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Se il cibo diventa incentivo

Per scolarizzare bambine e bambini privi di tutto si sta portando avanti un programma che si basa, prevalentemente, su scambi "alimentari"

Sono le bambine, e poi le donne, in Paesi come l'India o nel continente africano, quelle che mangiano meno, e per ultime. E questo nonostante la gran mole di lavoro che sono costrette a svolgereIl cibo come incentivo per portare a scuola i bambini, soprattutto le femmine: questo il programma che da circa quindici anni caratterizza una branca importante dell'attività del World Food Programme (Programma Alimentare Mondiale, Pam).

Sostanzialmente due le opzioni. Approntare una quotidiana mensa scolastica dove gli allievi, maschi e femmine, possano assumere cibi adeguati, come biscotti fortificati con vitamine e micronutrienti, 300 kilocalorie ciascuno. Oppure consegnare periodicamente alle bambine, quale premio per una frequenza superiore all'80% dei giorni di un mese, un pacco destinato alla famiglia e generalmente contenente 4/5 litri di olio o un sacco di farina di grano, entrambi debitamente fortificati.

«Certamente queste combinazioni si possono abbinare, modificare, affiancare, con altre imposte da specifiche esigenze o situazioni», dice Aulo Gelli, che al Pam si occupa del monitoraggio dei programmi alimentari per le scuole. La formula "frequenza scolastica in cambio di cibo" ha avuto e ha riscontri unanimi: ovunque aumenta la presenza di allievi, cresce il numero di bambine iscritte a scuola nonostante la diffusa, tradizionale, diffidenza a istruirle. Un'evoluzione di cui si avvantaggia anche il modo di pensare collettivo.

Trentadue anni, sposato con una farmacologa nigeriana, due figli, Aulo Gelli ha un curriculum davvero prestigioso. A Londra, laurea in fisica all'Imperial College, master in reti neurali al King's College; a Roma, Master in Sviluppo Umano e Sicurezza alimentare conseguito all'Università di Roma3. Bilingue italiano/inglese, parla portoghese, spagnolo, francese. Dopo alcune esperienze in organizzazioni non governative, per un certo periodo ha lavorato insegnando inglese a Bangkok e a Città del Capo nell'ambito di un programma di integrazione per profughi dell'Unhcr (United Nations High Commissioner Refuges, Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati).

«La scelta di un programma e del modo in cui articolarlo», riprende Gelli, «è molto ampia, dipende da tanti fattori. Alla base c'è la capacità di raccogliere dati, informarsi, riconoscere situazioni profondamente diverse. Intanto, occorre individuare con precisione le peculiari esigenze nelle varie aree: anche nel medesimo continente, infatti, in alcune zone può esserci mancanza di cibo proprio dal punto di vista delle calorie, in altre invece i bambini sembrano persino floridi, ma in realtà stanno male perché assumono cibo sbagliato. (Un po' quel che succedeva in Italia con la pellagra, nelle zone dove si mangiava sola polenta). Poi, bisogna tenere in debito conto non solamente gli eventuali divieti religiosi in materia alimentare, ma anche certe credenze locali; in alcuni Paesi africani, ad esempio, determinati cereali di provenienza americana vengono di regola usati come mangime per gli animali, ragione per cui non si può proporli nelle mense. Infine, il grande problema di agire in contesti profondamente diversi. Gli interventi in Paesi (come la Sierra Leone) devastati da una guerra ormai conclusa differiscono dalle operazioni in zone afflitte da carestie, siccità, magari anche da un'altissima presenza di Hiv (vedi in Malawi). In aree dove sono in corso conflitti (Afghanistan, Sudan, Ciad, Repubblica Centro africana, Somalia) la nostra assistenza ha tutt'altre caratteristiche rispetto a quella erogata in Stati (quali l'Indonesia) devastati da maremoti o terremoti. Grazie agli uffici decentralizzati e alla logistica molto avanzata, il Pam è in grado di rispondere in fretta alle catastrofi; questo, però, significa volatilizzare risorse già destinate, o pianificate, per determinati programmi a lungo termine».

Tra l'altro, portare il cibo in Paesi disastrati - o organizzarne la distribuzione, dopo averlo fatto produrre in loco - comporta una serie di problemi che vanno dalla sicurezza (gruppi di malviventi depredano le derrate, per venderle) alla necessità di dosare con esattezza le sostanze che fortificano gli alimenti (uno dei rischi è di sovrafortificarli).

Le iniziative vengono concordate con i referenti dei vari Stati, sovente da loro sollecitate. Punti fermi: la presenza attiva del governo locale a livello di partecipazione, direzione e finanziamento; il coinvolgimento della comunità attraverso contributi in natura o in danaro; l'avvio di corsi di formazione per funzionari governativi, insegnanti, genitori sulla gestione e supervisione del programma, affiancati da corsi complementari igienico-sanitari sulla preparazione e distribuzione dei pasti. «Ideale sarebbe che fossero le comunità stesse a identificare le proprie esigenze e le modalità migliori per sopperirvi. Noi dovremmo intervenire solo se una comunità lo richiede, non arrivare lì a depositare decisioni nostre», riflette Gelli.

Tutte le operazioni sono rigorosamente a termine, nel senso che vengono prese in considerazione richieste di assistenza fino a cinque anni, rinnovabili a condizione che esistano le risorse e che il governo abbia soddisfatto i requisiti essenziali del programma. Le operazioni più riuscite, anzi, risultano quelle in cui la sospensione dell'aiuto è stata pianificata fin dall'inizio.

Dagli anni Settanta, quando si avviarono i primi programmi di alimentazione scolastica, per un certo periodo gestiti dall'Unesco, il sistema di approvvigionamento si è evoluto. Allora, si usava acquistare derrate dal nord America e dall'Europa (dove c'era sovrapproduzione alimentare) e di volta in volta le si trasportava nei Paesi beneficiari. Con l'esperienza, si capì che talora i risvolti negativi potevano essere addirittura superiori a quelli positivi. Il Pam prese ad approvvigionarsi a livello regionale se non locale, privilegiando così le risorse più vicine. Tuttora in corso, la tendenza va anzi accentuandosi, anche perché consente di stimolare l'economia e l'agricoltura del luogo.

L'orientamento prevalente, tuttavia, tende a contare sulle risorse finanziarie più che sulla disponibilità di derrate. «Il nostro ente non ha budget in soldi, poggia solo su donazioni», ricorda Aulo Gelli, «che fino a poco tempo fa venivano fatte in cibo. Adesso il Pam privilegia le elargizioni in danaro, con il quale compreremo noi gli alimenti che servono, scegliendo i prezzi più convenienti. Però ci sono grossi problemi in fatto di commercio; in più, c'è chi continua a pensare che l'aiuto alimentare sia un male».

In alternativa cosa si propone? «Mah. È come una religione; fra credenti e non credenti è difficile il dialogo. Personalmente, non mi riesce proprio di vedere lati negativi nel cibo elargito come incentivo per l'alfabetizzazione e apporto di energie indispensabili per studiare. Per dirla con altre parole, devo pur nutrirmi, magari con un pesce, in attesa di imparare a pescare».

Ornella Rota