CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2006 > Ottobre > Storia

Chiaffredo Bergia, l'incubo dei briganti

Numerose caserme dell'Arma sono intitolate a questo valoroso carabiniere, per molti anni in prima linea nella lotta senza quartiere ai banditi che infestavano il Meridione d'Italia

Chiaffredo Bergia in uniforme da capitano con le medaglie al valore ottenute nei dieci anni di lotta al brigantaggio in Abruzzo. Una volta disse ai suoi colleghi: «Sento odore di briganti». Pensavano che scherzasse: come si fa a riconoscere dall'odore qualcuno che ha conti in sospeso con la giustizia? E - soprattutto - come si fa a sentire l'odore se quello non è a tiro di naso? Sesto senso, si direbbe oggi. Fiuto da segugio. Chiaffredo Bergia era un segugio, ed era anche un uomo fortunato: molte volte, nella sua avventurosa carriera di cacciatore di briganti, si trovò un'arma puntata al petto, oppure riuscì a schivare una gragnuola di pallottole, stando allo scoperto. Ma se la cavò sempre, dando ragione al motto del poeta: «La fortuna aiuta gli audaci». Proprio così.

Quando si conquistò la prima medaglia d'argento al valore, aveva appena compiuto ventitré anni: era stato promosso da poco tempo carabiniere effettivo, e prestava servizio nella Stazione di Scanno, in Abruzzo, molto lontano dal paese in cui era nato (Paesana, vicino Saluzzo, in Piemonte). Nessuno poteva immaginare, allora, che sarebbe diventato, ai suoi tempi, l'ufficiale italiano più decorato al valore: la Croce dell'Ordine Militare di Savoia, una medaglia d'oro, tre d'argento e due di bronzo, oltre a una serie infinita di menzioni onorevoli e di encomi. Oltre alle promozioni "sul campo", che lo condussero - dalla condizione iniziale di carabiniere effettivo - ai gradi di vicebrigadiere, brigadiere, maresciallo, maresciallo maggiore; e poi alle nomine a sottotenente, a tenente, e infine a capitano dell'Arma, il grado che fregiava le sue spalline quando, a cinquantadue anni (nel 1892), morì di polmonite. Nel suo letto: come raramente accade agli eroi che sfidano di continuo la morte. Come era accaduto - esattamente dieci anni prima - a Giuseppe Garibaldi, l'Eroe dei due Mondi.

Scanno è un delizioso paese di montagna, incastonato nell'Appennino abruzzese, poco distante dal Gran Sasso. Ai suoi piedi c'è un lago, alle spalle il Passo di Godi e gli impianti che portano in alto, alle piste di sci. Vive di turismo, Scanno, d'inverno e d'estate. Centoquarant'anni fa il turismo non c'era: c'erano i banditi, che s'inerpicavano fra i boschi e i sentieri polverosi per aggredire i mulattieri che trasportavano merci di un qualche valore, o per sequestrare i possidenti e chiedere il riscatto alle famiglie. Le montagne erano inospitali, e cariche di insidie, per la gente per bene; offrivano, viceversa, rifugi naturali ai briganti, che sapevano dove nascondersi.

Scanno non ha dimenticato quei tempi lontani, e l'uomo che garantì allora una certa tranquillità ai paesani. In una piazza a lui intitolata, dieci anni fa è stata scoperta una lapide che ricorda le sue gesta. «Memori degli eroici servigi / resi alla Patria / da Chiaffredo Bergia / capitano / che riportò la pace / alla operosa gente / di Scanno / turbata da forze eversive / i cittadini / nella piazzetta antistante / la caserma / ove stazionarono / i reali carabinieri / riconoscenti posero».

A Scanno, Bergia rimase cinque anni, dal 1862 al 1867. La prima medaglia d'argento gli fu conferita (quando aveva già offerto ripetute prove del suo coraggio) dopo un conflitto a fuoco con i nove componenti della banda Tamburrino, una delle più temute della zona. Bergia era in perlustrazione con due colleghi: uno dei due rimase gravemente ferito. Mentre l'altro commilitone riportava alla base il ferito, lui - da solo - tenne a bada i banditi.

Da ragazzo, Chiaffredo aveva già messo in luce qualità civiche e coraggio da vendere. Nato in una famiglia di contadini, aveva conosciuto - con i suoi cinque fratelli - la miseria nera. A quindici anni era emigrato in Francia, con il fratello Giacomo: insieme, avevano trovato un lavoro come pastori ad Embrun. Una notte Chiaffredo aveva ascoltato un colloquio inquietante fra due sconosciuti che alloggiavano nella stanza accanto. Uno dei due era un evaso dal carcere di Gaeta, che fu assicurato alla giustizia per la testimonianza del ragazzo che si affrettò a informare la gendarmeria: firmò la deposizione con una croce. Era analfabeta, ma giurò a se stesso che avrebbe imparato a leggere e a scrivere. A diciotto anni, a Lione, inseguì un delinquente che aveva aggredito un passante. Riuscì fortunosamente a schivare una pallottola e ad immobilizzare il malavitoso, consegnandolo alla polizia.

Rientrato in Italia a vent'anni - grazie al minimo di istruzione che era riuscito a darsi - ottenne di svolgere il servizio di leva nell'Arma. Dopo la medaglia d'argento e la promozione a vicebrigadiere fu chiamato a comandare la Stazione di Campotosto, sempre in Abruzzo. Fu pochi mesi più tardi che pronunciò quella frase a proposito dei briganti. Era in perlustrazione con due suoi militari (Giovanni Milani ed Oronzo Agresta) nei dintorni di Marciano. Era novembre, tirava un vento gelido. «Un buon carabiniere», spiegò ai due ragazzi che erano con lui, «deve avere l'olfatto di un cane, la prudenza di un lupo, e la furbizia di una volpe». Poco dopo - rimasto solo - vide sbucare da un cespuglio un uomo che fuggiva. Riuscì a raggiungerlo e ad agguantarlo. Lo riconobbe: era un certo Andrea Andreani, ricercato per omicidio. Ma quello si divincolò, intenzionato a fuggire. Bergia però gli fu di nuovo addosso e - rimasto disarmato - riuscì a colpire in testa l'assassino con una pietra. Se la vide brutta, il vicebrigadiere, quando da un viottolo apparve un gruppo di contadini, parenti e amici di Andreani, armati di pale e forconi. Per fortuna sopraggiunsero Milani e Agresta. Gli assalitori erano una ventina, ma furono messi in fuga dai tre carabinieri.

Alla fine degli anni Sessanta, dopo essere stato promosso brigadiere, Bergia sposò Claudina Borghese, figlia sedicenne di un maggiore dei Carabinieri: sarebbe stato un matrimonio felice, allietato dalla nascita di quattro figli. Fu in quegli anni che fu sciolta la Legione di Chieti dell'Arma, e Bergia venne assegnato alla nuova Legione di Bari.

Bergia in uno dei travestimenti che usava per non essere riconosciuto dai brigantiUna settimana dopo l'ingresso delle truppe italiane a Roma, nuova capitale del Regno d'Italia, Chiaffredo Bergia si trovò impegnato nell'ennesima missione di guerra al brigantaggio, quella che gli fruttò la medaglia d'oro al valor militare. I nemici - questa volta - erano i componenti di una delle bande più sanguinarie che infestavano l'Abruzzo, identificata con i nomi dei due capi: Giuseppe Pomponio e Pasquale d'Alena. Pomponio si era macchiato di una ventina di omicidi, d'Alena era temuto per la sua ferocia. Sui due pesava una taglia di tremila lire (una somma cospicua, a quel tempo); a chi avesse catturato d'Alena, il comune di Itri (dove era nato) offriva anche una pensione vitalizia. Con i due erano rimasti una giovane di diciott'anni, Filomena Soprano, amante di d'Alena, Bernardino Di Nardo e Michelangiolo Pomponio (fratello di Giuseppe). La caccia ai cinque si era fatta serrata dopo che quei malfattori avevano sequestrato un ricco possidente, Gaetano Franceschelli. Il Comandante della Legione di Bari decise di formare una squadriglia di quattro carabinieri, al comando di Bergia, per individuare e catturare i malviventi. Nel bosco di Dogliola, nelle montagne di Liscia, in piena notte, i quattro carabinieri riuscirono a individuare due componenti della banda. Bergia si gettò all'inseguimento di uno dei due, lo raggiunse e gli assestò un colpo così forte con il calcio della carabina da romperla in due pezzi. Ma il brigante - un omone grande e grosso - non rimase neppure stordito, e avrebbe sopraffatto Bergia se non fosse arrivato il carabiniere Corsi che uccise il bandito colpendolo alla testa con la canna del fucile. Trasportato nel paese di San Buono, fu identificato per Pasquale d'Alena.

L'altro capobanda, Giuseppe Pomponio, aveva raggiunto una grotta con l'ostaggio. Franceschelli colse l'occasione di liberarsi quando il bandito fu vinto dal sonno: riuscì a sfilargli il fucile e sparargli un colpo al petto. Ma Pomponio, grondante di sangue, lo uccise a colpi di pugnale e di pistola. Michelangiolo Pomponio e Di Nardo riuscirono a trasportare il ferito nella casa di un contadino per prestargli le cure essenziali, ma il contadino raccontò tutto ai carabinieri, anche per intascare la taglia. Il Comandante dell'Arma nella provincia di Chieti, capitano Sequi, catturò Giuseppe Pomponio e la Soprano. Bergia si nascose nella casa del contadino, sicuro che i due superstiti della banda sarebbero tornati lì per farsi giustizia. Tornarono, e scattò la trappola. Di Nardo - rendendosi conto di non avere via di scampo - si gettò in una scarpata, e si sparò una revolverata in testa. Michelangiolo ingaggiò con Bergia una lotta durissima, gli sparò molti colpi a distanza ravvicinata senza riuscire a colpirlo, fino a che non fu il carabiniere Favan a salvare il brigadiere, uccidendo il brigante.

La motivazione della medaglia d'oro sottolinea «l'intelligenza di cui dette prova nelle replicate perlustrazioni ed inseguimento», nonché «l'incontestabile valore». Le amministrazioni comunali di Dogliana e Lantella disposero la consegna di un premio in denaro a Bergia, che vi rinunciò devolvendolo a opere di beneficenza.

Un'altra azione, nel maggio dell'anno successivo, portò all'arresto del brigante Croce di Tola. I tre carabinieri in missione con Bergia furono decorati con la medaglia d'argento, il brigadiere fu insignito della Croce di cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia.

Promosso maresciallo, Bergia fu trasferito in sedi più tranquille, come Torino e Milano. Tornò alla Legione di Bari qualche anno più tardi, con i gradi di capitano. Era, ormai, una leggenda vivente.

Guglielmo Sanvito