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Una volta disse ai
suoi colleghi: «Sento odore di briganti». Pensavano che
scherzasse: come si fa a riconoscere dall'odore qualcuno che
ha conti in sospeso con la giustizia? E - soprattutto - come
si fa a sentire l'odore se quello non è a tiro di naso? Sesto
senso, si direbbe oggi. Fiuto da segugio. Chiaffredo Bergia
era un segugio, ed era anche un uomo fortunato: molte volte,
nella sua avventurosa carriera di cacciatore di briganti, si
trovò un'arma puntata al petto, oppure riuscì a schivare una
gragnuola di pallottole, stando allo scoperto. Ma se la cavò
sempre, dando ragione al motto del poeta: «La fortuna aiuta
gli audaci». Proprio così.
Quando si conquistò la prima
medaglia d'argento al valore, aveva appena compiuto ventitré anni:
era stato promosso da poco tempo carabiniere effettivo, e prestava
servizio nella Stazione di Scanno, in Abruzzo, molto lontano dal
paese in cui era nato (Paesana, vicino Saluzzo, in Piemonte).
Nessuno poteva immaginare, allora, che sarebbe diventato, ai suoi
tempi, l'ufficiale italiano più decorato al valore: la Croce
dell'Ordine Militare di Savoia, una medaglia d'oro, tre d'argento e
due di bronzo, oltre a una serie infinita di menzioni onorevoli e
di encomi. Oltre alle promozioni "sul campo", che lo condussero -
dalla condizione iniziale di carabiniere effettivo - ai gradi di
vicebrigadiere, brigadiere, maresciallo, maresciallo maggiore; e
poi alle nomine a sottotenente, a tenente, e infine a capitano
dell'Arma, il grado che fregiava le sue spalline quando, a
cinquantadue anni (nel 1892), morì di polmonite. Nel suo letto:
come raramente accade agli eroi che sfidano di continuo la morte.
Come era accaduto - esattamente dieci anni prima - a Giuseppe
Garibaldi, l'Eroe dei due Mondi.
Scanno è un delizioso paese di
montagna, incastonato nell'Appennino abruzzese, poco distante dal
Gran Sasso. Ai suoi piedi c'è un lago, alle spalle il Passo di Godi
e gli impianti che portano in alto, alle piste di sci. Vive di
turismo, Scanno, d'inverno e d'estate. Centoquarant'anni fa il
turismo non c'era: c'erano i banditi, che s'inerpicavano fra i
boschi e i sentieri polverosi per aggredire i mulattieri che
trasportavano merci di un qualche valore, o per sequestrare i
possidenti e chiedere il riscatto alle famiglie. Le montagne erano
inospitali, e cariche di insidie, per la gente per bene; offrivano,
viceversa, rifugi naturali ai briganti, che sapevano dove
nascondersi.
Scanno non ha dimenticato quei tempi
lontani, e l'uomo che garantì allora una certa tranquillità ai
paesani. In una piazza a lui intitolata, dieci anni fa è stata
scoperta una lapide che ricorda le sue gesta. «Memori degli eroici
servigi / resi alla Patria / da Chiaffredo Bergia / capitano / che
riportò la pace / alla operosa gente / di Scanno / turbata da forze
eversive / i cittadini / nella piazzetta antistante / la caserma /
ove stazionarono / i reali carabinieri / riconoscenti posero».
A Scanno, Bergia rimase cinque anni,
dal 1862 al 1867. La prima medaglia d'argento gli fu conferita
(quando aveva già offerto ripetute prove del suo coraggio) dopo un
conflitto a fuoco con i nove componenti della banda Tamburrino, una
delle più temute della zona. Bergia era in perlustrazione con due
colleghi: uno dei due rimase gravemente ferito. Mentre l'altro
commilitone riportava alla base il ferito, lui - da solo - tenne a
bada i banditi.
Da ragazzo, Chiaffredo aveva già
messo in luce qualità civiche e coraggio da vendere. Nato in una
famiglia di contadini, aveva conosciuto - con i suoi cinque
fratelli - la miseria nera. A quindici anni era emigrato in
Francia, con il fratello Giacomo: insieme, avevano trovato un
lavoro come pastori ad Embrun. Una notte Chiaffredo aveva ascoltato
un colloquio inquietante fra due sconosciuti che alloggiavano nella
stanza accanto. Uno dei due era un evaso dal carcere di Gaeta, che
fu assicurato alla giustizia per la testimonianza del ragazzo che
si affrettò a informare la gendarmeria: firmò la deposizione con
una croce. Era analfabeta, ma giurò a se stesso che avrebbe
imparato a leggere e a scrivere. A diciotto anni, a Lione, inseguì
un delinquente che aveva aggredito un passante. Riuscì
fortunosamente a schivare una pallottola e ad immobilizzare il
malavitoso, consegnandolo alla polizia.
Rientrato in Italia a vent'anni -
grazie al minimo di istruzione che era riuscito a darsi - ottenne
di svolgere il servizio di leva nell'Arma. Dopo la medaglia
d'argento e la promozione a vicebrigadiere fu chiamato a comandare
la Stazione di Campotosto, sempre in Abruzzo. Fu pochi mesi più
tardi che pronunciò quella frase a proposito dei briganti. Era in
perlustrazione con due suoi militari (Giovanni Milani ed Oronzo
Agresta) nei dintorni di Marciano. Era novembre, tirava un vento
gelido. «Un buon carabiniere», spiegò ai due ragazzi che erano con
lui, «deve avere l'olfatto di un cane, la prudenza di un lupo, e la
furbizia di una volpe». Poco dopo - rimasto solo - vide sbucare da
un cespuglio un uomo che fuggiva. Riuscì a raggiungerlo e ad
agguantarlo. Lo riconobbe: era un certo Andrea Andreani, ricercato
per omicidio. Ma quello si divincolò, intenzionato a fuggire.
Bergia però gli fu di nuovo addosso e - rimasto disarmato - riuscì
a colpire in testa l'assassino con una pietra. Se la vide brutta,
il vicebrigadiere, quando da un viottolo apparve un gruppo di
contadini, parenti e amici di Andreani, armati di pale e forconi.
Per fortuna sopraggiunsero Milani e Agresta. Gli assalitori erano
una ventina, ma furono messi in fuga dai tre carabinieri.
Alla fine degli anni Sessanta, dopo
essere stato promosso brigadiere, Bergia sposò Claudina Borghese,
figlia sedicenne di un maggiore dei Carabinieri: sarebbe stato un
matrimonio felice, allietato dalla nascita di quattro figli. Fu in
quegli anni che fu sciolta la Legione di Chieti dell'Arma, e Bergia
venne assegnato alla nuova Legione di Bari.
Una settimana dopo
l'ingresso delle truppe italiane a Roma, nuova capitale del
Regno d'Italia, Chiaffredo Bergia si trovò impegnato
nell'ennesima missione di guerra al brigantaggio, quella che
gli fruttò la medaglia d'oro al valor militare. I nemici -
questa volta - erano i componenti di una delle bande più
sanguinarie che infestavano l'Abruzzo, identificata con i nomi
dei due capi: Giuseppe Pomponio e Pasquale d'Alena. Pomponio
si era macchiato di una ventina di omicidi, d'Alena era temuto
per la sua ferocia. Sui due pesava una taglia di tremila lire
(una somma cospicua, a quel tempo); a chi avesse catturato
d'Alena, il comune di Itri (dove era nato) offriva anche una
pensione vitalizia. Con i due erano rimasti una giovane di
diciott'anni, Filomena Soprano, amante di d'Alena, Bernardino
Di Nardo e Michelangiolo Pomponio (fratello di Giuseppe). La
caccia ai cinque si era fatta serrata dopo che quei malfattori
avevano sequestrato un ricco possidente, Gaetano
Franceschelli. Il Comandante della Legione di Bari decise di
formare una squadriglia di quattro carabinieri, al comando di
Bergia, per individuare e catturare i malviventi. Nel bosco di
Dogliola, nelle montagne di Liscia, in piena notte, i quattro
carabinieri riuscirono a individuare due componenti della
banda. Bergia si gettò all'inseguimento di uno dei due, lo
raggiunse e gli assestò un colpo così forte con il calcio
della carabina da romperla in due pezzi. Ma il brigante - un
omone grande e grosso - non rimase neppure stordito, e avrebbe
sopraffatto Bergia se non fosse arrivato il carabiniere Corsi
che uccise il bandito colpendolo alla testa con la canna del
fucile. Trasportato nel paese di San Buono, fu identificato
per Pasquale d'Alena.
L'altro capobanda, Giuseppe
Pomponio, aveva raggiunto una grotta con l'ostaggio. Franceschelli
colse l'occasione di liberarsi quando il bandito fu vinto dal
sonno: riuscì a sfilargli il fucile e sparargli un colpo al petto.
Ma Pomponio, grondante di sangue, lo uccise a colpi di pugnale e di
pistola. Michelangiolo Pomponio e Di Nardo riuscirono a trasportare
il ferito nella casa di un contadino per prestargli le cure
essenziali, ma il contadino raccontò tutto ai carabinieri, anche
per intascare la taglia. Il Comandante dell'Arma nella provincia di
Chieti, capitano Sequi, catturò Giuseppe Pomponio e la Soprano.
Bergia si nascose nella casa del contadino, sicuro che i due
superstiti della banda sarebbero tornati lì per farsi giustizia.
Tornarono, e scattò la trappola. Di Nardo - rendendosi conto di non
avere via di scampo - si gettò in una scarpata, e si sparò una
revolverata in testa. Michelangiolo ingaggiò con Bergia una lotta
durissima, gli sparò molti colpi a distanza ravvicinata senza
riuscire a colpirlo, fino a che non fu il carabiniere Favan a
salvare il brigadiere, uccidendo il brigante.
La motivazione della medaglia d'oro
sottolinea «l'intelligenza di cui dette prova nelle replicate
perlustrazioni ed inseguimento», nonché «l'incontestabile valore».
Le amministrazioni comunali di Dogliana e Lantella disposero la
consegna di un premio in denaro a Bergia, che vi rinunciò
devolvendolo a opere di beneficenza.
Un'altra azione, nel maggio
dell'anno successivo, portò all'arresto del brigante Croce di Tola.
I tre carabinieri in missione con Bergia furono decorati con la
medaglia d'argento, il brigadiere fu insignito della Croce di
cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia.
Promosso maresciallo, Bergia fu
trasferito in sedi più tranquille, come Torino e Milano. Tornò alla
Legione di Bari qualche anno più tardi, con i gradi di capitano.
Era, ormai, una leggenda vivente. |