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Gli uomini che hanno cambiato la Storia - 02 - L'imperatore Carlo V

Mai nessun uomo - prima e dopo di lui - regnò su territori altrettanto vasti. Re di Spagna e imperatore del Sacro Romano Impero, Carlo d'Asburgo dominò la scena mondiale per circa quarant'anni. Lo scisma luterano ferì profondamente il suo animo, la guerra con la Francia lo impegnò per molti anni sui campi di battaglia, così come l'avanzata nel cuore dell'Europa dei Turchi di Solimano il Magnifico. Non riuscì a realizzare il disegno di unire l'Europa intera sotto un'unica bandiera, ed ebbe il coraggio di farsi da parte, abdicando e dividendo il suo regno fra due eredi: il figlio Filippo e il fratello Ferdinando. E la rinuncia al potere (inusuale, dalla notte dei tempi) varrebbe da sola a garantirgli un posto importante nella storia dell'umanità

Carlo V con il cane, opera di Tiziano Parlando dei potenti della Terra, degli uomini che hanno in mano le sorti dell'umanità, la Storia propone i paragoni con il passato (recente e remoto), quando - in assenza della democrazia - singoli personaggi dominavano realmente la scena. Nella prima metà del Cinquecento ci fu un uomo che realizzò nella sua persona una "monarchia mondiale". E questo avvenne in conseguenza degli intrecci dinastici che gli permisero di ereditare varie corone, ma anche dell'accortezza con la quale difese i suoi domini e ne acquisì altri. Sul suo regno si disse che «non tramontava mai il sole». E non era un banale modo di dire, o una metafora.

Carlo d'Asburgo - re di Spagna con il nome di Carlo I, imperatore del Sacro Romano Impero con il nome di Carlo V - fu il sovrano legittimo della Spagna, dei Paesi Bassi, della Germania, dell'Austria, della Boemia e della Moravia, di parte della Lombardia e del Piemonte, della Toscana e dell'Umbria, di tutto il Meridione d'Italia, della Sicilia e della Sardegna, del Messico, della Florida, del Venezuela della Colombia, del Perù e di tutta la costa occidentale dell'America del Sud, fin quasi alla punta estrema del continente. Mai nessun uomo (prima e dopo di lui) ha regnato su possedimenti così vasti, neppure Alessandro Magno dopo le vittorie e le conquiste in Asia.

Nato a Gand, nelle Fiandre, Carlo era figlio dell'arciduca d'Austria Filippo il Bello e di Giovanna, seconda figlia di Ferdinando e di Isabella di Spagna, nipote di Massimiliano. Appena sedicenne era divenuto re di Spagna, di Napoli, di Sicilia e dei possedimenti del Nuovo Mondo in luogo della madre ancora vivente, accettato a malincuore dai fieri e puntigliosi spagnoli soltanto a condizione che governasse con lei, sebbene già malata di mente (così, almeno, si diceva): tale condizione venne imposta anche dai Parlamenti quando si trattò di accordare a Carlo il suo primo servicio, cioè il primo contributo finanziario.

Un diplomatico del tempo lo descrisse così: «Ha occhi azzurri, capelli castani striati d'argento e il naso sottile alquanto storto: di statura media, il suo abituale contegno è austero ed energico, sebbene sappia anche ridere. La sporgenza della mandibola impedisce che i denti, piccoli e in cattivo stato, combacino fra di loro, ciò che rende difficile a chi lo ascolta l'afferrare la fine delle frasi». Da un'altra testimonianza risulta che la sua voce fosse «misurata e piuttosto calma». Il colorito era sano - si dice che da giovane fosse pallido - e la barba corta e ispida. Tutti coloro che lo avvicinavano avevano l'impressione di trovarsi di fronte un uomo animato da volontà ferrea e da una prodigiosa capacità di lavoro.

Quando nel 1519 fu eletto imperatore aveva diciannove anni, minore di sei del francese Francesco I e di nove dell'inglese Enrico VIII.

L'educazione fiammingo-borgognona nella quale fu allevato, sotto la sorveglianza personale di Massimiliano I, era stata rivolta più verso la pratica di governo che verso le belle lettere e le lingue, che la tenera età gli impediva d'imparare. Per tutta la vita, sebbene il suo governo si estendesse su spagnoli, italiani, tedeschi, fiamminghi, olandesi e valloni, seppe esprimersi con facilità soltanto in francese, lingua familiare ad ogni uomo colto (parlò correntemente lo spagnolo soltanto negli ultimi anni). Sopperiva a queste lacune con la grande cortesia e con la conoscenza degli uomini. S'impose ai fiamminghi - secondo quanto scrisse l'ambasciatore della Repubblica di Venezia, Cavalli (dimostrando di possedere strumenti di valutazione sociologica e psicologia non molto comuni a quei tempi) - per i modi austeri, ma affabilmente benevoli, agli italiani per l'intelligenza e la prudenza e agli spagnoli per la serietà e il severo splendore del governo. Ma di tutti gli Stati da lui governati ne predilesse due: i Paesi Bassi, dove era nato, e la Spagna tanto amata, nella quale morì. Già all'età di diciannove anni, quando fu eletto imperatore, era riservato ed impassibile, avendo dimostrato quale re di Spagna di saper governare con una chiara visione della realtà che faceva onore ai suoi maestri. Era taciturno, ma sapeva mettere a proprio agio gli interlocutori: sia che fossero ambasciatori o capi di Stato, sia che si trattasse di gente del popolo.

Non era malinconico, ma introverso. Alla sua fermezza di carattere andava unita una grande serenità dello spirito che i più atroci spasmi inflittigli dalla gotta, che lo torturò per trent'anni, non riuscivano a turbare. Carlo era un ottimo cavallerizzo, e la caccia era il suo svago preferito: gli spagnoli dicevano che il giorno in cui era stato eletto imperatore loro avevano perso il miglior ufficiale di cavalleria.

Carlo V amava con vera passione la musica e la pittura, era un esperto di ornitologia, coltivava i fiori, collezionava carte geografiche, campane e strumenti scientifici. Le Consolationes di Boezio, il De Bello Gallico di Giulio Cesare, le Meditazioni di Sant'Agostino e il Cortegiano di Baldassar Castiglione erano i suoi libri preferiti. La lettura della sua corrispondenza diplomatica manifesta una profonda conoscenza degli uomini e delle cose e le sue Memorie, dettate al segretario Van Male negli ultimi anni della sua vita, sono semplici, franche e modeste. «Non sono quali ho desiderato», si scusò con il figlio Filippo, inviandogli il manoscritto, «ma Dio sa che non le ho scritte per vanità».

Negli anni del suo impero, Carlo V dovette affrontare molti problemi drammatici: il lunghissimo conflitto con Francesco I, re di Francia, che aspirava alla corona imperiale, e non si dette pace quando essa fu attribuita a Carlo; i conflitti religiosi, con la riforma luterana nel cuore del suo impero; l'invasione dei turchi di Solimano il Magnifico che giunsero quasi alle porte di Vienna.

Clemente VII, opera di Sebastiano del Piombo La partita con Francesco fu risolta prima con l'intervento dei grandi banchieri (i Fugger e i Welser) che aiutarono Carlo a ottenere i voti necessari dei principi tedeschi, e poi con la vittoria nella battaglia di Pavia. Molto più spinoso fu il problema religioso. Carlo era un cattolico fervente, e lo scisma che si sviluppò al centro del suo impero lo ferì profondamente. Quando il papa Clemente VII si alleò con il re di Francia, la guerra con lo Stato Pontificio fu inevitabile. Ma l'imperatore (per quanto detestasse personalmente il papa) non approvò il Sacco di Roma. Ne fu responsabile, oggettivamente, soltanto perché l'amministrazione imperiale - per mancanza di denaro - era in forte ritardo nella pagamento del soldo ai lanzichenecchi: e questo contribuì certamente ad esasperarne gli animi e a spingerli ad arraffare un bottino consistente, con tutti i mezzi possibili. I lanzichenecchi entrarono a Roma inneggiando a Lutero papa, un particolare che non poteva certo confortare Carlo.

L'imperatore fece di tutto per sconfiggere la Riforma, che godeva della protezione di una parte della grande nobiltà tedesca, interessata a consolidare il proprio potere impadronendosi dei beni ecclesiastici. Dopo che la Dieta di Augusta (nel 1530) aveva sanzionato la ribellione protestante, l'imperatore decise di usare la forza. Superato un lungo periodo di incertezza, la guerra fu vinta dalle forze cattoliche (nel 1547). Ma la pace di Augusta del 1555 portò al riconoscimento giuridico dei protestanti. Ai principi tedeschi fu concessa la facoltà di scegliere fra protestantesimo e cattolicesimo, ma i loro sudditi furono obbligati a seguire la scelta confessionale dei loro principi (secondo il principio giuridico espresso nella formula "cuius regio eius religio"). Di fatto, Carlo perse la partita. Contemporaneamente, l'imperatore si trovò a fare i conti con il sultano turco Solimano.

Nel 1525 Solimano aveva ricevuto una lettera di Francesco I. Prigioniero a Madrid (dopo la sconfitta di Pavia), il re francese aveva invitato il Sultano a invadere l'Ungheria, provincia dell'Impero, sperando così d'indurre Carlo a scendere a patti con lui. Il Sultano aveva risposto: «Il nostro cavallo è sellato, la nostra spada affilata». E dopo pochi mesi aveva preso la strada di Budapest alla testa di centomila uomini. Il papa lanciò un appello a tutti i principi cristiani per un fronte comune. Ma, di questi principi, uno era quello che aveva istigato Solimano; un altro, Enrico VIII d'Inghilterra, stava rovesciando il fronte per allearsi con lui.

Restava Carlo V, il maggiore interessato perché l'invasione aveva di mira proprio le sue province imperiali. Ma quando chiese ai principi tedeschi di fornirgli le truppe, quelli protestanti si rifiutarono su istigazione di Lutero. Il monaco ribelle proclamò addirittura che i turchi erano mandati dal buon Dio, e che pertanto resistere a loro era come resistere a Lui.

Il motivo di questa dissidenza non era difficile da capire. Lutero non voleva restare in balìa di un Carlo trionfante che, dopo essere venuto a capo del nemico esterno, avrebbe potuto rivolgere le sue armi vittoriose contro quello interno, cioè contro la Riforma. Così gli ungheresi, ab-bandonati a se stessi, furono facilmente sopraffatti. E così Solimano, piantate le sue bandiere a Budapest, divenne uno degli arbitri dell'Europa. Nel 1535 Carlo, alla testa delle sue truppe conquistò Tunisi. Ma sei anni più tardi una nuova flotta, ispano-genovese, diretta ad Algeri, fu travolta da una tempesta. Carlo stesso sopravvisse fortunosamente. Come in Germania con i protestanti, Carlo perse la partita con gli ottomani, che per un trentennio avrebbero dominato il Mediterraneo. Tra il 1535 e il 1559 il duello tra la Francia, che spregiudicatamente cercò l'aiuto degli stessi ottomani e dei protestanti, e l'impero riprese, con il risultato di stabilire saldamente l'egemonia spagnola in Italia. Dopo che nel 1536 Carlo si era direttamente impadronito di Milano, la guerra con Francesco I si riaccese. La tregua di Nizza del 1538 rappresentò soltanto una pausa.

Nel 1542 - stretta alleanza con i principi protestanti, la Svezia, la Danimarca, la Scozia e Solimano - la Francia riprese le ostilità, senza ottenere però una netta conclusione sul campo. La pace di Crépy nel 1544, lasciò i francesi insediati in Piemonte, ma li costrinse a rinunciare ad ogni mira su Milano e Napoli. Dopo la morte di Francesco I nel 1547, il conflitto con l'impero continuò ad opera del figlio Enrico II, il quale confermò l'alleanza con i principi luterani tedeschi e con lo stesso Solimano.

Dopo la tregua di Vaucelles nel 1556, la pace fu conclusa nel 1559 a Cateau-Cambrésis, dove fu sanzionata l'egemonia spagnola in Italia. La morte risparmiò a Carlo il dolore di un'altra sconfitta. Era stato lui a volere che fosse indetto un Concilio per trovare un compromesso fra la Chiesa e i luterani. Il Concilio si concluse in senso diametralmente opposto a quanto da lui auspicato: fu sancita la definitiva rottura fra i cattolici e i protestanti. Tramontava così il sogno di Carlo di un impero universale cattolico.

Ritratto di Francesco I, opera di Tiziano Due anni prima di morire, Carlo - prendendo atto del fallimento degli obiettivi che si era posto - abdicò, e divise il suo regno in due: la corona spagnola andò al figlio Filippo II e quella imperiale al fratello Ferdinando. Si potrebbe concludere che Carlo non riuscì a cambiare la storia, ma questo sarebbe un giudizio troppo severo nei confronti di un uomo che riuscì comunque - mentre trionfava il Rinascimento e s'affacciava la Controriforma - a riproporre l'antico disegno di Carlo Magno: la creazione di un'Europa unita, al di là delle razze, delle lingue, perfino delle religioni.

Fu il sentimento religioso che lo spinse, sul finire del suo regno, a sgravarsi del tremendo peso del potere e a ritirarsi a Yuste, prostrato dalle malattie e dalla stanchezza: era singolare (anche allora) che qualcuno rinunciasse al potere spontaneamente. Molti storici hanno attribuito il ritiro a quella che oggi viene comunemente definita "depressione". Molti dignitari del tempo lo criticarono per il tenore di vita che si garantì comunque in quell'ultimo scorcio della sua esistenza. Ma Carlo non espresse mai l'intenzione di farsi frate: più semplicemente si era reso conto di non farcela più a sostenere il peso del potere che - oltretutto - non gli aveva permesso di ottenere tutti i risultati che si era prefisso. A Yuste si fece costruire una palazzina di due piani attigua a un convento, con una finestra della camera da letto al primo piano che dava sulla chiesa. Quando era ammalato o indisposto, questa soluzione gli consentiva di assistere alle funzioni religiose, e di ascoltare comunque le preghiere dal proprio letto. Aveva portato con sé libri, quadri, carte geografiche e strumenti scientifici; aveva un giardino con cespugli di rose, un terrazzo con una grande uccelliera e una fontana. Poteva finalmente dedicare molto tempo a se stesso e alle passioni che non era riuscito a coltivare negli anni precedenti, quando era oppresso dai doveri istituzionali. Nel giardino silenzioso (dal quale si ammirava il paesaggio aspro dei monti dell'Estremadura) leggeva e meditava, ricevendo frequenti lettere dalla figlia Giovanna e dal figlio Filippo.

Nei secoli successivi - alimentata da due romanzi inglesi, quasi contemporanei, scritti da Anna Radcliffe e da Matthew George (due autori con la fantasia di Dan Brown) - prese corpo la leggenda del funerale di Carlo V al quale lui stesso avrebbe partecipato mentre era ancora in vita: una lugubre messinscena, animata dall'apparizione di fantasmi, voci provenienti dall'aldilà e tutto l'armamentario degno della letteratura satanista. Fantasie letterarie, che trassero spunto da un piccolo episodio autentico. Nel giorno dedicato alla commemorazione dei defunti, l'ex imperatore espresse il desiderio che in molte chiese di Spagna fosse citato dall'officiante il suo nome fra quello dei morti. Si sentiva prossimo alla fine e - nel suo spirito profondamente religioso - riteneva così di guadagnarsi indulgenza nel trapasso ormai vicino. Niente di macabro, nessuna apparizione di scheletri parlanti o di anime tormentate riemerse dall'inferno.

Non era quello il clima di Yuste. E Carlo era un uomo sinceramente devoto, che aveva sofferto la lacerazione prodotta da Martin Lutero. Nel ritiro in Estremadura, Carlo ebbe soprattutto il tempo (e il modo) per tracciare un bilancio della sua vita, del suo potere e - anche - dei suoi fallimenti.