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I giorni che hanno cambiato la Storia - 14 - La conquista di Tenochtitlàn

Nei primi decenni del XVI secolo, mettendo a frutto le scoperte di Cristoforo Colombo, la Spagna avviò la conquista del nuovo continente. L'impresa riuscì per il coraggio e le capacità militari di uomini abili e spregiudicati, come Hernán Cortés, che con un pugno di uomini sconfisse eserciti cento volte più numerosi del suo. La conquista del Messico non fu agevole, ma tutte le difficoltà furono superate, ricorrendo ad ogni genere di astuzie che la situazione permetteva. La storiografia più recente ha alzato il velo anche sulle atrocità commesse dai conquistadores: e Cortés fu tra quelli che maggiormente vi fecero ricorso. Un intero popolo - e una civiltà - furono cancellati in modo definitivo dalla faccia della Terra

Per molti secoli Hernán Cortés è stato trattato dagli storici come un eroe, un condottiero temerario, uno stratega geniale, capace di sconfiggere eserciti cento volte più numerosi di quello da lui capeggiato. Aveva queste qualità, indubbiamente. Ma riuscì a soggiogare un popolo (di antica civiltà e saggezza) affidandosi anche alla totale mancanza di scrupoli, e a metodi brutali e sanguinari. Sfruttò le debolezze dei nemici (azione lecita quando si combatte), le loro paure religiose, il terrore seminato dall'impiego delle armi da fuoco (che gli aztechi non conoscevano) e dei cavalli (che non avevano mai visto). Sterminò un popolo, cancellò un'antica civiltà, ricorrendo a tutti i mezzi sleali che l'elemento sorpresa mise a sua disposizione. Molti condottieri suoi contemporanei si sarebbero ribellati (e disgustati) se avessero conosciuto i suoi metodi. La guerra - per quanto sanguinosa e crudele - si combatteva applicando regole non scritte, che riguardavano la nobiltà, l'onore, il rispetto del nemico. Anche quando a combatterle erano i capitani di ventura, che incrociavano le armi (e rischiavano la pelle) per denaro e sete di potere. Molte pagine della conquista dell'America meridionale (non solo quelle firmate da Cortés) furono scritte con un inchiostro sporco. Il colonialismo ebbe questa origine, non solo nell'America Latina. La Storia subì una svolta, senza dubbio. L'Europa si arricchì e divenne stabilmente il centro del mondo. A distanza di cinque secoli, qualche riflessione è comunque opportuna.

13 agosto 1521

Paolo Veronese, Allegoria della battaglia di Lepanto (Venezia, Gallerie dell'Accademia)Quando partì per la terra degli Aztechi, Hernan Cortés era soltanto un avventuriero spagnolo trentatreenne che da qualche anno viveva a Cuba, lavorando come piantatore. Il governatore dell'isola, Diego Velázquez, ingolosito dalle notizie riguardanti gli immensi tesori del Messico, progettò una spedizione nel continente, nominando Cortés capitano-generale. Poi gli tolse l'incarico, temendo che quell'uomo senza scrupoli potesse fargli ombra. Cortés decise di partire ugualmente e il 18 novembre 1518, con undici piccoli velieri, un centinaio di marinai e 500 soldati, una dozzina di cannoni e diciotto cavalli, salpò per il continente americano.

Approdarono alla foce del fiume Tobasco, e fecero subito i conti con l'ostilità degli indigeni. I cacicchi (i capi tribù) di tutti i villaggi vicini si allearono per ricacciare in mare gli invasori. Il rapporto di forze era di trecento uomini a uno. Ma la comparsa sulla scena dei cavalli (un animale sconosciuto nel continente) seminò il terrore: gli indios credettero che destriero e cavaliere (coperti, oltretutto, di armature scintillanti) fossero un mostro ignoto, una specie di centauro, un dio del tuono e del fulmine. I cacicchi si arresero e recarono a Cortés doni propiziatori, comprese venti fanciulle, una delle quali, Dona Marina, giovane, bella e intelligente, divenne in seguito l'amante devota di Cortés: parlava la lingua dei Maya e degli Aztechi, fece in fretta a imparare lo spagnolo, e si dimostrò preziosa come interprete e diplomatica. Fra i doni, il più prezioso era l'oro, in grandi quantità. Quando gli Spagnoli domandarono da dove provenisse, i capi tribù risposero: «Montezuma, Tenochtitlán».

Qualche tempo dopo, giunsero messaggeri dalla capitale, inviati dallo stesso Montezuma, per sapere che cosa volessero gli invasori bianchi. Gli emissari erano uomini d'alto rango, vestiti magnificamente, con mantelli di piume variopinte. Cortés li ricevette con cortesia, chiedendo di essere ricevuto dal loro imperatore. Una antica leggenda raccontava di un dio biondo che molto tempo prima era apparso sotto le spoglie di un uomo e aveva insegnato agli indios ad arare e a mietere, a costruire case e a lavorare l'oro e l'argento. Finché egli era rimasto tra loro c'era stata grande prosperità. Prima di andarsene, aveva pro-messo che un giorno egli e i suoi "Figli del Sole" sarebbero tornati a prendere possesso della Terra. Questo diceva la leggenda. Montezuma non sapeva se gli Spagnoli fossero esseri comuni come lui, o dei, venuti a prendere possesso del suo impero, e contro i quali sarebbe stato impossibile combattere. Mandò altri emissari a Cortés, questa volta con cento schiavi e altri doni stupefacenti: un elmo carico di fine polvere d'oro, un immenso disco d'oro grande come la ruota d'un carro, che rappresentava il Sole ed era coperto da incisioni d'ogni genere; un'altra ruota d'argento, e una grande quantità di monili e gioielli. Accompagnati da un messaggio: «Prendete questi regali e andatevene, sapendo che godete dell'amicizia e del favore di Montezuma».

Hernan Cortés rinnovò la richiesta di essere ricevuto. Nel frattempo aveva esplorato la costa, fondato la città di Vera Cruz (una chiesa, un fortino e alcune case) e avviato rapporti di buon vicinato con alcune tribù (come i Cempoalesi) che nutrivano sentimenti di odio per l'imperatore azteco, che li opprimeva imponendo tasse pesantissime e si appropriava della loro migliore gioventù, per arruolare i ragazzi come soldati e le ragazze come schiave.

Cortés decise di sfruttare questo risentimento istigando le tribu a ribellarsi: quando gli esattori delle imposte arrivarono da Tenochtitlán, convinse i Cempoalesi a metterli in prigione. Poi aiutò segretamente gli esattori a fuggire, e li rimandò a casa con doni e messaggi di amicizia per Montezuma, riuscendo così a mettere queste popolazioni una contro l'altra, mentre dichiarava la propria fedeltà e amicizia a tutt'e due.

Cortés dovette però fare i conti con la stanchezza e l'esasperazione di molti dei suoi uomini, che volevano tornare a casa. Per impedire che questo avvenisse, fece distruggere le navi, impedendo in tal modo ogni possibilità di fuga.

Cortés era un hidalgo (il titolo con il quale venivano definiti i nobili squattrinati), ed era quindi arrogante e prudente allo stesso tempo. Conosceva le arti della diplomazia, ma anche le asprezze del comando. E aveva un atteggiamento - molto normale in quei tempi - di superiorità culturale. Fu il primo europeo ad entrare in rapporto stretto con gli abitanti del Nuovo continente, e li trattò da "colonialista", per usare un termine che sarebbe entrato nel linguaggio comune dopo di lui, e che è rimasto attuale fino in tempi recenti. I contemporanei lo descrissero come un uomo spietato con i nemici, ma anche indulgente (in certe occasioni), dotato di un certo spirito, ma anche ombroso e sospettoso. Qualità e difetti che gli permisero una grande impresa, più volte paragonata a quella compiuta quasi milleseicento anni prima da Giulio Cesare nella conquista della Gallia. Con poche centinaia di uomini conquistò un impero, trovandosi ripetutamente a combattere contro eserciti dotati di armi primitive, ma numericamente cento volte superiori. Con l'astuzia, la spregiudicatezza, il coraggio. E con la ferocia.

Da Vera Cruz (dove lasciò una piccola guarnigione), Cortés si mise in marcia verso Tenochtitlán. Era l'estate del 1520. Il viaggio fu faticoso e carico di insidie. I primi nemici con i quali gli Spagnoli dovettero fare i conti furono i Tlascaltechi, una tribù ribelle che s'era rifiutata di pagare le imposte a Montezuma e che gli Aztechi non erano riusciti a sottomettere. Giunti in prossimità di un valico di montagna, i conquistadores si trovarono di fronte - all'alba - un esercito di 40mila uomini. Con l'impiego dell'artiglieria e della cavalleria, costrinsero gli indios a ritirarsi. Ma nei giorni successivi gli Spagnoli subirono altri due assalti, fino a quando i Tlascaltechi non si arresero, convinti che quegli uomini venuti dall'Oceano non fossero di natura umana ma divina. La notizia della resa giunse fino a Montezuma, che s'affrettò a inviare altri doni principeschi, in segno d'amicizia, dichiarandosi disposto persino a versare un tributo annuo al re di Spagna, a condizione che Cortés e i suoi uomini non procedessero oltre, verso Tenochtitlán.

Proseguirono la loro marcia, gli Spagnoli, incontrando un'altra tribù, i Cholulani, alleati di Montezuma. Dopo qualche giorno, Dona Marina (la compagna di Cortés) scoprì che gli indios avevano organizzato una trappola per uccidere gli Spagnoli. Cortés giocò d'anticipo, annunciando che avrebbe lasciato la città con i suoi uomini, a condizione che gli fosse fornita una scorta di duemila guerrieri. La richiesta fu accolta, e quando gli indios entrarono nel cortile del palazzo dov'era acquartierato Cortés, furono massacrati. Mentre avveniva questa carneficina, 5.000 alleati tlascaltechi, che erano stati chiamati segretamente, invasero la città impreparata e catturarono 10mila Cholulani inermi. Per due giorni saccheggiarono e incendiarono la città. Poi Cortés ordinò ai Tlascaltechi di restituire i prigionieri. Come quasi tutti i conquistadores, Cortés si dedicava con molto zelo alla diffusione della religione cristiana e non perdeva occasione d'innalzare altari alla Vergine o di rimproverare agli indios i loro cattivi costumi: i sacrifici umani, l'abitudine di mangiare carne umana e di far schiavi i prigionieri.

L'ultima tappa del viaggio verso Tenochtitlán fu compiuta da 400 Spagnoli scortati dai guerrieri tlascaltechi. Attraversarono terreni aridi, alte montagne, in condizioni climatiche proibitive, con un vento gelido che la notte soffiava dalle vette bianche di neve.

Tiziano, ritratto di Carlo VMontezuma era in preda all'angoscia. Si rendeva conto che gli Spagnoli erano inarrestabili. Non c'era ostacolo in grado di fermarli. Si convinse, sempre di più che Cortés fosse la reincarnazione del dio Quetzalcoatl. Disperato, l'imperatore si rinchiuse nel suo palazzo per pregare e offrire sacrifici umani agli dei, ma non gli giunse nessun segno. Infine, convinto che fosse inutile resistere, mandò uno dei nipoti incontro agli Spagnoli per dar loro il benvenuto.

Cortés rimase abbagliato dal territorio che circondava la capitale: boschi di querce, di cedri e di platani, campi di mais e giardini fioriti. Provò, forse, una sorpresa paragonabile a quella di Marco Polo quando scoprì l'impero del Catai e la corte di Cubilai Khan, le case con i tetti d'oro, i ponti talmente alti da permettere il passaggio di navi provviste d'alberatura, le strade sopraelevate e i viali abbelliti da duplici filari di alberi. Tenochtitlán sorgeva su un'isola, al centro di un lago salato. Tutto era bello e prospero; i contadini cantavano nei campi; le canoe andavano e venivano sul lago. Mentre transitavano su un ponte (una meravigliosa opera di ingegneria, così largo che otto uomini a cavallo potevano procedervi affiancati), Cortés notò alcune interruzioni sulle quali erano gettati ponti levatoi che potevano essere facilmente alzati. Pensò che forse stava entrando in una trappola mortale. Era troppo tardi per tornare indietro. Montezuma si fece incontro agli ospiti su una lettiga tempestata di gioielli. Quando scese dalla lettiga, alcuni capi tribù sollevarono su di lui un ricchissimo baldacchino di piume verdi con ricami d'oro, d'argento e di perle; altri nobili lo precedevano, stendendo al suolo tappeti perché Montezuma non toccasse la nuda terra. Nessuno osava guardarlo in viso. L'imperatore era un uomo sulla quarantina, bello e simpatico, e fu con molta cortesia che dette il benvenuto a Cortés, ma si rifiutò di farsi abbracciare da quell'ospite di cui ignorava ancora le intenzioni.

Gli Spagnoli furono scortati fino ai loro alloggiamenti: un grande palazzo di pietra nel cuore della città. L'ampia strada che percorsero era fiancheggiata da edifici pubblici e dalle abitazioni dei nobili, costruite in pietra rossa. Bastioni in muratura facevano d'ogni casa una solida fortezza. A intervalli regolari immensi templi a piramide, dedicati agli dei aztechi e sormontati da fuochi perpetui, s'innalzavano con massicce pareti fino a 30 metri d'altezza. Per tutto il tragitto c'erano giardini privati e terrazze, canali, ponti e portici votivi.

Una volta entrato nel palazzo assegnatogli - che era tanto vasto da accogliere le truppe spagnole e gli alleati tlascaltechi - Cortés provvide a fortificarlo. Poi esplorò la città: i mercati affollati, le banchine dove le canoe scaricavano frutta, fiori e ortaggi, i palazzi e i musei; l'acquedotto (una doppia fila di condotti di terracotta che portavano l'acqua dolce a 300mila per-sone da un serbatoio distante 11 chilometri), un'opera di ingegneria che non aveva uguali nell'Europa del tempo.

Si rese conto, il condottiero spagnolo, che per conquistare la città doveva prendere in ostaggio l'imperatore. Prese a pretesto l'uccisione di due suoi soldati per arrestare Montezuma, che oppose una resistenza molto debole. Per tranquillizzare il suo popolo, l'imperatore disse che andava nel palazzo degli Spagnoli di propria volontà, come ospite. Da quel momento Cortés ritenne di avere le mani libere. Impose tributi alla popolazione, guidò spedizioni punitive nei tempi sacri, abbattendo le statue degli idoli aztechi e celebrandovi la Messa.

Un nuovo pericolo si profilò all'orizzonte. A Vera Cruz era sbarcata una flotta di 18 navi spagnole, al comando di Panfilo de Narvaez, con il compito di catturare Cortés. Erano stati molti capi tribù a informare il governatore di Cuba che la cattura di Montezuma avrebbe potuto provocare una guerra totale fra i due popoli. Dimostrando, ancora una volta, le sue indiscutibili capacità militari, Cortéz agì di sorpresa per catturare l'uomo che era arrivato in Messico per catturarlo.

Attaccò di notte l'accampamento di Narvaez, dopo aver corrotto molti dei suoi uomini, ed ebbe partita vinta. Non solo: con le diserzioni nelle truppe di Narvaez, tornò a Tenochtitlán con un esercito molto più numeroso: 1.300 uomini, tra cui 80 balestrieri, altrettanti moschettieri e un centinaio di cavalli.

Montezuma morì in prigione (non si sa se qualcuno provvide ad agevolarne il decesso). Quando Cortés offrì di consegnare il corpo per la sepoltura, il popolo infuriato gli rispose: «Non vogliamo Montezuma né vivo né morto». Fu una fine miseranda per un re così grande e generoso. Il popolo si ribellò e in una battaglia disperata (il 30 giugno 1520) Cortés perse la maggioranza dei suoi uomini. E si ritirò nel regno dei Tlascaltechi, che gli confermarono l'alleanza e la fiducia. Fu favorito anche dall'arrivo di tre navi con approvvigionamenti e rinforzi destinati a Narváez. Non faticò a convincere i nuovi arrivati a partecipare alla campagna militare destinata a distruggere definitivamente Tenochtitlán, promettendo loro ricchezza e gloria. Decise di attaccare la capitale anche dall'acqua. Fece costruire una flotta di robusti brigantini di poco pescaggio adoperando vele e manovre delle navi affondate due anni prima. Le navi furono costruite a 100 chilometri di distanza, e furono poi trasportate attraverso le montagne, un pezzo alla volta. Reclutando mano d'opera indigena, in poche settimane il legname per 13 brigantini fu tagliato, segnato e approntato per la messa in opera all'arrivo. Poi un esercito anonimo di portatori tlascaltechi trasportò questo legname sui pericolosi valichi coperti di neve: impresa senza precedenti nella storia militare di tutti i Paesi.

La battaglia finale ebbe inizio l'ultimo giorno di maggio dell'anno 1521. Cortés prese il comando della flotta. All'interno della capitale, il nipote ventunenne di Montezuma, Cuauhtémoc, un capo risoluto e pieno di iniziativa, aveva raccolto 60mila soldati aztechi, collocandoli nei punti strategici per impedire l'accesso nella capitale. Di giorno la flotta avanzava sparando contro i difensori, e i soldati marciavano sui ponti colmando con pietre e rottami le falle create dai difensori. Di notte gli Aztechi sabotavano di nuovo le vie di comunicazione. Gli assediati dovettero fare anche i conti con la fame, ma non si arresero. Non si arresero neppure quando gli uomini di Cortés avviarono una distruzione sistematica della città, che fu rasa al suolo, casa per casa.

Il 13 agosto gli Spagnoli lanciarono l'ultimo assalto. Cuauhtémoc si comportò con grande fierezza. Si imbarcò su una piroga, con le insegne imperiali. Quando tre brigantini si diressero contro l'imbarcazione, il giovane imperatore corse a prua gridando: «Sono Cuauhtémoc. Conducetemi da Cortés: sono suo prigioniero».

Duecentocinquantamila Aztechi erano stati uccisi in combattimento o erano morti di malattia e di fame durante l'anno e mezzo che aveva preceduto la caduta della città. La Spagna fondava un impero. Il grande impero azteco non esisteva più.

Benedetto Testa