Anna
Giustiniani
Nei rapporti con il gentil sesso, il
conte di Cavour era - adottando i metri di giudizio di oggi - un
"maschilista". Coltivò parecchie relazioni (alcune
contemporaneamente), ma senza mai legarsi veramente. «La sua unica
vera amante», ha scritto molti anni fa Indro Montanelli, «era la
politica: la sua passione il potere». Per undici anni, fra alti e
bassi, mantenne un rapporto con Anna Schiaffino, moglie del
marchese Stefano Giustiniani Campi, titolare di uno dei salotti
intellettuali e mondani meglio frequentati di Torino. Anna (che
Camillo chiamava "Nina") era una donna affascinante, aveva tre
figli, e il suo matrimonio era perennemente in crisi. Lei soffriva
di nervi, e il conte di Cavour non fu l'unico uomo con il quale
tentò inutilmente di consolarsi.
Lui ricambiava, in tutto e per
tutto, nel senso che non le fu mai fedele, né si preoccupò di
nasconderle i rapporti (non occasionali) che intratteneva con altre
signore, come - per esempio - la marchesa di Castelletto. Camillo e
Nina si conobbero nel 1830, quando erano molto giovani. Nina
Giustiniani - dopo aver tentato altre due volte il suicidio - si
uccise nel 1841 gettandosi dalla finestra della sua camera, nel
Palazzo Lercari a Genova. I testimoni del tempo raccontano che
Cavour non provò né rimorsi né rimpianti. In quel periodo aveva
un'amica assidua nella signora Emilia Nomis di Pollone. La donna
che gli fu più vicina negli ultimi anni fu Bianca Ronzani. Secondo
alcune voci - raccolte anche da uno storico autorevole come Denis
Mack Smith (che dimostra peraltro di non dargli molto credito) - la
Ronzani svolse anche un ruolo inconsapevole nella morte dello
statista, avvelenato (e non sconfitto dalla malaria).
La guerra di Crimea
Uno dei successi diplomatici più
rilevanti di Cavour fu la partecipazione alla guerra di Crimea.
Appoggiato senza riserve da Vittorio Emanuele II, il capo del
governo piemontese intrecciò una serie di contatti con le
cancellerie europee per rompere la condizione di isolamento nella
quale era venuto a trovarsi il Regno di Sardegna dopo la sconfitta
nella Prima guerra d'Indipendenza. Quando la Russia entrò in
conflitto con la Turchia, Francia e Inghilterra si schierarono
dalla parte della Turchia, preoccupati dall'espansionismo zarista
(la Russia cercava uno sbocco nel Mediterraneo) che avrebbe messo a
rischio gli equilibri continentali. Parigi e Londra cercarono di
coinvolgere nell'alleanza anche l'Impero austro-ungarico,
preoccupato di scoprirsi sul fronte italiano inviando truppe verso
Oriente. Cavour colse l'occasione al volo: se il Piemonte avesse
partecipato alla campagna di Crimea sarebbero automaticamente
cadute le riserve austriache.
Questo permise ai governi francese e
inglese di firmare un'alleanza contro la Russia «aperta a tutte le
Potenze d'Europa che desiderano entrarci». Il 10 gennaio 1855
Cavour sottoscrisse il trattato, accettando di partecipare alla
guerra senza condizioni. E, in effetti, dalla vittoria in Crimea il
Piemonte non trasse vantaggi territoriali, ma un premio di gran
lunga più importante: la partecipazione - con pari dignità rispetto
agli altri governi dei Paesi vincitori - al Congresso di Parigi nel
1856. Il prezzo per ottenere quel risultato fu molto basso: il
corpo di spedizione italiano (comandato dal generale Alfonso La
Marmora), composto da 18mila uomini, partecipò soltanto alla
battaglia della Cernaia, lasciando sul terreno 18 soldati.
Vittorio Emanuele II
I rapporti fra Vittorio Emanuele II
e il conte di Cavour non furono mai cordiali. I due avevano una
cosa in comune: parlavano male l'italiano, e lo scrivevano ancora
peggio. La loro lingua madre era il francese, e in quella lingua
comunicavano preferibilmente fra di loro. Per il resto, erano molto
diversi: più impulsivo, rustico e meno aristocratico il sovrano;
più riflessivo, colto e raffinato il primo ministro (che ebbe a
ridire anche riguardo all'intenzione del re di sposare Rosa
Vercellana, la Bella Rosina: non considerava disdicevole la
relazione, ma l'intenzione di regolarizzarla). Non si amavano, ma
si rispettavano. E continuarono a rispettarsi - nonostante i molti
scontri di natura politica - per oltre un decennio. Rischiarono una
rottura definitiva nel luglio 1859, quando il re decise di firmare
l'armistizio di Villafranca che pose fine alla Seconda guerra
d'indipendenza. Cavour considerò un tradimento la conclusione del
conflitto che volgeva a favore delle truppe franco-piemontesi. E
tentò inutilmente di convincere il sovrano a non firmare quel
documento. Il re si rendeva conto che alcune clausole erano
disonorevoli per il Piemonte, ma era anche convinto che il suo
esercito non potesse continuare la guerra senza i francesi. Cavour
rassegnò le dimissioni da capo del governo, e Vittorio Emanuele fu
felice di accoglierle.
Tutte le date di Cavour
1810. Camillo Benso nasce a Torino,
il 10 agosto, figlio del marchese Michele e di Adele de Sellon.
1820. Entra all'Accademia
Militare.
1826. Esce dall'Accademia con il
grado di luogotenente del Genio.
1830. Conosce la contessa Anna
Corvetto Giustiniani.
1831. Si dimette dal Genio.
1835. Il padre di Camillo viene
nominato vicario della città di Torino.
1847. Fonda il quotidiano Il
Risorgimento
1848. Viene eletto deputato alla
Camera.
1850. Viene nominato ministro
dell'Agricoltura e della Marina.
1851. Diventa ministro delle
Finanze.
1852. Il 4 novembre ottiene
l'incarico di formare il governo.
1854. Accetta l'invito di Francia e
Inghilterra a partecipare alla guerra in Crimea.
1855. È costretto a dimettersi, ma
poi gli viene affidato di nuovo l'incarico di capo del governo. Il
16 agosto le truppe italiane in Crimea si mettono in luce nella
battaglia della Cernaia.
1856. Partecipa al Congresso di
Parigi, dove si conquista l'appoggio francese e inglese sulle
rivendicazioni nei confronti dell'Austria.
1858. Attentato di Felice Orsini
contro Napoleone III. Nel mese di luglio, a Plombières, Cavour
raggiunge un accordo segreto con l'imperatore.
1859. Seconda guerra d'Indipendenza.
Cavour si dimette dopo l'armistizio.
1860. Riprende la guida del governo.
Segue con preoccupazione la spedizione di Garibaldi in Sicilia.
1861. Il 17 marzo Vittorio Emanuele
è proclamato Re d'Italia. Il 6 giugno Cavour muore.
Giuseppe Garibaldi
Garibaldi era un "repubblicano di
indole popolare" (così lo definisce lo storico francese Max Gallo),
Cavour un aristocratico di schietti sentimenti monarchici;
Garibaldi un impulsivo e un generoso, Cavour un calcolatore. Il
primo ministro, tuttavia, considerava prezioso l'Eroe perché
incarnava il sentimento patriottico, mentre l'Eroe si convertì al
realismo: «Non essendo possibile la repubblica, almeno per ora, e
presentandosi l'opportunità di unificare la penisola colla
combinazione delle forze dinastiche con le nazionali, io vi ho
aderito assolutamente», disse nel 1854, nel momento in cui Cavour
imbastiva alleanze con la Francia e l'Inghilterra. I rapporti fra i
due precipitarono negli anni successivi. La scintilla fu la
cessione di Nizza alla Francia (concordata negli incontri di
Plombières, e resa nota soltanto nel 1860) che Garibaldi visse come
un tradimento personale. Ci fu uno scontro verbale (molto violento)
in parlamento, e il generale si rifiutò di stringere la mano al
capo del governo, che fu comprensivo: «Io ho creduto compiere un
dovere doloroso. Posso capire il dolore che ha dovuto provare
l'onorevole generale Garibaldi, e se egli non mi perdona non gliene
faccio appunto». E aggiunse: «Garibaldi è un uomo pieno di nobili
propositi. Non ce l'ho con lui. Desidera liberare Roma e Venezia?
Anch'io. Quanto all'Austria e al Tirolo, è un'altra faccenda.
Toccherà ad un'altra generazione. Abbiamo fatto abbastanza, noi.
Abbiamo fatto l'Italia".
La
contessa di Castiglione
Virginia Oldoini, moglie del conte
Francesco Verrasis di Castiglione, fu arruolata dal cugino Camillo
Benso di Cavour e spedita a Parigi con l'incarico di conquistare e
sedurre Napoleone III. Lo sedusse, senza dubbio, ma i risultati
diplomatici non furono pari alle attese. Uno storico illustre
(biografo dei Savoia e di Cavour), Francesco Cognasso, liquida la
questione in poche righe: «La bella Nicchia, che era già piaciuta
al re, aveva avuto a Torino istruzioni sul modo di comportarsi con
Napoleone, attirandolo in accordi di simpatie e di condiscendenze.
La Castiglione comparve quindi alle feste, ai balli, ai concerti
delle Tuileries, fu a Saint-Claud e, se piacque all'imperatore, non
ottenne il suo scopo. Napoleone si stancò presto di quella bellezza
a cui mancava la spiritualità che poteva dominare l'imperatore.
Questi così la giudicò: "Elle est très jolie, mais elle n'a pas de
charme" (è molto carina, ma è del tutto priva di fascino)».
Paolo Pinto, nella biografia di
Vittorio Emanuele II, offre dettagli più concreti: «La relazione
andò avanti indisturbata per qualche tempo, nonostante la collera
dell'imperatrice e le chiacchiere divertite dei cortigiani. Ma
l'ira di Eugenia alla fine avrà il sopravvento, coinvolgendo
Virginia in un episodio criminoso». Napoleone scampò a un attentato
di tre italiani mentre usciva dalla casa della Castiglione (che fu
sospettata di complicità) e, poco tempo più tardi, un agente
segreto di Napoleone uccise, sul pianerottolo della casa di
Virginia, un uomo che tentava di introdursi nell'appartamento dove
l'imperatore si intratteneva in un convegno amoroso. Virginia fu
espulsa da Parigi, «anche se poi si venne a sapere che il presunto
attentatore non era un settario italiano ma un poliziotto francese,
forse al servizio dell'imperatrice».
Napoleone III
L'imperatore francese svolse un
ruolo di primo piano nel processo che condusse all'indipendenza
italiana. Fin dal primo giorno (all'indomani del colpo di Stato che
l'aveva posto sul trono), Napoleone III s'era mostrato incline a
favorire le ambizioni di casa Savoia. Nella prima udienza concessa
all'ambasciatore piemontese, aveva detto: «Farò qualcosa per
l'Italia. Comunicatelo al vostro governo».
Mantenne la promessa, con un'unica
riserva riguardante l'integrità dello Stato Pontificio, per la
quale si era impegnato personalmente con Pio IX. Strinse un
rapporto di stima con Cavour, che si sviluppò durante il Congresso
di Parigi. Neppure l'attentato di Felice Orsini (gennaio 1858) gli
fece cambiare indirizzo, anche se la prima reazione fu molto
negativa: al generale Morozzo della Rocca, inviato a Parigi da
Vittorio Emanuele, l'imperatore disse che non poteva considerare
amico un Paese che dava i natali a complottatori e assassini. La
reazione molto ferma di Vittorio Emanuele, e il comportamento
dignitosissimo dell'attentatore lo indussero a un rapido
ripensamento.
Nel mese di luglio di quel fatidico
1858 ci fu l'incontro segreto con Cavour nella stazione termale di
Plombières che gettò le basi per l'alleanza fra le due corone,
fondata su quattro impegni: il matrimonio della principessa
Clotilde (figlia del re di Sardegna) con Girolamo Napoleone (cugino
dell'imperatore), la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia,
la guerra all'Austria, e la costituzione di un Regno dell'Alta
Italia (mai realizzato). La guerra con l'Austria si concluse con un
armistizio che indignò Garibaldi. Ma il più era fatto.
Giuseppe Mazzini
Il nemico più ostinato di Cavour fra
i "padri della patria" fu Giuseppe Mazzini. Troppo diversi erano
gli obiettivi perché i due potessero trovare un terreno comune
d'intesa. Mazzini era l'anima dell'ideale repubblicano, e non
poteva certo condividere le strategie del primo ministro che si
legava alle potenze occidentali per fare l'Italia con il loro
aiuto. In questo modo il movimento democratico sarebbe stato
definitivamente estromesso dal disegno unitario. Tramontava - per
l'ideologo genovese - il sogno di un'Italia democratica e
repubblicana. Ha osservato lo storico inglese Denis Mack Smith:
«Cavour, che pure non nutriva la minima simpatia per le rivoluzioni
popolari, ed odiava il fanatismo di Mazzini, confessò in privato
che ammirava la sua sincera devozione ad un ideale. In pubblico
doveva però far mostra di un'assoluta intransigenza».
Era per lui indispensabile prendere
le distanze dai movimenti democratici che avrebbero suscitato
l'ostilità dei suoi amici nella Francia napoleonica e la diffidenza
della borghesia produttiva italiana. Mazzini, a sua volta, si offrì
in parecchie occasioni «di accantonare le sue idee repubblicane e
di collaborare con la monarchia piemontese, purché Cavour
proclamasse pubblicamente l'obiettivo dell'unità nazionale». Cavour
usava dire che i repubblicani amavano la rivoluzione ed il
repubblicanesimo più di quanto amassero l'Italia. L'opposta critica
dei repubblicani era ch'egli temeva la rivoluzione più di quanto
amasse l'Italia. E fra i due non si raggiunse mai un punto
d'incontro.
Costantino Nigra
Salvator Gotta ne fece il
protagonista romantico del romanzo Ottocento: il giovane Costantino
Nigra, intelligente e tenace, venne incaricato di convincere
l'imperatrice Eugenia di Montijo, moglie di Napoleone III, ad
appoggiare le aspirazioni unitarie italiane. Nigra si innamora
dell'imperatrice, e ne è ricambiato, ma antepone la politica ai
sentimenti, riuscendo ad ottenere il risultato per il quale Cavour
lo ha mandato in missione a Parigi. La trama del romanzo non si
discosta molto dalla realtà storica, anche se la natura dei
rapporti fra Nigra ed Eugenia non è mai stata accertata
storicamente. Ma il ruolo decisivo svolto dal giovane collaboratore
di Cavour è fuori discussione.
Fu lui a riferire a Cavour che
Napoleone voleva stringere un rapporto di parentela con i Savoia: e
le nozze fra Gerolamo Napoleone e la principessa Clotilde entrarono
nell'accordo di alleanza fra le due corone. Una curiosità: dal suo
poema La Rassegna di Novara è tratto il motto dell'Arma …usi
obbedir tacendo e tacendo morir… |