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Storia
Federico II di
Svevia
Moderno e attualissimo a molti secoli
dalla sua morte, l'ultimo grande imperatore ghibellino conserva un
fascino indiscutibile nella memoria storica per l'impulso che dette
alle istituzioni e alle leggi, per la sua vastissima cultura, per
il cenacolo di poeti che raccolse nella sua Corte, lasciando la
prima testimonianza scritta della lingua volgare italiana. Fu un
precursore e un rivoluzionario: sancì la rigida divisione dei
poteri fra Dio e Cesare, incoraggiò la scienza, e fece di Palermo
la più importante capitale del mondo di allora, affacciata sul
Rinascimento mentre il resto d'Europa era ancora fermo al Medioevo
feudale. In parole povere: cambiò il corso della storia, come pochi
altri uomini negli ultimi mille anni
Furono i contemporanei (un
evento raro negli annali della storia) a rendersi conto della
sua grandezza. Matteo da Parigi (un colto cronista dell'epoca)
coniò per lui una definizione che gli è rimasta incollata a
distanza di quasi otto secoli: «Stupor mundi et immutator
mirabilis», lo stupore del mondo e il miracoloso
trasformatore. Nel buio del Medioevo non era un'etichetta
necessariamente positiva: chi tentava di cambiare l'ordine
costituito, con piglio rivoluzionario, poteva provocare il
panico, abbattendo le certezze sulle quali poggiava la grama
esistenza di quei tempi remoti. Ma poteva anche offrire la
speranza di un rinnovamento atteso da tempi immemorabili.
Poteva alimentare i sogni (l'unificazione dell'Italia, un
progetto che molti storici gli attribuiscono) e ottenere
risultati concreti e visibili: l'ammodernamento delle
istituzioni e delle leggi, la fioritura delle arti e della
cultura. Palermo - sotto il suo regno - divenne la capitale
più importante d'Europa. Alla sua corte furono accolti
scienziati di fama, come il matematico pisano Leonardo
Fibonacci, o l'astrologo Michele Scoto. Ma non solo.
Federico II di Svevia, re di Sicilia e imperatore del Sacro Romano
Impero, fu - secondo molti storici - «un precursore del
Rinascimento». Jacob Burckhardt lo ritiene «il primo uomo moderno
assiso su un trono»; Friedrich Nietzsche lo definì «il primo
europeo di mio gusto». «Fu uomo di gran cuore», scrisse Nicolò
Jamsilla, uno storico del XIII secolo, amico del figlio Manfredi,
«ma la sapienza che molta era in lui temperò la sua magnanimità, di
modo che mai non fu spinto a far niente per impeto, ma procedeva in
tutto con la maturità della ragione... Erano, nel felice tempo che
egli governò, pochi gli uomini dotti nel Regno di Sicilia, anzi
quasi nessuno, e l'imperatore stabilì nel Regno scuole di arti
liberali e d'ogni approvata scienza, avendo chiamati, con la
liberalità dei premi, maestri da tutte le parti del mondo e
stabilito dal suo erario uno stipendio non solo ad essi ma anche
agli scolari poveri, acciocché gli uomini di qualsiasi condizione e
fortuna non fossero allontanati dallo studio della filosofia per
ragioni d'indigenza... Similmente rispettò in tal modo la giustizia
che a niuno era vietato con l'imperatore stesso contendere il suo
diritto. Egli si studiava che nel suo Regno la giustizia fosse
eguale per tutti. Né alcuno avvocato dubitava d'intrapren-dere
contro di lui la difesa di qualunque piu povero si fosse, avendolo
l'imperatore medesimo permesso, il quale stimava meglio che la
giustizia fosse ri-spettata anche contro di lui piuttosto che avere
vittoria nella lite. Ma se così rispettava la giustizia, pure ne
temperò sovente il rigore con la clemenza».
«Con Federico II», ha scritto un autorevole biografo del
Novecento, Eberhard Horst, «ebbe fine l'Impero medioevale, inteso
come dualità di Papa e Imperatore e come unità armonicamente
collegante i dominii del Nord con quelli del Sud. La visione
fridericiana di un regno voluto da Dio apparteneva già al passato,
mentre già ai confini di quello che era stato il suo impero si
affermarono altre nazioni, soprattutto la Francia, la quale seppe
portare a compiuta maturazione l'idea d'uno Stato laico ed autonomo
inutilmente da lui perseguito nel suo lungo conflitto con la
Chiesa. È forse un'ironia della storia che fossero proprio i
francesi, chiamati in Italia dal Pontefice per abbattere il dominio
svevo, a dare cinquant'anni più tardi piena prova della loro
raggiunta indipendenza ma anche dell'impotenza del Papato. Il Re di
Francia fece prigioniero il Pontefice e di lì a poco ebbe inizio
l'esilio della Chiesa ad Avignone. Roma cessò d'essere il centro
del mondo e con la conclusione dell'Impero medioevale coincise
quella della potenza del Papato». Federico fu, nell'antica
concezione medioevale, l'imperatore dell'ultimo tempo, inteso non
solo mitologicamente nel senso dello spirito del tempo, ma anche in
senso storicamente concreto. Nella sua figura rivissero per
l'ultima volta il modello e la tradizione della romanità cesarea,
seppure ad essa profondamente si sovrapponesse l'idea dello Stato
quale veniva concepito nel Medioevo cristiano. L'unione di Regno e
Chiesa, di Papato e Impero non fu mai seriamente contestata da
Federico; e anche se la sua ragione scettica contrastò con talune
delle credenze religiose del tempo, per tutta la vita egli restò
fedele e convinto assertore della diretta derivazione divina della
dignità imperiale. Malgrado le sue disperate lotte contro i Papi,
Federico non pensò mai di deporne uno, non cer-to perché gliene
mancasse la forza o il potere, ma per la ferma convinzio-ne che il
duplice potere della Chiesa e dell'Impero fosse volontà di Dio.
Potrà apparire paradossale, ma la concezione che Federico ebbe
della funzione imperiale apparteneva più al passato che al futuro.
Sottolinea Horst: «Nell'ultimo periodo degli Hohenstaufen,
l'Imperatore tentò con sforzi appassionati, ma romantici e privi di
senso della realtà, di tradurre sul piano effettivo un'idea
medioevale dello Stato cristiano, in un'epoca in cui quest'idea era
già superata».
Un secolo fa l'Accademia di Palermo acquisì una lettera di un
contemporaneo di Federico che - scrivendo a un amico - raccontava
l'aspetto fisico e le abitudini del re (non ancora ventenne): «La
statura non è piccola, ma neppure superiore di quella che sua età
richieda. Ma l'Autore Universale della natura gli ha dato membra
robuste in corpo solido, con le quali il suo animo vigoroso può
venir a capo di qualunque impresa. Mai è in ozio; passa la giornata
sempre occupato, e affinché il vigore si accresca con l'esercizio,
allena l'agile corpo in ogni pratica e scuola d'armi. O si occupa
delle sue armi, o le indossa e tira di spada, nella quale è
esperto, e finge di difendersi da un assalto; egli sa bene tender
d'arco esercitandosi spesso al tiro della freccia; ama i cavalli di
razza e veloci. Credo che nessuno sappia meglio del re tenerli a
freno e slanciarli alla corsa. Così ogni giorno dal mattino alla
sera, per ricominciare il giorno seguente. A ciò aggiungi una
maestà regale, un volto e un tratto maestosi, uniti ad un aspetto
gentile e bello: fronte serena, occhi brillanti, viso espressivo,
animo ardente e ingegno pronto. Tuttavia non gli mancano
atteggiamenti a volte strani e triviali ai quali lo hanno formato,
non la natura, ma i rozzi contatti». La lettera prosegue con altre
notizie e chiude con un giudizio che la storia confermerà esatto:
«Insofferente di ammonizioni, si prende l'arbitrio di agire secondo
la sua libera volontà e stima vergognoso per sé o di essere retto
da un tutore o di essere considerato un ragazzo».
All'epoca, Federico era ancora sotto la tutela del papa Innocenzo
III, ma non vedeva l'ora di liberarsi e camminare sulle proprie
gambe. Con il papato avrebbe poi avuto rapporti contrastanti. Non
perdeva occasione per ribadire la propria devozione religiosa
(«L'Italia è nostra eredità, e questo a tutto il mondo è noto»,
proclamò per giustificare la guerra contro la Lega Lombarda: «Io
sono cristiano e, sebbene indegno servo di Cristo, pronto a
combattere i nemici della Croce»), ma fu scomunicato per i continui
rinvii del solenne impegno a guidare una nuova Crociata in
Terrasanta. Non si trattava soltanto di pigrizia, o di un'offesa
gratuita alla Chiesa: Federico maturava un'idea (anche questa
profondamente innovatrice) di separazione delle sfere di influenza
fra potere spirituale e potere temporale. Nel corso di una campagna
militare nell'Italia centrale (nel 1226) scrisse una lettera alle
città del ducato di Spoleto, che esprimeva concetti molto chiari:
«Sperammo di trovare qui i vostri militi e i vostri nunzi e sapemmo
poi che per la proibizione papale non eseguiste il nostro ordine.
Del che ci meravigliamo a ragione, perché è certo che anche del
territorio anticamente concesso al patrimonio di San Pietro abbiamo
diritto di richiedere un determinato servizio chiamandovi a
partecipare a spedizioni o per altro motivo; ciò come difensori
della Chiesa. E ci meravigliamo assai della vostra fedeltà che con
pretesti vorrebbe negare il diritto dell'Impero, senza pensare
quanto sia temerario il negare a Cesare ciò che è di Cesare. Se
dite poi che il nostro Santissimo Padre, il Pontefice Romano, che è
tenuto a salvaguardare i nostri diritti, diede quest'ordine, egli
certamente, consideratane la ingiustizia, con più saggio consiglio
lo revocherà. Ma la vostra temerità ne avrà ricevuto frattanto una
punizione irrimediabile; né troverete alcuno contro la potenza
della nostra giustizia».
Federico era un uomo di profonda cultura (parlava sei lingue:
italiano, latino, greco, francese, tedesco e arabo), amava le
lettere e la poesia; era un despota illuminato, portò la pace in
Sicilia, inserì nel parlamento del regno i rappresentanti di molte
città (precedendo di un quarto di secolo la decisione analoga presa
dal re d'Inghilterra che dette luogo alla creazione della Camera
dei Comuni). Pur essendo di stirpe tedesca (ma nato a Jesi, nelle
Marche), Federico amava profondamente la Sicilia («pupilla dei miei
occhi»). Che - tutto sommato - contraccambiò, nonostante sotto il
suo regno l'imposizione fiscale fosse altissima (per rendere
l'amministrazione più efficiente e per realizzare le grandi opere
pubbliche che ne arricchirono l'aspetto architettonico). Nel Liber
Augustalis (il complesso di leggi emanate nel 1231), Federico
stabilì che tutte le cause civili e penali dovessero concludersi
nel giro di tre mesi, pena la decadenza del giudice. E dimostrò una
sensibilità verso le donne che fece di lui una specie di
antesignano del femminismo: ammise le donne all'eredità (cosa fino
ad allora non prevista) e dette rilevanza penale allo stupro, che
fino ad allora non era considerato un reato. Pare - o almeno le
leggende gli attribuiscono anche questo genere di sensibilità - che
di fronte alle proteste dei contadini del palermitano, che si
lamentavano di dover lavorare quattordici ore al giorno, anche
d'estate, quando il caldo era insopportabile, ridusse l'orario di
lavoro a dieci ore al giorno.
A differenza di tutti i principi del suo tempo (e anche dei due
secoli successivi), Federico non fu un condottiero. In guerra non
esprimeva il meglio di sé, né come stratega, né come generale. Era
piuttosto uno statista, un legislatore, un diplomatico, oltre che
un uomo con una grande passione per le scienze e per le arti. Era
un sovrano illuminato, e aveva scelto di amministrare nel modo
migliore il suo regno dell'Italia Meridionale dalla sua capitale
Palermo.
La sua massima impresa politica, precedendo determinate forme
statali europee, resta la fondazione e la legislazione del Regno di
Sicilia. Sottrattolo al caos, egli ne fece uno Stato modello,
sostituì al frazionatissimo sistema feudale uno Stato burocratico
centralizzato autonomo e con un'opera legislativa genialmente
unitaria ridiede la sicurezza dei diritti civili ad una popolazione
eterogenea. «Si è anche visto», scrive Horst nella sua biografia di
Federico, «come gli inizi del moderno Stato laico e l'ordine
autocratico instaurato in Sicilia recassero in sé le
caratteristiche del futuro dispotismo illuminato, anzi, addirittura
del moderno sistema totalitario e dittatoriale». Pur del tutto
aderenti allo spirito del Medioevo anche nella persecuzione degli
eretici per opera dell'Inquisizione e nella propensione
all'astrologia e alle scienze occulte, il razionalismo e
l'illuminismo di Federico vanno ben oltre il tempo in cui visse.
Non solo egli favorì le arti e le scienze, ma fu parte egli stesso
di un'evoluzione culturale che dalle pastoie e dai disordini di
un'epoca oscura condusse alle soglie dell'età moderna. Federico e
la sua corte inaugurarono un pensiero scientifico basato
sull'empiria, come dimostrano il trattato di falconeria, i celebri
quesiti agli uomini dotti, l'audacia dei suoi esperimenti, i suoi
interessi medici, matematici, astronomici. Con il cenacolo dei
poeti di corte, che per i primi usarono la lingua popolare in
poesia, Federico può considerarsi il fondatore della letteratura
italiana; sotto la sua diretta influenza sorse l'arte nuova della
scultura pugliese e l'architettura dei castelli e delle dimore
sveve.
Un fascino straordinario emana da questa versatilità creativa, dal
vigore vitale, dalla forza equilibratrice, grazie alle quali le sue
imprese politiche, e le sue attività artistiche e spirituali
trascendono la norma e la coscienza del Medioevo. Politicamente
egli aspirò ad un regno di pace; fallendo più facilmente laddove
ricorse o dovette ricorrere alla violenza. Ma a dispetto degli
insuccessi e delle contraddizioni, egli rimane il più capace dei
sovrani tedeschi, dotato di una personalità non superata da alcuno
dei suoi predecessori e successori. Sebbene la sua idea d'impero
restasse nell'ambito delle concezioni medioevali, ciò nondimeno a
buon diritto gli va riconosciuta una validità, una significanza
universale che indiscutibilmente lo legittima "primo europeo" e
primo "cittadino del mondo". In un'epoca quale quella odierna, che
rivela la fragilità delle fondamenta spirituali dell'Europa e in
cui occorre soprattutto superare il provincialismo dei vari
interessi nazionali per approdare all'unificazione del Vecchio
Mondo, Federico è una figura molto attuale. Inquietante,
affascinante, resta, oltre il tempo suo, lo "stupore del
mondo". |
Filippo Malatesta
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