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"Vorrei
gridare al mondo la rabbia dei bambini in catene, vorrei gridare al
mondo il dolore delle bambine sfruttate, vorrei gridare al mondo la
tristezza dei bambini abbandonati, vorrei gridare al mondo la paura
dei bambini maltrattati, vorrei gridare tutto questo al mondo, ma…
chi grida con me?", chiede Michele, 12 anni, al Children's
Solidarity Concert, in una sera romana del giugno 2005. È l'altra
faccia della luna. Il dietro le quinte. Sul palcoscenico, invece,
ecco un'intera nazione, la nostra, annichilita dall'orrore per
quanto l'imbecillagine umana ha potuto verso un frugoletto di
sedici mesi con due occhi che ridono sempre: prelevato il 2 marzo
dalla sua casa all'ora di cena per ucciderlo a distanza di pochi
minuti. Ma lo si saprà solo un mese più tardi, quando Tommaso
Onofri di Casalbaroncolo era, già per tutti, Tommy.
Reazione comprensibile, inevitabile
quasi, quella per Tommy, in un Paese che ha fatto propria, dal
Monte Bianco a Lampedusa, una considerazione napoletana
emblematica: «I figli so' piezz'e core». E che alla storia di un
bambino lustrascarpe detto Sciuscià deve il suo riscatto mondiale.
Dove la mamma (ma ormai anche il papà, giorno dopo giorno impegnato
a riscoprire gioie e dolori del suo ruolo) è colonna salda su cui
poggia l'architrave nazionale: un logo inesorabilmente affiancato
all'Italia sotto ogni latitudine. In un Paese pronto a far fronte
unico, aggrappandosi ad ogni frammento di notizia, per Denise
Pipitone, per Angela Celentano o per Corina, rumena di sedici mesi
che i nonni avevano "alloggiato" in una gabbia per conigli. E,
ancor prima, per Graziella Mansi, Pasqualino Porfidia, Hagère
Kilani (piccola tunisina d'Imperia). E che è in prima fila sempre:
per gli orfani dello Tsunami del Natale 2004 e i cucitori di
palloni di cuoio del Pakistan, per i bambini soldato della Sierra
Leone e per i meninos de rua brasiliani.
Giusta l'emozione, giusta la
partecipazione, allora. Giusta, certo, ma qualcosa non torna:
l'altra faccia della luna, appunto, quella che non si vede mai, o
che forse si preferisce non vedere. Una faccia dove le persone si
muovono, vivono, ma dove, anche e soprattutto, parlano. Luci ed
ombre si inseguono, in Italia. E non solo perché, spulciando tra le
righe di rapporti più o meno ufficiali (vedi le periodiche
"fotografie" scattate dal Telefono Azzurro e da altri enti
similari), emergono ogni anno 100mila connazionali "turisti
particolari": loro destinazioni quelle in cui, sempre ogni dodici
mesi, un milione di bambini è indotto alla prostituzione ed alla
pornografia. Né perché nelle stesse pagine si indicano quali
principali artefici di abusi e maltrattamenti i genitori (in oltre
la metà dei casi), e poi gli zii (ovvero: più di sette-otto volte
su dieci il "mostro" vive tra le pareti di casa). No, non solo per
tutto ciò, già di per sé sufficiente: luci ed ombre, in realtà, nel
nostro Paese si inseguono per molte altre ragioni.
E allora, proviamo ad accendere
qualche riflettore in più. Prima di proseguire, però, le istruzioni
per l'uso. Innanzitutto, per noi, in queste righe, i bambini sono
«i più piccoli» e non, come invece ormai il diritto intende, tutti
coloro in minore età (di adolescenti e ragazzi del resto abbiamo
già avuto modo di trattare, vedi Il Carabiniere, gennaio 2006).
Siamo, poi, convinti anche noi che le cifre possono essere fredde,
inespressive ma, in frangenti simili, sono i dati, più delle
parole, più delle facili emozioni, ad aiutare ad illustrare lo
stato dell'arte, e da loro perciò partiremo.
NUMERI. Diciamoci la verità:
di fronte alla marea di 250 milioni e più di piccoli che lavorano
nel mondo (uno su sei in attività nocive alla salute, quando non
pericolose), anche l'ipotesi peggiore, che vuole 400mila bambini
italiani "impiegati" nel nostro Paese - apprendisti muratori sulle
impalcature, o piccoli camerieri, o ragazzine nascoste nelle
fabbriche tessili che lavorano in appalto - è in fondo ben piccola
cosa (meno della metà dello 0,5 per cento mondiale…). Ma che,
invece, il 9 per cento degli abitanti tra i 7 e i 14 anni di uno
dei primi otto Paesi del mondo sia costretto a lavorare (in nero,
punta dell'iceberg del sommerso, e con stipendi irrisori tra i 200
e i 500 euro al mese) è dato che dovrebbe far tremare le vene dei
polsi. A volte (ma sono rare, rarissime), accade che la scelta sia
stata "autonoma" da parte del piccolo (per soddisfare voglie di
consumo estemporanee); in genere sono invece i genitori a
considerare il lavoro precoce dei figli la sola via «alternativa
alla strada» o, nel migliori dei casi, a valutarlo quale
«esperienza vantaggiosa». Il che, al di là di ogni altra
considerazione socioeconomica, e per restare pragmatici, significa
un giovanissimo su dieci fuori dalle aule scolastiche, ossia la
perdita secca di un'infinità di talenti, essenziali, domani più di
oggi, al nostro Paese in un'epoca di globalizzazione
progressiva.
Quanto pesi quel che accade in
famiglia diventa eclatante quando poi si affrontano le altre cifre
da dare, quelle dei minori "scomparsi": quasi 3.000 ogni dodici
mesi. E se è vero che un anno dopo, puntualmente, i casi si
riducono di oltre l'80 per cento, è anche vero che circa 600 nostri
giovani connazionali non fanno ritorno. Oggetto di classici
sequestri o contesi tra genitori in separazione (sovente di diversa
nazionalità), a volte prigionieri di sette occulte ma, in
maggioranza, perché la porta di casa alle proprie spalle la hanno
volontariamente chiusa.
A conferma di come la società
italiana stia diventando sempre più multinazionale, in entrambe le
problematiche hanno un posto ben definito i "minori stranieri".
Siano soli sul nostro territorio o siano (quasi la totalità) qui
residenti con la famiglia (415mila quelle con altro passaporto, e
uno su cinque dei componenti, circa 500mila, è un bambino). Così,
per dare un ordine di grandezza: alla fine del 2005 erano circa
1.500 i minori stranieri scomparsi in Italia e almeno 8.000 quelli
- dai 2 ai 12 anni, si è stimato - costretti a svolgere, ogni
giorno e sotto i nostri occhi, l'accattonaggio (per un giro
d'affari annuo di 150 milioni di euro: 100 euro al giorno per
bambino).
DIFFICOLTÀ. Intendiamoci: le
difficoltà per i genitori esistono e le trappole sono disseminate
ovunque. Sufficiente l'esempio di Internet. Crescono ogni giorno i
navigatori che non hanno ancora finito le scuole elementari e che,
insieme alle grandi risorse della Rete, si ritrovano a tu per tu
con i suoi lati più oscuri (un bambino su quattro ha visitato un
sito porno e uno su cinque ha ricevuto proposte sessuali): magari
perché si imbattono in un sito dal nome accattivante ("Dosney"
invece di Disney).
Rischio pedofilia, dunque, ma non
solo. Presente e concreto, questo - 50.000 le vittime in un anno:
un caso ogni 400 minori, uno ogni quattro scuole, uno ogni 500
famiglie; un mercato da 15 miliardi di euro l'anno (una singola
foto è quotata dai 30 ai 100 euro) e un'indomita volontà di
perseguire i propri obiettivi, fino al punto di lanciare, sempre in
Internet, una colletta per i «fratelli» caduti nelle maglie della
giustizia -, ma reale nondimeno la possibilità di venire a contatto
con l'istigazione alla violenza, all'odio razziale, ai reati.
Quella che qualcuno ha definito «un vero e proprio inquinamento
delle coscienze future».
A ciò si affianca la decisa volontà
di emanciparsi da parte dei bambini d'oggi. Volontà espressa sia
dal sempre più precoce approccio ad alcool e droghe (e non solo
agli stupefacenti conclamati, purtroppo), sia dal costante crescere
di quei piccoli drammi che vanno in scena ogni giorno, soprattutto
a scuola (dalle derisioni alle offese verbali, dalle prepotenze
alla vera e propria violenza fisica), senza che gli adulti si
accorgano di nulla. Gesti sistematici, noti con il nome di
bullismo: che, purtroppo, possono diventare un incubo, con serie
conseguenze.
E, inutile negarlo, non appare certo
sufficiente a risolvere la situazione né la sola istituzione del
"114 Emergenza Infanzia", un numero telefonico per il pronto
intervento, né l'ipotetica creazione di un garante per i "diritti"
infantili, né quella di un'etichetta di qualità, di un bollino, per
i siti doc, a tutela dei piccoli consumatori. Perché vi è un ultimo
dato ancor più drammatico: nei Paesi industrializzati sono quasi
3.500 gli under 15 che muoiono annualmente per abusi fisici e,
soprattutto, maltrattamenti: realtà per secoli misconosciuta.
MALTRATTAMENTI. Ci sono i
maltrattamenti a cui tutti ci riferiamo, ovvero «comportamenti
fisicamente violenti contro un bambino o un adolescente», ma c'è
anche il «fallimento nel prevenire un comportamento pericoloso e
dannoso per il minore». Esiste, poi, la trascuratezza, ossia una
«grave o persistente negligenza nei confronti del bambino, come
pure il fallimento nel proteggerlo dalla esposizione a qualsiasi
genere di pericolo, incluso raffreddore o fame». E se i bambini
fisicamente maltrattati sono "difficili", impulsivi, arrabbiati,
con lievi ritardi dello sviluppo, quelli trascurati sono più
passivi, disarmati, in condizione di stress e, ugualmente, con
significativi ritardi di sviluppo.
Né mancano altri modi in cui
maltrattare i più piccoli: c'è il genitore che li lega sulla sedia
per farli mangiare o li benda, per punirli, durante la trasmissione
tv di cartoni animati (incorrendo in un «abuso dei mezzi di
correzione», sentenza della Cassazione n. 16491/05), e quello che
li sottopone a continue visite mediche, accertamenti e cure
inopportune per sintomi o malattie da lui stesso inventati o
indotti (la cosiddetta "Sindrome di Munchausen per procura").
Metodi spesso letti come espressioni pratiche di un "educare"
frutto di ataviche tradizioni: lunga, perciò, si preannuncia la
strada.
Anche perché una cosa è il pensare,
una il fare. In altre parole, per la nostra mente adulta la
violenza sull'infanzia è quasi sempre impensabile. E così, ci
voltiamo dall'altra parte invece di accettare la realtà: cioè che,
contrariamente a quanto in tanti credono, "pensano", appunto, il
mondo non è affatto «a misura di bambino». La fragilità dei più
piccoli merita attenzioni, le quali, per essere efficaci, devono
essere costanti. Non si può, insomma, affidarli ad un frigorifero
strapieno o "dimenticarli" davanti al televisore: ogni bambino ha
necessità di comunicare e, in primis, trasmette emozioni, bisogni,
conoscenze.
Di conseguenza: dobbiamo imparare ad
ascoltare. Attenti ad ogni respiro, ad ogni sopracciglio alzato,
visto che un bambino reagisce ad ogni stimolo, dal sorriso ai
vocalizzi, ma anche al turbamento altrui, come fosse il proprio
(piange, per dire, se vede le lacrime di un coetaneo). Ascoltare
«implica la capacità di porsi dal punto di vista del bambino». Ed
è, del resto, un bisogno universale di ogni essere umano, e nel
contempo «una qualità, una capacità di cui tutti disponiamo». Che,
dunque, ci piaccia o meno, dobbiamo esercitare, migliorare,
affinare.
Per evitare che loro, i bambini, si
sentano «come stranieri sprovvisti di documenti in un Paese
ignoto». E che abbia ragione il protagonista del Piccolo Principe,
quando afferma: «I grandi non capiscono mai niente da soli, ed è
stancante, per i bambini, dare sempre spiegazioni». O magari che,
disperati, lasciati a se stessi, i piccoli si trovino a scrivere,
moderni graffitari, la stessa frase apparsa per altre ragioni sui
muri di Roma sessant'anni orsono (o giù di lì): «Annatevene via
tutti, lassatece piàgne da soli». |