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Aerei: la cultura della sicurezza

Oggi più che mai, con i profondi cambiamenti avvenuti nel trasporto aereo, non possiamo considerare la sicurezza in volo una cosa scontata. Si tratta piuttosto di una sfida continua, che coinvolge operatori, autorità e tecnici. Ed anche gli stessi passeggeri

Volare è sicuro? Una domanda che certo non può avere come risposta un semplice monosillabo, ma che "sorge spontanea" dopo la pubblicazione della "lista nera" delle compagnie aeree bandite dai cieli dell'Unione europea. Novantatré vettori per i quali sussiste il divieto operativo assoluto e tre soggetti a forti restrizioni operative, tutti accomunati da pesanti dubbi sulla sicurezza dei loro voli. La lista, compilata sulla base dei contributi e delle informazioni degli enti aeronautici degli Stati dell'Unione ed oggetto di una revisione trimestrale, è ora pubblicata sul sito Internet della Commissione.

Possibile che così tante compagnie destino tali dubbi da essere inserite in una sorta di elenco di proscritti? E le altre? Possiamo continuare a fidarci del sistema internazionale del trasporto aereo? Domande legittime, che in parte trovano conforto nelle parole di Jacques Barrot, vicepresidente della Commissione e responsabile dei trasporti: «L'Unione europea si è finalmente dotata di una strategia coerente per la messa al bando dei vettori aerei poco sicuri. Questa lista nera terrà i vettori aerei di dubbia reputazione lontani dai cieli europei e farà sì che tutti i vettori che operano in Europa rispettino i più elevati standard di sicurezza».

Bene, il provvedimento rende più sicuri i cieli del Vecchio continente, ma che cosa ne è degli altri? Ha senso, in un mondo globalizzato ed in una realtà senza frontiere come il trasporto aereo, limitarsi a rendere più sicura una sola area geografica? Domande che sono strettamente legate alle statistiche ed alla geografia degli incidenti aerei. I numeri dell'Icao, International Civil Aviation Organization, l'organizzazione delle Nazioni Unite per l'aviazione, parlano per il 2005 di 18 incidenti mortali tra i voli di linea, con 713 vittime a fronte di oltre due miliardi di passeggeri trasportati. Nel 2004, uno dei migliori anni in assoluto della storia dell'aviazione, le vittime furono 203 in nove incidenti. Al di là delle cifre assolute e delle fluttuazioni di anno in anno, il trend degli incidenti aerei mostra una diminuzione, con un rateo medio degli ultimi anni (la frequenza con la quale si è verificato un incidente) di uno ogni due milioni e mezzo di voli.

Dunque: ipotizzando che un volo duri in media una sola ora, un bimbo appena nato che trascorra l'intera sua vita a bordo di un aereo dovrà volare 285 anni per raggiungere i due milioni e mezzo di voli che statisticamente comportano un incidente. Certo, si tratta di probabilità, non di certezze, ma la dimensione del rischio è chiara. Tuttavia, questo dato medio ha caratteristiche ben diverse a seconda delle aree geografiche. Negli Usa e in Europa è in mediadi uno ogni dieci milioni di voli, ossia quattro volte meglio della media mondiale, ma l'Africa, con solo il 3% del traffico mondiale, concentra ben un terzo degli incidenti. In pratica, volare in Africa è dieci volte più rischioso della media mondiale e ben quaranta volte più degli Usa.

Un dato statistico che ha stretto rapporto con la pratica. La maggior parte dei vettori messi all'indice dall'Ue, in prevalenza operatori cargo, sono africani. La Repubblica democratica del Congo, con ben 50 operatori segnalati, guida la graduatoria, seguita da Sierra Leone, Guinea Equatoriale, Swaziland e Liberia. Fanno parte della lista nera anche Kazakistan, Kirzikistan, Corea del Nord, Afghanistan, Thailandia e Ruanda. È evidente la sovrapposizione tra arretratezza economica e sociale e bassi livelli di sicurezza del volo. Da uno studio della Boeing si evince come la prima generazione di jet, ormai vecchi di oltre quarant'anni, abbia ratei d'incidenti enormemente maggiori rispetto a quelli di seconda generazione, che a loro volta riportano ratei maggiori rispetto a quelli di ultima generazione. L'Africa ha, insieme al rateo di incidenti più alto, anche il parco velivoli di media più vecchio.

Tutto questo, però, non deve farci pensare che la sicurezza del volo è cosa che interessa solo alcuni Paesi e che per noialtri bastano le liste nere per essere al riparo. In primo luogo, per il rispetto della vita umana ad ogni latitudine, che si somma col fatto che, pur bandendo gli operatori insicuri dai nostri cieli, può capitare a chiunque di ritrovarseli viaggiando fuori dal nostro continente. Il secondo ordine di motivi è ben più connaturato alla nostra realtà di Paesi ricchi e progrediti. Il volume del traffico aereo s'incrementa mediamente del 5% annuo. Questo vuol dire che tra quindici anni il numero dei voli raddoppierà e, se i ratei restano gli stessi, aumenterà il numero degli incidenti ed il prezzo in vite umane. Gli obiettivi da perseguire allora sono due: rendere geograficamente più omogenee le prestazioni di sicurezza ed aumentare in generale le stesse.

Proprio il giorno in cui è stata pubblicata la lista nera europea, a Toronto i 189 Stati membri dell'Icao concludevano una conferenza di tre giorni dedicata alla sicurezza del volo. L'esigenza di una collaborazione sempre più stretta tra Nazioni è stato uno dei principali messaggi del summit. Ad oggi, la reciprocità è uno dei principi regolatori dell'esercizio del trasporto aereo internazionale, e ciascun Paese aderente all'Icao ha il diritto di far volare i propri aerei e di vedere riconosciute le proprie licenze di pilotaggio e di esercizio negli altri Paesi. L'Icao compie periodicamente ispezioni nei Paesi membri per verificare che vengano rispettati le proprie norme tecniche ed i propri standard di sicurezza con l'obiettivo di uniformare il livello di sicurezza minimo di ogni Paese.

Il risultato concreto della Conferenza di Montreal è stato la decisione di rendere pubblici sul sito web dell'organizzazione internazionale i risultati dell'Universal Safety Oversight Audit Programme (Usoap). Il programma consiste in una serie costante di ispezioni che l'Icao compie nei confronti di tutti gli Stati membri per evidenziare le eventuali deficienze in materia di sicurezza nelle singole realtà aeronautiche nazionali. La data ultima stabilita per la pubblicazione di questi dati è il 23 marzo del 2008 e l'Icao ha chiesto ai rappresentanti degli Stati membri di collaborare nei tempi più rapidi possibili alla realizzazione di questo obiettivo. Nella giornata di chiusura della Conferenza, una settantina di Paesi avevano già autorizzato la pubblicazione dei dati a loro relativi.

I rapporti sulla sicurezza del volo nei singoli Paesi che verranno pubblicati dall'Icao analizzeranno otto aree critiche: legislazione aeronautica, regolamentazione operativa, organizzazione degli enti aeronautici e di controllo, personale tecnico, licenze e certificazioni, organizzazione tecnica, vigilanza e capacità di risposta alle esigenze di sicurezza. I singoli Stati potranno, inoltre, fornire indicazioni aggiuntive utili a far comprendere i livelli di sicurezza e di cultura aeronautica raggiunti. Il presidente dell'Icao, Assad Kotaite, non ha fatto mancare il suo commento di soddisfazione: «La trasparenza e la condivisione delle informazioni», ha detto, «sono elementi fondamentali per la realizzazione di un sistema del trasporto aereo sempre più sicuro».

Se l'Icao e le sue norme dettano gli standard minimi ai quali ogni Paese deve uniformarsi per poter operare nel contesto dell'aviazione internazionale, molti Paesi, come gli Usa e l'Unione europea, si sono dati norme più stringenti che certo non mancano di contribuire alla sicurezza. Ma mentre è possibile imporre ai propri velivoli il rispetto di queste norme, ben più difficile è far sì che Paesi terzi si adeguino. Negli Usa anche gli aerei stranieri devono rispettare le norme tecniche federali, mentre le norme europee non possono essere imposte ai Paesi stranieri. Per verificare il rispetto delle norme, comunque, le autorità aeronautiche europee dal 1999 hanno attivato il programma Safa (Safety Assessment for Foreing Aircraft): una serie di controlli sui velivoli stranieri in transito, finalizzati alla verifica delle condizioni tecniche e del possesso dei requisiti minimi Icao. Nel 2004 in Europa sono stati ispezionati oltre 4.500 velivoli e il loro numero aumenta di anno in anno. Di fronte a carenze gravi, l'ispezione può anche comportare l'interdizione al volo dell'aeromobile. Tuttavia, da più parti si sottolineano i limiti di questi controlli, condotti nel poco tempo che intercorre tra un volo e l'altro e senza poter andare fino in fondo con le verifiche tecniche.

In ogni caso, prima della lista nera comune europea si assisteva al paradosso che le decisioni di un Paese non erano automatiche negli altri dell'Unione e così, ad esempio, un aereo a cui era stato proibito il volo in Italia poteva volare senza problemi in Germania. Il risultato della lista nera è un passo avanti sul coordinamento, ma non può risolvere il problema. Da più parti si sostiene poi che è indispensabile una maggior cooperazione con i Paesi aeronauticamente nascenti, per aiutarli a superare il gap di sicurezza che li attanaglia. Insomma, chiudere i cieli non è la soluzione. D'altra parte, come detto, l'incremento dei livelli di sicurezza è una necessità anche nei Paesi più progrediti, che devono fare fronte al costante incremento del traffico.

Se si guardano i dati sulle cause dei disastri aerei si vede come i guasti o i malfunzionamenti tecnici interessano solo il 10 per cento dei casi. Vista la bassa incidenza, difficilmente il contributo più sostanzioso alla maggiore sicurezza del volo potrà venire da ulteriori miglioramenti sull'affidabilità dei velivoli: gli aerei, per quanto macchine complesse, sono molto affidabili e la tecnologia promette ulteriori miglioramenti. I timori su questo o quell'altro tipo di velivolo, che solitamente si accompagnano a disastri aerei, sono spesso induzioni psicologiche e mediatiche. Ad esempio, dopo l'ammaraggio al largo di Palermo di questa estate, gli Atr sono stati oggetto di particolari attenzioni da parte dei media, che hanno registrato e riportato anche i più piccoli inconvenienti, che solitamente non facevano notizia. Tutto questo creando una infondata demonizzazione della macchina che invece, statisticamente, ha meno incidenti della media. Il contributo più consistente al miglioramento della sicurezza del volo passa, in realtà, per l'uomo. Il 70 per cento degli incidenti è ricondotto al "fattore umano", termine con cui non si intendono solo gli errori di piloti e controllori, ma tutti i limiti e le inefficienze che entrano nell'organizzazione del trasporto aereo.

La sicurezza del volo è diventata materia che si studia nelle università (a Bologna c'è un master specifico); l'organizzazione del lavoro è analizzata e costantemente migliorata, per far sì che molteplici siano le barriere frapposte tra un eventuale errore e il suo trasformarsi in incidente. Le normative stabiliscono gli orari di lavoro, gli interventi di manutenzione, i titoli e le abilitazioni di volo. Tutte cose che creano un ambiente orientato alla cultura della sicurezza. Ma il valore della sicurezza deve fare i conti con i profondi cambiamenti in corso nel mondo del trasporto aereo. Una volta c'erano le sole compagnie di bandiera, oggi le compagnie aeree sfiorano il migliaio, la liberalizzazione del mondo del lavoro ha creato equipaggi internazionali. Una compagnia può effettuare un volo con un aereo in noleggio e addirittura con un equipaggio in affitto.

In questa trasformazione i sindacati mettono in evidenza come, pur rimanendo nella norma, siano sempre maggiori i carichi di lavoro per gli equipaggi; le varie organizzazioni per la sicurezza del volo sottolineano i potenziali rischi di incomprensione tra equipaggi e tra equipaggi e passeggeri di lingue e culture diverse. In Italia è l'Ente Nazionale Aviazione Civile (Enac) a sorvegliare sugli operatori, e per i passeggeri è a disposizione un numero verde (800.989.121), oltre a un sito web (www.enac-italia. it), tramite cui avere informazioni sulle compagnie aeree. Il lavoro di questi enti fa sì che ogni compagnia autorizzata ad operare sia sicura, ma comporta al tempo stesso che il lavoro di sorveglianza non venga mai meno.

Lo studio degli incidenti e degli inconvenienti gravi è una fonte di informazioni utilissime per la prevenzione, ma dati altrettanto utili potrebbero essere tratti da inconvenienti minori, che al momento non sono oggetto di analisi. C'è dunque bisogno di mezzi e di uomini e, a volte, anche nel mondo ricco le ristrettezze dei bilanci pubblici limitano le possibilità di implementare controlli e analisi. Il nostro Enac e la nostra Ansv (Agenzia nazionale per la sicurezza del volo), ad esempio, da tempo segnalano limiti nei loro organici.

Allora la sicurezza, anche per noi, diventa questione di borsa e di cultura. Episodi recenti, come il procurato allarme di Napoli per uno stupido scherzo via Sms fatto da un passeggero, sono casi isolati, ma ci tirano in ballo come utenti del mezzo aereo e cittadini. Seguire il briefing di sicurezza prima di ogni volo non è una formalità: potrebbe fare la differenza. E l'Airbus felicemente evacuato quest'estate in Canada ne è un esempio. Altrettanto lo è attenersi alle prescrizioni più banali, come non usare i cellulari in volo o fumare in bagno. Consideriamo la sicurezza del volo una cosa scontata. Ed invece è una sfida continua, che riguarda operatori, autorità e tecnici in primo luogo, ma riguarda anche noi, come giudici dell'impiego delle risorse pubbliche per potenziare i controlli, ma anche la ricerca e la cultura aeronautica. Siamo passeggeri tutti i giorni e non possiamo preoccuparci di queste cose solo quando capita un incidente.

Maurizio Landi