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Gli uomini che hanno cambiato la storia - 03 - Pietro il Grande

Tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento, un sovrano illuminato - anche se violento e sanguinario - riuscì a far compiere un balzo in avanti di parecchi secoli al Paese che era stato chiamato a governare. Si lasciò il Medio Evo alle spalle e fece della Russia una delle Grandi Potenze dell'epoca, in grado di competere con la Francia, la Prussia, l'Inghilterra e l'Austria. La Storia si divide nei giudizi su quello zar, ma lui ebbe l'indiscutibile merito di modificarla, cambiandone il percorso. Lo fece affidandosi ad una notevole forza d'animo, a capacità incontestabili e - soprattutto - ad una straordinaria curiosità, che gli permise di visitare molti Paesi e di "rubare" a ciascuno il segreto del progresso. In tutti i campi

Pietro il Grande in una litografia (Museo Storico di Roma)Alla fine del XVII secolo la Russia era un Paese medievale, chiuso in se stesso, autocratico, poverissimo, del tutto impermeabile alla civiltà prevalente in Europa. Un Paese "barbaro", per usare un termine molto duro, lo stesso adottato da un giovane zar, Pietro il Grande, per definire la Nazione che era stato chiamato a guidare. In quarantatré anni di regno, Pietro fece fare alla Russia un balzo in avanti di molti secoli. Cambiò il volto del suo Paese, e modificò il corso della storia.

Era finito sul trono in circostanze molto particolari. Il padre, Alessio, aveva avuto cinque figli maschi e otto femmine dalla sua prima moglie, Maria Miloslavskaja. Al momento in cui era nato Pietro (dalla seconda moglie, Natalija Kyrillovna Naryskina) soltanto due maschi erano ancora in vita: Fedor e Ivan. Fedor, il primogenito, salì sul trono alla morte di Alessio, ma morì pochi anni più tardi, quando Pietro aveva appena dieci anni. La successione sarebbe spettata a Ivan, che era però di salute molto fragile e di mente scarsamente sana. Ebbero entrambi il titolo di zar, e una figlia di primo letto di Alessio, Sofia, fu nominata reggente. La diarchia ebbe termine ufficialmente alla morte di Ivan, quando Pietro aveva ventiquattr'anni ed era sicuramente maturo per occuparsi degli affari di Stato. Nel frattempo, Sofia - vittima dei suoi stessi intrighi - era stata rinchiusa in un convento. Ma Pietro non aveva trascorso nell'ozio quegli anni. Si era preparato scrupolosamente al mestiere di re. Aveva le idee chiare: voleva conquistare nuove terre, e voleva trasformare la Russia. Viaggiò molto, per visitare le capitali europee e carpire i segreti delle grandi potenze.

Voltaire non nascose la propria ammirazione per la versatilità di Pietro: «Fondò perfino una scuola d'ingegneria, in un Paese dove nessuno prima di lui conosceva gli elementi della geometria. Era buon ingegnere egli stesso, ma soprattutto primeggiava nelle arti marinaresche: buon capitano di vascello, abile pilota, eccellente marinaio, esperto carpentiere, e tanto più degno di stima in quelle arti in quanto era nato con un estremo terrore dell'acqua. In gioventù non poteva passare sopra un ponte senza tremare: faceva chiudere allora le serrande di legno della sua carrozza. Il coraggio e l'ingegno vinsero in lui questa istintiva debolezza».

Uno storico inglese, M. S. Anderson, completa questo ritratto: «Pietro non fu mai amante dei libri, che apprezzava soltanto in quanto fonti di utili nozioni; anzi, ebbe sempre la tendenza a disprezzare la letteratura, "futili racconti che servono soltanto a far perdere tempo". Negli ultimi anni di vita, la sua ortografia era ancora incerta e scorretta. D'altro canto, fin dall'infanzia, mostrava un acuto interesse per gli strumenti e le macchine, per ogni forma di lavoro manuale specializzato: un'istruzione, questa, che ricevette non dai precettori scelti dalla madre, ma dagli artigiani, soprattutto stranieri. L'energia fisica, il suo accostarsi da un punto di vista materialistico a problemi di ogni genere, l'indifferenza - se non l'aperta ostilità - per le astrazioni, dovevano restargli peculiari per tutta la, vita. Come avrebbero poi dimostrato i suoi rapporti con la moglie e il figlio, era per natura portato ad affrontare con maggior intuito e sicurezza le cose che le persone. Verso la fine del decennio 1680-90, Pietro mostrava già un interesse che doveva poi dominare la sua vita: non ancora ventenne aveva cominciato a creare con i numerosi domestici e subalterni del suo seguito un corpo piuttosto nutrito di truppe organizzate, i "reggimenti giocattolo", forniti di armi e persino di cannoni dell'arsenale di Mosca, e a impiegarli in manovre, finte battaglie, assedi. Forse senza proporselo consapevolmente, stava creando il nucleo di un esercito moderno. Anche l'idea di costruire una flotta stava già prendendo forma nella sua mente, sebbene egli non avesse mai visto il mare e non avesse una precisa idea di dove o a che scopo una flotta russa potesse o dovesse essere impiegata».

Pietro adottò il calendario giuliano (quando, peraltro, in molte regioni dell'Europa, era stato adottato quello gregoriano), modificò l'alfabeto cirillico rendendolo più semplice, rimodernò la Marina, avviò studi di astronomia e matematica, introdusse la leva obbligatoria e l'impiego della carta bollata, creò e dette impulso all'industria tessile, a quella meccanica e a quella metallurgica, creando le fonderie dalle quali sarebbero usciti i cannoni e i fucili dell'esercito, che fu rinfoltito con la coscrizione obbligatoria. Aprì scuole di chirurgia e di odontoiatria (si piccava lui stesso di essere un buon cavadenti: dopo la sua morte, nella camera da letto fu trovato un sacco pieno di denti).

C'era un rovescio della medaglia. Il Pietro moderno e illuminato conviveva con un tiranno spietato. «È doloroso», scrisse Voltaire, «che a questo riformatore d'uomini sia mancata la virtù principale: l'umanità. La brutalità nei piaceri, la ferocia nelle abitudini, la barbarie nelle vendette si mescolavano a tante virtù. Egli civilizzava i sudditi, ma era selvaggio: eseguiva di propria mano le sue sentenze sui criminali e nelle gozzoviglie di un banchetto faceva mostra della sua abilità nel tagliare le teste». Ma lui giustificò queste attitudini barbare. Si conosce il testo di una conversazione che lo zar ebbe - nei suoi ultimi anni di vita - con un ambasciatore russo che interpellò per conoscere l'opinione che di lui avevano all'estero. «Sire», rispose il diplomatico, «tutti hanno la più alta opinione di Vostra Maestà. Il mondo si stupisce soprattutto della saggezza e del genio che Voi mostrate nell'esecuzione dei grandiosi progetti che avete ideato e che hanno diffuso la gloria del Vostro nome nelle terre più lontane». «Può anche essere», replicò Pietro, «ma questo è quanto ogni adulatore può dire, di ogni re, quando è in sua presenza. Il mio scopo non è quello di vedere il lato bello delle cose, ma sapere quali siano i giudizi negativi». L'ambasciatore replicò: «Passate per un padrone severo e imperioso, che tratta i suoi sudditi con estremo rigore, sempre pronto a punire e mai a perdonare un errore». Lo zar completò il quadro: «Ho la fama di essere un tiranno crudele; questa è l'opinione che le nazioni straniere hanno di me. Ma come possono giudicare? Nessuno sa in che condizioni mi sono trovato all'inizio del regno, né quanta gente si è opposta ai miei progetti, ha agito contro i miei piani più utili e mi ha costretto a essere severo. Ma io non ho mai trattato nessuno crudelmente né mi sono comportato da tiranno. Al contrario, ho sempre chiesto l'assistenza di quanti dei miei sudditi abbiano dimostrato intelligenza e patriottismo e che, riconoscendo la giustezza delle mie intenzioni, siano stati disposti ad assecondarle. Né ho mai mancato di dimostrare loro la mia gratitudine». Forse era troppo indulgente con se stesso, ma è indubbio che si trovò sempre ad operare in condizioni di estrema difficoltà. La sua rivoluzione non poteva essere indolore, e non lo fu. Il sangue scorse a fiumi.

E poi ci furono le guerre. Quando, nel 1695, all'età di ventiquattro anni, lo zar cominciò a prendere in mano le redini del governo, la sua prima azione fu un attacco contro la fortezza turca di Azov (che allora si chiamava Azak), che controllava la foce del Don. La sua conquista avrebbe dimostrato che la Russia era in grado di sostenere una parte importante nella guerra che da tempo impegnava Austria, Polonia e Venezia contro gli ottomani, e avrebbe cancellato la vergogna dei due falliti attacchi sferrati da Golicyn (il primo ministro, favorito della sorellastra Sofia) in Crimea nel decennio precedente, e soprattutto avrebbe contribuito a procurare a Pietro uno sbocco sul Mar Nero e la possibilità di creare una flotta. Il primo attacco russo ad Azov fallì. Pietro non aveva ancora una flotta capace di impedire ai turchi di inviare nella città rinforzi dal mare, non aveva genieri in grado di condurre un assedio di così vaste proporzioni, non aveva uno stato maggiore che coordinasse le sue forze. Nel 1696, forte di una numerosa flottiglia di vascelli leggeri e di una squadra di navi da guerra costruite nei pressi di Voronci sul Don, Pietro rinnovò l'attacco e la città fu conquistata; la sua caduta fu celebrata a Mosca con una trionfale processione alla quale prese parte lo zar in persona.

Se la Russia fosse riuscita a conquistare lo stretto di Kerc, che controlla l'accesso dal Mar d'Azov al Mar Nero, si sarebbe aperta la via per la creazione di una squadra navale di stanza nel Mar Nero stesso e, forse, per ulteriori conquiste a spese degli ottomani. Ma questo ambizioso piano dello zar fallì. Austriaci, polacchi e veneziani erano tutti, per diversi motivi, impazienti di arrivare a una rapida pace con la Turchia, e quando la pace fu conclusa a Carlowitz, nel 1699, Pietro si trovò isolato: gli interessi russi, come egli amaramente lamentò, furono completamente ignorati. Lo zar fu costretto a firmare la pace con la Porta, ma la Russia aveva dato una convincente dimostrazione della propria potenza.

Immediatamente dopo, Pietro rivolse lo sguardo verso il Baltico, dove esisteva un nemico naturale: la Svezia. Fu una guerra molto lunga, quella contro il regno di Carlo XII. Con sorti alterne, ma le vittorie decisive furono di Pietro: a Poltava, nel 1709, e a Gangut, cinque anni più tardi. Poltava è in Ucraina. Carlo XII, mosso dall'ambizione e da una smisurata fiducia nelle proprie capacità di condottiero, si era spinto fino a quelle terre lontane, sicuro di poter chiudere la partita con i russi. Pietro, meno superbo e più pragmatico, cosciente dell'inferiorità del proprio esercito, preparò accuratamente la battaglia, assicurandosi una posizione migliore e costruendo una serie di fortificazioni e di trincee che gli garantirono i necessari vantaggi tattici e strategici. Lo scontro durò un giorno intero. Gli svedesi lasciarono sul campo quasi diecimila uomini e tremila prigionieri. I russi limitarono le loro perdite a poco più di mille uomini.

La gioia di Pietro per il trionfo fu tale da rinunciare a inseguire il nemico in ritirata. Lo zar volle offrire un banchetto agli ufficiali nemici caduti nelle sue mani. Durante il pranzo rivolse un brindisi «ai nostri maestri nell'arte della guerra». La tradizione militare svedese meritava un apprezzamento di questo genere, ma uno dei generali nemici chiese comunque chi fossero i maestri ai quali Pietro alludeva. «Voi», rispose lo zar. E l'altro replicò con amarezza: «Sire, voi oggi ci avete ringraziato oltre misura». Quando Pietro inviò il principe Galitzin, con la cavalleria, a inseguire gli sconfitti, Carlo era già lontano, ma in completa disfatta. 12mila uomini si arresero due giorni dopo. Quando fu informato della capitolazione, Pietro commentò: «Ora, con l'aiuto di Dio, è stata posata l'ultima pietra della fondazione di Pietroburgo».

Qualche anno più tardi il successo si ripeté, tale e quale, nella battaglia navale di Gangut. Con l'egemonia sul Baltico, l'assoggettamento dell'Ucraina, la Russia si affacciò prepotentemente in Europa, con un ruolo da protagonista. E Pietro provvide a porre la Russia in condizione di reggere il confronto con le altre potenze. Nel 1721 fu proclamato "Padre della Patria e Imperatore".

«Le scienze, che altrove sono state il frutto tardivo di molti secoli, entrarono nei suoi Stati, per il suo interessamento, interamente perfezionate», scrisse Voltaire. «Creò un'accademia sul modello delle famose società di Parigi e di Londra; Delisle, Bulfinger, Hermann, Bernouilli, il celebre Wolf, uomo egregio in ogni ramo del sapere, furono chiamati con grandi spese a Pietroburgo. Costrinse la gioventù nobile dei suoi Stati a viaggiare, a istruirsi, a portare in Russia la cortesia straniera. Ho visto giovani russi pieni di spirito e di cultura. In tal modo un uomo solo ha trasformato il più grande impero del mondo». E ancora: «Lo zar Pietro, mutando le consuetudini, le leggi, l'esercito, l'aspetto del Paese, voleva essere grande anche nel commercio, che costituisce insieme la ricchezza di uno Stato e un vantaggio per il mondo intero. Tentò di fare della Russia il centro dei traffici fra l'Asia e l'Europa. Volle congiungere per mezzo di canali, di cui egli stesso stese i piani, la Drina, il Volga, il Don, e aprire nuove comunicazioni dal Baltico al Ponto Eusino e al Caspio, e da questi due mari all'Oceano settentrionale. Egli faceva continue ispezioni entro i suoi Stati, per quanto le guerre glielo potevano permettere; ma viaggiava come magistrato e fisico, osservando dovunque la natura, cercando di correggerla o di perfezionarla, sondando personalmente la profondità dei fiumi e dei mari, ordinando chiuse, visitando cantieri, facendo eseguire i rilievi topografici esatti e lavorandovi di propria mano». La lunga citazione ha un senso, perché Voltaire - tra i filosofi del Settecento - fu il più sensibile al fascino della politica. Amico personale di Federico il Grande di Prussia, ammiratore di Caterina di Russia, biografo di Carlo XII di Svezia, Voltaire sapeva distinguere le qualità dei governanti. E di Pietro il Grande fu il primo a mettere in luce l'opera straordinaria che permise alla Russia di entrare in pochi anni - e a pieno titolo - nel concerto delle grandi potenze europee.

Naturalmente - accade così per tutti i grandi uomini, e per le loro imprese - non tutti i giudizi erano concordi. Mirabeau, a proposito della Russia, scrisse: «Questo feroce frutto d'una serra calda coperta di neve non verrà mai a maturazione». E cinquant'anni prima di lui, Federico il Grande fu ancora più severo con la memoria di Pietro: «Un insieme di circostanze fortunate, di avvenimenti favorevoli e l'ignoranza degli stranieri, hanno trasformato lo zar in un eroico fantasma, la cui grandezza non è mai posta in dubbio da nessuno. Uno storico savio, che assistette a parte della sua vita, scosta un velo indiscreto e ci mostra questo principe dotato di tutti i difetti umani e di poche virtù. Non la mente universale che tutto concepisce e tutto vuole approfondire, ma un essere guidato da capricci così nuovi che sbalordivano, abbagliavano; non il guerriero intrepido che non teme né conosce pericoli, ma un principe vile, pavido, che sul campo di battaglia perde la sua brutalità. Crudele in tempo di pace, debole in tempo di guerra, ammirato all'estero, odiato dai sudditi; insomma, un uomo dispotico, come mai nessun monarca, che ebbe fortuna invece di saggezza». E un biografo francese del Novecento, Georges Oudard, ha scritto: «Pietro europeizzò l'Europa con le sue guerre, e a spese dell'Europa: impadronendosi di province svedesi, mostrando ai suoi successori la strada di Varsavia, il fondatore dell'impero nocque alla civiltà cui forse credeva di giovare. Non l'Europa s'è annessa la Moscovia, ma la Moscovia una parte dell'Europa, senza riuscire ad assimilarla».

Per paradosso, anche questo livore dimostra che fu davvero un Grande. Perché soltanto i mediocri non riescono nell'impresa - nient'affatto semplice - di dividere i giudizi.

Filippo Malatesta