, o anche più grande, che inizia a praticare la scherma?

«Beh, gli direi che nella vita è importante impegnarsi nelle cose per arrivare a un risultato, ma anche che non bisogna rinunciare all'infanzia, un tempo in cui occorre anche divertirsi e vivere in modo spensierato. Questa è una cosa a cui devono stare attenti i genitori, far vivere lo sport ai figli in modo equilibrato. Tanto si vede fin dall'inizio se ci sono doti particolari, che consigliano di applicarsi con particolare intensità».

IDEE PER IL FUTURO. Prima o poi dovevamo arrivarci. Ci abbiamo girato intorno, ma per noi Margherita Granbassi non è solo una campionessa del mondo, è soprattutto un militare dell'Arma. Perbacco! E le sorprese non sono finite. Scopriremo e riveleremo anche un progetto che ci rende ancora più vicini alla nostra interlocutrice.

Margherita, la scelta di entrare nell'Arma?…

«È un amore sbocciato da poco, sono entrata nel 2004 con il primo Corso allievi carabinieri aperto alle donne. Un mese di corso a Velletri, giusto un'infarinatura, ma una bella esperienza. Ho scoperto che il mondo militare non è molto diverso da quello dello sport: in entrambi è necessaria una buona dose di disciplina. Così non ho avuto difficoltà ad ambientarmi. Ho avuto anche la possibilità di conoscere un mondo nuovo, persone diverse, e quel mondo mi è piaciuto e mi piace».

Ti senti un carabiniere, ti viene spontaneo dire di appartenere all'Arma?

«Sì, soprattutto perché noto sempre negli altri, quando lo dico, una reazione positiva».

Ma cosa vuoi fare, quando non sarai più una sportiva?

«Mi piacerebbe lavorare nel mondo della comunicazione, nel giornalismo, magari in quello sportivo. Mio nonno, medaglia d'oro della guerra civile in Spagna, è stato il più giovane capo cronista della storia de Il Piccolo, il quotidiano di Trieste, e uno dei primi giornalisti della radio».

Ti aspettiamo in redazione, allora… Altri interessi?

«Adoro praticare vari sport: mi piace il tennis, d'inverno una settimana bianca è immancabile, e poi ho anche interessi di altro genere. Mi piacciono le mostre d'arte, ad esempio, specie il Novecento italiano. De Chirico, Casorati. Di recente ho visto due belle mostre a Milano».

Con le altre compagne di squadra come va?

«Ci rispettiamo, lavoriamo insieme, ci siamo anche scelte, in qualche modo. La collaborazione poi è fondamentale, soprattutto nelle prime fasi il gruppo conta molto, anche per le gare individuali ci si qualifica attraverso la squadra».

Quali sono i prossimi impegni?

«A dicembre iniziamo i ritiri collegiali, in aprile inizia la qualificazione olimpica. Il traguardo finale è Pechino 2008, e lì saremo certamente molto compatte».

IL PARERE DELLA MAMMA. Delle scelte e della vita di Margherita parliamo anche con una speciale testimone dell'incontro: …la mamma. La signora Fini (nome di battesimo, da Josephine, è di origine austriaca) si dice molto fiera, anche perché sua figlia, ci racconta, ha mosso i suoi passi con molta umiltà, stava sempre un passo indietro. Senza strafare, con impegno e determinazione, in tutte le cose.

La Cina è lontana, ma non troppo. Come non farle i nostri auguri migliori?

Roberto Riccardi