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Cultura
Soldati. La ragione e le
passioni
Nel centenario della nascita, un
ricordo dello scrittore e regista torinese. Un personaggio insolito
nel panorama culturale italiano, in cui la chiarezza dello stile e
la profonda spiritualità si fondono con un innato gusto per
l'indagine psicologica. Un'avvincente conferma ne sono gli
indimenticati Racconti del maresciallo, gialli ispirati dal mondo
dell'Arma
Rami secchi son quelli che hanno
esaurito il loro ciclo vitale, che non producon più nuove fronde,
nuovi fiori, nuovi frutti. Rami vecchi, rami morti, buoni da
ardere, la cui rossa fiamma scoppiettante serve soltanto a
riscaldare le membra stanche, a render lieto il convito, prima di
diventare cenere e dissolversi, perdendosi, nella natura. Anche le
persone possono diventare rami secchi, quando non hanno più un
ruolo nella società; quando hanno la sensazione di aver vissuto
troppo a lungo, di aver concluso il proprio compito, di non aver
altro da aggiungere all'inesauribile commedia della vita. Rami
secchi è il titolo dell'ultimo libro di Mario Soldati, un libro di
ricordi, di pensieri, di fantasmi, uscito nel 1989, quando egli
aveva 83 anni. La scelta del titolo e il tono della scrittura
denotano una certa stanchezza, che si accompagna fatalmente
all'ultima stagione dell'esistenza e che non ha risparmiato neanche
un uomo come Soldati, capace sempre di vivere con pienezza, e
quindi con gioia, le varie esperienze che la vita gli ha riservato.
Ma certo egli sbagliava, cedendo alla malinconia del crepuscolo.
Egli apparteneva a quella categoria di vecchi che hanno sempre
qualcosa da dire: albero consunto, dunque, ma non ancora da ardere,
e capace invece di un'ultima, straordinaria fioritura.
Proprio questo ci aiuta a conoscerlo meglio, anche se l'immagine
che egli dà di sé è un po' diversa da quelle proposte in altri
tempi. Troviamo ancora un uomo fiducioso nella ragione, che è ben
consapevole certo delle innumerevoli possibilità di caduta, ma che
comunque non smarrisce se stesso. Fa capolino qua e là un vago
scontento per quel che poteva essere e non è stato: l'accorgersi
che il mondo ha perduto la gioia di vivere, il sentimento del
sublime. Qualcosa di simile a quel che provava Flaubert più di un
secolo addietro, quando scriveva a Turgenev: «Ho la tristezza che
avevano i patrizi romani del quarto secolo. Sento montare dalle
profondità del suolo un'irrimediabile barbarie… Mai gli interessi
dello spirito hanno contato meno. Mai l'odio di ogni grandezza, mai
il disprezzo del Bello, mai il vituperio della letteratura sono
stati così manifesti».
A questa sciatteria del tempo presente Soldati si è opposto durante
tutto il corso della sua vita. Sempre ha voluto raccontare delle
storie con semplicità, il che significa non già banalità ma
chiarità di mente, «stile nitido, fermo, senza febbre, né
travaglio, né ricerca». In tutte le sue opere egli ha profuso i
suoi doni, con il candore di un perenne fanciullo e il disincanto
di un vecchio sapiente. I suoi doni: e cioè - come scrive Cesare
Garboli - «la finezza e la geometria dello spirito, il senso del
ritmo, la sottigliezza della psicologia, il gusto della simmetria e
delle sorprese, la capacità di
addentrarsi con passi leggeri e sereni nei luoghi dove il buio è
più fitto, la strada accidentata e tortuosa».
Mario Soldati era nato a Torino il 17 novembre 1906 da una famiglia
mezza piemontese e mezza francese. In casa si parlava
indifferentemente il francese e il torinese, mentre la lingua
italiana era un po' stentata. Ma questo limite - che è stato sempre
rimproverato ai padri fondatori del nostro Paese, primo fra tutti
Cavour - era un limite fino a un certo punto. L'Italia, a quel
tempo, e sarà così per molto tempo ancora, era provincia chiusa e
tutte le idee nuove venivano da oltralpe. Il poter respirare
quell'aria di Francia, impregnata dei ragionamenti degli
illuministi e delle passioni libertarie dei rivoluzionari, era una
straordinaria educazione dello spirito. Soldati assorbì quegli
umori, ma li arricchì compiendo i suoi primi studi presso i Gesuiti
e, ancor più, cercando di cogliere il segno dei tempi. Torino, nei
primi decenni del Novecento, era una città intellettualmente molto
viva. L'eredità del Risorgimento non era stata dispersa, mentre la
realtà economico-sociale - gli effetti della prima
industrializzazione italiana - aveva suggerito nuove tesi e più
ardite interpretazioni.
Dopo essersi laureato in Lettere, Soldati pubblica nel 1929 la sua
prima raccolta di novelle, Salmace. Egli scrive naturalmente, con
facilità, così come un bambino grandicello cammina, senza un
particolare apprendistato. E tuttavia, fin da principio, si sforza
di dare una direzione alla sua scrittura: è animato da spirito
cosmopolita, ma non vuole perdere - non lo vorrà mai - le
tradizioni, i costumi, i valori, e perfino i sapori del suo
"piccolo mondo antico". C'è un'Italia antica e moderna al tempo
stesso - un'Italia che oggi si fatica a riconoscere -, che non esce
mai fuori dell'orbita del suo sguardo, perché - sono sue parole -
«si progredisce davvero soltanto se conserviamo o almeno cerchiamo
di conservare tutto quanto era buono e bello nel passato».
Frattanto muove i primi passi nel settore del giornalismo: scrive
sul Momento, poi sul Corriere, due giornali cattolici di Torino. Ma
egli sa che si tratta di un'esperienza provvisoria. Per scrivere
sui giornali, anche su quelli cattolici, era necessario prendere la
tessera del Partito fascista, cosa che Soldati non pensava di
fare.
In questo contesto di provvisorietà, gli giunse come una manna la
proposta di Lionello Venturi, il grande storico dell'arte, di
trasferirsi per due anni in America, a New York, con una borsa di
studio della Columbia University. Accettò senza esitazione. Questa
esperienza lasciò il segno. Imparò a conoscere un nuovo mondo e si
fece più acuto il suo gusto della scoperta e dell'avventura
intellettuale, che segnerà la sua produzione. Ne derivò uno dei
suoi libri più riusciti, America primo amore, del 1935, una sorta
di reportage nato all'insegna di una libertà morale conquistata di
colpo. Intanto, spinto da motivi puramente economici, aveva
iniziato a lavorare per un'azienda cinematografica, «di malavoglia,
addirittura con ripugnanza», confesserà in seguito. «Imparai il
mestiere a poco a poco, senza ambizioni di far carriera. Lavoravo
sul serio solo perché ero incapace di annoiarmi. Dopo nove anni
come aiuto-regista girai un film come regista». Era il 1939, il
film s'intitolava Dora Nelson.
Cominciò così una lunga carriera dietro la macchina da presa, che
si svolse parallelamente a quella di scrittore, fino al 1958,
quando, in modo del tutto imprevisto, lasciò il cinema. In verità,
sarebbe più corretto dire che fu il cinema a lasciare Soldati, dopo
che lui ebbe preso la decisione di trasferirsi da Roma a Milano.
Nella capitale Soldati aveva vissuto per quasi trent'anni, ma non
era riuscito mai a integrarsi nella vita cittadina. Non appena gli
era possibile, tornava in Liguria, in Piemonte, o a Milano, Parigi,
Londra. Nel 1960 chiuse la casa di Roma e si trasferì a Milano. Il
mondo romano del cinema lo dimenticò in fretta e non gli offrì
altri film da dirigere. Secondo i critici non si trattò di una
grande perdita, giacché nei suoi film egli non riuscì mai a
raggiungere quella purezza stilistica, quel rigore geometrico che
si ritrovano invece in tanta parte della sua narrativa. Soldati
stesso, del resto, del cinema rimpiangeva le pingui entrate e non
altro.
Eppure, noi siamo convinti che non si possano liquidare così, alla
leggera, i suoi film. In molti di essi si riconosce la sua sottile
vena poetica che trasfigura cose e persone. Ad esempio, Piccolo
mondo antico, del 1941, tratto dal romanzo di Antonio Fogazzaro, è
un autentico capolavoro. Accurato, elegante, intenso, commosso e
commovente, è una ricostruzione fedele del romanzo. Inoltre va
ricordato che al film parteciparono, come sceneggiatori, Mario
Bonfantini, Emilio Cecchi e Alberto Lattuada; mentre protagonista
femminile fu una superba Alida Valli. Pregevole anche la
fotografia, soprattutto degli esterni lombardi, immersi in luci
sfumate e in dolenti nebbie. E, a proposito di film, bisognerà
almeno ricordare Malombra (1942), Quartieri alti (1943), Le miserie
del signor Travet (1946), Daniele Cortis (1947), Eugenia Grandet
(1947), La provinciale (1953).
Soldati torna alla letteratura nel 1941 con il romanzo La verità
sul caso Motta, storia di un avvocato maldestro con le donne,
afflitto da una madre autoritaria. Un giorno l'avvocato incontra
una sirena che lo seduce e lo trascina con sé nei gorghi del mare.
Laggiù il nostro eroe impara a vivere, perduto nell'abbraccio con
una divinità del piacere e dell'acqua. Quando riemerge, non sa bene
se abbia vissuto veramente la sua straordinaria avventura o se
l'abbia solo immaginata. L'epilogo, beffardo e dolente, è il
manicomio. Il gusto dell'avventura si mescola, in questo romanzo,
alla passione per il mare - per i suoi colori cangianti che mutano
con il mutare della volta celeste, per la lontananza del mondo,
degli oggetti, dei rumori, per la sensazione di rinascere a nuova
vita nella trasparenza cristallina delle acque.
Ma i capolavori indiscussi di Soldati sono i tre lunghi racconti
che compongono il volume A cena col commendatore (1950), e cioè "La
giacca verde", "Il padre degli orfani" e "La finestra". Numerosi
altri romanzi e racconti verranno poi a consolidare la fama di
Soldati: fra i tanti ricordiamo Le lettere da Capri (1954), La
confessione (1955), Il vero Silvestri (1957), Storie di spettri
(1962), Le due città (1964), La busta arancione (1966), I racconti
del maresciallo (1967), a cui seguiranno I nuovi racconti del
maresciallo (1984, vedi box), Lo smeraldo (1974), La sposa
americana (1978), El Paseo de Gracia (1987).
Gli ultimi anni della sua vita, fino alla morte avvenuta il 19
giugno 1999, Soldati li ha trascorsi a Tellaro, in provincia di La
Spezia, in una casa in faccia al mare. Quel posto, che a lui
sembrava fatato, e forse lo era, lo aveva scoperto anni addietro
durante una gita con la famiglia. Lì il suo pensiero si perdeva
nell'azzurro consolatore delle onde. E la sua voce, chiara come
quelle acque, nel descriverlo ha talvolta il respiro della pagina
manzoniana. Del resto, dirà lui stesso, «...evocava qualcosa che
non avevo mai visto, se non con la fantasia, leggendo appunto il
mio adorato Stevenson dei Mari del
Sud». |
Paolo Pinto
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