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Parlando dei potenti della
Terra, degli uomini che hanno in mano le sorti dell'umanità,
la Storia propone i paragoni con il passato (recente e
remoto), quando - in assenza della democrazia - singoli
personaggi dominavano realmente la scena. Nella prima metà del
Cinquecento ci fu un uomo che realizzò nella sua persona una
"monarchia mondiale". E questo avvenne in conseguenza degli
intrecci dinastici che gli permisero di ereditare varie
corone, ma anche dell'accortezza con la quale difese i suoi
domini e ne acquisì altri. Sul suo regno si disse che «non
tramontava mai il sole». E non era un banale modo di dire, o
una metafora.
Carlo d'Asburgo - re di Spagna con
il nome di Carlo I, imperatore del Sacro Romano Impero con il nome
di Carlo V - fu il sovrano legittimo della Spagna, dei Paesi Bassi,
della Germania, dell'Austria, della Boemia e della Moravia, di
parte della Lombardia e del Piemonte, della Toscana e dell'Umbria,
di tutto il Meridione d'Italia, della Sicilia e della Sardegna, del
Messico, della Florida, del Venezuela della Colombia, del Perù e di
tutta la costa occidentale dell'America del Sud, fin quasi alla
punta estrema del continente. Mai nessun uomo (prima e dopo di lui)
ha regnato su possedimenti così vasti, neppure Alessandro Magno
dopo le vittorie e le conquiste in Asia.
Nato a Gand, nelle Fiandre, Carlo
era figlio dell'arciduca d'Austria Filippo il Bello e di Giovanna,
seconda figlia di Ferdinando e di Isabella di Spagna, nipote di
Massimiliano. Appena sedicenne era divenuto re di Spagna, di
Napoli, di Sicilia e dei possedimenti del Nuovo Mondo in luogo
della madre ancora vivente, accettato a malincuore dai fieri e
puntigliosi spagnoli soltanto a condizione che governasse con lei,
sebbene già malata di mente (così, almeno, si diceva): tale
condizione venne imposta anche dai Parlamenti quando si trattò di
accordare a Carlo il suo primo servicio, cioè il primo contributo
finanziario.
Un diplomatico del tempo lo
descrisse così: «Ha occhi azzurri, capelli castani striati
d'argento e il naso sottile alquanto storto: di statura media, il
suo abituale contegno è austero ed energico, sebbene sappia anche
ridere. La sporgenza della mandibola impedisce che i denti, piccoli
e in cattivo stato, combacino fra di loro, ciò che rende difficile
a chi lo ascolta l'afferrare la fine delle frasi». Da un'altra
testimonianza risulta che la sua voce fosse «misurata e piuttosto
calma». Il colorito era sano - si dice che da giovane fosse pallido
- e la barba corta e ispida. Tutti coloro che lo avvicinavano
avevano l'impressione di trovarsi di fronte un uomo animato da
volontà ferrea e da una prodigiosa capacità di lavoro.
Quando nel 1519 fu eletto imperatore
aveva diciannove anni, minore di sei del francese Francesco I e di
nove dell'inglese Enrico VIII.
L'educazione fiammingo-borgognona
nella quale fu allevato, sotto la sorveglianza personale di
Massimiliano I, era stata rivolta più verso la pratica di governo
che verso le belle lettere e le lingue, che la tenera età gli
impediva d'imparare. Per tutta la vita, sebbene il suo governo si
estendesse su spagnoli, italiani, tedeschi, fiamminghi, olandesi e
valloni, seppe esprimersi con facilità soltanto in francese, lingua
familiare ad ogni uomo colto (parlò correntemente lo spagnolo
soltanto negli ultimi anni). Sopperiva a queste lacune con la
grande cortesia e con la conoscenza degli uomini. S'impose ai
fiamminghi - secondo quanto scrisse l'ambasciatore della Repubblica
di Venezia, Cavalli (dimostrando di possedere strumenti di
valutazione sociologica e psicologia non molto comuni a quei tempi)
- per i modi austeri, ma affabilmente benevoli, agli italiani per
l'intelligenza e la prudenza e agli spagnoli per la serietà e il
severo splendore del governo. Ma di tutti gli Stati da lui
governati ne predilesse due: i Paesi Bassi, dove era nato, e la
Spagna tanto amata, nella quale morì. Già all'età di diciannove
anni, quando fu eletto imperatore, era riservato ed impassibile,
avendo dimostrato quale re di Spagna di saper governare con una
chiara visione della realtà che faceva onore ai suoi maestri. Era
taciturno, ma sapeva mettere a proprio agio gli interlocutori: sia
che fossero ambasciatori o capi di Stato, sia che si trattasse di
gente del popolo.
Non era malinconico, ma introverso.
Alla sua fermezza di carattere andava unita una grande serenità
dello spirito che i più atroci spasmi inflittigli dalla gotta, che
lo torturò per trent'anni, non riuscivano a turbare. Carlo era un
ottimo cavallerizzo, e la caccia era il suo svago preferito: gli
spagnoli dicevano che il giorno in cui era stato eletto imperatore
loro avevano perso il miglior ufficiale di cavalleria.
Carlo V amava con vera passione la
musica e la pittura, era un esperto di ornitologia, coltivava i
fiori, collezionava carte geografiche, campane e strumenti
scientifici. Le Consolationes di Boezio, il De Bello Gallico di
Giulio Cesare, le Meditazioni di Sant'Agostino e il Cortegiano di
Baldassar Castiglione erano i suoi libri preferiti. La lettura
della sua corrispondenza diplomatica manifesta una profonda
conoscenza degli uomini e delle cose e le sue Memorie, dettate al
segretario Van Male negli ultimi anni della sua vita, sono
semplici, franche e modeste. «Non sono quali ho desiderato», si
scusò con il figlio Filippo, inviandogli il manoscritto, «ma Dio sa
che non le ho scritte per vanità».
Negli anni del suo impero, Carlo V
dovette affrontare molti problemi drammatici: il lunghissimo
conflitto con Francesco I, re di Francia, che aspirava alla corona
imperiale, e non si dette pace quando essa fu attribuita a Carlo; i
conflitti religiosi, con la riforma luterana nel cuore del suo
impero; l'invasione dei turchi di Solimano il Magnifico che
giunsero quasi alle porte di Vienna.
La partita con Francesco fu
risolta prima con l'intervento dei grandi banchieri (i Fugger
e i Welser) che aiutarono Carlo a ottenere i voti necessari
dei principi tedeschi, e poi con la vittoria nella battaglia
di Pavia. Molto più spinoso fu il problema religioso. Carlo
era un cattolico fervente, e lo scisma che si sviluppò al
centro del suo impero lo ferì profondamente. Quando il papa
Clemente VII si alleò con il re di Francia, la guerra con lo
Stato Pontificio fu inevitabile. Ma l'imperatore (per quanto
detestasse personalmente il papa) non approvò il Sacco di
Roma. Ne fu responsabile, oggettivamente, soltanto perché
l'amministrazione imperiale - per mancanza di denaro - era in
forte ritardo nella pagamento del soldo ai lanzichenecchi: e
questo contribuì certamente ad esasperarne gli animi e a
spingerli ad arraffare un bottino consistente, con tutti i
mezzi possibili. I lanzichenecchi entrarono a Roma inneggiando
a Lutero papa, un particolare che non poteva certo confortare
Carlo.
L'imperatore fece di tutto per
sconfiggere la Riforma, che godeva della protezione di una parte
della grande nobiltà tedesca, interessata a consolidare il proprio
potere impadronendosi dei beni ecclesiastici. Dopo che la Dieta di
Augusta (nel 1530) aveva sanzionato la ribellione protestante,
l'imperatore decise di usare la forza. Superato un lungo periodo di
incertezza, la guerra fu vinta dalle forze cattoliche (nel 1547).
Ma la pace di Augusta del 1555 portò al riconoscimento giuridico
dei protestanti. Ai principi tedeschi fu concessa la facoltà di
scegliere fra protestantesimo e cattolicesimo, ma i loro sudditi
furono obbligati a seguire la scelta confessionale dei loro
principi (secondo il principio giuridico espresso nella formula
"cuius regio eius religio"). Di fatto, Carlo perse la partita.
Contemporaneamente, l'imperatore si trovò a fare i conti con il
sultano turco Solimano.
Nel 1525 Solimano aveva ricevuto una
lettera di Francesco I. Prigioniero a Madrid (dopo la sconfitta di
Pavia), il re francese aveva invitato il Sultano a invadere
l'Ungheria, provincia dell'Impero, sperando così d'indurre Carlo a
scendere a patti con lui. Il Sultano aveva risposto: «Il nostro
cavallo è sellato, la nostra spada affilata». E dopo pochi mesi
aveva preso la strada di Budapest alla testa di centomila uomini.
Il papa lanciò un appello a tutti i principi cristiani per un
fronte comune. Ma, di questi principi, uno era quello che aveva
istigato Solimano; un altro, Enrico VIII d'Inghilterra, stava
rovesciando il fronte per allearsi con lui.
Restava Carlo V, il maggiore
interessato perché l'invasione aveva di mira proprio le sue
province imperiali. Ma quando chiese ai principi tedeschi di
fornirgli le truppe, quelli protestanti si rifiutarono su
istigazione di Lutero. Il monaco ribelle proclamò addirittura che i
turchi erano mandati dal buon Dio, e che pertanto resistere a loro
era come resistere a Lui.
Il motivo di questa dissidenza non
era difficile da capire. Lutero non voleva restare in balìa di un
Carlo trionfante che, dopo essere venuto a capo del nemico esterno,
avrebbe potuto rivolgere le sue armi vittoriose contro quello
interno, cioè contro la Riforma. Così gli ungheresi, ab-bandonati a
se stessi, furono facilmente sopraffatti. E così Solimano, piantate
le sue bandiere a Budapest, divenne uno degli arbitri dell'Europa.
Nel 1535 Carlo, alla testa delle sue truppe conquistò Tunisi. Ma
sei anni più tardi una nuova flotta, ispano-genovese, diretta ad
Algeri, fu travolta da una tempesta. Carlo stesso sopravvisse
fortunosamente. Come in Germania con i protestanti, Carlo perse la
partita con gli ottomani, che per un trentennio avrebbero dominato
il Mediterraneo. Tra il 1535 e il 1559 il duello tra la Francia,
che spregiudicatamente cercò l'aiuto degli stessi ottomani e dei
protestanti, e l'impero riprese, con il risultato di stabilire
saldamente l'egemonia spagnola in Italia. Dopo che nel 1536 Carlo
si era direttamente impadronito di Milano, la guerra con Francesco
I si riaccese. La tregua di Nizza del 1538 rappresentò soltanto una
pausa.
Nel 1542 - stretta alleanza con i
principi protestanti, la Svezia, la Danimarca, la Scozia e
Solimano - la Francia riprese le ostilità, senza ottenere però una
netta conclusione sul campo. La pace di Crépy nel 1544, lasciò i
francesi insediati in Piemonte, ma li costrinse a rinunciare ad
ogni mira su Milano e Napoli. Dopo la morte di Francesco I nel
1547, il conflitto con l'impero continuò ad opera del figlio Enrico
II, il quale confermò l'alleanza con i principi luterani tedeschi e
con lo stesso Solimano.
Dopo la tregua di Vaucelles nel
1556, la pace fu conclusa nel 1559 a Cateau-Cambrésis, dove fu
sanzionata l'egemonia spagnola in Italia. La morte risparmiò a
Carlo il dolore di un'altra sconfitta. Era stato lui a volere che
fosse indetto un Concilio per trovare un compromesso fra la Chiesa
e i luterani. Il Concilio si concluse in senso diametralmente
opposto a quanto da lui auspicato: fu sancita la definitiva rottura
fra i cattolici e i protestanti. Tramontava così il sogno di Carlo
di un impero universale cattolico.
Due anni prima di morire,
Carlo - prendendo atto del fallimento degli obiettivi che si
era posto - abdicò, e divise il suo regno in due: la corona
spagnola andò al figlio Filippo II e quella imperiale al
fratello Ferdinando. Si potrebbe concludere che Carlo non
riuscì a cambiare la storia, ma questo sarebbe un giudizio
troppo severo nei confronti di un uomo che riuscì comunque -
mentre trionfava il Rinascimento e s'affacciava la
Controriforma - a riproporre l'antico disegno di Carlo Magno:
la creazione di un'Europa unita, al di là delle razze, delle
lingue, perfino delle religioni.
Fu il sentimento religioso che lo
spinse, sul finire del suo regno, a sgravarsi del tremendo peso del
potere e a ritirarsi a Yuste, prostrato dalle malattie e dalla
stanchezza: era singolare (anche allora) che qualcuno rinunciasse
al potere spontaneamente. Molti storici hanno attribuito il ritiro
a quella che oggi viene comunemente definita "depressione". Molti
dignitari del tempo lo criticarono per il tenore di vita che si
garantì comunque in quell'ultimo scorcio della sua esistenza. Ma
Carlo non espresse mai l'intenzione di farsi frate: più
semplicemente si era reso conto di non farcela più a sostenere il
peso del potere che - oltretutto - non gli aveva permesso di
ottenere tutti i risultati che si era prefisso. A Yuste si fece
costruire una palazzina di due piani attigua a un convento, con una
finestra della camera da letto al primo piano che dava sulla
chiesa. Quando era ammalato o indisposto, questa soluzione gli
consentiva di assistere alle funzioni religiose, e di ascoltare
comunque le preghiere dal proprio letto. Aveva portato con sé
libri, quadri, carte geografiche e strumenti scientifici; aveva un
giardino con cespugli di rose, un terrazzo con una grande
uccelliera e una fontana. Poteva finalmente dedicare molto tempo a
se stesso e alle passioni che non era riuscito a coltivare negli
anni precedenti, quando era oppresso dai doveri istituzionali. Nel
giardino silenzioso (dal quale si ammirava il paesaggio aspro dei
monti dell'Estremadura) leggeva e meditava, ricevendo frequenti
lettere dalla figlia Giovanna e dal figlio Filippo.
Nei secoli successivi - alimentata
da due romanzi inglesi, quasi contemporanei, scritti da Anna
Radcliffe e da Matthew George (due autori con la fantasia di Dan
Brown) - prese corpo la leggenda del funerale di Carlo V al quale
lui stesso avrebbe partecipato mentre era ancora in vita: una
lugubre messinscena, animata dall'apparizione di fantasmi, voci
provenienti dall'aldilà e tutto l'armamentario degno della
letteratura satanista. Fantasie letterarie, che trassero spunto da
un piccolo episodio autentico. Nel giorno dedicato alla
commemorazione dei defunti, l'ex imperatore espresse il desiderio
che in molte chiese di Spagna fosse citato dall'officiante il suo
nome fra quello dei morti. Si sentiva prossimo alla fine e - nel
suo spirito profondamente religioso - riteneva così di guadagnarsi
indulgenza nel trapasso ormai vicino. Niente di macabro, nessuna
apparizione di scheletri parlanti o di anime tormentate riemerse
dall'inferno.
Non era quello il clima di Yuste. E
Carlo era un uomo sinceramente devoto, che aveva sofferto la
lacerazione prodotta da Martin Lutero. Nel ritiro in Estremadura,
Carlo ebbe soprattutto il tempo (e il modo) per tracciare un
bilancio della sua vita, del suo potere e - anche - dei suoi
fallimenti. |