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L'Arma dei Carabinieri, con
i suoi duecento anni di storia, è l'Istituzione più amata
dagli italiani. È stato quindi inevitabile che il cinema,
prima, e la televisione, poi, si interessassero agli uomini
con gli alamari con personaggi divenuti memorabili. Noam
Chomsky sosteneva che «i mass media hanno il compito di
divertire, intrattenere ed informare, ma nel contempo di
inculcare negli individui valori, credenze e codici di
comportamento atti ad integrarli nelle strutture istituzionali
della società di cui fanno parte…»: per questo l'Arma dei
Carabinieri, con una normativa del 1991, ha iniziato a seguire
in prima persona i soggetti cinematografici e televisivi che
raffiguravano l'Istituzione. Questa collaborazione ha dato sin
da subito ottimi risultati: dal maresciallo Carotenuto,
protagonista di Pane, Amore e Fantasia al maresciallo Rocca,
al maresciallo Cecchini, co-protagonista della fortunata
fiction Don Matteo, in cui oltre al parroco detective c'è
anche il capitano Anceschi, ben interpretato da Flavio
Insinna. Lo abbiamo incontrato insieme al simpatico Nino
Frassica (maresciallo Cecchini), per capire quali siano le
loro impressioni dopo cinque anni "da carabinieri".
Flavio Emanuele Insinna, alla
domanda "Cosa vorresti fare da grande?" cosa rispondeva da
bambino?
«Inizialmente pensavo di fare il
medico, come mio padre. Con il passare degli anni ho cambiato idea
e ho deciso che avrei voluto fare il carabiniere, ma non è andata
bene: forse l'Arma aveva già capito che era meglio avermi come
simpatizzante, e ora lo sono più che mai».
E allora?
«Ho cominciato a pensare al mondo
dello spettacolo. Ma se in famiglia non hai nessuno che ne faccia
parte, allora la strada è difficile. All'inizio mi hanno guardato
come se avessi sbattuto la testa e stessi farneticando, poi ho
capito che, pur non sapendo da dove cominciare, non avrei potuto
vivere con il rimorso di non averci provato. I miei genitori, visto
che mi stavo impegnando seriamente, si sono tranquillizzati e ora
sono miei grandi sostenitori. È un lavoro pieno di difficoltà, ma
quale lavoro non lo è? E poi, penso sempre che chi lavora in
miniera fatica di più... Quando mi fermano per firmare autografi, e
mi chiedono scusa per il disturbo, rispondo che il giorno in cui
non firmerò più autografi allora mi toccherà andare a lavorare sul
serio!».
Cosa significa per lei indossare
la divisa per la fiction?
«Tra fare il carabiniere e recitarne
la parte c'è grande differenza. I Carabinieri hanno tanta
responsabilità e affrontano ogni giorno molti rischi con impegno e
coraggio. Lavorano nonostante le condizioni climatiche avverse,
lontani dalle loro case, per portare avanti valori, proteggere lo
Stato e la gente. Per questo indosso la divisa non come un semplice
costume di scena, ma con rispetto: quel rispetto che mi ha
insegnato mio padre quando ero piccolo e lui, passando vicino ad
una pattuglia dei Carabinieri, mi diceva di sentirsi
tranquillizzato dalla loro presenza. E poi, so cosa vuol dire
indossare la divisa veramente: non molto tempo fa, mentre noi a
Gubbio "giocavamo a guardie e ladri", a Umbertide un Carabiniere ha
perso la vita per rispettare i valori in cui credeva».
Quale aspetto l'ha maggiormente
colpita nel vedere da vicino l'Istituzione?
«La normalità con la quale i
carabinieri svolgono il loro lavoro. Sembra di conoscerli da
sempre, con i loro problemi quotidiani e la prontezza nello
svolgere compiti delicatissimi. La semplicità con la quale
affrontano un lavoro straordinario. Credo che sia questa la radice
della forza di questa Istituzione».
Quanto di Flavio Insinna c'è nel
personaggio del Capitano Anceschi?
«Spero e credo che attraverso lo
schermo siano passati il senso del dovere e la disponibilità a
donarsi agli altri, valori che i miei genitori mi hanno trasmesso.
Non vorrei che un giorno, guardandomi allo specchio, mi possa
scoprire egoista. Uno dei complimenti più grandi che ho ricevuto è
stato quando mi hanno detto: "Sa che lei sembra vero nei panni del
Capitano?!". E poi sono testardo, come il mio personaggio, e
perfezionista! Perché in fondo è grande la voglia di far andare le
cose per il verso giusto. Non sono tirchio come lui e nemmeno
timido e impacciato con le donne. E scelgo meglio i regali!».
A quando la promozione a
Maggiore?
«Dopo tre serie è entrato in scena
il Sindaco Respighi, Milena Miconi, che nella fiction ha messo fine
alla solitudine del Capitano. Poi, chissà, potrebbe arrivare la
promozione!».
A suo avviso, qual è il punto di
forza della fiction?
«Non siamo venuti meno alle
aspettative dei telespettatori e non abbiamo snaturato i
personaggi. Altrimenti non saremmo arrivati fino alla quinta serie!
Il mio impegno e quello dei miei colleghi è costante. Ogni volta
che registriamo è come se fosse la prima volta. La nostra fedeltà
alla serie è sentita come fedeltà al pubblico. La gente ci ha
voluto bene, a partire dai cittadini di Gubbio, che ci hanno fatto
sentire come se fossimo a casa nostra».
Le hanno mai rivolto domande
confondendola con il suo personaggio?
«Essere identificato con il
personaggio che si interpreta è un rischio del mestiere.
Sicuramente è un complimento, perché significa che ho lavorato bene
sul mio personaggio. Ricevo spesso delle lettere e quando vado allo
stadio sia i carabinieri che gli agenti di polizia mi sorridono
salutandomi col titolo di Capitano».
Quale visione ha oggi
dell'Arma?
«Provo una profonda stima e
ammirazione, mi piace il fatto che degli individui riescano a
sommarsi così bene da creare un gruppo senza divisioni, senza che
ci sia la volontà di primeggiare, ma soltanto il desiderio di
lavorare insieme per raggiungere un obiettivo. Il mio legame con i
Carabinieri è ormai talmente forte che mi sembra impossibile
essere, anche per un'ora soltanto, a Gubbio e non passare alla
Stazione di Comando per salutare».
Dopo il Capitano Anceschi, quale
altro ruolo le piacerebbe interpretare?
«Mi piacerebbe tornare a indossare
la divisa: la vita mi ha fatto il regalo di farmela indossare ora
e, chissà, potrebbe sempre accadere di nuovo. Sarebbe sempre
un'emozione forte come il primo giorno: so già che la controllerei
nei minimi particolari perché sia perfetta. Nel caso, mi piacerebbe
che fosse in una storia d'azione, un giallo psicologico, un ruolo
più drammatico rispetto a quello di adesso... Speriamo!».
Per chiudere, saluti come farebbe
il Capitano Anceschi.
«Lui direbbe "Ho capito va',
andiamo...". Io, invece, ci tengo a ringraziare l'Arma per il
supporto pratico, l'aiuto e la stima che mi ha dato in questi anni:
un saluto sugli attenti con affetto e riconoscenza».
E adesso: Nino Frassica, alla
domanda "Cosa vorresti fare da grande?" cosa rispondeva da
bambino?
«Da bambino avrei voluto fare
l'edicolante, era un ottimo espediente per poter leggere
giornaletti gratis!».
Poi cosa è cambiato?
«Guardando i film mi sono reso conto
che lavorare nello spettacolo mi avrebbe garantito una certa
libertà; in questo lavoro nulla è predefinito, non ci sono degli
schemi fissi».
Cosa significa per lei indossare
la divisa per la fiction?
«Non avevo mai pensato ad indossare
la divisa, indossarla oggi mi trasmette un senso di responsabilità.
Don Matteo è seguito da un pubblico composto prevalentemente da
famiglie, è un reality più di tanti altri programmi. Per questo
voglio dare un ritratto giusto del lavoro che gli uomini dell'Arma
svolgono: è un modo per dimostrare loro la mia ammirazione».
Quale aspetto l'ha maggiormente
colpita nel vedere da vicino l'Istituzione?
«L'Arma dei Carabinieri ha
collaborato in questi anni con la produzione di Don Matteo e questo
mi ha dato modo di conoscerla meglio: mi ha colpito in modo
particolare l'altruismo».
Cosa ha voluto trasmettere
attraverso il suo personaggio?
«L'idea che esistono anche persone
per bene, che in questo mondo non c'è solo il male, e poi che c'è
chi veglia sulla nostra sicurezza e ci difende come fanno i
Carabinieri».
Quanto Nino c'è nel Maresciallo
Cecchini?
«Sono una persona elastica e per
questo ho voluto dare al mio personaggio questa stessa
caratteristica che lo fa essere vicino agli altri».
Quale crede possa essere il punto
di forza della fiction nei confronti degli spettatori?
«La carta vincente è quella
dell'ottimismo: fa sempre piacere sapere che le cose possono anche
andare bene».
Le hanno mai rivolto domande
confondendola con il suo personaggio?
«Ho iniziato a lavorare in
televisione con Arbore e dopo tanti anni di varietà la gente ti
conosce. Qualche volta, comunque mi è capitato di incontrare
qualcuno che simpaticamente mi ha salutato chiamandomi
Maresciallo».
Quale visione ha oggi
dell'Arma?
«Frequentare l'Istituzione ha fatto
aumentare la mia stima nei confronti dei carabinieri: ora io sono
un loro fan».
Dopo il Maresciallo Cecchini,
quale ruolo le piacerebbe interpretare?
«Ora sto preparando un varietà
televisivo, un ritorno ai lustrini. In futuro mi piacerebbe una
fiction su un personaggio che parli delle motivazioni che spingono
un ragazzo a fare il Carabiniere. Per motivi d'età non potrei
interpretarlo io, quindi mi piacerebbe sceneggiarlo oppure
dirigerlo, perché no!».
Per chiudere, saluti come farebbe
il Maresciallo Cecchini.
«Naturalmente, un saluto
sull'attenti!». |