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La Stazione dei carabinieri
sta al paese come la ferrovia metropolitana appartiene alla
città. La Stazione, dico, non i carabinieri, che sono
universali. Al modo che in certi borghi rurali persiste la
fragranza del pane tirato via, con la pala, dal forno a legna,
così la Stazione dell'Arma l'annusi, l'individui prima ancora
di scorgerla. Né si dica che il profumo della farina lievitata
è un ricordo di tempi ritenuti felici perché da noi remoti: è
una realtà, a condizione d'intendere il paese quali ce n'è a
centinaia in una Italia che ha riscoperto, assieme
all'orgoglio nazionale, la valorizzazione di tante piccole
entità.
Lì è posta la Stazione dei
carabinieri della memoria e dell'oggi. Meglio di ieri, è un
villaggio autonomo, di proprietà, come suol dirsi: con i suoi
uffici essenziali e ormai informatizzati, ma non al punto
d'escludere dalla scrivania del Comandante registri e brogliacci,
mattinali e fermacarte adattando, al bisogno, una statuetta con
lucerna o una medaglia di quotidiana benemerenza, perché le dita
scorrano sui fogli, frugando senza scomporre in disordine. Si
capisce, lì i carabinieri operano e presidiano concedendosi qualche
libertà rispetto ai rigori dell'uniforme d'ordinanza. Credete che
lo facciano in un recondito anelito d'indipendenza rispetto alla
forma? Mai più. Lo fanno per mettere a maggior agio chi da loro si
reca a riferire, esporre, prima ancora che intervengano
verbalizzazioni che, per gl'incensurati, hanno il sapore d'un
panino imbottito di fiele.
La Stazione dei carabinieri che ho
in mente potrebbe trovarsi a Tagliacozzo o a Leonforte o a Neive.
Al suo vertice non c'è più il maresciallo a tre binari, grigio di
pelo e appesantito dall'età per quanto la moglie s'industri a
tenerlo a dieta. C'è un trenta-quarantenne rampante, persino
elegante se si può dire, ma d'una efficienza collaudata, anche in
virtù della cauta dimestichezza con le persone della sua
giurisdizione. Viene dalla Scuola Marescialli, ha un'istruzione
tecnico-militare adeguata a quella professionale, un cursus
studiorum di notevole livello, si avvale della collaborazione di un
"vice" (meravigliosa condizione, apparentemente, quella dei vice,
meno gravati di responsabilità eppure pronti a sopportarne il
peso), un vice che in paese tutti chiamano "maresciallino" per
distinguerlo dal suo superiore in grado, fors'anche perché gli è un
po' più giovane.
Poi il brigadiere, con le
millesimali distinzioni da qualche tempo introdotte, anch'egli
verde d'età ma non d'esperienza, quindi un paio di appuntati, due
"scelti", un altro paio di carabinieri freschi di nomina e
innamorati del mestiere e della carriera.
Naturale che il Comandante si senta
Re di un reame gerarchizzato e in qualche modo democratico, ma non
per questo assembleare. Quando si mette il cinturone, i suoi
sottoposti si alzano pronti e a mano a mano s'incuneano nei
rispettivi ruoli: pattuglie e posti di blocco, in mezzo a una gente
che, tutta apprezzando la fragranza della genuinità, li saluta con
la stima e l'affetto nutriti per gli amici. E il rapporto si fa
cordiale, improntato a gratitudine verso chi si attiva in favore di
quanto è buono e giusto.
Buono e giusto è un binomio insito
nei rituali di chiesa. Non per nulla né a caso la Stazione dei
carabinieri, la caserma, è in determinate occasioni essa pure
chiesa. E sacerdotali i suoi operatori. Dicono che Don Bosco,
quando doveva scendere di cattedra e lasciare i suoi allievi senza
sorveglianza, metteva in bella vista la sua berretta tripartita, sì
proprio quella col pompon in mezzo, che di per sé rappresentava il
dovere. Allo stesso modo, l'uniforme d'un carabiniere incontrata o
solo intravista, i doveri li ricorda a tutti. Non solo. Metti che
in una notte di burrasca l'automobilista non sappia più orientarsi:
l'incontro con una pattuglia di carabinieri placa le ansie.
Ogni paese è fiero della propria
Stazione dell'Arma. Provatevi ad adombrare il proposito di
spostarla se non di sopprimerla. Partono le sottoscrizioni,
gl'interventi dei notabili, per scongiurare l'evento. Una
Stazione-caserma con la camera di sicurezza, che forse non sarà mai
utilizzata ma c'è. Con la recinzione metallica e su il cartello
"limite invalicabile", oltre il quale s'intravedono le biciclette
dei bambini, figli dei militari che vi abitano con le famiglie. Con
le dalie belle alte in bella vista. Con i vialetti di ghiaia e le
sagome delle due jeep in attesa di uscire in servizio.
«Cerea, marescial». «Salute a lei,
in gamba». «Il mal di stomaco l'è passato?». «A Dio piacendo sì».
«Mi raccomando. Lo sa che le vogliamo bene».
Appunto. Un paese, una Stazione
carabinieri. Una famiglia antica. |