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Non si sa mai...

In occasione del 192° anniversario della fondazione dell'Arma, riflessioni e qualche ricordo del noto giornalista, che collabora con Il Carabiniere da più di vent'anni

A Milano, abito a poche decine di metri dalla Caserma di via della Moscova, dove ha sede il Comando Regionale (e Provinciale) dell'Arma dei Carabinieri. Per andare al Corriere della Sera, che sta in via Solferino, a un tiro di schioppo, oggi ci passo davanti spesso, più spesso di quanto non mi capitasse fino a pochi mesi fa, quando abitavo più a sud della stessa via Moscova. È una presenza discreta - nessuno ne entra o ne esce a sirene spiegate e con stridore di sgommate - ma, per me, rassicurante. C'è qualcuno che veglia sulla mia sicurezza, anche se quel qualcuno non sa chi io sia e io non ho alcun rapporto personale con lui. «Non si sa mai», mi dico tutte le volte che ci passo davanti a piedi.

Quella presenza è tanto più rassicurante quando lascio Milano per andare a passare qualche tempo nella mia amata Provenza. In questo caso, quel qualcuno non veglierà sulla mia sicurezza, bensì su quella dei miei (pochi) averi. «Non si sa mai», mi ripeto scaramanticamente, passandoci davanti in macchina carico di cane - un enorme bovaro bernese battezzato Nicevò (un concetto più che una parola: "non c'è male, non importa, fa lo stesso", tradotto a orecchio e alla buona in italiano) - e di bagagli, diretto all'autostrada. Per noi piemontesi, l'espressione, di origine dialettale, "non si sa mai" equivale a quella in lingua italiana "qualsiasi cosa accada, per ogni evenienza" e, implicitamente, a quella "qualcuno ci penserà".

Recita l'articolo 233 del Regolamento Generale del Corpo dei Carabinieri Reali, approvato da Carlo Felice di Savoia nel 1822, quando ancora l'Italia unita era lontana: "I Carabinieri Reali, comandati o non comandati, devono stimarsi in servizio perpetuo in qualunque circostanza, ed a tutte le ore, e non mai reputarsi dispensati da quella non interrotta vigilanza, che forma lo scopo principale di un Corpo, che sempre deve ricercare la conoscenza dei fatti, dei disegni che possono [...] turbare la tranquillità pubblica o privata". Oddio, può darsi che la pretesa che dei lavoratori "debbano stimarsi in servizio perpetuo e a tutte le ore" scandalizzi, oggi, il moderno sindacalista. Ma, ammettiamolo, è un gran bel leggere per il cittadino qualunque!

Naturalmente, non mi faccio illusioni che gli uomini della via Moscova mi possano sempre proteggere. Ma continuo ugualmente a contarci. Come tutti gli italiani. Del resto, che (anche) i carabinieri della via Moscova non possano fare miracoli me lo aveva pianamente spiegato il carabiniere di servizio all'Ufficio denunce quando mi avevano rubato l'auto appena comprata, nuova, nuova, nello stesso garage a pagamento dove l'avevo parcheggiata. Stavo, bagagli ai piedi, per partire per la Francia - dove nella notte di Capodanno avrei avuto a cena a casa mia una trentina di amici - e l'idea stessa che neppure in un garage si potesse essere al riparo dai ladri di automobili, la prospettiva, al ritorno, di doverne comprare un'altra e di affittarne, per il momento, una mi avevano fatto andare letteralmente in bestia. Ma a calmarmi i bollori ci aveva pensato il giovane carabiniere cui mi ero rivolto. «Dottore», mi aveva detto con realistica quanto disarmante sincerità, «noi faremo il possibile, come sempre facciamo in queste circostanze, ma non si illuda che si ritrovi la sua auto se è stata rubata, come credo, da professionisti che l'avranno già trasferita chissà dove. Inoltre, ammesso che ci sia stata, com'è possibile, una qualche complicità fra alcuni addetti dello stesso garage e i ladri, non pensi, malgrado il nostro impegno e la nostra buona volontà, che sarà facile appurarla».

In parole povere, mi aveva comunicato con candore che potevo togliermi dalla testa sia la speranza di riavere facilmente l'auto, sia quella di mettere almeno nel sacco altrettanto facilmente quelli che me l'avevano rubata. Erano cose che succedevano regolarmente in Italia e che erano destinate spesso a restare senza risposta. Invece di mandarmi ancora di più su tutte le furie, il giovane carabiniere mi aveva riportato con i piedi per terra. Vivaddio, ecco una persona seria, che non vendeva fumo, ma spiegava onestamente al cittadino i limiti di un'inchiesta su un furto d'auto.

Da piemontese, con un pizzico di ironico orgoglio, m'era tornato alla mente un altro degli articoli (il 227) del Regolamento Generale dei Carabinieri Reali del 1822. "Il contegno d'un Carabiniere nell'esercizio delle importanti e delicate sua attribuzioni", esso recita, "vuole essere fermo, dignitoso, imperturbabile, ma imparziale e umano". Più imperturbabile e umano di così, davvero non avrei potuto pretendere. Me ne ero partito, con l'auto noleggiata, non pensando più all'accaduto, se non per immaginare l'auto che avrei comprato al mio ritorno. Al resto avrebbero pensato, se proprio i carabinieri non ce l'avessero fatta, le assicurazioni, la mia e quella del garage.

Anche uno dei miei nipotini, Andrea, il più piccolo, abita a poche decine di metri dalla Caserma della via Moscova, addirittura ancora più vicino di me. Quando, all'età di tre anni, ci passava davanti tutte le mattine per andare all'asilo, aveva preso l'abitudine, fin dal primo giorno, di salutare il piantone che presidiava il portone d'ingresso con un sonor o «Ciao signore». Incuriosita da quella singolare cerimonia mattutina, sua madre, che è poi mia figlia, gli aveva chiesto perché non mancasse mai di salutare quel "signore" in divisa al portone della caserma e se avesse mai idea di chi fosse. «Perché non si sa mai», era stata la sorprendente, ma al tempo stesso convinta e convincente risposta. In famiglia, avevamo riso della sortita che rivelava un insospettabile acume politico. E ne avevamo concluso che, evidentemente, il Dna torinese del nonno si era trasmesso lungo la catena genetica fino al nipotino, anche se in quel suo «Perché non si sa mai» c'era, forse, più la sindrome di Pinocchio in manette fra i due carabinieri - cioè il riconoscimento di un'autorità che ti mette giustamente in riga se devii dalla retta strada e la convinzione che, perciò, sia meglio rigare dritto - che la pacata fiducia del nonno nell'Arma. Resta, comunque, il fatto che la Caserma di via della Moscova è per tre generazioni di Ostellino un punto fermo, che la si guardi con gli occhi del nonno o con quelli dei nipoti.

Credo che la stessa cosa la pensino tutti gli italiani, quando passano davanti a una qualsiasi Stazione dei Carabinieri, anche nel paesino più piccolo e sperduto della penisola, o li vedono da lontano avvicinarsi in coppia, come vuole non solo la vulgata popolare, ma, attenzione, sempre il lontano Regolamento, articolo 220: "Nell'esecuzione del servizio ordinario, o straordinario, tranne quello d'ordinanza, i Carabinieri non possono mai essere in numero minore di due". Su questa regola è fiorito un numero infinito di storielle delle quali gli stessi carabinieri ridono a tal punto d'averle inserite, un anno, una ogni giorno, persino nella loro agenda.

Ma su questa capacità di ridere di se stessi, io voglio raccontare un episodio personale. Qualche anno fa, in occasione della ricorrenza della fondazione, ci si era chiesti qui, nella redazione del Carabiniere, cosa mettere in copertina. Col gusto della dissacrazione che mi è proprio, avevo proposto di far fare a Giorgio Forattini una vignetta un po' caricaturale che mostrasse il Presidente della Repubblica di allora, Francesco Cossiga, vestito da carabiniere. La mia proposta non aveva scandalizzato affatto il Capo di Stato Maggiore che, a quell'epoca, era il generale Giuseppe Tavormina, il quale, all'idea, ci aveva riso sopra, ne aveva parlato al Comandante Generale, che, a sua volta, dopo averne parlato a Cossiga e averne ottenuto la divertita approvazione, l'aveva accolta. Così, fra le annate del nostro glorioso Carabiniere, sul quale scrivo ormai da oltre vent'anni, c'è anche quella copertina. A ricordare la quale io provo ancora adesso una certa allegra tenerezza, associata a quel rassicurante «Non si sa mai; per ogni evenienza ci pensano loro». I Carabinieri. Da 192 anni.

Piero Ostellino