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Gli uomini che hanno cambiato la Storia - 01 - Camillo Benso Conte di Cavour

Lo statista piemontese fu il principale artefice dell'unità e dell'indipendenza italiana. Le sue doti diplomatiche e il pragmatismo con il quale affrontava le situazioni più delicate e controverse furono alla base del successo, imprevisto e imprevedibile a quei tempi. Quando morì, ancora molto giovane, i giudizi dei governanti europei furono unanimi: era scomparso il miglior politico dell'Ottocento. Qualche storico, nei decenni seguenti, lo accusò di un eccesso di cinismo: ma l'uomo non era cinico, era piuttosto dotato di uno straordinario realismo e di una indubbia capacità di cogliere tutte le occasioni che la storia, e la politica, gli offrivano. Per questo si conquistò - e senza dubbio si meritò - l'appellativo di "tessitore"

Paolo Bozzini, Ritratto di Camillo Benso conte di Cavour in età giovanile (Roma, Museo Centrale del Risorgimento)Nella foto di gruppo dei nostri "Padri della Patria" - insieme con Vittorio Emanuele II (il re galantuomo), Giuseppe Garibaldi (l'Eroe dei due mondi) e Giuseppe Mazzini (l'apostolo repubblicano) - un posto di riguardo spetta al conte di Cavour, il "tessitore". Ciascuno svolse un ruolo importante nella costruzione dell'Italia, ma - senza Cavour - gli italiani avrebbero probabilmente atteso ancora molti anni prima di raggiungere l'Unità. Destino volle che Cavour morisse appena qualche settimana dopo la proclamazione del Regno d'Italia, e non gli fu concesso di completare l'opera avviata. Nel senso che non coronò il sogno di sottrarre Venezia agli austriaci e di trasferire la capitale a Roma, realizzando il programma da lui riassunto nella formula "Libera Chiesa in libero Stato". Non riuscì neppure a dare al nuovo Stato la sua impronta, liberale e pragmatica. Era un leader moderno, Cavour, che avrebbe potuto governare un qualunque Paese europeo anche nel secolo successivo.

«La misura dell'opera compiuta da Cavour», ha scritto lo storico inglese Denis Mack Smith in una biografia dello statista pubblicata parecchi anni fa, «è data dal fatto stesso ch'egli morì a soli cinquant'anni. Valga il confronto con Gladstone, di lui più anziano, ma che gli sarebbe sopravvissuto per quasi un quarantennio. Questi due uomini politici sono stati accomunati dal giudizio che ne ha fatto i più eminenti liberali europei della loro generazione; ma laddove prima del 1861 Gladstone aveva al suo attivo risultati relativamente modesti, a cinquant'anni Cavour s'era già guadagnato la reputazione di esser l'uomo politico più capace mai comparso sulla scena italiana. Né quest'opinione era limitata ai suoi connazionali. Cinquant'anni più tardi, lo storico inglese George Trevelyan, malgrado la sua ammirazione per il più democratico Garibaldi, avrebbe guardato a Cavour come al più saggio e benemerito statista del suo secolo, "se non di ogni tempo"».

Cavour era un politico di formazione europea. Conosceva il continente: dimorò a lungo a Parigi e a Londra, frequentando salotti, teatri, imprenditori, ma seguendo anche i lavori parlamentari. Rimase deluso dai dibattiti alla Camera dei Comuni: «Tutti con il cappello in testa e piuttosto sbracati», scrisse scandalizzato. Ma imparò molto da quelle visite. Non conosceva, viceversa, l'Italia. Soltanto dopo il 1860 (negli ultimi mesi di vita) visitò Bologna, Firenze e Pisa, ma non si spinse mai oltre l'Arno. Al ritorno di quel viaggio confidò al suo segretario: «Meno male che abbiamo fatto l'Italia prima di conoscerla».

Era un uomo freddo, almeno quando si occupava degli affari di Stato. Molto diverso da Garibaldi, un guerriero passionale, o da Mazzini, un ideologo indisponibile a qualunque concessione. Ma proprio questo fece di Cavour il più moderno dei Padri della Patria, e quello determinante nella nascita dell'Italia Unita (anche se - per paradosso - era il meno interessato al raggiungimento di quel risultato: da uomo di governo, fedele alla Corona, era interessato soprattutto a garantire un allargamento dei confini del Piemonte, più che alla nascita di un nuovo Stato).

Le sue indiscutibili capacità furono il frutto degli studi e delle esperienze compiuti prima di dedicarsi anima e corpo alla politica. S'era occupato - con successo - dell'azienda agricola di famiglia. Ma non s'era contentato di amministrarla. Per farne un'azienda modello, aveva rinunciato alle frequentazioni mondane, alle avventure galanti e al gioco, che erano state - fino ad allora - al centro dei suoi interessi. In stivali e cappello di paglia, batteva dalla mattina alla sera i suoi campi, pascoli e risaie, sorridente, esuberante, instancabile. Fu anche tra i promotori di una ferrovia in Savoia per conto di una compagnia di azionisti che lo nominarono Amministratore delegato. Come tutte le imprese pionieristiche, anche questa ebbe la vita difficile e non finì bene. Scrisse pure diversi saggi (molto apprezzati) in materia economica e finanziaria. Di lì alla politica, il passo fu breve. Fondò l'Associazione Agraria che divenne presto il punto di raccolta dei più illuminati proprietari terrieri piemontesi: «Uomini», ha scritto Indro Montanelli, «che non volevano certo la rivoluzione, ma che rifiutavano l'immobilismo del regime e avevano anche un giornale per combattere la loro battaglia intesa a promuovere una liberalizzazione di scambi come premessa alla liberalizzazione di tutto».

Anonimo, Ritratto della contessa di Castiglione (Compiègne, Castello)Entrò in parlamento nel 1848, alla vigilia della Prima guerra d'Indipendenza, nella lista moderata. Non aveva ancora quarant'anni: e fu l'inizio di una carriera folgorante. I modelli politici ed economici a cui ispirarsi rimasero sempre quelli osservati a Parigi e a Londra. «Occorreva creare le premesse politiche affinché l'Italia potesse finalmente adottarli», ha scritto Sergio Romano (nella Storia d'Italia dal Risorgimento ai giorni nostri): «il resto sarebbe venuto da sé. Pragmatico e sottile, Cavour lasciava spazio agli avvenimenti ed era pronto a coglierne il senso, la direzione. Ma l'obiettivo iniziale era certamente la costituzione d'uno Stato omogeneo, limitato alle regioni settentrionali. L'Italia centro-meridionale, dal Lazio alla Sicilia, gli appariva lontana e indecifrabile. Le cose che egli ammirava erano a nord delle Alpi, non a sud dell'Arno. Ma la politica pura, in cui egli era maestro, aveva le sue leggi a cui egli si piegava con la destrezza d'un falegname che sa dare una funzione decorativa al nodo intrattabile del legno con cui lavora. Per realizzare il suo particolare disegno politico aveva usato tutto il materiale di cui l'Italia preunitaria era provvista: mazziniani, garibaldini, federalisti, clericali e anticlericali. Li aveva blanditi e traditi, incoraggiati e frenati, a seconda delle circostanze, con un gioco diplomatico in cui l'assenza di scrupoli era riscattata dalla tenacia e dall'intelligenza. E quando le forze che egli aveva suscitato o incoraggiato s'erano improvvisamente congiunte nella primavera del 1860 e avevano sferrato insieme un grande colpo contro le fragili strutture degli Stati pre-unitari, egli aveva cavalcato la tigre della rivoluzione italiana riuscendo a restare in sella per più d'un anno, sino alla morte».

«Cavour», sostiene Mack Smith, «fu un vero e proprio virtuoso delle molte arti che insieme formano un politico di successo. Più di chiunque altro, fu lui a sviluppare il sistema parlamentare in Italia, tenendo a battesimo le tradizioni fondamentali che d'allora in poi avrebbero retto il comportamento politico prima a Torino e poi a Roma. Durante i suoi ultimi anni fu costretto a respingere l'assalto di nemici interni sia sulla destra che sulla sinistra. Non solo, ma sopravvisse a numerosi tentativi del re Vittorio Emanuele di trovare un Presidente del Consiglio più docile ed obbediente. Alla sua destra stavano quei conservatori che volevano mantenere l'Italia divisa; alla sua sinistra vi erano Garibaldi e Mazzini, la cui visione di una nazione unita era molto più radicale ed idealistica di quella cavouriana. Per riuscire nell'impresa contro questi avversari, Cavour dovette seguire un sentiero arduo, e talvolta tortuoso, appoggiandosi alternativamente sulla destra e sulla sinistra, sì da neutralizzarle entrambe, realizzando infine quell'operazione supremamente difficile e quasi paradossale ch'era una rivoluzione conservatrice».

La straordinaria abilità manovriera di Cavour (spesso scambiata per cinismo) ebbe i suoi momenti più alti nel 1852, nel 1854, nel 1858 e nel 1860: in successione, l'alleanza con la sinistra moderata di Urbano Rattazzi, la guerra di Crimea, gli accordi segreti di Plombières e la spedizione dei Mille.

Rosario Romeo (il più illustre fra i biografi di Cavour) ricostruisce meticolosamente il "connubio" (con questo termine è passato alla storia) fra Cavour e Rattazzi: «La mole crescente delle difficoltà rendeva sempre più evidente che la trasformazione del Paese in senso liberale richiedeva la mobilitazione di forze assai più vaste di quelle che si riunivano sotto la bandiera del liberalismo moderato. I suoi leader più avvertiti, e Cavour in primo luogo, avevano dunque opposto alla reazione conservatrice una politica volta alla ricerca di consensi sempre più larghi a sinistra, le cui tappe principali erano state il connubio e l'intensificazione della battaglia anticlericale seguita all'ingresso di Rattazzi nel governo: e attraverso di essa erano riusciti ad associare alla difesa del regime costituzionale, in modo più o meno dichiarato, forze che in taluni momenti giungevano a comprendere anche l'estrema sinistra parlamentare». Fu quello il primo grande successo della politica liberale di Cavour, che aprì la strada ai successivi.

Nel 1854, la risposta positiva (osteggiata da larghi settori del governo e del parlamento) all'appello di Francia e Inghilterra per creare un corpo di spedizione internazionale destinato a impedire che la Russia si espandesse verso Occidente consentì al Regno sabaudo di sedersi al tavolo della pace (al congresso di Parigi del 1856) in posizione di parità con le Grandi Potenze. E Cavour in persona colse l'occasione per sensibilizzare i governanti e l'opinione pubblica dell'Europa sulla condizione dolorosa di una Nazione ancora divisa nel secolo in cui si invocava il principio di Nazionalità.

A. Muzzi, Allegoria dell'Italia UnitaL'incontro di Plombières con l'imperatore francese Napoleone III fu un autentico capolavoro. In cambio di concessioni secondarie (soltanto la cessione di Nizza e della Savoia furono molto dolorose, anche per il coinvolgimento personale del sovrano e di Garibaldi), Cavour riuscì a sottoscrivere l'alleanza che permise di combattere nuovamente contro l'Austria. La Seconda guerra d'indipendenza - vinta sui campi di battaglia - procurò vantaggi territoriali molto inferiori alle attese, in conseguenza della decisione di Napoleone III di chiudere in fretta le ostilità, con un armistizio che Cavour giudicò alla stregua di un tradimento, inducendolo ad abbandonare la guida del governo. Ma - lungi dallo scoraggiarlo - quella delusione lo stimolò a moltiplicare i propri sforzi per raggiungere l'obiettivo dell'unità nazionale.

«Nel giro di due anni, dal marzo del 1859 al giugno 1861, è sorto in Europa uno Stato nuovo», riassume Sergio Romano. «Si estende su 259.320 chilometri quadrati ed è popolato da 21 milioni e 777.000 cittadini, con una media di 85 abitanti per chilometro quadrato. Vive prevalentemente di ciò che produce la terra: gli agricoltori sono 8 milioni, i lavoratori dell'industria e dell'artigianato 3. Non è ricco ma crede di esserlo, perché è convinto che la povertà delle sue regioni più destituite sia dovuta esclusivamente alla neghittosa insipienza dei tiranni che le avevano governate. La libertà e l'unità renderanno al Paese le ricchezze perdute, i beni per tanti secoli nascosti».

È indiscutibile che un ruolo fondamentale nel raggiungimento dell'obiettivo lo svolse Garibaldi, con la spedizione dei Mille. Ma Cavour - in quell'occasione - non sbagliò una mossa. Evitò di esporre il governo di Torino nella fase iniziale dell'impresa. Fece finta di non vedere e di non sapere: troppi erano i rischi legati a un eventuale fallimento. In quel caso sarebbe venuta a mancare la solidarietà degli altri Paesi europei e il governo piemontese sarebbe stato travolto dalla condanna delle cancellerie. E si preoccupò di bloccare Garibaldi dopo le vittorie militari contro l'esercito borbonico. Diede il via libera all'intervento militare sabaudo, che sconfisse le truppe pontificie a Castelfidardo e impedì che le camicie rosse si spingessero fino a Roma (un'altra eventualità da rinviare, evitando una drammatica crisi diplomatica con le Potenze che s'erano impegnate a difendere l'indipendenza dello Stato della Chiesa). Certe scelte furono particolarmente coraggiose (e impopolari). Dopo i referendum di annessione, l'Unità fu proclamata mentre Garibaldi protestava vivacemente (fino all'insulto personale) contro il cinismo del primo ministro. Cavour (che era meno cinico di quanto ritenesse l'Eroe dei due Mondi) rimase profondamente addolorato da quegli attacchi, ma lo aiutò la consapevolezza di aver comunque raggiunto il miglior risultato possibile.

La morte improvvisa di Cavour (conseguenza della malaria e non, come qualcuno ipotizzò, di un avvelenamento) provocò un senso di smarrimento in Italia. Ci si domandava se i traguardi raggiunti sarebbero stati messi in discussione dalla scomparsa del maggior artefice dell'unità e dell'indipendenza. Torino indossò il lutto stretto: le bot-teghe erano chiuse, e dalle strade erano scomparse le carrozze. Il Parlamento sospese i propri lavori per tre giorni dopo la comunicazione di Urbano Rattazzi che definì la morte del primo ministro «una catastrofe nazionale». Molti deputati erano in lacrime.

L'Opinione, il giornale più vicino a Cavour, pianse il trapasso di una persona la cui autorità e il cui prestigio avevano ottenuto molte cose che sarebbero state altrimenti impossibili: la sua mente potente aveva posto nell'ombra tutti coloro che gli erano stati vicini. Giuseppe Verdi lo commemorò come «il Prometeo del nostro movimento nazionale». Anche quei liberali che criticavano alcune delle sue azioni ebbero la sensazione di una perdita irreparabile. La Marmora disse in privato che i pur gravi difetti di Cavour, e la sua "prepotenza" sopraffattrice, erano cancellati dal suo straordinario coraggio e dalle sue eccezionali doti intellettuali. D'Azeglio, che non sempre aveva avuto un alto concetto del carattere di Cavour, e ne aveva talvolta parlato come di un avventuriero ambizioso e senza princìpi, pianse un grand'uomo morto forse nel momento migliore per la sua fama, prima che la nuova Italia lo chiamasse ad affrontare nuovi problemi.

L'ondata di preoccupazione e di dolore raggiunse tutte le capitali europee. A Berlino crollarono le quotazioni borsistiche: si temeva che non ci fosse in Italia qualcuno in grado di completarne l'opera con la stessa saggezza. Il ministro degli Esteri austriaco espresse la sua tristezza per la morte di un tale uomo, ed il timore ch'essa potesse provocare una nuova crisi in Italia. A Parigi, Napoleone III manifestò la preoccupazione che «senza il vetturino i cavalli possano imbizzarrirsi, e rifiutarsi di rientrare nella stalla»; e immediatamente interruppe i negoziati per il ritiro dei soldati francesi da Roma. La politica piemontese era venuta incontro ai progetti ambiziosi dell'imperatore dei francesi, che in cambio aveva aiutato il Risorgimento più di ogni altro statista europeo.

«Cavour», sostiene Sergio Romano, «aveva camminato su una corda tesa sfruttando ora l'energia rinnovatrice della minoranza risorgimentale, ora i timori delle potenze europee. Per meglio vincere aveva messo in campo i "rivoluzionari" contro i "conservatori" presentandosi agli uni e agli altri come il loro migliore alleato contro i loro avversari; e così facendo era riuscito a costruire, un pezzo dopo l'altro, lo Stato italiano. Ma il tempo delle acrobazie era finito. Dopo la proclamazione del Regno occorreva tranquillizzare l'Europa e consolidare i successi dei mesi precedenti». Questo compito spettò ai successori, che non si rivelarono sempre all'altezza.

Filippo Malatesta