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Quando William
Shakespeare - dopo aver raccontato la storia di tanti altri
sovrani inglesi - scrisse e rappresentò in teatro la sua
storia, Enrico VIII era morto ormai da sessantasei anni; sua
figlia Elisabetta (la grande regina che consolidò le conquiste
politiche del padre) era passata a miglior vita da tredici
anni. Correva l'anno 1613, e The famous history of the life of
king Henry the Eight (per citare il titolo originale della
tragedia: La famosa storia della vita del re Enrico Ottavo)
riscosse un enorme successo di pubblico, a conforto
dell'intelligenza degli spettatori, se si presta fede al
Prologo che precede la rappresentazione. «Questa volta»,
spiega l'autore, «non vengo a farvi ridere; abbiamo da
presentarvi cose gravi accigliate e tristi per alti travagli:
scene di dolore d'una tale maestà e nobiltà da strapparvi
dagli occhi fiumi di pianto. Quelli d'animo tenero e pietoso
potranno ora, se vogliono, versare una lacrima; la vicenda la
merita. Chi ha speso il suo denaro con la viva speranza di
veder cose credibili, questa volta vedrà cose
vere».
L'Enrico VIII fu l'ultima opera
teatrale scritta da Shakespeare, che morì tre anni dopo. Nei cinque
atti si raccontavano «cose vere», e relativamente recenti. Molte
erano controverse e dolorose. Questo spiega perché il più grande
autore elisabettiano preferì occuparsene quando ormai gli ultimi
protagonisti erano definitivamente scomparsi dalla scena. La
tragedia si svolge nel periodo centrale della vita del re: la fine
del matrimonio con Caterina d'Aragona, incapace di dare al sovrano
l'erede maschio che lui pretendeva; lo strappo con la Chiesa di
Roma; il matrimonio con Anna Bolena; la nascita di Elisabetta. E
proprio con la nascita della futura regina si conclude il dramma,
con il panegirico dell'arcivescovo di Canterbury, Thomas Cranmer:
«Questa fanciulla regale - vegli il cielo sempre su di lei - già
dalla culla promette a questa terra le mille e mille benedizioni
che il tempo va maturando. Ella sarà d'esempio e modello - ma non
tutti quelli che or sono vivi vedranno la sua grandezza - ai
principi suoi contemporanei e successori. La regina di Saba non fu
mai tanto assetata di saviezza e di virtù quanto sarà quest'anima
bella».
Le circostanze storiche suggerivano
certo di rivolgere pubblici encomi ad Elisabetta. Ma gli inglesi -
al principio del XVII secolo - avevano solide ragioni di
riconoscenza per la sovrana. Gli anni di Enrico non erano stati
anni facili. Il boia faceva gli straordinari, la rottura con la
Chiesa Romana presentava molte incognite, e - a tratti -
l'Inghilterra apparve isolata (e accerchiata) dal resto
dell'Europa. Il breve regno di Edoardo, l'unico figlio maschio di
Enrico, dettò le regole della Riforma, che il padre aveva appena
abbozzato, e s'incrudelì la persecuzione nei confronti dei
cattolici. Maria, la primogenita, andata in sposa al figlio di
Carlo V, Filippo, futuro re di Spagna e cattolicissimo, ribaltò la
situazione, con un tentativo di ripristinare la supremazia del
papato, accompagnato da altre persecuzioni (che fecero guadagnare a
Maria il soprannome di "sanguinaria"). Soltanto con Elisabetta si
tirarono le somme di quella rivoluzione: e il bilancio fu positivo.
L'Inghilterra conquistò definitivamente la propria insularità (dopo
aver perso la regione di Calais, nel continente), che si tramutò in
un elemento di forza, e non di debolezza. L'orgoglio di Enrico VIII
- che non voleva ipoteche di alcun genere sul suo regno - divenne
l'orgoglio di tutti gli inglesi.
Enrico era un personaggio
formidabile, da ogni punto di vista. E, infatti, se ne parla ancora
a quasi cinque secoli di distanza. Continua a suscitare l'interesse
di biografi, di scrittori, di romanzieri e sceneggiatori. Per le
sei mogli (e le innumerevoli amanti) invidia dei maschilisti
impenitenti, orrore per suffragette e femministe. Ma anche per il
vigore fisico, che ne faceva il campione dei tornei cavallereschi,
per la crudeltà senza limiti né pentimenti. E per la saggezza con
la quale regnò per moltissimi anni. Ma a farne un protagonista
della Storia, e uno degli uomini che hanno contribuito a mutarne il
corso, fu la decisione (in parte provocata da ragioni personali,
che avevano a che vedere con le passioni, e in parte da un disegno
lucido) di rompere con la Chiesa cattolica e fondarne una - quella
anglicana - di cui il re d'Inghilterra è il capo supremo.
I contemporanei - come spesso accade
- non si resero conto di quel che accadeva e di quel che sarebbe
accaduto. La storica Antonia Fraser (moglie del commediografo
Harold Pinter, Nobel per la Letteratura lo scorso anno) osserva che
«nessuno predisse mai che il re si sarebbe sposato sei volte;
nessuno, del resto, a tale profezia avrebbe creduto. Neanche le sei
regine avrebbero creduto a chi avesse anticipato loro il destino
che le attendeva: se non era prevedibile che ben due principesse
andassero incontro a un ripudio, ancor meno lo era che quattro
donne di origini relativamente modeste assurgessero al massimo
onore di consorte del re e che due di esse, entrambe in apparenza
innocue, finissero sul patibolo per alto tradimento». Infine,
«nessuno avrebbe potuto prevedere che lo snello, biondo,
incantevole principe - "il più bel principe d'Europa" - salito al
trono d'Inghilterra nel 1509, appena prima di compiere
diciott'anni, morisse quasi quarant'anni dopo, mostro di obesità,
con la fama di un barbablù". Fama meritata, per giunta.
Non si resero conto di nulla neppure
nelle altre corti d'Europa, dove la storia delle sei mogli di
Enrico VIII, con tutti i suoi drammi, i suoi risvolti tragici,
raccapriccianti e a volte perfino comici, fu seguita con stupore e
incredulità. Il re di Francia, che non era un santo nel campo delle
relazioni extraconiugali, restò di stucco quando seppe che il suo
rivale inglese aveva appena ripudiato la quarta moglie, sposata sei
mesi prima, per amore di una ragazzetta di cui non si era mai
sentito parlare e che per età avrebbe potuto essere nipote della
sua prima moglie. «E questa è ora la regina?», chiese Francesco I
alludendo a Caterina Howard. Quando gli dissero di sì, il re di
Francia dette un gran sospiro. A questo riguardo espresse
sentimenti comuni a molti l'incauta damigella di corte che nel 1540
esclamò: «Che razza di uomo, il re! Ma quante mogli vuole?».
Nel 1534, dopo che la
Chiesa aveva respinto la richiesta di annullamento del
matrimonio con Caterina d'Aragona avanzata da Enrico VIII, il
re d'Inghilterra emanò, con l'appoggio del parlamento, l'Atto
di Supremazia, che sancì la nascita della Chiesa Anglicana. La
vertenza fra Roma e Londra si era trascinata per tre anni,
durante i quali Enrico si era fatto concedere l'annullamento
dall'arcivescovo di Canterbury, Thomas Cranmer (da lui
nominato) e il papa Clemente VII aveva reagito con la
scomunica. Se il re ebbe una diretta responsabilità nella
rottura, il pontefice di Roma non fece nulla per evitarla.
L'Atto di Supremazia del 1534 sottraeva la Chiesa inglese
all'autorità papale, ponendola alle dirette dipendenze del
sovrano, ma non prevedeva alcun cambiamento dottrinale e
liturgico: la costituzione e i dogmi restavano quelli della
Chiesa cattolica (che Enrico aveva difeso all'epoca dello
scisma luterano, scrivendo persino un saggio contro il monaco
di Wittenberg). La decisiva svolta in senso protestante si
ebbe nel 1552, sotto il regno di Edoardo VI.
Personaggio sanguigno e irascibile,
Enrico era il perfetto rappresentante del potere assoluto: il
monarca che faceva e disfaceva a proprio piacimento, liberandosi
bruscamente degli oppositori, favorendo i cortigiani. Chiunque
ostacolasse i suoi disegni sapeva già che avrebbe fatto i conti con
il boia: accadde così ad Anna Bolena e a Caterina Howard, ma lo
stesso destino toccò anche a Tommaso Moro (santificato
successivamente dalla Chiesa di Roma) e a John Fischer (scampò
casualmente alla forca il cardinale Thomas Wolsey, che aveva
guidato il governo prima di Moro, ma soltanto perché un malore lo
stroncò alla vigilia dell'esecuzione). A dispetto di queste
"intemperanze", Enrico VIII fu un buon monarca: la sua rottura con
la Chiesa non fu determinata soltanto dal desiderio di ripudiare la
prima moglie, Caterina d'Aragona, per sposare la seconda, Anna
Bolena, ma dal disagio che serpeggiava in larga parte dell'Europa
in un'epoca nella quale la Chiesa non brillava per moralità. Il
pugno di ferro con il quale guidò l'Inghilterra nasceva anche
dall'esigenza di ridare nerbo al Paese dopo il lungo periodo di
guerra civile che si era concluso con la vittoria dei Tudor contro
gli York.
Un autorevolissimo storico inglese,
George Macaulay Trevelyan, sostiene che «Enrico VIII mandò al rogo
i protestanti, al tempo stesso in cui impiccava e decapitava i
cattolici che si opponevano a una rivoluzione di ispirazione
anti-clericale. E questa politica, che assume oggi un aspetto così
incomprensibile, incontrò allora l'approvazione della maggioranza
del popolo inglese. Nella babele di voci che si levarono durante il
regno di Enrico, la nota dominante è quella di un anticlericalismo
cattolico e nazionalistico. Soltanto dopo la sua morte, la logica
della nuova situazione all'interno e all'estero spinse
anticlericali e nazionalisti inglesi a difendersi dalla reazione
cattolica attraverso l'alleanza con i protestanti; e, molto
lealmente, durante il regno di Elisabetta, finirono per
abbracciarne le dottrine».
All'inizio del XVI secolo
l'Inghilterra era un piccolo Paese, con pochissimi abitanti. Si
calcola che fossero due milioni e mezzo, mentre il re di Francia
poteva già allora contare su quindici milioni di sudditi. Enrico -
che, con molti secoli di anticipo, si rivelò un genio delle
pubbliche relazioni - trasformò il suo regno in una potenza
europea. Ricorrendo a tutte le armi della comunicazione, e assai
poco a quelle degli eserciti. Il suo incontro con Francesco I nel
Campo del Drappo d'Oro (vicino Calais) fu - per magnificenza - uno
spettacolo straordinario, che convinse le altre corti europee a
prendere nella debita considerazione quell'omone imponente, spesso
allegro, sempre al centro del palcoscenico.
I diplomatici che ebbero la ventura
di incontrarlo ne fecero descrizioni ammirate. Un medico spagnolo -
che faceva parte del seguito di Caterina d'Aragona - disse che il
re d'Inghilterra aveva «membra gigantesche». L'ambasciatore
veneziano Giustinian lo trovò «bellissimo, quanto natura potrebbe
fare»; scrisse che aveva una barba «che pare d'oro» e una pelle
chiara e delicata come quella di una donna. «Vedere il re che gioca
a tennis, con la pelle bianca sotto la camicia finissima, è la più
bella cosa del mondo». I suoi appetiti (di ogni genere) erano
possenti, e tali rimasero fin quasi alla fine, quando il corpo era
ormai devastato, e la salute molto precaria. Ed era anche - con
estrema coerenza - uomo di passioni e temperamento sopra le
righe.
Nutriva un immenso amore per la
vita. Donne, lusso, gioco, lotta, caccia, ballo, feste in maschera:
non si negava nulla. E trasmetteva agli altri la stessa vitalità.
Amava anche la musica, e sapeva suonare ogni genere di strumento.
Compose parecchie canzoni. Tutte le donne cadevano ai suoi piedi, e
lui - che in questo genere di rapporti si lasciava trascinare dal
cuore, e non solo - non si sottraeva.
Non era, però, un uomo fatuo. Era
stato educato in modo rigoroso. Praticava le buone letture, ed era
in grado di fronteggiare chiunque, in qualunque genere di
discussione: era ferrato persino nelle dispute dottrinarie e
teologiche, e quando il papa gli negò il diritto di divorziare da
Caterina, mise in seria difficoltà i teologi del Vaticano con
argomentazioni sottili e ben costruite. La «questione» che si aprì
con Roma, sottolinea Trevelyan, «non fu, a rigor di termini, una
vera e propria questione di divorzio. Dal punto di vista tecnico,
si trattava di stabilire se Enrico fosse mai stato veramente
sposato con Caterina d'Aragona, poiché suo fratello Arturo era
stato il primo marito di lei. Un papa precedente aveva concesso la
dispensa al suo matrimonio con Enrico, ma a Clemente VII fu chiesto
di dichiarare che il matrimonio non era mai stato valido, e che
Enrico era ancora un robusto scapolo. Infatti, egli voleva sposare
Anna Bolena. Come la maggior parte dei monarchi di quel tempo e di
molti altri tempi, prima e dopo d'allora, si sarebbe perfettamente
adattato a tenersela come amica, come già era, se non avesse
desiderato un erede maschio legittimo per assicurare
all'Inghilterra una successione indiscussa e un governo forte, dopo
la sua morte. Da Caterina non poteva più attendere alcun figlio, e
la loro unica erede era la principessa Maria. Non si era mai avuta
una regina regnante in Inghilterra, e l'idea poco consueta di una
successione femminile parve costituire per il Paese la minaccia di
una guerra civile o il governo di un principe consorte
straniero».
Enrico - in altre parole - si fece
guidare dalla ragione di Stato. Dopo il Sacco di Roma, il papa era
ostaggio dell'imperatore Carlo V, e ad Enrico - osserva un altro
storico inglese, G. R. Elton - «sembrò intollerabile che gli
interessi dell'Inghilterra dovessero dipendere, tramite il papa,
dalla volontà dell'imperatore. Nella rabbia risvegliata dal torto
personale, finì per rendersi conto di ciò che molti Inglesi avevano
già chiaro da molto tempo: che l'Inghilterra, se voleva essere
veramente una nazione, doveva ripudiare una giurisdizione
spirituale formulata dai suoi rivali e nemici stranieri». Assecondò
la storia, e ne mutò il corso, promuovendo il suo Paese al ruolo da
protagonista che ancora gli compete. |