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La Stazione dei Carabinieri

Dal 1814 costituisce la base operativa dell'Arma: antica ma sempre attuale, è ancora il primo referente della sicurezza dei cittadini fino nei luoghi più remoti del nostro Paese

La copertina del Calendario 1989 (da un'opera dell'artista Nino Caffè), ispirata ad una Stazione dei CarabinieriLa Stazione dei carabinieri sta al paese come la ferrovia metropolitana appartiene alla città. La Stazione, dico, non i carabinieri, che sono universali. Al modo che in certi borghi rurali persiste la fragranza del pane tirato via, con la pala, dal forno a legna, così la Stazione dell'Arma l'annusi, l'individui prima ancora di scorgerla. Né si dica che il profumo della farina lievitata è un ricordo di tempi ritenuti felici perché da noi remoti: è una realtà, a condizione d'intendere il paese quali ce n'è a centinaia in una Italia che ha riscoperto, assieme all'orgoglio nazionale, la valorizzazione di tante piccole entità.

Lì è posta la Stazione dei carabinieri della memoria e dell'oggi. Meglio di ieri, è un villaggio autonomo, di proprietà, come suol dirsi: con i suoi uffici essenziali e ormai informatizzati, ma non al punto d'escludere dalla scrivania del Comandante registri e brogliacci, mattinali e fermacarte adattando, al bisogno, una statuetta con lucerna o una medaglia di quotidiana benemerenza, perché le dita scorrano sui fogli, frugando senza scomporre in disordine. Si capisce, lì i carabinieri operano e presidiano concedendosi qualche libertà rispetto ai rigori dell'uniforme d'ordinanza. Credete che lo facciano in un recondito anelito d'indipendenza rispetto alla forma? Mai più. Lo fanno per mettere a maggior agio chi da loro si reca a riferire, esporre, prima ancora che intervengano verbalizzazioni che, per gl'incensurati, hanno il sapore d'un panino imbottito di fiele.

La Stazione dei carabinieri che ho in mente potrebbe trovarsi a Tagliacozzo o a Leonforte o a Neive. Al suo vertice non c'è più il maresciallo a tre binari, grigio di pelo e appesantito dall'età per quanto la moglie s'industri a tenerlo a dieta. C'è un trenta-quarantenne rampante, persino elegante se si può dire, ma d'una efficienza collaudata, anche in virtù della cauta dimestichezza con le persone della sua giurisdizione. Viene dalla Scuola Marescialli, ha un'istruzione tecnico-militare adeguata a quella professionale, un cursus studiorum di notevole livello, si avvale della collaborazione di un "vice" (meravigliosa condizione, apparentemente, quella dei vice, meno gravati di responsabilità eppure pronti a sopportarne il peso), un vice che in paese tutti chiamano "maresciallino" per distinguerlo dal suo superiore in grado, fors'anche perché gli è un po' più giovane.

Poi il brigadiere, con le millesimali distinzioni da qualche tempo introdotte, anch'egli verde d'età ma non d'esperienza, quindi un paio di appuntati, due "scelti", un altro paio di carabinieri freschi di nomina e innamorati del mestiere e della carriera.

Naturale che il Comandante si senta Re di un reame gerarchizzato e in qualche modo democratico, ma non per questo assembleare. Quando si mette il cinturone, i suoi sottoposti si alzano pronti e a mano a mano s'incuneano nei rispettivi ruoli: pattuglie e posti di blocco, in mezzo a una gente che, tutta apprezzando la fragranza della genuinità, li saluta con la stima e l'affetto nutriti per gli amici. E il rapporto si fa cordiale, improntato a gratitudine verso chi si attiva in favore di quanto è buono e giusto.

Buono e giusto è un binomio insito nei rituali di chiesa. Non per nulla né a caso la Stazione dei carabinieri, la caserma, è in determinate occasioni essa pure chiesa. E sacerdotali i suoi operatori. Dicono che Don Bosco, quando doveva scendere di cattedra e lasciare i suoi allievi senza sorveglianza, metteva in bella vista la sua berretta tripartita, sì proprio quella col pompon in mezzo, che di per sé rappresentava il dovere. Allo stesso modo, l'uniforme d'un carabiniere incontrata o solo intravista, i doveri li ricorda a tutti. Non solo. Metti che in una notte di burrasca l'automobilista non sappia più orientarsi: l'incontro con una pattuglia di carabinieri placa le ansie.

Ogni paese è fiero della propria Stazione dell'Arma. Provatevi ad adombrare il proposito di spostarla se non di sopprimerla. Partono le sottoscrizioni, gl'interventi dei notabili, per scongiurare l'evento. Una Stazione-caserma con la camera di sicurezza, che forse non sarà mai utilizzata ma c'è. Con la recinzione metallica e su il cartello "limite invalicabile", oltre il quale s'intravedono le biciclette dei bambini, figli dei militari che vi abitano con le famiglie. Con le dalie belle alte in bella vista. Con i vialetti di ghiaia e le sagome delle due jeep in attesa di uscire in servizio.

«Cerea, marescial». «Salute a lei, in gamba». «Il mal di stomaco l'è passato?». «A Dio piacendo sì». «Mi raccomando. Lo sa che le vogliamo bene».

Appunto. Un paese, una Stazione carabinieri. Una famiglia antica.

Franco Piccinelli