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Con il passare degli anni
si assottiglia - fatalmente - il numero dei testimoni oculari
e dei protagonisti di un evento. Di un qualsiasi evento.
Questo fenomeno fisiologico riguarda anche l'avvento della
Repubblica, che compie in questi giorni sessant'anni. Uno dei
protagonisti di allora, Giulio Andreotti (all'epoca il più
stretto collaboratore di Alcide De Gasperi, che era il
presidente del Consiglio) ha raccontato - in margine a una
mostra (svoltasi a Roma) sull'anniversario del referendum
istituzionale - alcuni particolari (curiosi e inediti) e
alcuni retroscena che accompagnarono quel decisivo passaggio
della storia d'Italia.
Fra De Gasperi e Umberto II, il "re
di maggio", costretto all'esilio dopo il responso delle urne,
correvano rapporti di grande stima reciproca. «Il loro», ha
spiegato Andreotti, «era un rapporto molto buono. La ragione era
antica, e dipendeva dal sincero disprezzo che De Gasperi nutriva
per il padre di Umberto, Vittorio Emanuele III. De Gasperi non
detestava quasi nessuno, e manteneva rapporti civili con tutti,
anche con gli avversari politici. Ma non riusciva a dimenticare un
incontro avuto con Vittorio Emanuele nel 1924, all'epoca
dell'Aventino, dopo il delitto Matteotti. Tre parlamentari
dell'opposizione (uno dei tre era De Gasperi) andarono dal re per
illustrargli la gravissima situazione che si era determinata in
Parlamento. Vittorio Emanuele li ascoltò in silenzio. Poi replicò
semplicemente: "Riferirò al capo del governo". E li congedò. Molti
anni più tardi, mentre si trovava a Brindisi, dopo l'8 settembre,
Benedetto Croce ed Enrico De Nicola lo invitarono ad abdicare. Lui
respinse quell'ipotesi, sostenendo che non c'era chi potesse
prenderne il posto. Questo atteggiamento di Vittorio Emanuele nei
confronti del figlio rese automaticamente simpatico Umberto a De
Gasperi. E la simpatia era ricambiata». Una prova? «Il 13 giugno,
partendo da Ciampino, il re lasciò una copia del messaggio che
sarebbe stato trasmesso la sera alla radio all'aiutante militare in
seconda, Garofalo, che me lo consegnò perché io lo recapitassi in
anticipo a De Gasperi, in modo che il capo del governo potesse
preparare la replica». Proprio quel reciproco rispetto alimentò,
allora, la leggenda di un De Gasperi "monarchico". «Votò per la
Repubblica», taglia corto oggi Andreotti: «ho le prove di quel che
dico». E aggiunge una confessione: fu lui, allora giovanissimo, a
votare monarchia.
Umberto II si trovò anche in
difficoltà per mancanza di denaro liquido indispensabile per
affrontare l'esilio. «Fu la Santa Sede», ha rivelato Andreotti, «a
prestare a Umberto 50 milioni di lire, tramite monsignor Montini,
che lavorava allora alla Segreteria di Stato». (Diciassette anni
più tardi Giovanni Battista Montini sarebbe diventato papa, con il
nome di Paolo VI). «Il re, dall'esilio di Cascais, restituì dopo
breve tempo quella ingente somma di denaro».
La mostra allestita a Roma rievoca
il clima di quei giorni, con le testimonianze, i manifesti, le
vignette satiriche, i titoli in prima pagina dei giornali di
allora. E con una medaglia commemorativa, opera di Daniela
Fusco.
I risultati definitivi del
referendum furono proclamati il 18 giugno dalla Corte di
Cassazione: 12.717.923 voti (54,3 per cento) andarono alla
Repubblica; 10.719.284 (45,7 per cento) alla monarchia. Che la
maggioranza dei voti conteggiati si fossero espressi in favore
del cambiamento istituzionale lo si seppe quasi subito. Ma il
margine comunque esiguo dette adito a recriminazioni e
contestazioni. Si parlò di brogli, furono compiute verifiche.
Un ricorso fu presentato da un gruppo di professori di diritto
dell'Università di Padova, secondo i quali il decreto
luogotenenziale del 16 marzo che aveva convocato il referendum
richiedeva la «maggioranza degli elettori votanti» e non dei
voti validi. Occorreva, dunque, un quorum perché il risultato
avesse efficacia. Un decreto successivo (del 23 aprile) si
espresse in modo diverso. Se fosse stata ritenuta valida la
prima versione, la maggioranza a favore della Repubblica si
sarebbe ridotta al 51 per cento: troppo poco per consentire la
proclamazione dei risultati prima delle indispensabili
verifiche sui vari ricorsi presentati per errori e
contestazioni. La pronuncia finale risolse ogni contrasto.
«Come gli avvenimenti degli anni
successivi dimostreranno», ha scritto il professor Giuseppe Talamo,
presidente dell'Istituto Nazionale di Storia del Risorgimento,
«quella fra repubblicani e monarchici non era una divisione
profonda del Paese: la presenza di presidenti della Repubblica di
altissimo prestigio, come Enrico De Nicola e Luigi Einaudi, tra
l'altro entrambi monarchici, dimostrò che la nuova Repubblica non
rappresentava affatto quel "salto nel buio" che molti temevano.
Altri erano i gravi problemi e i profondi contrasti di un Paese
desideroso di riprendere una vita normale, di ricostruire ciò che
la guerra aveva distrutto, di rimarginare, in un clima pacifico, le
ferite di una tragedia appena conclusasi».
Questa è la visione di uno storico,
distaccata come è doveroso che sia. Ma le passioni di quei giorni
parlavano un linguaggio diverso. Vale la pena di rileggere quel che
scrisse un intellettuale schierato, Ignazio Silone, quattro giorni
dopo il referendum. «La vittoria della Repubblica è innegabilmente
un atto di vita. Non è un fatto occasionale, non
un'improvvisazione, non un gesto fortuito, o arbitrario, ma un atto
necessario, impellente, improrogabile; è un avvenimento preparato
da una lunga, oscura, dolorosa gestazione, nel più intimo della
storia d'Italia. È un atto di vita: un atto di buona salute, un
atto di liberazione, un atto di creazione, una forma nuova per una
realtà nuova. È una nascita: una presenza, una rivelazione,
un'apparizione, "qualche cosa che viene da lontano e va lontano".
Ma è anche (e soprattutto) un atto di modernità: la società
italiana si è liberata da una parassitaria sovrastruttura di
origine feudale, e se ne è liberata per merito prevalente delle
classi lavoratrici, le quali sono le forze motrici principali di
ogni vero progresso nella nostra epoca; e per questo noi siamo poco
inclini,oggi, alle reminiscenze retoriche, classiche o
risorgimentali, o le tolleriamo quel tanto che può essere lecito,
presso la culla di un neonato, parlare di morti. La vittoria della
Repubblica è un fatto di vita e non di ideologia; è la risposta
improrogabile ad alcuni bisogni acuti ed essenziali della società
italiana. È un vero atto di nascita, un atto di festa. È la
giornata più lieta della lunga storia della nostra patria».
Il 2 giugno 1946 gli italiani (e,
per la prima volta, le italiane) votarono anche per eleggere i
deputati dell'Assemblea Costituente, che avrebbero concluso i loro
lavori un anno e mezzo più tardi. Il testo della Costituzione fu
approvato il 22 dicembre 1947. La Carta fu promulgata cinque giorni
dopo dal capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, e
controfirmata dal presidente della Costituente Umberto Terracini
(subentrato a Giuseppe Saragat, che era stato il primo presidente
dell'Assemblea), dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e
dal ministro guardasigilli Giuseppe Grassi. La Costituzione entrò
in vigore il 1° gennaio 1948. |