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Il pianeta dei ciccioni

Più di un miliardo e mezzo le persone coinvolte nel fenomeno della globesity, argomento del recente Congresso di Sydney. La globalizzazione dell'obesità. Con le aspettative di vita per la prima volta a rischio di regressione

La floridezza della propria prole, anche se esagerata, è ancora oggi per molti genitori motivo di orgoglio e di soddisfazione. Residuo inconscio dei secoli passati, quando i ricchi erano grassi e i poveri magri. Tira oggi, tira domani, alla fine la corda si spezza. E così per la prima volta le maggiori aspettative di vita, da sempre garantite nella nostra specie di padre in figlio, sono a rischio: di stallo, se non di regressione. Per la prima volta le nuove generazioni potrebbero vivere «meno di quelle che le hanno precedute». Parole chiare, esplicite. Pronunciate all'inizio dello scorso mese di settembre a Sydney, in Australia, all'apertura del 10° Congresso Internazionale sull'Obesità, dal suo presidente, il professor Paul Zimmet. Inesistente lo spazio lasciato ai dubbi, anzi: come tessere di un grande puzzle, cifre dati, numeri, già più volte ascoltati e annotati, hanno ritrovato qui il loro ordine inequivocabile. In sintesi: più di un miliardo le persone coinvolte finora, e a diversi livelli, dall'obesità, in tutte (o quasi) le nazioni del mondo.

Globesity (ovvero: globalizzazione dell'obesità), dicono gli esperti; "pandemia planetaria", risponde l'Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità). Un'epidemia strisciante, sotterranea, in apparenza inarrestabile (cresce del 5 per cento e più ogni anno), che attenta al genere umano. Un'emergenza assoluta, quanto il riscaldamento del globo o la potenziale, prossima influenza aviaria. Perché l'esser sovrappeso dapprima, e poi obesi, sono ancora in molti a non saperlo, vuol dire creare una corsia preferenziale per una nutrita schiera di patologie. Croniche: dall'artrite alle difficoltà della struttura ossea e di quella muscolare, alla depressione; o che incidono sulle possibilità di sopravvivenza: dal diabete all'infarto, all'ipertensione, ad alcuni tipi di tumore (ai danni dei polmoni e del colon, soprattutto). Effetti collaterali di un "girovita" abbondante poco gradevoli se l'interessato è in età avanzata, del tutto inaccettabili se i coinvolti sono - ed è stato questo il primo, preoccupante dato emergente a Sydney - giovani e/o giovanissimi.

Giocoforza dunque, per un "diario aperto" quale un mensile deve essere, annotare, riprendere, ponderare gli argomenti del Congresso. E, approfittando di un evento contingente, la Giornata nazionale dedicata all'obesità, indetta per il 10 di ottobre, riflettere con i lettori.

COME SU PAPALLA. L'obesità è più che presente nel nostro quotidiano: lo stillicidio di notizie sul tentativo degli abitanti del pianeta di diventare "rotondi come lui" (il "pianeta Papalla", lo ha ribattezzato qualcuno, ricordando uno dei più noti intermezzi di Carosello) è continuo, oltre che variegato. Solo nelle ultime settimane sono saliti agli onori delle cronache: il decesso di Taufàahau Tupou IV, ottantottenne sovrano di Tonga entrato nel Guinness dei primati come il re più grasso del mondo; la legge francese per imporre su merendine, cibi precotti e bibite zuccherate etichette dissuadenti (sulla falsariga dei messaggi contro il fumo stampati sui pacchetti di sigarette); la messa a punto di ambulanze studiate per accogliere persone "ingombranti"; il "sorpasso" numerico dei denutriti da parte dei sovrappeso (news che può lasciare perplessi nello specifico - si soffre la fame, in prevalenza, in Paesi non forniti di efficienti sistemi sanitari e, dunque, di reti di monitoraggio - ma che indica comunque la tendenza in atto).

Insomma, una concreta realtà. A tutti del resto accade di incontrare sempre più spesso persone niente affatto esili e filiformi. E di incontrarle sotto ogni cielo: perché l'obesità - è questa la seconda novità emersa a Sydney - sta conquistando via via nuove terre. Fino ad insinuarsi - quasi a smentire il suo significato letterale (dal latino ob edere, ovvero mangiare oltre, mangiare in eccesso) - nelle pieghe di nazioni dove il problema di fondo era ed è la carenza di alimenti.

Così oggi, a fianco delle supernutrite Spagna e Svezia, ecco l'India (che pure ospita circa la metà della popolazione sottonutrita del mondo) avere sovrappeso il 55 per cento delle donne tra i 20 e i 69 anni. E se nell'arco di una sola generazione il tasso di obesità dei bambini brasiliani è schizzato al 239 per cento, sono extra large ormai 200 cinesi su mille, mentre il Messico "vanta" il più alto indice di individui grassi di tutta l'America Latina. Grassi come oltre la metà dei russi e dei tedeschi. Senza dimenticare le cliniche sorte nell'Africa subsahariana (dove in tanti vivono con uno o due dollari al giorno) per assistere coloro che vogliono perdere i chili di troppo, al pari di quel che accade da tempo nel Regno Unito o in Irlanda.

Pare proprio, perciò, che sia la Terra nel suo complesso ad avere seri problemi di peso: lo scorso marzo la Task force internazionale per la lotta all'obesità (Iotf) ha affermato che, su una popolazione complessiva di sei miliardi di persone, oltre un quarto (1,7 miliardi) è sovrappeso (indice di massa corporea - peso diviso per il quadrato dell'altezza - compreso tra 25 e 30), se non obeso (indice maggiore di 30). Solo l'immaginare una tale moltitudine (oltretutto appartenente in prevalenza alle fasce più povere e con minore istruzione, quelle sulle quali il "sentito dire", la disinformazione hanno maggior presa) dovrebbe far tremare i polsi e rendere ciascuno partecipe dell'urgenza, dell'assoluta necessità di invertire la rotta, di fare macchina indietro "a tutta forza".

Molti, troppi, invece, tuttora inclini a celebrare con il sorriso o la facile battuta… il fragoroso trionfo dei ciccioni. Trasformando, ad esempio, in aneddoto il triste caso di una signora di Nashville (Usa) che al momento del ricovero in ospedale pesava 400 chilogrammi, tanto da provocare il crollo del proprio letto… E dimenticando che l'obesità è una malattia. Al pari della bulimia e dell'anoressia: tre malefiche e maligne sorelle divenute un flagello mondiale.

STILE DI VITA. «Un tempo», è stato detto, «i ricchi erano grassi e i poveri magri, e ci si preoccupava di come sfamare gli affamati. Oggi, invece, in gran parte del pianeta, i ricchi sono magri e i poveri grassi, e ci si preoccupa di come sconfiggere l'obesità». Più facile a dirsi che a farsi, in verità. Se tutti sono infatti d'accordo sulla strada che porta a diventare obesi (è sufficiente accumulare più calorie di quelle consumate), diverse sono le motivazioni che si sostiene spingano a percorrerla.

A livello planetario predomina il fascino della comodità, del lifestyle statunitense. Nulla di sorprendente, visto che sono gli Usa la locomotiva economica del mondo, con annessa influenza generalizzata e diffusione delle strategie commerciali e di marketing che hanno funzionato e funzionano nei loro confini.

In altre parole, per coloro che erano abituati a percorrere chilometri e chilometri ogni giorno per procurarsi acqua e cibo, come gli uomini e le donne degli altopiani africani, e che dunque facevano della mobilità la loro ragione di vita, è difficile, una volta trasferitisi in città, riuscire a non cedere alle lusinghe di un panino farcito offerto a pochi centesimi, da gustare comodamente davanti alla tv. E dove spesso è del tutto sconosciuta e inesistente l'educazione sanitaria, la pubblicità trasforma merendine e fast-food in segni del benessere, del progresso. Un "progresso" talmente rapido che, in alcune aree del mondo, la popolazione è passata dalla fame al sovrappeso nell'arco di una sola generazione.

Altrove il discorso è più complesso. In Italia, ad esempio, che a riguardo vanta un tutt'altro che invidiabile primato in area europea. Nel giro di pochi anni quasi la metà dei nostri connazionali ha fatto il proprio ingresso nella fascia dei sovrappeso, e nello stesso periodo da un bambino "paffutello" ogni 10 siamo passati ad uno ogni 5, arrivando oggi ad un terzo del totale di coloro che hanno tra i 7 e gli 11 anni.

Frutto dell'assommarsi degli effetti della globesity con radicate abitudini. Basti pensare che solo fino a qualche tempo fa veniva vissuto con un senso di imbarazzo e di colpa il non consumare un pasto completo: erano in pochi, seduti al tavolo di un ristorante, a non vergognarsi nell'ordinare solo un primo, o in alternativa un secondo ed un contorno. E, nonostante tutto, ancora oggi si avverte una certa resistenza a distinguere fra l'impegno di una giornata passata a lavorare nei campi o a manovrare un maglio, piuttosto che stando seduti ad una scrivania o di fronte al computer.

Per di più i nostri figli camminano poco - li portiamo a scuola in automobile dimenticando la bicicletta nel sottoscala -, stanno ancor meno all'aperto, preferiscono passatempi sedentari: 6 su 10 hanno il proprio televisore, davanti al quale di media trascorrono oltre tre ore, senza contare il tempo dedicato al pc e ai videogiochi (eppure un'ora davanti alla tv incrementa del 6-7 per cento il rischio di obesità e averla nella propria camera da letto addirittura del 30). Inoltre, seguono un'alimentazione ad alto contenuto calorico. Spesso del tutto errata, ovvero a base di junk-food (letteralmente: cibo-spazzatura), lasciando per strada la tante volte citata dieta mediterranea.

OBESI SI DIVENTA. Che obesi si nasca non è provato (se pure forte è il sospetto di una possibile ereditarietà), mentre nessuno discute che lo si diventi. Anche se è difficile rendersene conto. Difficile innanzitutto perché si tende a prescindere, in particolare tra non esperti, da quella prima fase che è l'esser "solo" grassi. E poi perché, se è pur vero che in gran parte del pianeta l'ideale della bellezza oggi sottintende un fisico snello, slanciato, dunque "magro", e porta a vivere con l'ansia e il terrore d'ingrassare (l'essere ciccioni in una società che predilige gli esili equivale a una neppur tanto mascherata esclusione sociale), è altrettanto vero che questi criteri non hanno cittadinanza universale e sono molte le zone del mondo dove le curve femminili e maschili "hanno un loro peso". Del resto non risale certo alla preistoria l'epoca in cui "grasso era bello" anche in Europa e nel Nord America.

Per di più, l'esser "grassi" molto spesso appare una valutazione soggettiva, personale. Senza contare che certi usi sono duri a morire: chi non ha avuto modo di assistere alle felicitazioni di qualcuno di fronte ad un neonato grassottello? «Bello, a nonna tua!», e le due dita della nonna (o della zia, del papà, dell'amico di turno) si stringono sulla guancia del malcapitato. Così, non stupisce affatto che per i genitori canadesi, di recente interrogati in proposito, solo 9 su cento dei propri figli risultino, e neanche tanto, grassi. Anche se poi le statistiche ufficiali parlano di un 26 per cento: tre volte tanto. Come si suol dire, tutto il mondo è Paese.

Una felicità, quella del genitore per la floridezza della propria prole («È il ritratto della salute…»), che ricorda come nei secoli passati l'esser robusti garantisse la sopravvivenza, personale e della famiglia, la quale aveva trovato due braccia in più per i lavori nei campi o nelle officine artigianali. E che, diciamolo senza remore, è oggi il maggior freno, perché inconscio, al tentativo di interrompere il trend di diffusione dell'obesità tra i giovanissimi, quelli in piena fase di sviluppo (quando cioè a crescere non è il volume delle cellule di grasso, bensì il numero, il che renderà più difficile un ipotetico recupero una volta adulti). Si perde così la guerra prima ancora che inizi: sono questi, infatti, gli anni in cui si può intervenire con successo sul futuro stile di vita dei propri figli.

Distanza, incoerenza, insomma, tra teoria annunciata e pratica seguita in ogni singolo atto della giornata. Secondo voi, ad esempio, non c'è contraddizione tra la condanna generalizzata della poca mobilità dei nostri ragazzi e l'accettare, come tutti accettiamo, che nel periodo di vita più delicato, quello della scuola, la loro attività fisica riconosciuta si limiti alle canoniche due ore settimanali?

Minna Conti