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Storia
Nell'inferno di
Culqualber
L'ultima resistenza in Etiopia fu
piegata nel novembre del 1941, e i protagonisti di quella pagina
gloriosa furono i carabinieri chiamati a presidiare un valico di
montagna che difendeva Gondar. Morirono quasi
tutti
Una pagina gloriosa.
Qualcuno definì il sacrificio dei nostri soldati a Culqualber
(nel novembre del 1941) «le Termopili dei Carabinieri». Come
in Tessaglia - nel 480 avanti Cristo - dove i trecento
spartani guidati da Leonida sacrificarono la vita per
difendere la loro patria, i carabinieri nella sella di
Culqualber, nella lontana Etiopia, si immolarono per tenere la
postazione. Un giornale di allora raccontò l'inferno con
queste parole: «I carabinieri di Culqualber rimasero
imperterriti al loro posto. Continuarono a combattere per
giorni e mesi contro un nemico cento volte più forte e più
numeroso, contro un nemico che aumentava continuamente di
mezzi e di effettivi, di armi e rifornimenti, mentre loro, gli
eroici carabinieri, diminuivano sempre di numero e di forze;
ed ogni giorno scemavano per loro a vista d'occhio le
munizioni, le provviste, i medicinali; ad ogni attacco i
superstiti vedevano assottigliarsi lo stremato battaglione,
mancare all'appello altri eroici compagni, altri prodi. Eppure
non cedettero: mai. Non pensarono mai che si potesse cedere.
Non si arresero né alle minacce né alle lusinghe
dell'avversario, sempre più incalzante, sempre più rifornito
e imbaldanzito. Sono morti quasi tutti, al loro posto di
combattimento e di sacrificio. Sono caduti inchiodati alla
consegna, fedeli al giuramento, degni delle fulgide tradizioni
dell'Arma fedelissima».
Molto simile il comunicato del Bollettino delle Forze Armate, in
data 23 novembre 1941: «Gli indomiti reparti di
Culqualber-Fercaber, dopo aver continuato a combattere anche con le
baionette e le bombe a mano, sono stati infine sopraffatti dalla
schiacciante superiorità numerica avversaria. Nell'epica difesa si
è gloriosamente distinto, simbolo dei reparti nazionali, il
Battaglione Carabinieri, il quale, esaurite le munizioni, ha
rinnovato sino all'ultimo i suoi travolgenti contrattacchi all'arma
bianca. Quasi tutti i Carabinieri sono caduti».
Una pagina gloriosa. Scritta da uomini valorosi che - da mesi -
vivevano in condizioni spaventose, costretti ad affrontare
privazioni tremende. Mancava il cibo: e per mesi le truppe si
sfamarono mangiando la bargutta, che era un miscuglio di granaglie,
biade, mangime per quadrupedi e un cereale molto minuto, pestati
con le pietre per farne una specie di farina, che veniva impastata
e cotta fra sassi roventi e brace. Mancava anche l'acqua (un
problema ben più grave) perché i due fiumiciattoli più vicini -
l'Arnò-Guarnò e il Gumerà - si trovavano su una direttrice
controllata dalle forze nemiche:
ogni tentativo di rifornimento comportava perdite in vite
umane.
La guerra in Africa aveva preso una piega pessima per le nostre
forze armate. Gli inglesi erano numericamente superiori, e
disponevano di molti più mezzi, più affidabili e moderni. Avendo il
pieno controllo del Canale di Suez impedivano che giungessero i
necessari rifornimenti alle nostre truppe. L'Amba Alagi era caduta
(con l'onore delle armi) e il presidio di Gondar era difeso ormai
soltanto dagli uomini asserragliati nel valico di Culqualber. Il
caposaldo di Gondar era al comando del generale Guglielmo Nasi, che
aveva organizzato i presidi che - nel raggio di 50-80 chilometri -
erano chiamati a difendere la posizione: l'Uolchefit sulla
direttrice di Asmara (già caduto in mano nemica); Celga Blagir e
Tucul Denghià sulle direttrici occidentale e nord-occidentale;
Culqualber sulla via di Debra Tabor, nella zona dell'Amhara.
Proprio quest'ultimo presidio era il più importante
strategicamente, perché garantiva il controllo della riva
nord-orientale del lago Tana e della piana di Ouramba, l'unica via
che garantisse ancora un minimo di rifornimenti.
Da un punto di vista militare, la zona era adatta alla difesa, per
le sue caratteristiche orografiche: una serie di alture irregolari,
intersecate da profondi burroni, che offrivano uno sbarramento
naturale. Il presidio era sotto il comando del colonnello Augusto
Ugolini. Il 6 agosto, Ugolini ottenne i rinforzi: il 1° Gruppo
Carabinieri Mobilitato che aveva combattuto (distinguendosi per il
valore) sulle alture di Blagir e dell'Ineet Amba. Il Gruppo fu
destinato al Costone dei Roccioni, un'altura che si affacciava (a
strapiombo) sulla rotabile verso Gondar, ma guardava anche al
versante sud, in direzione di Debra Tabor. Appena insediati, i
carabinieri dovettero dedicarsi alla faticosa opera di
fortificazione, trasportando (dai dirupi sottostanti) pesanti
tronchi d'albero, e creando trincee e barricate.
Dai giorni immediatamente successivi, le vedette comunicarono
l'arrivo di rinforzi nelle file del nemico, che avevano di fatto
accerchiato e isolato Culqualber. Per alleggerire la pressione, il
colonnello Ugolini ordinò - a più riprese - puntate offensive,
dettate anche dall'esigenza di sopperire alla mancanza di
vettovagliamento. A metà ottobre, una di queste offensive permise
di conquistare Lambà Mariam, dove i nostri soldati recuperarono
viveri e acqua. I carabinieri si distinsero in modo particolare in
queste azioni, anche per merito del maggiore Alfredo Serranti. Ci
fu una controffensiva inglese, ma i Carabinieri riuscirono a
respingere il nemico.
Per l'operazione di Lambà Mariam, i Carabinieri furono premiati
con la Menzione Onorevole nel Bollettino del Quartier Generale
delle Forze Armate, che diede atto della brillante vittoria
riportata in condizioni estremamente delicate, con lievi perdite
nostre (36 caduti e 31 feriti), ma gravi per il nemico. L'efficace
operazione consentì al caposaldo di Culqualber un temporaneo
respiro dalla pressione avversaria; inoltre, il bottino di viveri
migliorò per diverso tempo il razionamento e rese con ciò possibile
l'ulteriore resistenza.
Ma la tregua fu di breve durata. Nei giorni successivi affluirono
reparti corazzati e rinforzi nemici d'ogni genere, nonché decine di
migliaia di irregolari al comando di ufficiali britannici.
Cominciarono allora i lanci di manifestini e le insistenti
intimazioni di resa, intervallate da formidabili concentramenti
d'artiglieria e da bombardamenti aerei. Il nostro Comando respinse
orgogliosamente tutte le offerte di resa. Dal 21 ottobre il nemico
mise in continua azione tutti i mezzi offensivi. Nessun movimento
fu più possibile in superficie; di notte il terreno veniva spazzato
con tiri predisposti; di giorno diventava implacabile il
martellamento aereo.
Il 2 novembre fu distrutto l'ospedaletto da campo e fu sconvolto il
cimitero. Tre giorni più tardi un poderoso attacco si infranse
sugli spalti meridionali del caposaldo, specie ad opera della 1a
Compagnia Carabinieri, alla quale il Comandante della difesa
tributò un meritato encomio.
Il 12 novembre il 1° Gruppo Carabinieri era in linea, nelle
posizioni chiave della difesa: sul fronte Sud, con la 1a Compagnia,
e sul fronte Nord, con la 2a Compagnia e la Compagnia Zaptiè. La
notte ebbe inizio la battaglia che - pur apparendo disperata - si
concluse con la ritirata del nemico: carabinieri e zaptiè opposero
un argine insormontabile proprio sul Costone dei Roccioni,
attraverso il quale l'avversario sperava di penetrare nel
caposaldo. E ai soldati giunse un secondo caloroso encomio: «Contro
forze dieci volte superiori per numero e per armamento che
l'attaccavano violentemente per undici ore, reagiva con
aggressività, sangue freddo, illimitato coraggio, riuscendo
vittoriosa nell'impari lotta». Nei giorni seguenti gli attacchi
inglesi si infittirono, indebolendo una difesa comunque
precaria.
Dal giorno 18 novembre l'azione aerea avversaria assunse
proporzioni insostenibili. Squadriglie di ogni tipo si alternavano
senza sosta, attaccavano in picchiata, spazzavano tutto in
superficie. Ben nove aerei furono abbattuti dal tiro delle
mitragliatrici. Ormai i difensori vivevano esclusivamente nei
camminamenti ed in trincea, da cui uscivano solo per i
contrassalti.
Nella giornata del 20 novembre 57 velivoli avversari presero
letteralmente d'assalto gli elementi difensivi del caposaldo. Lo
schieramento nemico era potenziato ulteriormente. Alle 3 del
mattino del giorno successivo l'offensiva si scatenò con rabbiosa
risolutezza. Il caposaldo fu contemporaneamente investito da Nord,
da Sud e perfino dalle impervie provenienze da Est, e da non meno
di 20mila assalitori delle più svariate unità. I carri armati
precedevano le schiere per aprire varchi, gli aerei spezzonavano e
mitragliavano, artiglierie e bombarde lanciavano proiettili con
ritmo vertiginoso. I punti nevralgici della battaglia furono
proprio i Roccioni affidati alla difesa dei carabinieri e degli
zaptiè, che non abbandonarono neppure un palmo di terreno, fino a
quando, attaccati da tergo dal nemico ormai padrone del caposaldo,
furono sopraffatti.
Il maggiore Serranti (ferito gravemente) rifiutò di farsi
medicare, per restare al suo posto e incitare gli uomini. E i
carabinieri - piuttosto che cedere - affrontarono la morte. Come
gli Spartani alle Termopili. Il Costone dei Roccioni divenne così
la "via dei cadaveri". Al maggiore Serranti fu attribuita la
Medaglia d'Oro alla Memoria e la Bandiera dell'Arma fu insignita di
un'altra Medaglia d'Oro per l'eroico comportamento del battaglione
che «deciso al sacrificio supremo, si saldava graniticamente agli
spalti difensivi e li contendeva al soverchiante avversario in
sanguinosa impari lotta corpo a corpo nella quale comandante e
carabinieri, fusi in un solo eroico blocco simbolico delle virtù
italiche, immolavano la vita perpetuando le gloriose tradizioni
dell'Arma». |
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