CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2006 > Novembre > Storia

Federico II di Svevia

Moderno e attualissimo a molti secoli dalla sua morte, l'ultimo grande imperatore ghibellino conserva un fascino indiscutibile nella memoria storica per l'impulso che dette alle istituzioni e alle leggi, per la sua vastissima cultura, per il cenacolo di poeti che raccolse nella sua Corte, lasciando la prima testimonianza scritta della lingua volgare italiana. Fu un precursore e un rivoluzionario: sancì la rigida divisione dei poteri fra Dio e Cesare, incoraggiò la scienza, e fece di Palermo la più importante capitale del mondo di allora, affacciata sul Rinascimento mentre il resto d'Europa era ancora fermo al Medioevo feudale. In parole povere: cambiò il corso della storia, come pochi altri uomini negli ultimi mille anni

Federico Secondo di SveviaFurono i contemporanei (un evento raro negli annali della storia) a rendersi conto della sua grandezza. Matteo da Parigi (un colto cronista dell'epoca) coniò per lui una definizione che gli è rimasta incollata a distanza di quasi otto secoli: «Stupor mundi et immutator mirabilis», lo stupore del mondo e il miracoloso trasformatore. Nel buio del Medioevo non era un'etichetta necessariamente positiva: chi tentava di cambiare l'ordine costituito, con piglio rivoluzionario, poteva provocare il panico, abbattendo le certezze sulle quali poggiava la grama esistenza di quei tempi remoti. Ma poteva anche offrire la speranza di un rinnovamento atteso da tempi immemorabili. Poteva alimentare i sogni (l'unificazione dell'Italia, un progetto che molti storici gli attribuiscono) e ottenere risultati concreti e visibili: l'ammodernamento delle istituzioni e delle leggi, la fioritura delle arti e della cultura. Palermo - sotto il suo regno - divenne la capitale più importante d'Europa. Alla sua corte furono accolti scienziati di fama, come il matematico pisano Leonardo Fibonacci, o l'astrologo Michele Scoto. Ma non solo.

Federico II di Svevia, re di Sicilia e imperatore del Sacro Romano Impero, fu - secondo molti storici - «un precursore del Rinascimento». Jacob Burckhardt lo ritiene «il primo uomo moderno assiso su un trono»; Friedrich Nietzsche lo definì «il primo europeo di mio gusto». «Fu uomo di gran cuore», scrisse Nicolò Jamsilla, uno storico del XIII secolo, amico del figlio Manfredi, «ma la sapienza che molta era in lui temperò la sua magnanimità, di modo che mai non fu spinto a far niente per impeto, ma procedeva in tutto con la maturità della ragione... Erano, nel felice tempo che egli governò, pochi gli uomini dotti nel Regno di Sicilia, anzi quasi nessuno, e l'imperatore stabilì nel Regno scuole di arti liberali e d'ogni approvata scienza, avendo chiamati, con la liberalità dei premi, maestri da tutte le parti del mondo e stabilito dal suo erario uno stipendio non solo ad essi ma anche agli scolari poveri, acciocché gli uomini di qualsiasi condizione e fortuna non fossero allontanati dallo studio della filosofia per ragioni d'indigenza... Similmente rispettò in tal modo la giustizia che a niuno era vietato con l'imperatore stesso contendere il suo diritto. Egli si studiava che nel suo Regno la giustizia fosse eguale per tutti. Né alcuno avvocato dubitava d'intrapren-dere contro di lui la difesa di qualunque piu povero si fosse, avendolo l'imperatore medesimo permesso, il quale stimava meglio che la giustizia fosse ri-spettata anche contro di lui piuttosto che avere vittoria nella lite. Ma se così rispettava la giustizia, pure ne temperò sovente il rigore con la clemenza».

«Con Federico II», ha scritto un autorevole biografo del Novecento, Eberhard Horst, «ebbe fine l'Impero medioevale, inteso come dualità di Papa e Imperatore e come unità armonicamente collegante i dominii del Nord con quelli del Sud. La visione fridericiana di un regno voluto da Dio apparteneva già al passato, mentre già ai confini di quello che era stato il suo impero si affermarono altre nazioni, soprattutto la Francia, la quale seppe portare a compiuta maturazione l'idea d'uno Stato laico ed autonomo inutilmente da lui perseguito nel suo lungo conflitto con la Chiesa. È forse un'ironia della storia che fossero proprio i francesi, chiamati in Italia dal Pontefice per abbattere il dominio svevo, a dare cinquant'anni più tardi piena prova della loro raggiunta indipendenza ma anche dell'impotenza del Papato. Il Re di Francia fece prigioniero il Pontefice e di lì a poco ebbe inizio l'esilio della Chiesa ad Avignone. Roma cessò d'essere il centro del mondo e con la conclusione dell'Impero medioevale coincise quella della potenza del Papato». Federico fu, nell'antica concezione medioevale, l'imperatore dell'ultimo tempo, inteso non solo mitologicamente nel senso dello spirito del tempo, ma anche in senso storicamente concreto. Nella sua figura rivissero per l'ultima volta il modello e la tradizione della romanità cesarea, seppure ad essa profondamente si sovrapponesse l'idea dello Stato quale veniva concepito nel Medioevo cristiano. L'unione di Regno e Chiesa, di Papato e Impero non fu mai seriamente contestata da Federico; e anche se la sua ragione scettica contrastò con talune delle credenze religiose del tempo, per tutta la vita egli restò fedele e convinto assertore della diretta derivazione divina della dignità imperiale. Malgrado le sue disperate lotte contro i Papi, Federico non pensò mai di deporne uno, non cer-to perché gliene mancasse la forza o il potere, ma per la ferma convinzio-ne che il duplice potere della Chiesa e dell'Impero fosse volontà di Dio. Potrà apparire paradossale, ma la concezione che Federico ebbe della funzione imperiale apparteneva più al passato che al futuro. Sottolinea Horst: «Nell'ultimo periodo degli Hohenstaufen, l'Imperatore tentò con sforzi appassionati, ma romantici e privi di senso della realtà, di tradurre sul piano effettivo un'idea medioevale dello Stato cristiano, in un'epoca in cui quest'idea era già superata».

Un secolo fa l'Accademia di Palermo acquisì una lettera di un contemporaneo di Federico che - scrivendo a un amico - raccontava l'aspetto fisico e le abitudini del re (non ancora ventenne): «La statura non è piccola, ma neppure superiore di quella che sua età richieda. Ma l'Autore Universale della natura gli ha dato membra robuste in corpo solido, con le quali il suo animo vigoroso può venir a capo di qualunque impresa. Mai è in ozio; passa la giornata sempre occupato, e affinché il vigore si accresca con l'esercizio, allena l'agile corpo in ogni pratica e scuola d'armi. O si occupa delle sue armi, o le indossa e tira di spada, nella quale è esperto, e finge di difendersi da un assalto; egli sa bene tender d'arco esercitandosi spesso al tiro della freccia; ama i cavalli di razza e veloci. Credo che nessuno sappia meglio del re tenerli a freno e slanciarli alla corsa. Così ogni giorno dal mattino alla sera, per ricominciare il giorno seguente. A ciò aggiungi una maestà regale, un volto e un tratto maestosi, uniti ad un aspetto gentile e bello: fronte serena, occhi brillanti, viso espressivo, animo ardente e ingegno pronto. Tuttavia non gli mancano atteggiamenti a volte strani e triviali ai quali lo hanno formato, non la natura, ma i rozzi contatti». La lettera prosegue con altre notizie e chiude con un giudizio che la storia confermerà esatto: «Insofferente di ammonizioni, si prende l'arbitrio di agire secondo la sua libera volontà e stima vergognoso per sé o di essere retto da un tutore o di essere considerato un ragazzo».

All'epoca, Federico era ancora sotto la tutela del papa Innocenzo III, ma non vedeva l'ora di liberarsi e camminare sulle proprie gambe. Con il papato avrebbe poi avuto rapporti contrastanti. Non perdeva occasione per ribadire la propria devozione religiosa («L'Italia è nostra eredità, e questo a tutto il mondo è noto», proclamò per giustificare la guerra contro la Lega Lombarda: «Io sono cristiano e, sebbene indegno servo di Cristo, pronto a combattere i nemici della Croce»), ma fu scomunicato per i continui rinvii del solenne impegno a guidare una nuova Crociata in Terrasanta. Non si trattava soltanto di pigrizia, o di un'offesa gratuita alla Chiesa: Federico maturava un'idea (anche questa profondamente innovatrice) di separazione delle sfere di influenza fra potere spirituale e potere temporale. Nel corso di una campagna militare nell'Italia centrale (nel 1226) scrisse una lettera alle città del ducato di Spoleto, che esprimeva concetti molto chiari: «Sperammo di trovare qui i vostri militi e i vostri nunzi e sapemmo poi che per la proibizione papale non eseguiste il nostro ordine. Del che ci meravigliamo a ragione, perché è certo che anche del territorio anticamente concesso al patrimonio di San Pietro abbiamo diritto di richiedere un determinato servizio chiamandovi a partecipare a spedizioni o per altro motivo; ciò come difensori della Chiesa. E ci meravigliamo assai della vostra fedeltà che con pretesti vorrebbe negare il diritto dell'Impero, senza pensare quanto sia temerario il negare a Cesare ciò che è di Cesare. Se dite poi che il nostro Santissimo Padre, il Pontefice Romano, che è tenuto a salvaguardare i nostri diritti, diede quest'ordine, egli certamente, consideratane la ingiustizia, con più saggio consiglio lo revocherà. Ma la vostra temerità ne avrà ricevuto frattanto una punizione irrimediabile; né troverete alcuno contro la potenza della nostra giustizia».

Federico era un uomo di profonda cultura (parlava sei lingue: italiano, latino, greco, francese, tedesco e arabo), amava le lettere e la poesia; era un despota illuminato, portò la pace in Sicilia, inserì nel parlamento del regno i rappresentanti di molte città (precedendo di un quarto di secolo la decisione analoga presa dal re d'Inghilterra che dette luogo alla creazione della Camera dei Comuni). Pur essendo di stirpe tedesca (ma nato a Jesi, nelle Marche), Federico amava profondamente la Sicilia («pupilla dei miei occhi»). Che - tutto sommato - contraccambiò, nonostante sotto il suo regno l'imposizione fiscale fosse altissima (per rendere l'amministrazione più efficiente e per realizzare le grandi opere pubbliche che ne arricchirono l'aspetto architettonico). Nel Liber Augustalis (il complesso di leggi emanate nel 1231), Federico stabilì che tutte le cause civili e penali dovessero concludersi nel giro di tre mesi, pena la decadenza del giudice. E dimostrò una sensibilità verso le donne che fece di lui una specie di antesignano del femminismo: ammise le donne all'eredità (cosa fino ad allora non prevista) e dette rilevanza penale allo stupro, che fino ad allora non era considerato un reato. Pare - o almeno le leggende gli attribuiscono anche questo genere di sensibilità - che di fronte alle proteste dei contadini del palermitano, che si lamentavano di dover lavorare quattordici ore al giorno, anche d'estate, quando il caldo era insopportabile, ridusse l'orario di lavoro a dieci ore al giorno.

A differenza di tutti i principi del suo tempo (e anche dei due secoli successivi), Federico non fu un condottiero. In guerra non esprimeva il meglio di sé, né come stratega, né come generale. Era piuttosto uno statista, un legislatore, un diplomatico, oltre che un uomo con una grande passione per le scienze e per le arti. Era un sovrano illuminato, e aveva scelto di amministrare nel modo migliore il suo regno dell'Italia Meridionale dalla sua capitale Palermo.

La sua massima impresa politica, precedendo determinate forme statali europee, resta la fondazione e la legislazione del Regno di Sicilia. Sottrattolo al caos, egli ne fece uno Stato modello, sostituì al frazionatissimo sistema feudale uno Stato burocratico centralizzato autonomo e con un'opera legislativa genialmente unitaria ridiede la sicurezza dei diritti civili ad una popolazione eterogenea. «Si è anche visto», scrive Horst nella sua biografia di Federico, «come gli inizi del moderno Stato laico e l'ordine autocratico instaurato in Sicilia recassero in sé le caratteristiche del futuro dispotismo illuminato, anzi, addirittura del moderno sistema totalitario e dittatoriale». Pur del tutto aderenti allo spirito del Medioevo anche nella persecuzione degli eretici per opera dell'Inquisizione e nella propensione all'astrologia e alle scienze occulte, il razionalismo e l'illuminismo di Federico vanno ben oltre il tempo in cui visse. Non solo egli favorì le arti e le scienze, ma fu parte egli stesso di un'evoluzione culturale che dalle pastoie e dai disordini di un'epoca oscura condusse alle soglie dell'età moderna. Federico e la sua corte inaugurarono un pensiero scientifico basato sull'empiria, come dimostrano il trattato di falconeria, i celebri quesiti agli uomini dotti, l'audacia dei suoi esperimenti, i suoi interessi medici, matematici, astronomici. Con il cenacolo dei poeti di corte, che per i primi usarono la lingua popolare in poesia, Federico può considerarsi il fondatore della letteratura italiana; sotto la sua diretta influenza sorse l'arte nuova della scultura pugliese e l'architettura dei castelli e delle dimore sveve.

Un fascino straordinario emana da questa versatilità creativa, dal vigore vitale, dalla forza equilibratrice, grazie alle quali le sue imprese politiche, e le sue attività artistiche e spirituali trascendono la norma e la coscienza del Medioevo. Politicamente egli aspirò ad un regno di pace; fallendo più facilmente laddove ricorse o dovette ricorrere alla violenza. Ma a dispetto degli insuccessi e delle contraddizioni, egli rimane il più capace dei sovrani tedeschi, dotato di una personalità non superata da alcuno dei suoi predecessori e successori. Sebbene la sua idea d'impero restasse nell'ambito delle concezioni medioevali, ciò nondimeno a buon diritto gli va riconosciuta una validità, una significanza universale che indiscutibilmente lo legittima "primo europeo" e primo "cittadino del mondo". In un'epoca quale quella odierna, che rivela la fragilità delle fondamenta spirituali dell'Europa e in cui occorre soprattutto superare il provincialismo dei vari interessi nazionali per approdare all'unificazione del Vecchio Mondo, Federico è una figura molto attuale. Inquietante, affascinante, resta, oltre il tempo suo, lo "stupore del mondo".
Filippo Malatesta