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Il mestiere delle armi

Nati con la guerra e per la guerra in epoche lontanissime, i mercenari hanno navigato la storia tra alti e bassi, senza mai scomparire dalla scena

Auxilia in un'immagine di ricostruzione storica (in primo piano davanti a legionari). Nell'esercito romano erano stranieri che combattevano come fanteria leggera appiedataIl recente conflitto iracheno ha riportato in evidenza un fenomeno antichissimo e da molti ritenuto storicamente concluso, vuoi perché frutto di situazioni contingenti sorpassate e irripetibili, vuoi perché legato a pulsioni utopistiche ormai fuori dalla realtà: parliamo dei mercenari.

Strana figura di combattente, chiamato nei secoli militare a noleggio, soldato di ventura e in mille altri modi fantasiosi, il mercenario, tra ammiratori e detrattori, è stato origine di lunghe dispute che, nate migliaia di anni fa, ancor oggi non si sono placate. Per dare l'idea di quanto sia controverso il personaggio, riportiamo l'inatteso e negativo giudizio che ne diede una mente spregiudicata come quella di Niccolò Machiavelli, padre tra l'altro dell'opinabile concetto secondo cui "il fine giustifica i mezzi".

Nel capitolo XII del Principe, Machiavelli afferma che "se uno tiene lo stato suo fondato su le armi mercenarie, non starà mai fermo né sicuro: perché le sono disunite, ambiziose, sanza disciplina, infedeli: gagliarde fra gli amici, fra e nimici vile: non timore di Dio, non fede con gli uomini [...] le non hanno altro amore, né altra cagione che le tenga in campo che un poco di stipendio; il quale non è sufficiente a fare che voglino morire per te. Vogliono essere bene tua soldati mentre che tu non fai guerra, ma come la guerra viene o fuggirsi o andarsene". Con buona pace dell'illustre narratore, mai giudizio fu più errato. E sì che l'arguto fiorentino di esperienza ne aveva, e di esempi ne aveva letti e visti con i propri occhi a bizzeffe.

Quanto divario tra le sue parole e la figura dell'odierno professionista, identificabile quale operatore di sicurezza in società specialistiche, frutto della privatizzazione esasperata di coloro che sono, oggi, destinati a gestire la globalizzazione delle guerre. Attualmente, potremmo considerare queste società (Private Militare Firms o Pmf) alla stregua dell'ultima spiaggia del mercenario. Ma, se vogliamo restare più vicini ad una definizione classica di quest'ultimo, con una sottile venatura di romanticismo, possiamo riferirci a quella del vocabolario: "Chi lavora alle dipendenze altrui in cambio di un compenso di denaro; deriva infatti dal sostantivo latino merces (-edis), paga, soldo. In ambito militare indica chi esercita il mestiere delle armi per professione, al servizio di uno Stato straniero o di gruppi politici o economici".

Quanto le vicende dei mercenari siano poco conosciute, lo dimostra il fatto che al solo nominarli il pensiero corre al Medio Evo, alle compagnie di ventura, ai lanzichenecchi, a condottieri come Erasmo Gattamelata, Bartolomeo Colleoni, Giovanni dalle Bande nere. O, al più, ad eventi come la secessione del Katanga, la guerra civile in Congo e ai nomi di Mike O'Hare e Siegfried Müller, noti nel ventennio a cavallo degli anni Sessanta. Ma le loro origini sono molto più antiche.

Una storia poco conosciuta. Il "mestiere", infatti, è antico praticamente quanto l'uomo; la sua nascita si può far risalire alla prima guerra in occasione della quale un clan, o una tribù forte e coesa ma maldisposta alla vita sedentaria, decise di mettersi a disposizione di chi godeva di cospicue risorse ma scarse energie. La domanda e l'offerta, tutto qui.

I primi eventi documentabili (tra il V e il III secolo a.C.) vengono dalla Cina, dove trovarono terreno fertile per svilupparsi a causa della particolare situazione di questo Paese. La raffinata ed evoluta dinastia Chou (1050 - 256 a.C.), durante la quale si diffusero confucianesimo e taoismo, era assimilabile ad una monarchia feudale europea, dominante su vasti regni con ancora maggiori poteri, il che aveva creato un continuo fabbisogno di armati in grado di sostenere i vari signori, portando all'istituzionalizzazione del mestiere di mercenario. Fra datore di lavoro e offerente esistevano già da allora contratti su base economica ma anche morale. Nobili e uomini d'arme che si raggruppavano in un esercito accettando di servire un signore dovevano essere trattati correttamente: se maltrattati in qualsiasi modo, sarebbero stati moralmente legittimati a ribellarsi.

In Occidente, invece, si sa che nella battaglia di Qadesh del 1294 a.C. circa, combattuta fra Ittiti ed Egiziani, i mercenari furono numerosi, in particolare nelle truppe egizie, che contavano i loro reparti migliori (come la Guardia del Corpo del faraone stesso) fra i Nubiani e gli Sherdi o Shardana, oggi identificati con tribù guerriere provenienti dalla Sardegna. E anche nell'antica Grecia e nelle sue colonie il ricorso a mercenari era quasi prassi: la decisione di Sparta di armare un esercito cittadino fu più un'eccezione che una regola. Una vera miniera d'oro, per queste genti che sapevano mantenersi solo con le armi in pugno, fu la lunghissima guerra del Peloponneso, terminata la quale, per "sopravvivere alla pace" dovettero offrirsi ai persiani.

Illuminante è la testimonianza di Senofonte, al servizio del persiano Ciro il Giovane con oltre 10mila greci che, dopo una campagna disastrosa culminata nella morte di Ciro, caduto a Cunassa nel 401 a.C. contro il fratello Artaserse, decisero di rientrare in Patria. Senofonte narrò questa incredibile avventura nella Anabasi ("ritirata dei diecimila"). Dalle sue vivide e realistiche parole sono giunti a noi i nomi di alcuni degli antichi "capitani di ventura", come lo spartano Clearco, il tessalo Aristippo, il beota Prosseno, il siracusano Soside.

Anche Roma farà ricorso ai mercenari, ma in diversa maniera e con altri tempi. La sua forza, infatti, sarà a lungo basata sulla disponibilità del Civis Romanus, magistralmente organizzato nella Legione. Quando le fu necessario, l'Urbe assoldò comunque i mercenari, ma inquadrandoli come auxilia a fianco delle forze romane, e impiegandoli sempre in destinazioni lontane dalla loro zona di provenienza per evitare indesiderati ripensamenti o pericolose fraternizzazioni con i locali. Con il tempo, però, avvenne che la cittadinanza romana fu concessa con maggiore facilità, e gli Auxilia, nel 70 d.C., verranno incorporati nell'esercito come truppe regolari, a fianco, sovente, di altre formazioni mercenarie. Quando, in una Roma decadente, corrotta e minata dal cristianesimo, le legioni furono composte più da "barbari" che da romani, fu la fine.

tempi difficili. La disgregazione dell'Impero rappresentò, per un lungo periodo, la fine dell'ordine costituito, ma a sua volta generò un'altra forma di autorità: quella delle armi, non più diritto dello Stato, ma ora appannaggio della nobiltà, fattore che determinerà il forte ritorno del mercenarismo.

In Francia, Inghilterra e Germania, vere patrie del feudalesimo, quando il nobile stringeva il patto con un vassallo gli cedeva terra e benefici in cambio di prodotti vari e servigi, il primo dei quali era che fosse sempre pronto a prestare servizio militare. Erano tempi difficili, lasciare sole famiglia e terra era un pericolo, e la vita del soldato era durissima, ma si poteva evitare pagando lo scutagium, tassa che il signore avrebbe utilizzato per pagare i mercenari.

In Italia invece, dove il feudalesimo era presto entrato in crisi, erano fioriti borghi, centri urbani e città, favorendo le economie e la nascita delle milizie cittadine; ma anche qui la vita del soldato era dura, e lasciare per mesi famiglia, traffici e botteghe poteva significare un disastro. Così al cittadino-soldato di Roma che accorreva a difendere la Patria, era succeduto il cittadino-mercante, che per continuare a produrre pagava un balzello al suo signore, creandogli un fondo per affittare i mercenari.

Questi "sviluppi paralleli" permetteranno in Europa, dal XV al XVII secolo, la formazione di un vero universo militare a pagamento. Le prime bande furono piuttosto misere, formate più da briganti affamati che da soldati, ma le cose cambiarono ben presto a seconda dell'area. Nelle zone di influenza feudale si formarono veri eserciti noleggiabili. Gli svizzeri, figli di una terra avara, furono i migliori e più affidabili, seguiti dai lanzichenecchi tedeschi che, valorosi ma infidi, creavano problemi più a chi li assoldava che al vero nemico. Francesi e spagnoli furono discreti soldati ma con scarsa disciplina, mentre gli inglesi, pur con ottimi capitani come Giovanni Acuto (John Hawkwood), in genere preferirono assoldare mercenari più che fornirne; e nel futuro daranno vita a complessi e importanti organismi coloniali.

In Italia le compagnie mercenarie erano guidate (da cui la definizione di "condotte") da eccellenti capi ("condottieri") e il livello degli armati era elevato; il loro comportamento, irreprensibile, era a volte condizionato dagli umori del capitano. Così avvenne che l'11 ottobre 1447, nella battaglia di Bosco Marengo, tra i francesi del duca d'Orléans e i mercenari della Repubblica Ambrosiana guidati da Bartolomeo Colleoni, i primi attaccarono urlando selvaggiamente «À la gorge!» (alla gola, scanna!), travolti però dalla valanga italiana che con altrettanta ferocia rispondeva: «Carne!».

Per avere un'idea dei nostri capitani, possiamo prendere come archetipo Erasmo Gattamelata, un gigante umbro morto nel 1443 a 73 anni dopo ben due infarti, che combatteva per ore indossando un'armatura composta da 134 pezzi, pesante 49 chili, alta 2,06 metri, con 122 centimetri di torace e 74 di spalle, impugnando un enorme spadone. Alla sua scomparsa, dopo mezzo secolo di guerre il suo epitaffio fu: "Non mai permise saccheggiare le città, spogliare i templi, devastare i campi, guastar le case villerecce. Non mai tollerò a' soldati di crudelmente rapire o malmenare le madri di famiglia, o le vergini o i fanciulli ingenui". Un grande onore per un mercenario.

La stessa cosa non si poté dire per la maggior parte dei suoi colleghi stranieri (ma anche per qualche italiano), e dei loro armati, bollati dopo il sacco di Roma dal priore dei canonici di Sant'Agostino, che disse: «Malifuere Germani, pejores Itali, Hispani vero pessimi» (i tedeschi furono cattivi, peggiori gli italiani, veramente pessimi gli spagnoli).

Mercenari del mare. Al largo delle coste dell'Europa mediterranea della seconda metà del Quattrocento, e per circa un secolo e mezzo, si sviluppò anche una forma unica di mercenarismo navale, sostenuto da Genova dopo che "La Superba" prese a stipulare regolari "contratti d'assento" (ossia d'ingaggio di forze navali mercenarie) dotati di personalità giuridica e clausole ben specificate. In un primo tempo l'appalto di questi contratti fu del Banco di San Giorgio, potentissima organizzazione finanziaria e commerciale, ma in seguito se ne occuparono anche privati. I firmatari, o "assentisti", operarono ovunque nel Mediterraneo, spesso contrastando l'Impero ottomano, ma le marinerie maggiori dichiararono ufficialmente di non apprezzare questo metodo, definendolo umiliante e pericoloso; tuttavia, alla prova dei fatti ne usufruirono praticamente tutti tranne Venezia.

Tra il XVII e il XVIII secolo invece, al calo di richiesta di truppe mercenarie, si doveva sviluppare in Inghilterra, per poi dilagare ovunque, il fenomeno del privateering, o "privatizzazione", della guerra sul mare, ossia la guerra "di corsa". Quando il capitano e/o l'armatore (privateer) metteva le sue unità al servizio di un governo per combattere il traffico mercantile nemico, otteneva una lettera detta "di corsa", che gli assicurava lo status di combattente e lo autorizzava ad attaccare i mercantili nemici e ad ucciderne il personale, purché in battaglia. Parte del bottino veniva versata alla Corona committente. Al contrario, il pirata saccheggiava e rubava in proprio, fuori da ogni regola, ed era perciò un bandito; ma la linea di divisione fra le due categorie era esigua: spesso i "corsari", in mancanza di "prede lecite", iniziavano guerre personali che proseguivano come pirati. Il fenomeno sfocerà presto nella costituzione delle Compagnie coloniali (come quella delle Indie) che sfrutteranno le colonie garantendone le rendite allo Stato d'origine, gestendo l'autorità nazionale su territori enormi e con poteri quasi illimitati.

Franco Maria Puddu