|
Alle recenti vittime del
dovere in una terra lontana e travagliata dove erano andati
per portare alle popolazioni una luce di speranza e la
tangibile solidarietà del nostro Paese, se ne deve aggiungere
un'altra, cui pure ha fatto cenno il nostro Direttore
Editoriale sul numero di maggio: l'appuntato Ciro De
Vita.
Il senso del dovere non è soltanto
un correlato all'impegno professionale; né esistono diversi gradi
di dovere. Esso è un'attitudine della mente ed un sostegno dello
spirito per chi ha scelto un modello di vita in cui sacrificio,
pericolo, disciplina, si coniugano con il convincimento e l'intima
soddisfazione di spendere la propria vita per un bene collettivo
superiore, come ogni servitore dello Stato e, in particolare, un
appartenente ad una forza armata ben sa. Questo per dire che è
possibile morire saltando su una mina in un'operazione di pace o in
un agguato mafioso nella pervicace lotta alla criminalità, così
come, ad esempio, in un qualunque "ordinario" servizio sulla
strada. Una morte non per questo meno dolorosa o meno eroica;
perché l'eroismo è appunto la conseguenza, eclatante di un momento
o silenziosa di ogni giorno, nel senso del dovere.
E parliamo dell'appuntato Ciro De
Vita, 47 anni di cui 26 di servizio, effettivo alla Stazione di
Sommacampagna (Vr), che, la notte del 30 aprile, stava effettuando
con il vice brigadiere Luca Bonora un posto di controllo a
Lugugnano di Sona. Non lo sapeva il bravo graduato che, proprio
quella notte, in un "normale" servizio avrebbe perso la vita. È
bastato un attimo: mentre sta procedendo al controllo di un
automobilista, un fuoristrada a forte velocità, condotto da un
giovane ubriaco, lo travolge e lo uccide sul colpo.
Il militare ha lasciato la moglie,
signora Fernanda, e i figli Andrea e Giulia ed un vuoto nell'Arma
ed in quanti, amici e colleghi, ne hanno potuto apprezzare il
carattere e le qualità.
Anche noi de "Il Carabiniere" ci
uniamo al dolore dei suoi cari cui esprimiamo tutta la nostra
solidarietà. |