CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2006 > Giugno > Reportage

Nel silenzioso mondo degli Sherpa

Conosciuti già nell'Ottocento, i leali e coraggiosi portatori dell'Himalaya sono assai stimati dagli alpinisti che li considerano le migliori guide del mondo

Un uomo sherpa nel suoi costumi tradizionaliIl 29 maggio 1953, alle ore 11,30 circa, venne per la prima volta raggiunta la cima più alta della Terra, il Sagarmatha ("Alto nel cielo", sede della Madre degli dei) o Monte Everest, nell'Himalaya. L'epocale avvenimento fu festeggiato in tutto il mondo: ancora una volta l'uomo aveva compiuto un'impresa superando se stesso nonché le forze e gli elementi avversi della natura. Ma ebbe anche un'ulteriore risonanza, in quanto la conquista della vetta fu compiuta, oltre che da un suddito britannico, il neozelandese Edmund Hillary, anche da un uomo dell'Himalaya, Tenzing Norgay, considerato dalla popolazione Sherpa «uno di loro». Con l'impresa di Tenzing, grande momento storico per le guide dell'Himalaya, si ebbe il riconoscimento dell'esistenza, della dignità personale e dell'identità professionale degli Sherpa ed anche il superamento nei loro confronti di precedenti resistenze da parte di alpinisti: più volte gli era stata negata la salita alla vetta per paura che si potesse sminuire il risultato dell'impresa.

Gli Sherpa, portatori tra i migliori del mondo, erano già conosciuti alla fine dell'Ottocento nella zona di Darjeeling, in India, ove una parte di loro era emigrata per costruire le residenze estive degli Ufficiali britannici. All'inizio del Novecento, poi, quando partirono le prime spedizioni alpinistiche britanniche per il versante nord dell'Everest, gli scalatori scelsero, qui a Darjeeling, proprio gli Sherpa quali portatori. Con il tempo gli stranieri, così estranei a questo "mondo", ebbero sempre più l'opportunità di relazionarsi con esso pervenendo ad una reciproca stima.

Da tanti anni, ormai, non vi è spedizione alpinistica nella regione che non cerchi di avvalersi della collaborazione degli Sherpa, uomini leali, forti, partecipi, coraggiosi ed anche allegri, che hanno saputo conquistarsi la fiducia per la loro competenza e simpatia, e anche per quel sorriso sempre pronto. Adattati da secoli a vivere con poco ossigeno, sopravvivono con estrema facilità all'aria rarefatta dell'Himalaya; essi, infatti, respirando più velocemente, possono inspirare più aria al minuto rispetto agli abitanti della pianura.

Una donna sherpa nel suoi costumi tradizionali. Questo popolo riesce bene a conciliare la tradizione con la modernitàA proposito di spedizioni alpinistiche, è instaurata consuetudine che sia presente un Sirdar (o Sardar), cioè un Capo portatore o Sherpa molto esperto, che abbia il compito di organizzare i portatori "locali" e, in un secondo momento, i portatori "d'alta quota", gestendo l'avvicinamento e la preparazione alla scalata. I locali trasportano il materiale dalla zona in cui i mezzi meccanici non possono più proseguire (per il terreno accidentato e per la pendenza dello stesso) sino al Campo base; quelli d'alta quota collaborano verso la sommità della montagna, superando il pericoloso ghiacciaio Khumbu; tracciano la via di salita; la attrezzano, ove necessario, con corde fisse o con scale d'alluminio, e trasportano i carichi maggiori di materiale occorrente all'installazione dei vari Campi in quota. Il loro contributo può arrivare anche a salire con l'alpinista "straniero" verso la cima, rifornendolo d'ossigeno. Il raggiungimento della vetta da parte di uno Sherpa è comunque condizionata dalle decisioni del Capo spedizione; certo è che la sua parte di successo nell'impresa è notevole se non fondamentale e, nel caso in cui anche lui raggiunga la vetta, superiore a quello dell'alpinista "straniero".

Si può ben affermare che gli Sherpa siano divenuti attori principali sul palcoscenico più alto della Terra: dapprima semplici portatori, successivamente - forti di un'esperienza acquisita anche attraverso corsi d'alpinismo che ogni anno sono tenuti in Nepal - alpinisti e guide dell'Himalaya, ai quali viene rilasciato un libretto personale dove sono citate le spedizioni a cui hanno partecipato e vengono riportati i giudizi sulla collaborazione di volta in volta offerta. Tali libretti, se analizzati con cura, forniscono una storia delle spedizioni nella regione, pur risultando difficile fare una stima di quanti Sherpa effettivamente abbiano ad esse preso parte. Di certo tanti, come il numero dei loro morti: solo tra il 1950 ed 1989 ne sarebbero deceduti 194 e dei 175 scalatori che hanno perso la vita sull'Everest un terzo sono Sherpa. Tutto ciò senza alcun clamore: uomini e dati, infatti, sono sepolti nel silenzio delle nevi perenni dell'Himalaya. Oggi, tra gli Istruttori del "Nepal Montaineering Istitute", a cui si iscrivono alpinisti di ogni parte del mondo, si trovano i più preparati Sherpa d'alta quota, alcuni insigniti del titolo di "Tigri delle nevi".

L'alpinista britannico Edmund Hillary con lo Sherpa Tenzing Norgay nel 1953, ai tempi della loro conquista dell'EverestMolti pensano che questi e solo questi siano gli Sherpa: in realtà si tratta di un popolo, di una stirpe, emigrata principalmente in Nepal molti secoli fa dalla regione di Kham, nel Tibet orientale, per fuggire da una guerra che incombeva in quel territorio; questi "Uomini venuti dall'est" (Sherpa deriva da Shar, "est", e da Pa, "uomini") vollero avere una loro precisa identità rispetto al più generico nome di Buthia, dato dagli indigeni nepalesi a coloro che provenivano dal Tibet (Bhut, nell'idioma locale vuol dire per l'appunto "Tibet"). Dopo aver raggiunto la parte meridionale del Tibet ed attraversato il passo Nangpa-La (5.806 metri), si insediarono nel Nepal settentrionale, adiacente all'Everest, occupando la regione di Khumbu e, successivamente, quelle di Pharak e di Solu. Eressero numerosi villaggi, tutti tra i 3.300 e i 3.800 metri di quota. Ben presto vi occuperanno un posto preminente, sia per il loro elevato grado di organizzazione sociale, sia per la compattezza ed omogeneità del gruppo etnico, nonché per la notevole autosufficienza e la reciproca solidarietà nel contrastare la natura ostile della montagna, sorretti da doti morali intrinseche e da regole religiose di cui sono severi ossequienti.

La conoscenza profonda di questo popolo montano si ebbe nel mondo occidentale con gli anni Cinquanta, quando il Nepal aprì le frontiere ad alcune spedizioni alpinistiche svizzere. La vita degli Sherpa è segnata infatti in positivo da tre circostanze. Innanzitutto l'introduzione della coltivazione della patata intorno al 1850 da parte di alcuni viaggiatori britannici: prodotto ideale per il clima del Khumbu, apportò un maggior benessere nella popolazione; altrettanto fece lo iodio da un punto di vista sanitario, eliminando di fatto il "gozzo", molto diffuso sino ad allora; da ultimo, appunto, l'approccio con il mondo occidentale a seguito dell'intensificarsi delle spedizioni, sia alpinistiche che di trekking, che hanno posto le basi dell'economia turistica.

Quale il futuro di questo popolo? Come si è detto, il turismo negli ultimi cinquant'anni ha dato i suoi benefici alla sola regione del Khumbu, e limitatamente ai villaggi più grandi, in cui è stato introdotto il comfort della vita moderna; il resto della popolazione è ancora dedito all'allevamento, al commercio ed all'agricoltura. Un rilevante apporto personale, nel corso degli anni, è venuto proprio da Edmund Hillary, con l'edificazione di scuole ed ospedali, dove oggi operano medici sherpa. Il turismo, comunque, ha portato ricchezza ma anche infiniti rischi alla popolazione, che, accompagnando le spedizioni, affronta la montagna spesso a costo della vita. Anche qui poi esso, come in ogni altra parte del mondo, può accusare contraccolpi legati ad eventi interni ed esterni, cosicché, specie dopo l'11 settembre, si è riscontrato un calo delle spedizioni: il che non ha comunque scoraggiato gli ottimisti Sherpa. Del resto le nuove generazioni tendono a lasciare la regione del Khumbu in cerca di migliori prospettive di lavoro, il che comporterà, forse, con il tempo, una perdita del "retaggio culturale".

Sembra però che gli Sherpa riescano, e riusciranno anche in futuro, a conciliare il vecchio con il nuovo, la tradizione con la modernità. Se il loro destino sarà di seguitare a camminare su ripidi e pietrosi sentieri montani, altrettanto vero è che il loro lavoro di alpinisti, guide e portatori non verrà meno; proprio la mancanza di strade potrà preservare l'identità di un popolo che riesce, lontano dai rumori di un mondo sconosciuto, ad ascoltare il suono delle cascate e a pregare nel silenzio delle valli.

Giovanni Di Vecchia