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Il borghese
"stregato", apparso sul Corriere della sera nel giugno 1942,
oggi contenuto in Sessanta racconti, narra la singolare,
tragica avventura di Giuseppe Gaspari, commerciante di
cereali. L'uomo, che ha raggiunto la famiglia in villeggiatura
è mortalmente annoiato dalla banalità della vita che lì
conduce: "la pastina in brodo, il manzo lesso, il giornale
radio". Per sfuggire al tedio, si aggrega a un gruppo di
ragazzini che giocano ai selvaggi. Preso dalla finzione, si
lancia all'assalto di un fortino nemico, ma è colpito da una
freccia avvelenata. Tornato in albergo, quella ferita lo porta
a una rapida agonia. Ed egli muore, ma contento di sé, giacché
almeno una volta ha saputo sottrarsi alla mediocrità della
vita: "Eroe, non già verme, confuso con gli altri, più in alto
adesso. E solo".
Il borghese Gaspari, così come sarà
del borghese Buzzati, ha creato un mondo a sua immagine e
somiglianza e, in tal modo, ha riscattato la propria vita, "grigia
come un topo", sia pure a prezzo della vita stessa. Borghese e
sognatore, perennemente in fuga dal reale: ce n'era abbastanza per
suscitare, come fu per tanti anni, la diffidenza se non
l'avversione dei critici, imbevuti di marxismo, sempre pronti a
discettare di alienazione, di classe operaia, di rivoluzione, di
benessere collettivo, senza preoccuparsi dei drammi vissuti dai
singoli individui, rotelle superflue del grande meccanismo
sociale.
Certo, Buzzati fu borghese, nato da
una famiglia dell'alta borghesia il 16 ottobre 1906. Suo padre,
Giulio Cesare Buzzati-Traverso, era docente di Diritto
internazionale all'Università di Pavia e poi alla Bocconi di
Milano; sua madre, Alba Mantovani, era la discendente di un'antica
famiglia dogale, quella dei Badoer Partecipazio. Dino, con i suoi
fratelli Augusto, Adriano e Nina, trascorre l'estate a San
Pellegrino, un paio di chilometri a sud di Belluno, nella villa di
famiglia, una prestigiosa dimora dell'Ottocento con uno splendido
giardino all'italiana. Sarà qui, nel labirinto delle antiche
stanze, che Dino scoprirà il fascino del fantastico: «Gli
scricchiolii, la sera, la porta chiusa o aperta, di notte, nel
buio», un mondo misterioso che «implica la presenza di entità
sconosciute, probabilmente immaginarie…».
D'inverno invece la famiglia vive a
Milano, in una casa altrettanto bella ma circondata dai rumori,
dalla confusione delle grandi città. Anche Milano però contribuirà
a educare lo scrittore in erba all'investigazione dell'inconsueto:
cosa c'è dietro le finestre chiuse, dietro quel muro lungo e
anonimo che costeggia la via? quali segreti inconfessabili si
nascondono fra le pieghe della vita quotidiana?
Dino viene iscritto al ginnasio
Parini, uno dei più rinomati di Milano. E qui si ritrova come
vicino di banco un ragazzino biondo con gli occhi azzurri, timido e
intelligente. È Arturo Brambilla, che diventa, e lo sarà per tutta
la vita, l'amico del cuore, la persona a cui egli confiderà i
segreti più intimi, gli incanti e le inquietudini dell'animo suo.
Un giorno in casa di Buzzati, nella biblioteca di famiglia, i due
ragazzi scoprono un libro di Gaston Maspéro, famoso egittologo
francese. S'intitola: La storia dell'arte egiziana. Appena
cominciano a sfogliarlo, la loro fantasia prende il volo: le
piramidi, i faraoni, i geroglifici, le mitiche divinità. Decidono
di misurarsi nella scrittura di un poema su una divinità egizia:
Brambilla sceglie il dio Horus, figlio di Osiride e progenitore dei
faraoni, Buzzati opta per Anubis, una divinità funeraria, quasi una
premonizione di quello che diventerà uno dei suoi temi ricorrenti:
la morte.
La villa di San Pellegrino e
l'Egitto misterioso furono per Dino la prima iniziazione al
fantastico. Un ulteriore contributo venne dalla scoperta dei
disegni di Arthur Rackham, l'artista inglese che ha illustrato
favole famose come Rip van Wincle, Alice nel paese delle meraviglie
e Peter Pan. Buzzati va in estasi dinanzi ai suoi disegni visionari
e onirici che diventano lo scenario di storie impossibili. Intanto
ha sviluppato un'altra passione che non l'abbandonerà mai più,
quella per le montagne: un mondo complessivamente nordico, popolato
di elfi e di gnomi. Scrive le prime storie, piene di atmosfere
misteriose, di case incantate, di boschi e al tempo stesso le
disegna, usando acquerelli, inchiostro di china o anche una
semplice penna con calamaio.
Lo scrittore e il pittore che si
nascondono in lui sono già nati: le folgorazioni dell'adolescenza
alimenteranno le sue fantasie e saranno alla base delle sue
creazioni. Scrivere è per Buzzati una necessità fisiologica a cui
non sa sottrarsi, anche se questo gli costa molta fatica: «Prima mi
sembra sempre di avere belle cose da dire», confida a Brambilla nel
luglio 1927, «poi non trovo niente». In certi momenti il giovane
Buzzati è convinto di poter fare qualcosa di importante, poi vede
davanti a sé aprirsi «l'aurea porta della mediocrità». Il fatto è
che Buzzati è ambizioso, ma anche molto fragile, svogliato,
incapace di fermare il tempo che corre, e soprattutto avverte
dolorosamente di essere diverso dagli altri, condannato alla
solitudine. «E, te lo giuro, ogni sera inghiotto molto dolore e
torno a casa colle scarpe piene di polvere. E aspetto sempre,
aspetto di giorno in giorno, la pupa che mi possa far fare grandi
cose... E a questo punto non so cosa fare né adesso né domani e
sono solo al mondo nel modo più atroce».
In un raro momento di
ottimismo presenta domanda di assunzione al Corriere della
sera. Viene accettato, e così il 10 luglio 1928 entra nelle
austere stanze di via Solferino, nel quale resterà tutta la
vita, fino al 28 gennaio 1972, quando la morte, da lui
lungamente corteggiata, se lo porterà via: «Tutta la vita», ha
scritto Indro Montanelli, «ha vissuto abbracciato a lei, l'ha
chiamata, l'ha tentata, l'ha cercata. E ora, eccola, senza
un'ombra, un bisbiglio, un presagio, a tallonarlo, a
incalzarlo, per nascosti avvolgenti sentieri».
La vita ch'egli conduce al Corriere
è tutt'altro che facile. Deve correre da mattina a sera per i
commissariati, a caccia di notizie, in cerca di ordinarie storie di
criminalità, molto simili, per altro, a quelle che inventerà nei
suoi racconti. E tuttavia il suo gran daffare non produce granché.
Per sua stessa ammissione egli è «lento terribilmente», e per far
presto fa dei pezzetti che gli correggono e talora rifanno
completamente: «Scorgo sorrisi di compatimento e silenzi
imbarazzanti». Per riempire la solitudine, per non tradire la sua
missione, e anche per soddisfare il suo orgoglio, nelle lunghe
pause che il giornale gli concede, soprattutto nelle ore notturne,
scrive delle storie - i racconti, l'altra faccia della sua attività
di cronista: «Era lo stesso guanto, ma rovesciato», noterà Eugenio
Montale -, e infine tenta la grande avventura del romanzo. Nel 1933
pubblica Bàrnabo delle montagne, nel 1935 Il segreto del Bosco
Vecchio, due opere in cui sono evidenti le doti trasfiguratici del
suo narrare che, dirà Giorgio Barberi-Squarotti, «immerge i
personaggi in paesaggi favolosi e li trasforma in simboli di
un'universale condizione umana».
Ma la svolta arriva nel 1940 con Il
deserto dei Tartari, indiscutibilmente il suo capolavoro. La
vicenda, che si svolge in un clima surreale, in un tempo e in un
luogo indefiniti, è in realtà fortemente autobiografica. L'autore
vi narra la storia di Giovanni Drogo, un ufficiale di prima nomina
mandato in una sperduta fortezza ai confini del paese. A nord si
estende un deserto, dal quale tutti hanno sempre atteso l'assalto
dei Tartari. E anche Drogo attende, convinto che sia quella
l'occasione della vita, la possibilità di darle un senso. Ma il
tempo passa e non succede niente, ed egli invecchia e i sogni della
gioventù muoiono poco alla volta. Finché un giorno arriva la morte,
la fine di tutto. Il tempo non può essere neanche proustianamente
recuperato perché in realtà non è stato mai veramente posseduto:
"Il tempo intanto correva, il suo battito silenzioso scandisce
sempre più precipitoso la vita, non ci si può fermare neanche un
attimo, neppure per un'occhiata indietro… Tutto quanto fugge via,
gli uomini, le stagioni, le nubi…". Sembra una delle sue lettere a
Brambilla: «Le sere passano gelide, perché le felici melanconie
d'un tempo non possono tornare. Così l'animo sembra che
s'inaridisca a poco a poco…».
Ormai Buzzati è diventato una grande
firma: del mondo letterario e di quello giornalistico. Dopo Il
deserto dei Tartari pubblica I sette messaggeri (1942), Paura alla
Scala (1949), In quel preciso momento (1950), Il crollo della
Baliverna (1957), Sessanta racconti (1958) e altro ancora. Adesso
al Corriere non lo chiamano più "cretinetti", e anzi egli può
godere della stima e dell'amicizia dei grandi maestri, primi fra
tutti il già citato Montanelli e Gaetano Afeltra.
Quest'ultimo si prese il compito di
guidarlo e di correggerlo. Buzzati scrive i suoi pezzi con
diligenza, a penna, con una calligrafia da bambino. Arriva al
giornale con la sua Topolino, vestito con suprema eleganza e porta
cravatte di colore spento, «annodate in modo che sembra sia stata
la mamma a farlo». È ingenuo, quasi incapace di stare al mondo, ma
quando Afeltra riesce a farlo scrivere, i suoi pezzi hanno
l'intensità della poesia autentica. Racconta Montanelli di quando
fu inviato a fare un servizio su una tragedia avvenuta ad Albenga:
«La Morte traluce come una cosa viva e affabile, appena
riverberando un'ombra sui cadaveri allineati sotto il suo mantello,
non più, come al solito, lugubre e solenne, ma cordiale e paterno:
uno dei più bei reportages, forse il più bello, fra quelli che in
tanti anni di mestiere mi son capitati di leggere».
Questo bambino-poeta, timido e
obbediente alla mamma, è anche, spesso e volentieri, innamorato. È
innamorato di donne sbagliate, fatali che appartengono di solito a
tutt'altro ambiente da quello che lui frequenta, impareggiabili
maestre nell'arte di farsi amare e di far soffrire. Nell'agosto
1942 scrive a Brambilla: «Mi trovo in una deplorevole condizione:
di amare una donna la quale credo, sul serio, che mi voglia
abbastanza bene, nello stesso tempo di non vedere nel futuro, per
tale legame, che amarezza, lontananza, sospetti…». E ancora:
«Quella faccenda, mi capisci, non è terminata, anzi. Mi trovo nella
situazione mentale di uno colpito da una malattia irreparabile».
Una situazione che appare a Buzzati senza uscita. Negli anni a
venire, dopo la morte prematura di Brambilla, ad accogliere le
dolenti confessioni dello scrittore sarà Afeltra: «Erano i giorni
dei suoi tormenti milanesi descritti così minuziosamente, senza
pietà e senza ipocrisia, nel romanzo-confessione Un amore, il
diario di una passione torbida e struggente…».
Un amore (1963) è l'altro grande
romanzo di Buzzati, assai diverso dal Deserto dei Tartari ma sempre
profondamente autobiografico. È la storia di un architetto
cinquantenne, Antonio Dorigo, che s'innamora di una ragazza
squillo, Laide, al punto di diventarne schiavo. Venuta meno la
speranza di vivere una storia normale, il protagonista sarà colto
dalla consapevolezza della vecchiaia e dall'ossessione della morte.
Questo romanzo, al suo apparire, fu accolto con disappunto dalla
critica, la quale vi vide una rovinosa deviazione dai contenuti e
finanche dallo stile tipici di Buzzati. Fu necessario un intervento
di Montale per rimettere le cose a posto. Egli infatti scrisse che
Un amore era il romanzo «più bello a sfondo erotico dal tempo di
Paolo il caldo di Brancati».
Gli ultimi anni di Buzzati furono
nel segno della pacificazione. Nel 1966, dopo aver dimenticato,
forse, le Laide della sua vita, sposò Almerina Antoniazzi. Anche
lui, come i suoi personaggi, avrà avvertito che in un «preciso
momento» la giovinezza è terminata. Quell'ansia dolorosa che gli
faceva dire: «Una cupa desolazione mi domina: nessun desiderio,
nessuna speranza, nessuna fiducia in me, nessuna strada aperta
davanti, come se la mia vita debba ritenersi effettivamente
conchiusa», ha lasciato il posto a una pacata rassegnazione. Giorno
dopo giorno, s'è allontanato dalla vita, civettando con la morte,
«sempre più ombra, bisbiglio,
sussurro». |