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A Milano,
abito a poche decine di metri dalla Caserma di via della Moscova,
dove ha sede il Comando Regionale (e Provinciale) dell'Arma dei
Carabinieri. Per andare al Corriere della Sera, che sta in via
Solferino, a un tiro di schioppo, oggi ci passo davanti spesso, più
spesso di quanto non mi capitasse fino a pochi mesi fa, quando
abitavo più a sud della stessa via Moscova. È una presenza discreta
- nessuno ne entra o ne esce a sirene spiegate e con stridore di
sgommate - ma, per me, rassicurante. C'è qualcuno che veglia sulla
mia sicurezza, anche se quel qualcuno non sa chi io sia e io non ho
alcun rapporto personale con lui. «Non si sa mai», mi dico tutte le
volte che ci passo davanti a piedi.
Quella presenza è tanto più
rassicurante quando lascio Milano per andare a passare qualche
tempo nella mia amata Provenza. In questo caso, quel qualcuno non
veglierà sulla mia sicurezza, bensì su quella dei miei (pochi)
averi. «Non si sa mai», mi ripeto scaramanticamente, passandoci
davanti in macchina carico di cane - un enorme bovaro bernese
battezzato Nicevò (un concetto più che una parola: "non c'è male,
non importa, fa lo stesso", tradotto a orecchio e alla buona in
italiano) - e di bagagli, diretto all'autostrada. Per noi
piemontesi, l'espressione, di origine dialettale, "non si sa mai"
equivale a quella in lingua italiana "qualsiasi cosa accada, per
ogni evenienza" e, implicitamente, a quella "qualcuno ci
penserà".
Recita l'articolo 233 del
Regolamento Generale del Corpo dei Carabinieri Reali, approvato da
Carlo Felice di Savoia nel 1822, quando ancora l'Italia unita era
lontana: "I Carabinieri Reali, comandati o non comandati, devono
stimarsi in servizio perpetuo in qualunque circostanza, ed a tutte
le ore, e non mai reputarsi dispensati da quella non interrotta
vigilanza, che forma lo scopo principale di un Corpo, che sempre
deve ricercare la conoscenza dei fatti, dei disegni che possono
[...] turbare la tranquillità pubblica o privata". Oddio, può darsi
che la pretesa che dei lavoratori "debbano stimarsi in servizio
perpetuo e a tutte le ore" scandalizzi, oggi, il moderno
sindacalista. Ma, ammettiamolo, è un gran bel leggere per il
cittadino qualunque!
Naturalmente, non mi faccio
illusioni che gli uomini della via Moscova mi possano sempre
proteggere. Ma continuo ugualmente a contarci. Come tutti gli
italiani. Del resto, che (anche) i carabinieri della via Moscova
non possano fare miracoli me lo aveva pianamente spiegato il
carabiniere di servizio all'Ufficio denunce quando mi avevano
rubato l'auto appena comprata, nuova, nuova, nello stesso garage a
pagamento dove l'avevo parcheggiata. Stavo, bagagli ai piedi, per
partire per la Francia - dove nella notte di Capodanno avrei avuto
a cena a casa mia una trentina di amici - e l'idea stessa che
neppure in un garage si potesse essere al riparo dai ladri di
automobili, la prospettiva, al ritorno, di doverne comprare
un'altra e di affittarne, per il momento, una mi avevano fatto
andare letteralmente in bestia. Ma a calmarmi i bollori ci aveva
pensato il giovane carabiniere cui mi ero rivolto. «Dottore», mi
aveva detto con realistica quanto disarmante sincerità, «noi faremo
il possibile, come sempre facciamo in queste circostanze, ma non si
illuda che si ritrovi la sua auto se è stata rubata, come credo, da
professionisti che l'avranno già trasferita chissà dove. Inoltre,
ammesso che ci sia stata, com'è possibile, una qualche complicità
fra alcuni addetti dello stesso garage e i ladri, non pensi,
malgrado il nostro impegno e la nostra buona volontà, che sarà
facile appurarla».
In parole povere, mi aveva
comunicato con candore che potevo togliermi dalla testa sia la
speranza di riavere facilmente l'auto, sia quella di mettere almeno
nel sacco altrettanto facilmente quelli che me l'avevano rubata.
Erano cose che succedevano regolarmente in Italia e che erano
destinate spesso a restare senza risposta. Invece di mandarmi
ancora di più su tutte le furie, il giovane carabiniere mi aveva
riportato con i piedi per terra. Vivaddio, ecco una persona seria,
che non vendeva fumo, ma spiegava onestamente al cittadino i limiti
di un'inchiesta su un furto d'auto.
Da piemontese, con un pizzico di
ironico orgoglio, m'era tornato alla mente un altro degli articoli
(il 227) del Regolamento Generale dei Carabinieri Reali del 1822.
"Il contegno d'un Carabiniere nell'esercizio delle importanti e
delicate sua attribuzioni", esso recita, "vuole essere fermo,
dignitoso, imperturbabile, ma imparziale e umano". Più
imperturbabile e umano di così, davvero non avrei potuto
pretendere. Me ne ero partito, con l'auto noleggiata, non pensando
più all'accaduto, se non per immaginare l'auto che avrei comprato
al mio ritorno. Al resto avrebbero pensato, se proprio i
carabinieri non ce l'avessero fatta, le assicurazioni, la mia e
quella del garage.
Anche uno dei miei nipotini, Andrea,
il più piccolo, abita a poche decine di metri dalla Caserma della
via Moscova, addirittura ancora più vicino di me. Quando, all'età
di tre anni, ci passava davanti tutte le mattine per andare
all'asilo, aveva preso l'abitudine, fin dal primo giorno, di
salutare il piantone che presidiava il portone d'ingresso con un
sonor o «Ciao signore». Incuriosita da quella singolare cerimonia
mattutina, sua madre, che è poi mia figlia, gli aveva chiesto
perché non mancasse mai di salutare quel "signore" in divisa al
portone della caserma e se avesse mai idea di chi fosse. «Perché
non si sa mai», era stata la sorprendente, ma al tempo stesso
convinta e convincente risposta. In famiglia, avevamo riso della
sortita che rivelava un insospettabile acume politico. E ne avevamo
concluso che, evidentemente, il Dna torinese del nonno si era
trasmesso lungo la catena genetica fino al nipotino, anche se in
quel suo «Perché non si sa mai» c'era, forse, più la sindrome di
Pinocchio in manette fra i due carabinieri - cioè il riconoscimento
di un'autorità che ti mette giustamente in riga se devii dalla
retta strada e la convinzione che, perciò, sia meglio rigare dritto
- che la pacata fiducia del nonno nell'Arma. Resta, comunque, il
fatto che la Caserma di via della Moscova è per tre generazioni di
Ostellino un punto fermo, che la si guardi con gli occhi del nonno
o con quelli dei nipoti.
Credo che la stessa cosa la pensino
tutti gli italiani, quando passano davanti a una qualsiasi Stazione
dei Carabinieri, anche nel paesino più piccolo e sperduto della
penisola, o li vedono da lontano avvicinarsi in coppia, come vuole
non solo la vulgata popolare, ma, attenzione, sempre il lontano
Regolamento, articolo 220: "Nell'esecuzione del servizio ordinario,
o straordinario, tranne quello d'ordinanza, i Carabinieri non
possono mai essere in numero minore di due". Su questa regola è
fiorito un numero infinito di storielle delle quali gli stessi
carabinieri ridono a tal punto d'averle inserite, un anno, una ogni
giorno, persino nella loro agenda.
Ma su questa capacità di ridere di
se stessi, io voglio raccontare un episodio personale. Qualche anno
fa, in occasione della ricorrenza della fondazione, ci si era
chiesti qui, nella redazione del Carabiniere, cosa mettere in
copertina. Col gusto della dissacrazione che mi è proprio, avevo
proposto di far fare a Giorgio Forattini una vignetta un po'
caricaturale che mostrasse il Presidente della Repubblica di
allora, Francesco Cossiga, vestito da carabiniere. La mia proposta
non aveva scandalizzato affatto il Capo di Stato Maggiore che, a
quell'epoca, era il generale Giuseppe Tavormina, il quale,
all'idea, ci aveva riso sopra, ne aveva parlato al Comandante
Generale, che, a sua volta, dopo averne parlato a Cossiga e averne
ottenuto la divertita approvazione, l'aveva accolta. Così, fra le
annate del nostro glorioso Carabiniere, sul quale scrivo ormai da
oltre vent'anni, c'è anche quella copertina. A ricordare la quale
io provo ancora adesso una certa allegra tenerezza, associata a
quel rassicurante «Non si sa mai; per ogni evenienza ci pensano
loro». I Carabinieri. Da 192 anni. |