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Nella foto di gruppo dei
nostri "Padri della Patria" - insieme con Vittorio Emanuele II
(il re galantuomo), Giuseppe Garibaldi (l'Eroe dei due mondi)
e Giuseppe Mazzini (l'apostolo repubblicano) - un posto di
riguardo spetta al conte di Cavour, il "tessitore". Ciascuno
svolse un ruolo importante nella costruzione dell'Italia, ma -
senza Cavour - gli italiani avrebbero probabilmente atteso
ancora molti anni prima di raggiungere l'Unità. Destino volle
che Cavour morisse appena qualche settimana dopo la
proclamazione del Regno d'Italia, e non gli fu concesso di
completare l'opera avviata. Nel senso che non coronò il sogno
di sottrarre Venezia agli austriaci e di trasferire la
capitale a Roma, realizzando il programma da lui riassunto
nella formula "Libera Chiesa in libero Stato". Non riuscì
neppure a dare al nuovo Stato la sua impronta, liberale e
pragmatica. Era un leader moderno, Cavour, che avrebbe potuto
governare un qualunque Paese europeo anche nel secolo
successivo.
«La misura dell'opera compiuta da
Cavour», ha scritto lo storico inglese Denis Mack Smith in una
biografia dello statista pubblicata parecchi anni fa, «è data dal
fatto stesso ch'egli morì a soli cinquant'anni. Valga il confronto
con Gladstone, di lui più anziano, ma che gli sarebbe sopravvissuto
per quasi un quarantennio. Questi due uomini politici sono stati
accomunati dal giudizio che ne ha fatto i più eminenti liberali
europei della loro generazione; ma laddove prima del 1861 Gladstone
aveva al suo attivo risultati relativamente modesti, a
cinquant'anni Cavour s'era già guadagnato la reputazione di esser
l'uomo politico più capace mai comparso sulla scena italiana. Né
quest'opinione era limitata ai suoi connazionali. Cinquant'anni più
tardi, lo storico inglese George Trevelyan, malgrado la sua
ammirazione per il più democratico Garibaldi, avrebbe guardato a
Cavour come al più saggio e benemerito statista del suo secolo, "se
non di ogni tempo"».
Cavour era un politico di formazione
europea. Conosceva il continente: dimorò a lungo a Parigi e a
Londra, frequentando salotti, teatri, imprenditori, ma seguendo
anche i lavori parlamentari. Rimase deluso dai dibattiti alla
Camera dei Comuni: «Tutti con il cappello in testa e piuttosto
sbracati», scrisse scandalizzato. Ma imparò molto da quelle visite.
Non conosceva, viceversa, l'Italia. Soltanto dopo il 1860 (negli
ultimi mesi di vita) visitò Bologna, Firenze e Pisa, ma non si
spinse mai oltre l'Arno. Al ritorno di quel viaggio confidò al suo
segretario: «Meno male che abbiamo fatto l'Italia prima di
conoscerla».
Era un uomo freddo, almeno quando si
occupava degli affari di Stato. Molto diverso da Garibaldi, un
guerriero passionale, o da Mazzini, un ideologo indisponibile a
qualunque concessione. Ma proprio questo fece di Cavour il più
moderno dei Padri della Patria, e quello determinante nella nascita
dell'Italia Unita (anche se - per paradosso - era il meno
interessato al raggiungimento di quel risultato: da uomo di
governo, fedele alla Corona, era interessato soprattutto a
garantire un allargamento dei confini del Piemonte, più che alla
nascita di un nuovo Stato).
Le sue indiscutibili capacità furono
il frutto degli studi e delle esperienze compiuti prima di
dedicarsi anima e corpo alla politica. S'era occupato - con
successo - dell'azienda agricola di famiglia. Ma non s'era
contentato di amministrarla. Per farne un'azienda modello, aveva
rinunciato alle frequentazioni mondane, alle avventure galanti e al
gioco, che erano state - fino ad allora - al centro dei suoi
interessi. In stivali e cappello di paglia, batteva dalla mattina
alla sera i suoi campi, pascoli e risaie, sorridente, esuberante,
instancabile. Fu anche tra i promotori di una ferrovia in Savoia
per conto di una compagnia di azionisti che lo nominarono
Amministratore delegato. Come tutte le imprese pionieristiche,
anche questa ebbe la vita difficile e non finì bene. Scrisse pure
diversi saggi (molto apprezzati) in materia economica e
finanziaria. Di lì alla politica, il passo fu breve. Fondò
l'Associazione Agraria che divenne presto il punto di raccolta dei
più illuminati proprietari terrieri piemontesi: «Uomini», ha
scritto Indro Montanelli, «che non volevano certo la rivoluzione,
ma che rifiutavano l'immobilismo del regime e avevano anche un
giornale per combattere la loro battaglia intesa a promuovere una
liberalizzazione di scambi come premessa alla liberalizzazione di
tutto».
Entrò in parlamento nel
1848, alla vigilia della Prima guerra d'Indipendenza, nella
lista moderata. Non aveva ancora quarant'anni: e fu l'inizio
di una carriera folgorante. I modelli politici ed economici a
cui ispirarsi rimasero sempre quelli osservati a Parigi e a
Londra. «Occorreva creare le premesse politiche affinché
l'Italia potesse finalmente adottarli», ha scritto Sergio
Romano (nella Storia d'Italia dal Risorgimento ai giorni
nostri): «il resto sarebbe venuto da sé. Pragmatico e sottile,
Cavour lasciava spazio agli avvenimenti ed era pronto a
coglierne il senso, la direzione. Ma l'obiettivo iniziale era
certamente la costituzione d'uno Stato omogeneo, limitato alle
regioni settentrionali. L'Italia centro-meridionale, dal Lazio
alla Sicilia, gli appariva lontana e indecifrabile. Le cose
che egli ammirava erano a nord delle Alpi, non a sud
dell'Arno. Ma la politica pura, in cui egli era maestro, aveva
le sue leggi a cui egli si piegava con la destrezza d'un
falegname che sa dare una funzione decorativa al nodo
intrattabile del legno con cui lavora. Per realizzare il suo
particolare disegno politico aveva usato tutto il materiale di
cui l'Italia preunitaria era provvista: mazziniani,
garibaldini, federalisti, clericali e anticlericali. Li aveva
blanditi e traditi, incoraggiati e frenati, a seconda delle
circostanze, con un gioco diplomatico in cui l'assenza di
scrupoli era riscattata dalla tenacia e dall'intelligenza. E
quando le forze che egli aveva suscitato o incoraggiato
s'erano improvvisamente congiunte nella primavera del 1860 e
avevano sferrato insieme un grande colpo contro le fragili
strutture degli Stati pre-unitari, egli aveva cavalcato la
tigre della rivoluzione italiana riuscendo a restare in sella
per più d'un anno, sino alla morte».
«Cavour», sostiene Mack Smith, «fu
un vero e proprio virtuoso delle molte arti che insieme formano un
politico di successo. Più di chiunque altro, fu lui a sviluppare il
sistema parlamentare in Italia, tenendo a battesimo le tradizioni
fondamentali che d'allora in poi avrebbero retto il comportamento
politico prima a Torino e poi a Roma. Durante i suoi ultimi anni fu
costretto a respingere l'assalto di nemici interni sia sulla destra
che sulla sinistra. Non solo, ma sopravvisse a numerosi tentativi
del re Vittorio Emanuele di trovare un Presidente del Consiglio più
docile ed obbediente. Alla sua destra stavano quei conservatori che
volevano mantenere l'Italia divisa; alla sua sinistra vi erano
Garibaldi e Mazzini, la cui visione di una nazione unita era molto
più radicale ed idealistica di quella cavouriana. Per riuscire
nell'impresa contro questi avversari, Cavour dovette seguire un
sentiero arduo, e talvolta tortuoso, appoggiandosi alternativamente
sulla destra e sulla sinistra, sì da neutralizzarle entrambe,
realizzando infine quell'operazione supremamente difficile e quasi
paradossale ch'era una rivoluzione conservatrice».
La straordinaria abilità manovriera
di Cavour (spesso scambiata per cinismo) ebbe i suoi momenti più
alti nel 1852, nel 1854, nel 1858 e nel 1860: in successione,
l'alleanza con la sinistra moderata di Urbano Rattazzi, la guerra
di Crimea, gli accordi segreti di Plombières e la spedizione dei
Mille.
Rosario Romeo (il più illustre fra i
biografi di Cavour) ricostruisce meticolosamente il "connubio" (con
questo termine è passato alla storia) fra Cavour e Rattazzi: «La
mole crescente delle difficoltà rendeva sempre più evidente che la
trasformazione del Paese in senso liberale richiedeva la
mobilitazione di forze assai più vaste di quelle che si riunivano
sotto la bandiera del liberalismo moderato. I suoi leader più
avvertiti, e Cavour in primo luogo, avevano dunque opposto alla
reazione conservatrice una politica volta alla ricerca di consensi
sempre più larghi a sinistra, le cui tappe principali erano state
il connubio e l'intensificazione della battaglia anticlericale
seguita all'ingresso di Rattazzi nel governo: e attraverso di essa
erano riusciti ad associare alla difesa del regime costituzionale,
in modo più o meno dichiarato, forze che in taluni momenti
giungevano a comprendere anche l'estrema sinistra parlamentare». Fu
quello il primo grande successo della politica liberale di Cavour,
che aprì la strada ai successivi.
Nel 1854, la risposta positiva
(osteggiata da larghi settori del governo e del parlamento)
all'appello di Francia e Inghilterra per creare un corpo di
spedizione internazionale destinato a impedire che la Russia si
espandesse verso Occidente consentì al Regno sabaudo di sedersi al
tavolo della pace (al congresso di Parigi del 1856) in posizione di
parità con le Grandi Potenze. E Cavour in persona colse l'occasione
per sensibilizzare i governanti e l'opinione pubblica dell'Europa
sulla condizione dolorosa di una Nazione ancora divisa nel secolo
in cui si invocava il principio di Nazionalità.
L'incontro di Plombières con
l'imperatore francese Napoleone III fu un autentico
capolavoro. In cambio di concessioni secondarie (soltanto la
cessione di Nizza e della Savoia furono molto dolorose, anche
per il coinvolgimento personale del sovrano e di Garibaldi),
Cavour riuscì a sottoscrivere l'alleanza che permise di
combattere nuovamente contro l'Austria. La Seconda guerra
d'indipendenza - vinta sui campi di battaglia - procurò
vantaggi territoriali molto inferiori alle attese, in
conseguenza della decisione di Napoleone III di chiudere in
fretta le ostilità, con un armistizio che Cavour giudicò alla
stregua di un tradimento, inducendolo ad abbandonare la guida
del governo. Ma - lungi dallo scoraggiarlo - quella delusione
lo stimolò a moltiplicare i propri sforzi per raggiungere
l'obiettivo dell'unità nazionale.
«Nel giro di due anni, dal marzo del
1859 al giugno 1861, è sorto in Europa uno Stato nuovo», riassume
Sergio Romano. «Si estende su 259.320 chilometri quadrati ed è
popolato da 21 milioni e 777.000 cittadini, con una media di 85
abitanti per chilometro quadrato. Vive prevalentemente di ciò che
produce la terra: gli agricoltori sono 8 milioni, i lavoratori
dell'industria e dell'artigianato 3. Non è ricco ma crede di
esserlo, perché è convinto che la povertà delle sue regioni più
destituite sia dovuta esclusivamente alla neghittosa insipienza dei
tiranni che le avevano governate. La libertà e l'unità renderanno
al Paese le ricchezze perdute, i beni per tanti secoli
nascosti».
È indiscutibile che un ruolo
fondamentale nel raggiungimento dell'obiettivo lo svolse Garibaldi,
con la spedizione dei Mille. Ma Cavour - in quell'occasione - non
sbagliò una mossa. Evitò di esporre il governo di Torino nella fase
iniziale dell'impresa. Fece finta di non vedere e di non sapere:
troppi erano i rischi legati a un eventuale fallimento. In quel
caso sarebbe venuta a mancare la solidarietà degli altri Paesi
europei e il governo piemontese sarebbe stato travolto dalla
condanna delle cancellerie. E si preoccupò di bloccare Garibaldi
dopo le vittorie militari contro l'esercito borbonico. Diede il via
libera all'intervento militare sabaudo, che sconfisse le truppe
pontificie a Castelfidardo e impedì che le camicie rosse si
spingessero fino a Roma (un'altra eventualità da rinviare, evitando
una drammatica crisi diplomatica con le Potenze che s'erano
impegnate a difendere l'indipendenza dello Stato della Chiesa).
Certe scelte furono particolarmente coraggiose (e impopolari). Dopo
i referendum di annessione, l'Unità fu proclamata mentre Garibaldi
protestava vivacemente (fino all'insulto personale) contro il
cinismo del primo ministro. Cavour (che era meno cinico di quanto
ritenesse l'Eroe dei due Mondi) rimase profondamente addolorato da
quegli attacchi, ma lo aiutò la consapevolezza di aver comunque
raggiunto il miglior risultato possibile.
La morte improvvisa di Cavour
(conseguenza della malaria e non, come qualcuno ipotizzò, di un
avvelenamento) provocò un senso di smarrimento in Italia. Ci si
domandava se i traguardi raggiunti sarebbero stati messi in
discussione dalla scomparsa del maggior artefice dell'unità e
dell'indipendenza. Torino indossò il lutto stretto: le bot-teghe
erano chiuse, e dalle strade erano scomparse le carrozze. Il
Parlamento sospese i propri lavori per tre giorni dopo la
comunicazione di Urbano Rattazzi che definì la morte del primo
ministro «una catastrofe nazionale». Molti deputati erano in
lacrime.
L'Opinione, il giornale più vicino a
Cavour, pianse il trapasso di una persona la cui autorità e il cui
prestigio avevano ottenuto molte cose che sarebbero state
altrimenti impossibili: la sua mente potente aveva posto nell'ombra
tutti coloro che gli erano stati vicini. Giuseppe Verdi lo
commemorò come «il Prometeo del nostro movimento nazionale». Anche
quei liberali che criticavano alcune delle sue azioni ebbero la
sensazione di una perdita irreparabile. La Marmora disse in privato
che i pur gravi difetti di Cavour, e la sua "prepotenza"
sopraffattrice, erano cancellati dal suo straordinario coraggio e
dalle sue eccezionali doti intellettuali. D'Azeglio, che non sempre
aveva avuto un alto concetto del carattere di Cavour, e ne aveva
talvolta parlato come di un avventuriero ambizioso e senza
princìpi, pianse un grand'uomo morto forse nel momento migliore per
la sua fama, prima che la nuova Italia lo chiamasse ad affrontare
nuovi problemi.
L'ondata di preoccupazione e di
dolore raggiunse tutte le capitali europee. A Berlino crollarono le
quotazioni borsistiche: si temeva che non ci fosse in Italia
qualcuno in grado di completarne l'opera con la stessa saggezza. Il
ministro degli Esteri austriaco espresse la sua tristezza per la
morte di un tale uomo, ed il timore ch'essa potesse provocare una
nuova crisi in Italia. A Parigi, Napoleone III manifestò la
preoccupazione che «senza il vetturino i cavalli possano
imbizzarrirsi, e rifiutarsi di rientrare nella stalla»; e
immediatamente interruppe i negoziati per il ritiro dei soldati
francesi da Roma. La politica piemontese era venuta incontro ai
progetti ambiziosi dell'imperatore dei francesi, che in cambio
aveva aiutato il Risorgimento più di ogni altro statista
europeo.
«Cavour», sostiene Sergio Romano,
«aveva camminato su una corda tesa sfruttando ora l'energia
rinnovatrice della minoranza risorgimentale, ora i timori delle
potenze europee. Per meglio vincere aveva messo in campo i
"rivoluzionari" contro i "conservatori" presentandosi agli uni e
agli altri come il loro migliore alleato contro i loro avversari; e
così facendo era riuscito a costruire, un pezzo dopo l'altro, lo
Stato italiano. Ma il tempo delle acrobazie era finito. Dopo la
proclamazione del Regno occorreva tranquillizzare l'Europa e
consolidare i successi dei mesi precedenti». Questo compito spettò
ai successori, che non si rivelarono sempre
all'altezza. |