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Carnera: un mito che sopravvive al tempo

Per il centenario della nascita di uno dei più grandi campioni di tutti i tempi, previsti incontri, mostre, manifestazioni. Ecco il nostro omaggio ad un uomo dalla statura eccezionale. E non solo per l'altezza

Sequals, piccolo centro friulano in provincia di Pordenone, può vantare un singolare privilegio: aver dato i natali, esattamente un secolo fa, ad uno dei più grandi miti dello sport pugilistico, primo in Italia a conquistare il titolo di Campione del mondo nella categoria dei Pesi massimi. Nel tranquillo paesino delle Prealpi Carniche nacque infatti, il 25 ottobre 1906, Primo Carnera, il "gigante buono" dal pugno di ferro e dal cuore d'oro, tanto amato dalla gente quanto, purtroppo, criticato sul piano tecnico, malgrado i ripetuti successi.

Il padre Sante, mosaicista, avrebbe avviato il figliolo alla sua stessa attività; lo impedì, di fatto, la conformazione delle mani di Primo, troppo grosse per un lavoro che richiede dita affusolate e scioltezza di articolazione. Eccezionale la corporatura del giovane: i 7 chili di peso alla nascita, e i 30 dei tre anni, raggiungeranno i 120 da adulto; l'altezza, i 2,05 metri, e la lunghezza del piede, che arriverà a 62,50 centimetri. La storia di Carnera, tuttavia, è quella di un personaggio entrato nella leggenda non soltanto per il gigantesco fisico e la straordinaria forza, ma perché da un iniziale destino di povertà - la mamma dovette vendere la fede nuziale per procurare il pane ai figli - seppe guadagnare meritata gloria mantenendo intatti i più sani principi morali.

Primo poté studiare sino alla quarta elementare, ma nell'arco della vita cercò sempre di migliorare, consapevole dell'importanza dell'istruzione. Leggeva poesie del Petrarca e di Pascoli, brani di Pirandello, versi della Divina Commedia che si sforzava di capire e, da anziano, spiegare ai figli. Nel 1923, per sfuggire alle condizioni di miseria provocate dalla prima guerra mondiale, decide di emigrare in Francia nella speranza di riuscire a svolgere con maggiore profitto il lavoro di falegname. Per le insistenze dello zio che lo ospita, accetta di confrontarsi con un dilettante locale in un incontro di boxe, sport per il quale Primo non aveva alcuna preparazione di base. L'esito, ovviamente, gli è sfavorevole. Carnera accetta allora l'offerta del direttore di un modesto circo viaggiante rivolta a sfruttare la sua forza e statura inconsuete per una provocatoria sfida: il furbo "impresario" metteva ogni sera in palio mille franchi per chi riuscisse a stendere al tappeto, in un incontro di lotta libera, quel gigante presentato con il curioso nome d'arte di "Juan, lo spagnolo imbattibile". Naturalmente, i malcapitati che accettavano di misurarsi con quel "fenomeno da baraccone" avevano la peggio; ma dopo un lungo peregrinare per le fiere, Primo è notato da un ex campione dei pesi massimi, Paul Journée, che lo invita a frequentare la sua palestra per prendere lezioni di pugilato. Carnera lo ascolta, lascia il circo e comincia ad allenarsi tornando a mantenersi col mestiere di falegname.

È la svolta che cambierà la sua esistenza. Il "maestro" rivela ottime doti d'insegnamento e l'allievo fa rapidi progressi; tanto da spingere Journée a segnalarlo ad uno dei più capaci manager di boxe francesi, Léon Sée. In breve tempo, il maciste friulano è giudicato in grado di tentare il grande passo: misurarsi con un pugile professionista ed iniziare così una carriera nel mondo dello sport. L'avversario scelto è Léon Sebillo, peso massimo venticinquenne, in grado, nelle previsioni, di superare il debuttante. Ma la sera del 12 settembre 1928, nella vasta sala Wagram di Parigi, il giovane di Sequals, fin dai primi momenti, tempesta di colpi il francese che, alla fine del secondo round, crolla a terra.

L'eco di quel successo si diffonde rapidamente, e non soltanto oltralpe. Tredici giorni dopo, il 25 settembre, Carnera mette k.o., alla terza ripresa, il pugile Joe Thomas; il mese seguente è Salvatore Reggirello ad essere sconfitto, al quarto round, in un incontro disputato al Cirque de Paris. Ormai il gigante di Sequals è applaudito come un vero prodigio, anche se una parte della stampa non concorda con la folla e considera Carnera «un bluff gonfiato a Parigi da alcuni affaristi della boxe». Il 1928 si chiude con altri due trionfi di Primo, seguiti, l'anno successivo, da una serie quasi ininterrotta di combattimenti fortunati che manderanno in visibilio i tifosi ed ammiratori di quel "Macaroni Colossus", come scherzosamente è soprannominato Primo da alcuni giornalisti.

Dopo i trionfi europei, è il momento della conquista dell'America, favolosa mecca e inesorabile tomba per ogni pugile. New York, Chicago, Saint Louis, Memphis, Oklahoma, New Orleans, Philadelphia, Minneapolis, Kansas City, Denver, Los Angeles, Detroit: il grande tour statunitense regala al colosso friulano ventitré vittorie, sui ventiquattro match disputati in un solo anno. E si giunge al fatidico 1933, con un episodio che segna un triste momento nell'esistenza di Primo: la morte per emorragia celebrale di Ernie Schaaf, canadese di origine tedesca, due giorni dopo essere stato sconfitto alla tredicesima ripresa dal friulano. Primo si sente quasi responsabile di quella morte e decide di lasciare per sempre il ring; poi finisce col cedere alle insistenze degli interessati managers, in vista dell'ormai prossimo Campionato.

La sera del 29 giugno, al Madison Square Garden di New York, il gigante affronta il detentore del titolo mondiale dei massimi, Jack Sharley, e lo vince per k.o. alla sesta ripresa. Dalle migliaia di italiani presenti sgorga un urlo potentissimo: «Italia, Italia!». Un grido che vuole esprimere la gioia per la rivincita morale di tutti quegli uomini, e sono tanti, costretti ad emigrare per assicurarsi una dignitosa sopravvivenza. La gloria di Primo è all'apice. La stampa mondiale elogia le sue doti di pugile ed esalta, oltre alla straordinaria forza, una tecnica finalmente espressa al meglio. Gli vengono offerte partecipazioni in film, gli sono dedicati inni e canzoni, libri e fumetti, sculture e dipinti. Ma soprattutto piovono proposte per incontri da sostenere in molte città europee (Londra, Parigi, Copenhagen, Stoccolma), sotto la guida, ora, di un nuovo manager, l'italiano Luigi Soresi, meno abile del predecessore Léon Sée nel tutelare l'assistito, ma altrettanto furbo nello spillargli denaro. Carnera, intanto, vuole realizzare in modo spettacolare la difesa del titolo in terra italiana, dichiarandosi disposto a combattere anche gratis. La sede scelta è Roma, teatro dell'evento la suggestiva Piazza di Siena. L'avversario sarà Paulino Uzcudum, ex campione europeo ed idolo degli sportivi iberici: lo stesso che Primo aveva battuto ai punti, al termine di quindici riprese, nel novembre 1930. Ed anche stavolta, medesimo è il successo.

Tornato in America, Carnera deve misurarsi con lo statunitense Max Baer e, inaspettatamente, perde l'incontro. Non sarà l'unica sconfitta; anche il successivo combattimento lo vede perdente, nei confronti del nero Joe Louis, astro nascente poco più che ventenne. Da quel momento, la sua carriera ha un declino inesorabile: nell'ultimo match è costretto a ritirarsi, con la gamba sinistra paralizzata da trombosi. Rientra in Italia per curarsi, restando inattivo un anno e mezzo; ma non si rassegna e, per salvare quel che resta della sua immagine, sale nuovamente sul ring. Sarà il periodo più infausto della sua vita, aggravato nel 1938 dall'asportazione del rene destro.

Il vecchio leone, tuttavia, non intende arrendersi e nel 1945 torna caparbiamente in combattimento, rimanendo battuto, negli ultimi tre incontri dal goriziano Luigi Musina. È il tramonto, la conclusione amara di una vicenda sportiva che si chiude con un bilancio certamente unico nella storia della boxe mondiale - su 103 incontri disputati, 88 furono le vittorie e soltanto 15 le sconfitte -, lasciando il posto ad attività di ripiego, tra le quali la recitazione. Sono circa una ventina le pellicole interpretate da Carnera, accanto ad attori famosi in Italia e in America. Si dedica, anche, al catch, oltre che al cinema; e, con i soldi guadagnati, può comprarsi una casa ad Hollywood.

Ma le condizioni di salute peggiorano: dopo un improvviso collasso, viene ricoverato all'Ospedale di Los Angeles, dove gli sono diagnosticati diabete e cirrosi epatica. A quel punto, Primo torna a Sequals dove si spegne, a 58 anni, il 29 giugno 1967: lo stesso giorno in cui, 34 anni prima, aveva guadagnato il titolo mondiale. Sino agli ultimi istanti conserva lucidità di mente, confortato dalla moglie Giuseppina e dai figli Umberto e Giovanna Maria.

Se la vita terrena di Carnera è ormai cessata da qualche decennio, non si è spento e non si spegnerà il ricordo del campione che tutto il mondo ci ha invidiato. Un campione che non dimenticò di essere e mostrarsi uomo dalla bontà e dolcezza d'animo esemplari. Proverbiale l'ingenuità di Primo, come l'estrema onestà e correttezza, come la generosità spontanea dimostrata in tante occasioni. E forse proprio queste doti innate ne fecero un modello, anche di riscatto sociale, da imitare. Una persona che, partita da umili origini, aveva raggiunto i più ambiti traguardi senza per questo inorgoglirsi, ma sembrando quasi chiedere scusa per l'enorme fortuna toccatagli. Un mito che sopravvive intatto al trascorrere del tempo.
Franco Dattilo