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Alla fine del XVII secolo la
Russia era un Paese medievale, chiuso in se stesso,
autocratico, poverissimo, del tutto impermeabile alla civiltà
prevalente in Europa. Un Paese "barbaro", per usare un termine
molto duro, lo stesso adottato da un giovane zar, Pietro il
Grande, per definire la Nazione che era stato chiamato a
guidare. In quarantatré anni di regno, Pietro fece fare alla
Russia un balzo in avanti di molti secoli. Cambiò il volto del
suo Paese, e modificò il corso della storia.
Era finito sul trono in circostanze
molto particolari. Il padre, Alessio, aveva avuto cinque figli
maschi e otto femmine dalla sua prima moglie, Maria Miloslavskaja.
Al momento in cui era nato Pietro (dalla seconda moglie, Natalija
Kyrillovna Naryskina) soltanto due maschi erano ancora in vita:
Fedor e Ivan. Fedor, il primogenito, salì sul trono alla morte di
Alessio, ma morì pochi anni più tardi, quando Pietro aveva appena
dieci anni. La successione sarebbe spettata a Ivan, che era però di
salute molto fragile e di mente scarsamente sana. Ebbero entrambi
il titolo di zar, e una figlia di primo letto di Alessio, Sofia, fu
nominata reggente. La diarchia ebbe termine ufficialmente alla
morte di Ivan, quando Pietro aveva ventiquattr'anni ed era
sicuramente maturo per occuparsi degli affari di Stato. Nel
frattempo, Sofia - vittima dei suoi stessi intrighi - era stata
rinchiusa in un convento. Ma Pietro non aveva trascorso nell'ozio
quegli anni. Si era preparato scrupolosamente al mestiere di re.
Aveva le idee chiare: voleva conquistare nuove terre, e voleva
trasformare la Russia. Viaggiò molto, per visitare le capitali
europee e carpire i segreti delle grandi potenze.
Voltaire non nascose la propria
ammirazione per la versatilità di Pietro: «Fondò perfino una scuola
d'ingegneria, in un Paese dove nessuno prima di lui conosceva gli
elementi della geometria. Era buon ingegnere egli stesso, ma
soprattutto primeggiava nelle arti marinaresche: buon capitano di
vascello, abile pilota, eccellente marinaio, esperto carpentiere, e
tanto più degno di stima in quelle arti in quanto era nato con un
estremo terrore dell'acqua. In gioventù non poteva passare sopra un
ponte senza tremare: faceva chiudere allora le serrande di legno
della sua carrozza. Il coraggio e l'ingegno vinsero in lui questa
istintiva debolezza».
Uno storico inglese, M. S. Anderson,
completa questo ritratto: «Pietro non fu mai amante dei libri, che
apprezzava soltanto in quanto fonti di utili nozioni; anzi, ebbe
sempre la tendenza a disprezzare la letteratura, "futili racconti
che servono soltanto a far perdere tempo". Negli ultimi anni di
vita, la sua ortografia era ancora incerta e scorretta. D'altro
canto, fin dall'infanzia, mostrava un acuto interesse per gli
strumenti e le macchine, per ogni forma di lavoro manuale
specializzato: un'istruzione, questa, che ricevette non dai
precettori scelti dalla madre, ma dagli artigiani, soprattutto
stranieri. L'energia fisica, il suo accostarsi da un punto di vista
materialistico a problemi di ogni genere, l'indifferenza - se non
l'aperta ostilità - per le astrazioni, dovevano restargli peculiari
per tutta la, vita. Come avrebbero poi dimostrato i suoi rapporti
con la moglie e il figlio, era per natura portato ad affrontare con
maggior intuito e sicurezza le cose che le persone. Verso la fine
del decennio 1680-90, Pietro mostrava già un interesse che doveva
poi dominare la sua vita: non ancora ventenne aveva cominciato a
creare con i numerosi domestici e subalterni del suo seguito un
corpo piuttosto nutrito di truppe organizzate, i "reggimenti
giocattolo", forniti di armi e persino di cannoni dell'arsenale di
Mosca, e a impiegarli in manovre, finte battaglie, assedi. Forse
senza proporselo consapevolmente, stava creando il nucleo di un
esercito moderno. Anche l'idea di costruire una flotta stava già
prendendo forma nella sua mente, sebbene egli non avesse mai visto
il mare e non avesse una precisa idea di dove o a che scopo una
flotta russa potesse o dovesse essere impiegata».
Pietro adottò il calendario giuliano
(quando, peraltro, in molte regioni dell'Europa, era stato adottato
quello gregoriano), modificò l'alfabeto cirillico rendendolo più
semplice, rimodernò la Marina, avviò studi di astronomia e
matematica, introdusse la leva obbligatoria e l'impiego della carta
bollata, creò e dette impulso all'industria tessile, a quella
meccanica e a quella metallurgica, creando le fonderie dalle quali
sarebbero usciti i cannoni e i fucili dell'esercito, che fu
rinfoltito con la coscrizione obbligatoria. Aprì scuole di
chirurgia e di odontoiatria (si piccava lui stesso di essere un
buon cavadenti: dopo la sua morte, nella camera da letto fu trovato
un sacco pieno di denti).
C'era un rovescio della medaglia. Il
Pietro moderno e illuminato conviveva con un tiranno spietato. «È
doloroso», scrisse Voltaire, «che a questo riformatore d'uomini sia
mancata la virtù principale: l'umanità. La brutalità nei piaceri,
la ferocia nelle abitudini, la barbarie nelle vendette si
mescolavano a tante virtù. Egli civilizzava i sudditi, ma era
selvaggio: eseguiva di propria mano le sue sentenze sui criminali e
nelle gozzoviglie di un banchetto faceva mostra della sua abilità
nel tagliare le teste». Ma lui giustificò queste attitudini
barbare. Si conosce il testo di una conversazione che lo zar ebbe -
nei suoi ultimi anni di vita - con un ambasciatore russo che
interpellò per conoscere l'opinione che di lui avevano all'estero.
«Sire», rispose il diplomatico, «tutti hanno la più alta opinione
di Vostra Maestà. Il mondo si stupisce soprattutto della saggezza e
del genio che Voi mostrate nell'esecuzione dei grandiosi progetti
che avete ideato e che hanno diffuso la gloria del Vostro nome
nelle terre più lontane». «Può anche essere», replicò Pietro, «ma
questo è quanto ogni adulatore può dire, di ogni re, quando è in
sua presenza. Il mio scopo non è quello di vedere il lato bello
delle cose, ma sapere quali siano i giudizi negativi».
L'ambasciatore replicò: «Passate per un padrone severo e imperioso,
che tratta i suoi sudditi con estremo rigore, sempre pronto a
punire e mai a perdonare un errore». Lo zar completò il quadro: «Ho
la fama di essere un tiranno crudele; questa è l'opinione che le
nazioni straniere hanno di me. Ma come possono giudicare? Nessuno
sa in che condizioni mi sono trovato all'inizio del regno, né
quanta gente si è opposta ai miei progetti, ha agito contro i miei
piani più utili e mi ha costretto a essere severo. Ma io non ho mai
trattato nessuno crudelmente né mi sono comportato da tiranno. Al
contrario, ho sempre chiesto l'assistenza di quanti dei miei
sudditi abbiano dimostrato intelligenza e patriottismo e che,
riconoscendo la giustezza delle mie intenzioni, siano stati
disposti ad assecondarle. Né ho mai mancato di dimostrare loro la
mia gratitudine». Forse era troppo indulgente con se stesso, ma è
indubbio che si trovò sempre ad operare in condizioni di estrema
difficoltà. La sua rivoluzione non poteva essere indolore, e non lo
fu. Il sangue scorse a fiumi.
E poi ci furono le guerre. Quando,
nel 1695, all'età di ventiquattro anni, lo zar cominciò a prendere
in mano le redini del governo, la sua prima azione fu un attacco
contro la fortezza turca di Azov (che allora si chiamava Azak), che
controllava la foce del Don. La sua conquista avrebbe dimostrato
che la Russia era in grado di sostenere una parte importante nella
guerra che da tempo impegnava Austria, Polonia e Venezia contro gli
ottomani, e avrebbe cancellato la vergogna dei due falliti attacchi
sferrati da Golicyn (il primo ministro, favorito della sorellastra
Sofia) in Crimea nel decennio precedente, e soprattutto avrebbe
contribuito a procurare a Pietro uno sbocco sul Mar Nero e la
possibilità di creare una flotta. Il primo attacco russo ad Azov
fallì. Pietro non aveva ancora una flotta capace di impedire ai
turchi di inviare nella città rinforzi dal mare, non aveva genieri
in grado di condurre un assedio di così vaste proporzioni, non
aveva uno stato maggiore che coordinasse le sue forze. Nel 1696,
forte di una numerosa flottiglia di vascelli leggeri e di una
squadra di navi da guerra costruite nei pressi di Voronci sul Don,
Pietro rinnovò l'attacco e la città fu conquistata; la sua caduta
fu celebrata a Mosca con una trionfale processione alla quale prese
parte lo zar in persona.
Se la Russia fosse riuscita a
conquistare lo stretto di Kerc, che controlla l'accesso dal Mar
d'Azov al Mar Nero, si sarebbe aperta la via per la creazione di
una squadra navale di stanza nel Mar Nero stesso e, forse, per
ulteriori conquiste a spese degli ottomani. Ma questo ambizioso
piano dello zar fallì. Austriaci, polacchi e veneziani erano tutti,
per diversi motivi, impazienti di arrivare a una rapida pace con la
Turchia, e quando la pace fu conclusa a Carlowitz, nel 1699, Pietro
si trovò isolato: gli interessi russi, come egli amaramente
lamentò, furono completamente ignorati. Lo zar fu costretto a
firmare la pace con la Porta, ma la Russia aveva dato una
convincente dimostrazione della propria potenza.
Immediatamente dopo, Pietro rivolse
lo sguardo verso il Baltico, dove esisteva un nemico naturale: la
Svezia. Fu una guerra molto lunga, quella contro il regno di Carlo
XII. Con sorti alterne, ma le vittorie decisive furono di Pietro: a
Poltava, nel 1709, e a Gangut, cinque anni più tardi. Poltava è in
Ucraina. Carlo XII, mosso dall'ambizione e da una smisurata fiducia
nelle proprie capacità di condottiero, si era spinto fino a quelle
terre lontane, sicuro di poter chiudere la partita con i russi.
Pietro, meno superbo e più pragmatico, cosciente dell'inferiorità
del proprio esercito, preparò accuratamente la battaglia,
assicurandosi una posizione migliore e costruendo una serie di
fortificazioni e di trincee che gli garantirono i necessari
vantaggi tattici e strategici. Lo scontro durò un giorno intero.
Gli svedesi lasciarono sul campo quasi diecimila uomini e tremila
prigionieri. I russi limitarono le loro perdite a poco più di mille
uomini.
La gioia di Pietro per il trionfo fu
tale da rinunciare a inseguire il nemico in ritirata. Lo zar volle
offrire un banchetto agli ufficiali nemici caduti nelle sue mani.
Durante il pranzo rivolse un brindisi «ai nostri maestri nell'arte
della guerra». La tradizione militare svedese meritava un
apprezzamento di questo genere, ma uno dei generali nemici chiese
comunque chi fossero i maestri ai quali Pietro alludeva. «Voi»,
rispose lo zar. E l'altro replicò con amarezza: «Sire, voi oggi ci
avete ringraziato oltre misura». Quando Pietro inviò il principe
Galitzin, con la cavalleria, a inseguire gli sconfitti, Carlo era
già lontano, ma in completa disfatta. 12mila uomini si arresero due
giorni dopo. Quando fu informato della capitolazione, Pietro
commentò: «Ora, con l'aiuto di Dio, è stata posata l'ultima pietra
della fondazione di Pietroburgo».
Qualche anno più tardi il successo
si ripeté, tale e quale, nella battaglia navale di Gangut. Con
l'egemonia sul Baltico, l'assoggettamento dell'Ucraina, la Russia
si affacciò prepotentemente in Europa, con un ruolo da
protagonista. E Pietro provvide a porre la Russia in condizione di
reggere il confronto con le altre potenze. Nel 1721 fu proclamato
"Padre della Patria e Imperatore".
«Le scienze, che altrove sono state
il frutto tardivo di molti secoli, entrarono nei suoi Stati, per il
suo interessamento, interamente perfezionate», scrisse Voltaire.
«Creò un'accademia sul modello delle famose società di Parigi e di
Londra; Delisle, Bulfinger, Hermann, Bernouilli, il celebre Wolf,
uomo egregio in ogni ramo del sapere, furono chiamati con grandi
spese a Pietroburgo. Costrinse la gioventù nobile dei suoi Stati a
viaggiare, a istruirsi, a portare in Russia la cortesia straniera.
Ho visto giovani russi pieni di spirito e di cultura. In tal modo
un uomo solo ha trasformato il più grande impero del mondo». E
ancora: «Lo zar Pietro, mutando le consuetudini, le leggi,
l'esercito, l'aspetto del Paese, voleva essere grande anche nel
commercio, che costituisce insieme la ricchezza di uno Stato e un
vantaggio per il mondo intero. Tentò di fare della Russia il centro
dei traffici fra l'Asia e l'Europa. Volle congiungere per mezzo di
canali, di cui egli stesso stese i piani, la Drina, il Volga, il
Don, e aprire nuove comunicazioni dal Baltico al Ponto Eusino e al
Caspio, e da questi due mari all'Oceano settentrionale. Egli faceva
continue ispezioni entro i suoi Stati, per quanto le guerre glielo
potevano permettere; ma viaggiava come magistrato e fisico,
osservando dovunque la natura, cercando di correggerla o di
perfezionarla, sondando personalmente la profondità dei fiumi e dei
mari, ordinando chiuse, visitando cantieri, facendo eseguire i
rilievi topografici esatti e lavorandovi di propria mano». La lunga
citazione ha un senso, perché Voltaire - tra i filosofi del
Settecento - fu il più sensibile al fascino della politica. Amico
personale di Federico il Grande di Prussia, ammiratore di Caterina
di Russia, biografo di Carlo XII di Svezia, Voltaire sapeva
distinguere le qualità dei governanti. E di Pietro il Grande fu il
primo a mettere in luce l'opera straordinaria che permise alla
Russia di entrare in pochi anni - e a pieno titolo - nel concerto
delle grandi potenze europee.
Naturalmente - accade così per tutti
i grandi uomini, e per le loro imprese - non tutti i giudizi erano
concordi. Mirabeau, a proposito della Russia, scrisse: «Questo
feroce frutto d'una serra calda coperta di neve non verrà mai a
maturazione». E cinquant'anni prima di lui, Federico il Grande fu
ancora più severo con la memoria di Pietro: «Un insieme di
circostanze fortunate, di avvenimenti favorevoli e l'ignoranza
degli stranieri, hanno trasformato lo zar in un eroico fantasma, la
cui grandezza non è mai posta in dubbio da nessuno. Uno storico
savio, che assistette a parte della sua vita, scosta un velo
indiscreto e ci mostra questo principe dotato di tutti i difetti
umani e di poche virtù. Non la mente universale che tutto
concepisce e tutto vuole approfondire, ma un essere guidato da
capricci così nuovi che sbalordivano, abbagliavano; non il
guerriero intrepido che non teme né conosce pericoli, ma un
principe vile, pavido, che sul campo di battaglia perde la sua
brutalità. Crudele in tempo di pace, debole in tempo di guerra,
ammirato all'estero, odiato dai sudditi; insomma, un uomo
dispotico, come mai nessun monarca, che ebbe fortuna invece di
saggezza». E un biografo francese del Novecento, Georges Oudard, ha
scritto: «Pietro europeizzò l'Europa con le sue guerre, e a spese
dell'Europa: impadronendosi di province svedesi, mostrando ai suoi
successori la strada di Varsavia, il fondatore dell'impero nocque
alla civiltà cui forse credeva di giovare. Non l'Europa s'è annessa
la Moscovia, ma la Moscovia una parte dell'Europa, senza riuscire
ad assimilarla».
Per paradosso, anche questo livore
dimostra che fu davvero un Grande. Perché soltanto i mediocri non
riescono nell'impresa - nient'affatto semplice - di dividere i
giudizi. |