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Il 29 maggio 1953, alle ore
11,30 circa, venne per la prima volta raggiunta la cima più
alta della Terra, il Sagarmatha ("Alto nel cielo", sede della
Madre degli dei) o Monte Everest, nell'Himalaya. L'epocale
avvenimento fu festeggiato in tutto il mondo: ancora una volta
l'uomo aveva compiuto un'impresa superando se stesso nonché le
forze e gli elementi avversi della natura. Ma ebbe anche
un'ulteriore risonanza, in quanto la conquista della vetta fu
compiuta, oltre che da un suddito britannico, il neozelandese
Edmund Hillary, anche da un uomo dell'Himalaya, Tenzing
Norgay, considerato dalla popolazione Sherpa «uno di loro».
Con l'impresa di Tenzing, grande momento storico per le guide
dell'Himalaya, si ebbe il riconoscimento dell'esistenza, della
dignità personale e dell'identità professionale degli Sherpa
ed anche il superamento nei loro confronti di precedenti
resistenze da parte di alpinisti: più volte gli era stata
negata la salita alla vetta per paura che si potesse sminuire
il risultato dell'impresa.
Gli Sherpa, portatori tra i migliori
del mondo, erano già conosciuti alla fine dell'Ottocento nella zona
di Darjeeling, in India, ove una parte di loro era emigrata per
costruire le residenze estive degli Ufficiali britannici.
All'inizio del Novecento, poi, quando partirono le prime spedizioni
alpinistiche britanniche per il versante nord dell'Everest, gli
scalatori scelsero, qui a Darjeeling, proprio gli Sherpa quali
portatori. Con il tempo gli stranieri, così estranei a questo
"mondo", ebbero sempre più l'opportunità di relazionarsi con esso
pervenendo ad una reciproca stima.
Da tanti anni, ormai, non vi è
spedizione alpinistica nella regione che non cerchi di avvalersi
della collaborazione degli Sherpa, uomini leali, forti, partecipi,
coraggiosi ed anche allegri, che hanno saputo conquistarsi la
fiducia per la loro competenza e simpatia, e anche per quel sorriso
sempre pronto. Adattati da secoli a vivere con poco ossigeno,
sopravvivono con estrema facilità all'aria rarefatta dell'Himalaya;
essi, infatti, respirando più velocemente, possono inspirare più
aria al minuto rispetto agli abitanti della pianura.
A proposito di spedizioni
alpinistiche, è instaurata consuetudine che sia presente un
Sirdar (o Sardar), cioè un Capo portatore o Sherpa molto
esperto, che abbia il compito di organizzare i portatori
"locali" e, in un secondo momento, i portatori "d'alta quota",
gestendo l'avvicinamento e la preparazione alla scalata. I
locali trasportano il materiale dalla zona in cui i mezzi
meccanici non possono più proseguire (per il terreno
accidentato e per la pendenza dello stesso) sino al Campo
base; quelli d'alta quota collaborano verso la sommità della
montagna, superando il pericoloso ghiacciaio Khumbu; tracciano
la via di salita; la attrezzano, ove necessario, con corde
fisse o con scale d'alluminio, e trasportano i carichi
maggiori di materiale occorrente all'installazione dei vari
Campi in quota. Il loro contributo può arrivare anche a salire
con l'alpinista "straniero" verso la cima, rifornendolo
d'ossigeno. Il raggiungimento della vetta da parte di uno
Sherpa è comunque condizionata dalle decisioni del Capo
spedizione; certo è che la sua parte di successo nell'impresa
è notevole se non fondamentale e, nel caso in cui anche lui
raggiunga la vetta, superiore a quello dell'alpinista
"straniero".
Si può ben affermare che gli Sherpa
siano divenuti attori principali sul palcoscenico più alto della
Terra: dapprima semplici portatori, successivamente - forti di
un'esperienza acquisita anche attraverso corsi d'alpinismo che ogni
anno sono tenuti in Nepal - alpinisti e guide dell'Himalaya, ai
quali viene rilasciato un libretto personale dove sono citate le
spedizioni a cui hanno partecipato e vengono riportati i giudizi
sulla collaborazione di volta in volta offerta. Tali libretti, se
analizzati con cura, forniscono una storia delle spedizioni nella
regione, pur risultando difficile fare una stima di quanti Sherpa
effettivamente abbiano ad esse preso parte. Di certo tanti, come il
numero dei loro morti: solo tra il 1950 ed 1989 ne sarebbero
deceduti 194 e dei 175 scalatori che hanno perso la vita
sull'Everest un terzo sono Sherpa. Tutto ciò senza alcun clamore:
uomini e dati, infatti, sono sepolti nel silenzio delle nevi
perenni dell'Himalaya. Oggi, tra gli Istruttori del "Nepal
Montaineering Istitute", a cui si iscrivono alpinisti di ogni parte
del mondo, si trovano i più preparati Sherpa d'alta quota, alcuni
insigniti del titolo di "Tigri delle nevi".
Molti pensano che questi e
solo questi siano gli Sherpa: in realtà si tratta di un
popolo, di una stirpe, emigrata principalmente in Nepal molti
secoli fa dalla regione di Kham, nel Tibet orientale, per
fuggire da una guerra che incombeva in quel territorio; questi
"Uomini venuti dall'est" (Sherpa deriva da Shar, "est", e da
Pa, "uomini") vollero avere una loro precisa identità rispetto
al più generico nome di Buthia, dato dagli indigeni nepalesi a
coloro che provenivano dal Tibet (Bhut, nell'idioma locale
vuol dire per l'appunto "Tibet"). Dopo aver raggiunto la parte
meridionale del Tibet ed attraversato il passo Nangpa-La
(5.806 metri), si insediarono nel Nepal settentrionale,
adiacente all'Everest, occupando la regione di Khumbu e,
successivamente, quelle di Pharak e di Solu. Eressero numerosi
villaggi, tutti tra i 3.300 e i 3.800 metri di quota. Ben
presto vi occuperanno un posto preminente, sia per il loro
elevato grado di organizzazione sociale, sia per la
compattezza ed omogeneità del gruppo etnico, nonché per la
notevole autosufficienza e la reciproca solidarietà nel
contrastare la natura ostile della montagna, sorretti da doti
morali intrinseche e da regole religiose di cui sono severi
ossequienti.
La conoscenza profonda di questo
popolo montano si ebbe nel mondo occidentale con gli anni
Cinquanta, quando il Nepal aprì le frontiere ad alcune spedizioni
alpinistiche svizzere. La vita degli Sherpa è segnata infatti in
positivo da tre circostanze. Innanzitutto l'introduzione della
coltivazione della patata intorno al 1850 da parte di alcuni
viaggiatori britannici: prodotto ideale per il clima del Khumbu,
apportò un maggior benessere nella popolazione; altrettanto fece lo
iodio da un punto di vista sanitario, eliminando di fatto il
"gozzo", molto diffuso sino ad allora; da ultimo, appunto,
l'approccio con il mondo occidentale a seguito dell'intensificarsi
delle spedizioni, sia alpinistiche che di trekking, che hanno posto
le basi dell'economia turistica.
Quale il futuro di questo popolo?
Come si è detto, il turismo negli ultimi cinquant'anni ha dato i
suoi benefici alla sola regione del Khumbu, e limitatamente ai
villaggi più grandi, in cui è stato introdotto il comfort della
vita moderna; il resto della popolazione è ancora dedito
all'allevamento, al commercio ed all'agricoltura. Un rilevante
apporto personale, nel corso degli anni, è venuto proprio da Edmund
Hillary, con l'edificazione di scuole ed ospedali, dove oggi
operano medici sherpa. Il turismo, comunque, ha portato ricchezza
ma anche infiniti rischi alla popolazione, che, accompagnando le
spedizioni, affronta la montagna spesso a costo della vita. Anche
qui poi esso, come in ogni altra parte del mondo, può accusare
contraccolpi legati ad eventi interni ed esterni, cosicché, specie
dopo l'11 settembre, si è riscontrato un calo delle spedizioni: il
che non ha comunque scoraggiato gli ottimisti Sherpa. Del resto le
nuove generazioni tendono a lasciare la regione del Khumbu in cerca
di migliori prospettive di lavoro, il che comporterà, forse, con il
tempo, una perdita del "retaggio culturale".
Sembra però che gli Sherpa riescano,
e riusciranno anche in futuro, a conciliare il vecchio con il
nuovo, la tradizione con la modernità. Se il loro destino sarà di
seguitare a camminare su ripidi e pietrosi sentieri montani,
altrettanto vero è che il loro lavoro di alpinisti, guide e
portatori non verrà meno; proprio la mancanza di strade potrà
preservare l'identità di un popolo che riesce, lontano dai rumori
di un mondo sconosciuto, ad ascoltare il suono delle cascate e a
pregare nel silenzio delle valli. |