|
Per molti secoli Hernán Cortés è
stato trattato dagli storici come un eroe, un condottiero
temerario, uno stratega geniale, capace di sconfiggere
eserciti cento volte più numerosi di quello da lui
capeggiato. Aveva queste qualità, indubbiamente. Ma riuscì a
soggiogare un popolo (di antica civiltà e saggezza)
affidandosi anche alla totale mancanza di scrupoli, e a
metodi brutali e sanguinari. Sfruttò le debolezze dei nemici
(azione lecita quando si combatte), le loro paure religiose,
il terrore seminato dall'impiego delle armi da fuoco (che gli
aztechi non conoscevano) e dei cavalli (che non avevano mai
visto). Sterminò un popolo, cancellò un'antica civiltà,
ricorrendo a tutti i mezzi sleali che l'elemento sorpresa
mise a sua disposizione. Molti condottieri suoi contemporanei
si sarebbero ribellati (e disgustati) se avessero conosciuto
i suoi metodi. La guerra - per quanto sanguinosa e crudele -
si combatteva applicando regole non scritte, che riguardavano
la nobiltà, l'onore, il rispetto del nemico. Anche quando a
combatterle erano i capitani di ventura, che incrociavano le
armi (e rischiavano la pelle) per denaro e sete di potere.
Molte pagine della conquista dell'America meridionale (non
solo quelle firmate da Cortés) furono scritte con un
inchiostro sporco. Il colonialismo ebbe questa origine, non
solo nell'America Latina. La Storia subì una svolta, senza
dubbio. L'Europa si arricchì e divenne stabilmente il centro
del mondo. A distanza di cinque secoli, qualche riflessione è
comunque opportuna.
13 agosto
1521
Quando partì per la terra
degli Aztechi, Hernan Cortés era soltanto un avventuriero
spagnolo trentatreenne che da qualche anno viveva a Cuba,
lavorando come piantatore. Il governatore dell'isola, Diego
Velázquez, ingolosito dalle notizie riguardanti gli immensi
tesori del Messico, progettò una spedizione nel continente,
nominando Cortés capitano-generale. Poi gli tolse l'incarico,
temendo che quell'uomo senza scrupoli potesse fargli ombra.
Cortés decise di partire ugualmente e il 18 novembre 1518, con
undici piccoli velieri, un centinaio di marinai e 500 soldati,
una dozzina di cannoni e diciotto cavalli, salpò per il
continente americano.
Approdarono alla foce del fiume
Tobasco, e fecero subito i conti con l'ostilità degli indigeni. I
cacicchi (i capi tribù) di tutti i villaggi vicini si allearono per
ricacciare in mare gli invasori. Il rapporto di forze era di
trecento uomini a uno. Ma la comparsa sulla scena dei cavalli (un
animale sconosciuto nel continente) seminò il terrore: gli indios
credettero che destriero e cavaliere (coperti, oltretutto, di
armature scintillanti) fossero un mostro ignoto, una specie di
centauro, un dio del tuono e del fulmine. I cacicchi si arresero e
recarono a Cortés doni propiziatori, comprese venti fanciulle, una
delle quali, Dona Marina, giovane, bella e intelligente, divenne in
seguito l'amante devota di Cortés: parlava la lingua dei Maya e
degli Aztechi, fece in fretta a imparare lo spagnolo, e si dimostrò
preziosa come interprete e diplomatica. Fra i doni, il più prezioso
era l'oro, in grandi quantità. Quando gli Spagnoli domandarono da
dove provenisse, i capi tribù risposero: «Montezuma,
Tenochtitlán».
Qualche tempo dopo, giunsero
messaggeri dalla capitale, inviati dallo stesso Montezuma, per
sapere che cosa volessero gli invasori bianchi. Gli emissari erano
uomini d'alto rango, vestiti magnificamente, con mantelli di piume
variopinte. Cortés li ricevette con cortesia, chiedendo di essere
ricevuto dal loro imperatore. Una antica leggenda raccontava di un
dio biondo che molto tempo prima era apparso sotto le spoglie di un
uomo e aveva insegnato agli indios ad arare e a mietere, a
costruire case e a lavorare l'oro e l'argento. Finché egli era
rimasto tra loro c'era stata grande prosperità. Prima di andarsene,
aveva pro-messo che un giorno egli e i suoi "Figli del Sole"
sarebbero tornati a prendere possesso della Terra. Questo diceva la
leggenda. Montezuma non sapeva se gli Spagnoli fossero esseri
comuni come lui, o dei, venuti a prendere possesso del suo impero,
e contro i quali sarebbe stato impossibile combattere. Mandò altri
emissari a Cortés, questa volta con cento schiavi e altri doni
stupefacenti: un elmo carico di fine polvere d'oro, un immenso
disco d'oro grande come la ruota d'un carro, che rappresentava il
Sole ed era coperto da incisioni d'ogni genere; un'altra ruota
d'argento, e una grande quantità di monili e gioielli. Accompagnati
da un messaggio: «Prendete questi regali e andatevene, sapendo che
godete dell'amicizia e del favore di Montezuma».
Hernan Cortés rinnovò la richiesta
di essere ricevuto. Nel frattempo aveva esplorato la costa, fondato
la città di Vera Cruz (una chiesa, un fortino e alcune case) e
avviato rapporti di buon vicinato con alcune tribù (come i
Cempoalesi) che nutrivano sentimenti di odio per l'imperatore
azteco, che li opprimeva imponendo tasse pesantissime e si
appropriava della loro migliore gioventù, per arruolare i ragazzi
come soldati e le ragazze come schiave.
Cortés decise di sfruttare questo
risentimento istigando le tribu a ribellarsi: quando gli esattori
delle imposte arrivarono da Tenochtitlán, convinse i Cempoalesi a
metterli in prigione. Poi aiutò segretamente gli esattori a
fuggire, e li rimandò a casa con doni e messaggi di amicizia per
Montezuma, riuscendo così a mettere queste popolazioni una contro
l'altra, mentre dichiarava la propria fedeltà e amicizia a tutt'e
due.
Cortés dovette però fare i conti con
la stanchezza e l'esasperazione di molti dei suoi uomini, che
volevano tornare a casa. Per impedire che questo avvenisse, fece
distruggere le navi, impedendo in tal modo ogni possibilità di
fuga.
Cortés era un hidalgo (il titolo con
il quale venivano definiti i nobili squattrinati), ed era quindi
arrogante e prudente allo stesso tempo. Conosceva le arti della
diplomazia, ma anche le asprezze del comando. E aveva un
atteggiamento - molto normale in quei tempi - di superiorità
culturale. Fu il primo europeo ad entrare in rapporto stretto con
gli abitanti del Nuovo continente, e li trattò da "colonialista",
per usare un termine che sarebbe entrato nel linguaggio comune dopo
di lui, e che è rimasto attuale fino in tempi recenti. I
contemporanei lo descrissero come un uomo spietato con i nemici, ma
anche indulgente (in certe occasioni), dotato di un certo spirito,
ma anche ombroso e sospettoso. Qualità e difetti che gli permisero
una grande impresa, più volte paragonata a quella compiuta quasi
milleseicento anni prima da Giulio Cesare nella conquista della
Gallia. Con poche centinaia di uomini conquistò un impero,
trovandosi ripetutamente a combattere contro eserciti dotati di
armi primitive, ma numericamente cento volte superiori. Con
l'astuzia, la spregiudicatezza, il coraggio. E con la ferocia.
Da Vera Cruz (dove lasciò una
piccola guarnigione), Cortés si mise in marcia verso Tenochtitlán.
Era l'estate del 1520. Il viaggio fu faticoso e carico di insidie.
I primi nemici con i quali gli Spagnoli dovettero fare i conti
furono i Tlascaltechi, una tribù ribelle che s'era rifiutata di
pagare le imposte a Montezuma e che gli Aztechi non erano riusciti
a sottomettere. Giunti in prossimità di un valico di montagna, i
conquistadores si trovarono di fronte - all'alba - un esercito di
40mila uomini. Con l'impiego dell'artiglieria e della cavalleria,
costrinsero gli indios a ritirarsi. Ma nei giorni successivi gli
Spagnoli subirono altri due assalti, fino a quando i Tlascaltechi
non si arresero, convinti che quegli uomini venuti dall'Oceano non
fossero di natura umana ma divina. La notizia della resa giunse
fino a Montezuma, che s'affrettò a inviare altri doni principeschi,
in segno d'amicizia, dichiarandosi disposto persino a versare un
tributo annuo al re di Spagna, a condizione che Cortés e i suoi
uomini non procedessero oltre, verso Tenochtitlán.
Proseguirono la loro marcia, gli
Spagnoli, incontrando un'altra tribù, i Cholulani, alleati di
Montezuma. Dopo qualche giorno, Dona Marina (la compagna di Cortés)
scoprì che gli indios avevano organizzato una trappola per uccidere
gli Spagnoli. Cortés giocò d'anticipo, annunciando che avrebbe
lasciato la città con i suoi uomini, a condizione che gli fosse
fornita una scorta di duemila guerrieri. La richiesta fu accolta, e
quando gli indios entrarono nel cortile del palazzo dov'era
acquartierato Cortés, furono massacrati. Mentre avveniva questa
carneficina, 5.000 alleati tlascaltechi, che erano stati chiamati
segretamente, invasero la città impreparata e catturarono 10mila
Cholulani inermi. Per due giorni saccheggiarono e incendiarono la
città. Poi Cortés ordinò ai Tlascaltechi di restituire i
prigionieri. Come quasi tutti i conquistadores, Cortés si dedicava
con molto zelo alla diffusione della religione cristiana e non
perdeva occasione d'innalzare altari alla Vergine o di rimproverare
agli indios i loro cattivi costumi: i sacrifici umani, l'abitudine
di mangiare carne umana e di far schiavi i prigionieri.
L'ultima tappa del viaggio verso
Tenochtitlán fu compiuta da 400 Spagnoli scortati dai guerrieri
tlascaltechi. Attraversarono terreni aridi, alte montagne, in
condizioni climatiche proibitive, con un vento gelido che la notte
soffiava dalle vette bianche di neve.
Montezuma era in preda
all'angoscia. Si rendeva conto che gli Spagnoli erano
inarrestabili. Non c'era ostacolo in grado di fermarli. Si
convinse, sempre di più che Cortés fosse la reincarnazione del
dio Quetzalcoatl. Disperato, l'imperatore si rinchiuse nel suo
palazzo per pregare e offrire sacrifici umani agli dei, ma non
gli giunse nessun segno. Infine, convinto che fosse inutile
resistere, mandò uno dei nipoti incontro agli Spagnoli per dar
loro il benvenuto.
Cortés rimase abbagliato dal
territorio che circondava la capitale: boschi di querce, di cedri e
di platani, campi di mais e giardini fioriti. Provò, forse, una
sorpresa paragonabile a quella di Marco Polo quando scoprì l'impero
del Catai e la corte di Cubilai Khan, le case con i tetti d'oro, i
ponti talmente alti da permettere il passaggio di navi provviste
d'alberatura, le strade sopraelevate e i viali abbelliti da duplici
filari di alberi. Tenochtitlán sorgeva su un'isola, al centro di un
lago salato. Tutto era bello e prospero; i contadini cantavano nei
campi; le canoe andavano e venivano sul lago. Mentre transitavano
su un ponte (una meravigliosa opera di ingegneria, così largo che
otto uomini a cavallo potevano procedervi affiancati), Cortés notò
alcune interruzioni sulle quali erano gettati ponti levatoi che
potevano essere facilmente alzati. Pensò che forse stava entrando
in una trappola mortale. Era troppo tardi per tornare indietro.
Montezuma si fece incontro agli ospiti su una lettiga tempestata di
gioielli. Quando scese dalla lettiga, alcuni capi tribù sollevarono
su di lui un ricchissimo baldacchino di piume verdi con ricami
d'oro, d'argento e di perle; altri nobili lo precedevano, stendendo
al suolo tappeti perché Montezuma non toccasse la nuda terra.
Nessuno osava guardarlo in viso. L'imperatore era un uomo sulla
quarantina, bello e simpatico, e fu con molta cortesia che dette il
benvenuto a Cortés, ma si rifiutò di farsi abbracciare da
quell'ospite di cui ignorava ancora le intenzioni.
Gli Spagnoli furono scortati fino ai
loro alloggiamenti: un grande palazzo di pietra nel cuore della
città. L'ampia strada che percorsero era fiancheggiata da edifici
pubblici e dalle abitazioni dei nobili, costruite in pietra rossa.
Bastioni in muratura facevano d'ogni casa una solida fortezza. A
intervalli regolari immensi templi a piramide, dedicati agli dei
aztechi e sormontati da fuochi perpetui, s'innalzavano con massicce
pareti fino a 30 metri d'altezza. Per tutto il tragitto c'erano
giardini privati e terrazze, canali, ponti e portici votivi.
Una volta entrato nel palazzo
assegnatogli - che era tanto vasto da accogliere le truppe spagnole
e gli alleati tlascaltechi - Cortés provvide a fortificarlo. Poi
esplorò la città: i mercati affollati, le banchine dove le canoe
scaricavano frutta, fiori e ortaggi, i palazzi e i musei;
l'acquedotto (una doppia fila di condotti di terracotta che
portavano l'acqua dolce a 300mila per-sone da un serbatoio distante
11 chilometri), un'opera di ingegneria che non aveva uguali
nell'Europa del tempo.
Si rese conto, il condottiero
spagnolo, che per conquistare la città doveva prendere in ostaggio
l'imperatore. Prese a pretesto l'uccisione di due suoi soldati per
arrestare Montezuma, che oppose una resistenza molto debole. Per
tranquillizzare il suo popolo, l'imperatore disse che andava nel
palazzo degli Spagnoli di propria volontà, come ospite. Da quel
momento Cortés ritenne di avere le mani libere. Impose tributi alla
popolazione, guidò spedizioni punitive nei tempi sacri, abbattendo
le statue degli idoli aztechi e celebrandovi la Messa.
Un nuovo pericolo si profilò
all'orizzonte. A Vera Cruz era sbarcata una flotta di 18 navi
spagnole, al comando di Panfilo de Narvaez, con il compito di
catturare Cortés. Erano stati molti capi tribù a informare il
governatore di Cuba che la cattura di Montezuma avrebbe potuto
provocare una guerra totale fra i due popoli. Dimostrando, ancora
una volta, le sue indiscutibili capacità militari, Cortéz agì di
sorpresa per catturare l'uomo che era arrivato in Messico per
catturarlo.
Attaccò di notte l'accampamento di
Narvaez, dopo aver corrotto molti dei suoi uomini, ed ebbe partita
vinta. Non solo: con le diserzioni nelle truppe di Narvaez, tornò a
Tenochtitlán con un esercito molto più numeroso: 1.300 uomini, tra
cui 80 balestrieri, altrettanti moschettieri e un centinaio di
cavalli.
Montezuma morì in prigione (non si
sa se qualcuno provvide ad agevolarne il decesso). Quando Cortés
offrì di consegnare il corpo per la sepoltura, il popolo infuriato
gli rispose: «Non vogliamo Montezuma né vivo né morto». Fu una fine
miseranda per un re così grande e generoso. Il popolo si ribellò e
in una battaglia disperata (il 30 giugno 1520) Cortés perse la
maggioranza dei suoi uomini. E si ritirò nel regno dei
Tlascaltechi, che gli confermarono l'alleanza e la fiducia. Fu
favorito anche dall'arrivo di tre navi con approvvigionamenti e
rinforzi destinati a Narváez. Non faticò a convincere i nuovi
arrivati a partecipare alla campagna militare destinata a
distruggere definitivamente Tenochtitlán, promettendo loro
ricchezza e gloria. Decise di attaccare la capitale anche
dall'acqua. Fece costruire una flotta di robusti brigantini di poco
pescaggio adoperando vele e manovre delle navi affondate due anni
prima. Le navi furono costruite a 100 chilometri di distanza, e
furono poi trasportate attraverso le montagne, un pezzo alla volta.
Reclutando mano d'opera indigena, in poche settimane il legname per
13 brigantini fu tagliato, segnato e approntato per la messa in
opera all'arrivo. Poi un esercito anonimo di portatori tlascaltechi
trasportò questo legname sui pericolosi valichi coperti di neve:
impresa senza precedenti nella storia militare di tutti i
Paesi.
La battaglia finale ebbe inizio
l'ultimo giorno di maggio dell'anno 1521. Cortés prese il comando
della flotta. All'interno della capitale, il nipote ventunenne di
Montezuma, Cuauhtémoc, un capo risoluto e pieno di iniziativa,
aveva raccolto 60mila soldati aztechi, collocandoli nei punti
strategici per impedire l'accesso nella capitale. Di giorno la
flotta avanzava sparando contro i difensori, e i soldati marciavano
sui ponti colmando con pietre e rottami le falle create dai
difensori. Di notte gli Aztechi sabotavano di nuovo le vie di
comunicazione. Gli assediati dovettero fare anche i conti con la
fame, ma non si arresero. Non si arresero neppure quando gli uomini
di Cortés avviarono una distruzione sistematica della città, che fu
rasa al suolo, casa per casa.
Il 13 agosto gli Spagnoli lanciarono
l'ultimo assalto. Cuauhtémoc si comportò con grande fierezza. Si
imbarcò su una piroga, con le insegne imperiali. Quando tre
brigantini si diressero contro l'imbarcazione, il giovane
imperatore corse a prua gridando: «Sono Cuauhtémoc. Conducetemi da
Cortés: sono suo prigioniero».
Duecentocinquantamila Aztechi erano
stati uccisi in combattimento o erano morti di malattia e di fame
durante l'anno e mezzo che aveva preceduto la caduta della città.
La Spagna fondava un impero. Il grande impero azteco non esisteva
più. |