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I giorni che hanno cambiato la Storia - 14 - La battaglia di Alesia

Da sette anni l'esercito di Giulio Cesare era impegnato in Gallia quando - nell'anno 52 avanti Cristo - ebbe luogo lo scontro decisivo che pose fine alla campagna. Vercingetorige si arrese, deponendo le armi ai piedi del condottiero romano, e la Gallia divenne una provincia di Roma. Centocinquant'anni prima, sconfiggendo Annibale a Zama, Scipione l'Africano aveva garantito alla sua città il dominio del Mediterraneo. Cesare riuscì a spostare più a nord il baricentro dell'impero, facendo di Roma la capitale d'Europa. Romanizzando l'Occidente, che avrebbe adottato il latino come lingua ufficiale e - qualche secolo più tardi - avrebbe accettato il Cristianesimo come religione ufficiale

Caio Giulio Cesare (Roma, Palazzo Senatorio). Se l'assedio di Alesia avesse avuto un'altra conclusione, la Storia avrebbe seguito un corso diverso. Giulio Cesare, quel giorno, sconfisse Vercingetorige - che aveva riunito sotto di sé tutti i popoli della Gallia - e fece di Roma la capitale dell'Occidente. Roma aveva già conquistato (con la vittoria di Scipione l'Africano a Zama, esattamente 150 anni prima) il dominio del Mediterraneo. Con la conquista della Gallia, il centro di gravità dell'impero si spostò a nord. La civiltà latina dominò la scena europea (e non solo) fino al V secolo dopo Cristo, il Cristianesimo divenne la religione maggiormente praticata nell'Occidente, il diritto romano un modello al quale finirono per ispirarsi anche le leggi di popoli del Medio Oriente, con il Codice di Giustiniano (imperatore d'Oriente) che ne ereditò i principi basilari. Nacquero lingue (come il francese e lo spagnolo, oltre - naturalmente - l'italiano) di derivazione latina, che competono oggi con l'inglese quanto a diffusione nel mondo intero. Se Cesare avesse perso, tutti gli scenari sarebbero stati profondamente diversi. Molti storici hanno provato ad immaginare che cosa sarebbe accaduto se Giulio Cesare avesse perso ad Alesia. Probabilmente Roma sarebbe diventata una provincia; i Galli avrebbero conquistato prima la Spagna e poi la Britannia; l'Egitto avrebbe assunto il predominio del Mediterraneo. Roma non sarebbe diventata l'ombelico del mondo, e l'Italia non avrebbe avuto il Rinascimento e non sarebbe oggi il Paese con il maggior patrimonio culturale dell'intero pianeta.

26 settembre 52 a.C.

«I nostri soldati, messi da parte i giavellotti, impugnano i gladii. D'improvviso appare alle spalle del nemico la nostra cavalleria. Le altre coorti si avvicinano: i nemici porgono le spalle. I cavalieri inseguono i fuggitivi. C'è una grande strage». Così, semplicemente. «Fit magna caedes», c'è una grande strage. Il cronista è Giulio Cesare, con la sua prosa scarna e incisiva, senza alcun accenno di retorica. È il penultimo atto dell'assedio: il nemico in fuga, la strage. Alesia è conquistata, la campagna di Gallia è vittoriosa. Vercingetorige, il comandante supremo delle truppe nemiche, è costretto alla resa. È il 26 settembre dell'anno 52 avanti Cristo. La storia volta pagina. Roma diventa padrona della Gallia.

«Nei suoi nove anni di comando militare», sottolinea lo storico Svetonio, Cesare «ridusse allo stato di provincia, imponendo ad esse un tributo annuale di quaranta milioni di sesterzi, tutte le Gallie comprese fra i Pirenei, le Alpi, le Cevenne, i fiumi Reno e Rodano, con un perimetro di circa tremila e duecento miglia. Furono esentate le città alleate e quelle che si erano condotte bene nei confronti di Roma. Primo fra i Romani, servendosi di un ponte da lui fabbricato, attaccò i Germani che dimorano al di là del Reno e inflisse loro gravissime sconfitte. Attaccò poi i Britanni, gente fino allora sconosciuta; li vinse, e pretese da essi denari e ostaggi. Fra tanti successi annoverò solo tre sconfitte: l'una in Bretagna, dove la sua flotta fu quasi distrutta da una violenta tempesta, un'altra in Gallia, a Gergovia, dove una legione fu messa in fuga, e la terza presso il confine dei Germani, dove i suoi legati Titurio e Aurunuleio perirono in un'imboscata».

Statua onoraria di Giulio Cesare nel Teatro di Orange. Theodor Mommsen - che un secolo fa scrisse la più famosa Storia di Roma - completa l'analisi di Svetonio, sottolineando come, sebbene poco tempo dopo la conquista «le truppe romane dovettero ripassare le Alpi a causa della guerra civile scoppiata in Italia», i Celti «non insorsero più contro il dominio straniero; e mentre in tutte le antiche province si combatteva contro Cesare, il solo Paese di nuovo acquisto si mantenne sottomesso al suo vincitore». Questo accadde anche perché Cesare ebbe «ogni possibile riguardo» verso gli sconfitti, rispettandone «le istituzioni nazionali, politiche e religiose», ma senza rinunciare «all'intento preciso della sua conquista», cioè «la romanizzazione delle Gallie». Fu Cesare «a introdurre nella Gallia, e anche nei singoli distretti, sebbene con certe restrizioni, la lingua latina al posto di quella indigena e il sistema monetario romano invece del nazionale, in modo tale che fosse conservata alle autorità romane la coniatura delle monete d'oro e d'argento». Qualcuno ebbe modo di ironizzare sul «barbaro latino che gli abitanti delle rive della Loira e della Senna di allora si industriavano di parlare, ma in questi errori linguistici si celava un più grande avvenire che nel limpido latino della capitale». C'erano, lì, le radici del francese di oggi.

La vittoria di Alesia, dunque, provocò conseguenze di gran lunga superiori a quelle immaginate dallo stesso Giulio Cesare, che pure alle indubbie qualità militari sommava una lucida visione politica. Contribuì certamente a meritargli un posto fra i più grandi condottieri della storia, come riconobbero von Clausewitz e Napoleone Bonaparte, che studiava le strategie di Cesare, di Annibale, di Alessandro il Grande, oltre a quelle (più recenti) di Eugenio di Savoia, Gustavo Adolfo di Svezia, Henri Turenne e Federico il Grande. L'assedio di Alesia fu un modello, ai limiti della perfezione.

Plutarco - meglio di qualunque altro storico - spiega perché quell'assedio fu un capolavoro. «Alesia sembrava imprendibile: grandi mura la cingevano, e i suoi difensori erano numerosissimi. Ma in un pericolo ancor più grave di quanto si possa descrivere Cesare venne a trovarsi per il sopraggiungere di forze nemiche alle sue spalle: un'armata di trecentomila uomini, il fior fiore di tutta la Gallia, si concentrò e marciò in armi verso Alesia. Le truppe che si trovavano in città non ascendevano a meno di centosettantamila combattenti: Cesare fu preso in mezzo tra due forze nemiche di tale entità e si trovò a sua volta assediato, tanto da esser costretto a erigere, per difendersi, due muri, uno verso la città, l'altro verso coloro che erano venuti a liberarla. Era chiaro che se le due armate si fossero congiunte, la sua sorte sarebbe stata irrimediabilmente segnata».

Quando cinse d'assedio Alesia, l'esercito romano era reduce dalla sconfitta di Gergovia, dove aveva perso 700 uomini, fra i quali 46 centurioni (molto esperti e di arduo rimpiazzo). Nel De Bello Gallico, Cesare esagerò le dimensioni dello scacco subito, allo scopo (probabilmente) di ottenere l'invio da Roma di un'altra legione - l'undicesima - di rinforzo. «Nella mente del proconsole», sostiene il più autorevole fra i biografi recenti di Cesare, Jérome Carcopino, «avevano già preso forma i piani che teneva ancora segreti: essi, per audacia e semplicità, non verranno mai superati da nessun generale ma, in ultima analisi, si basavano soltanto su una esatta valutazione delle proprie possibilità e su una presaga consapevolezza dei moventi ai quali il nemico avrebbe ubbidito. Con quei piani e con un'abbondanza di mezzi mai vista, Cesare tentava di ottenere il risultato migliore mettendo a repentaglio la vita del minor numero possibile di Romani». Sfruttò «la pazienza e l'ingegnosità, non meno del coraggio» dei suoi soldati, che «erano sterratori tenaci e abili, oltre che combattenti pieni di iniziativa e di ardore», mentre i Galli erano valorosi, ma «in preda a un fanatismo che li esponeva alle più folli imprudenze e li gettava in un panico invincibile»; sapeva «che in guerra erano abili soltanto a cavallo e che erano contrari a servirsi della fanteria, per quanto numerosa fosse, se non per proteggere le loro colline». In quelle condizioni, nota Carcopino, «l'unico problema era quello di fare in modo che Vercingetorige si stabilisse in una posizione abbastanza sicura e lì si cullasse nell'illusione di essere invulnerabile, mentre i picconi dei legionari e la scienza dei genieri romani lo avrebbero imprigionato senza speranza. Cesare conosceva il luogo adatto e là con la sua strategia si proponeva di spingere i Galli: Alesia».

Soldati romani (Saint Rémy de Provence, Mausoleo dei Giuli). Le capacità dei soldati erano galvanizzate (e moltiplicate) dall'esempio del comandante. «Cesare», racconta Svetonio, che pure non ci ha lasciato un profilo agiografico, «era un uomo di guerra e un cavaliere perfetto e di grande resistenza. Durante le marce precedeva le truppe, qualche volta a cavallo, più spesso a piedi a testa nuda nonostante il sole o la pioggia. Se i fiumi tentavano di arrestarlo, li superava o nuotando o sostenuto da alcuni otri gonfiati, tanto che spesso giungeva a destinazione precedendo i propri guerrieri».

Era un trascinatore, e un esempio per la truppa: come Napoleone, sapeva tenere alto il morale dei soldati e promuovere l'emulazione tra i suoi ufficiali. Ancora Svetonio ci offre una delle chiavi della sua genialità militare: «Iniziava i combattimenti non con un ordine prestabilito ma cogliendo l'occasione favorevole: qualche volta subito dopo una marcia, qualche altra durante l'infuriare di una tempesta, quando nessuno poteva pensare che avrebbe ingaggiato battaglia. Negli ultimi tempi, però, esitò un po' nel combattere, calcolando che tanto meno doveva rischiare di perdere quanto più era stato vittorioso fino allora, e che quanto gli aveva giovato la vittoria, tanto gli poteva nuocere la sconfitta. Quando aveva messo in fuga i nemici, ne metteva a sacco gli accampamenti per non lasciare alcuno scampo a loro già atterriti. Quando poi il combattimento era incerto, allontanava i cavalli, e il suo per primo perché meglio le truppe fossero indotte a resistere, dato che era stata tolta l'eventuale risorsa di una fuga». Non solo: «Spesso riuscì da solo a rincuorare la truppa esitante, affrontando i fuggiaschi, trattenendoli uno per uno, prendendoli per la gola, e girando verso il nemico i soldati che tremavano, al punto che una volta uno di loro che reggeva l'aquila, lo minacciò con la punta dell'asta porta-insegna, e un altro abbandonò la sua insegna nella mano di lui che cercava di trattenerlo». Viceversa, «quando arrivavano notizie allarmanti sulla consistenza delle forze nemiche, e i soldati si mostravano spaventati, non negava né sminuiva queste notizie, anzi le confermava e per di più le amplificava, spesso anche mentendo».

Alesia (vicino Digione) era una città ben fortificata, che sorgeva su un colle le cui pendici erano bagnate da due fiumi. Vercingetorige - non potendo ospitare tutti i suoi uomini nella cittadella - aveva fatto costruire un fosso e un terrapieno intorno alla città, dietro ai quali si erano trincerate le sue truppe. Cesare si rese immediatamente conto che non poteva prendere Alesia d'assalto. Fece scavare dai suoi legionari un fossato largo e profondo sei metri fra il colle e la piana antistante, per evitare che gli assediati potessero disturbarlo mentre venivano apprestate ulteriori fortificazioni. A cento metri di distanza fece preparare altri due fossati paralleli, profondi e larghi quattro metri e mezzo ciascuno, nel più interno dei quali fu deviata l'acqua del fiume più vicino. Dietro questa seconda linea di difesa furono creati terrapieni e palizzate di tre metri d'altezza, con parapetti e merlature. Sul terrapieno, per renderne impossibile la scalata, furono conficcati tronchi con rami dalla punta aguzza rivolta contro il nemico. Nel vallo furono edificate torri di legno, a distanza di venticinque metri l'una dall'altra, per ospitarvi macchine da guerra leggere (come scorpioni e catapulte). Negli anelli tra i fossati furono scavate trappole anti-uomo, simili ai cavalli di frisia (file di tronchi con rami intrecciati e pungenti, pali aguzzi e mascherati dai cespugli). Mentre procedevano questi complessi lavori, Vercingetorige ebbe il tempo per chiamare rinforzi; la contromossa di Cesare fu quella di erigere altre fortificazioni verso l'esterno. La circonvallazione si estendeva per oltre 20 chilometri.

Fortificazioni di Alesia. L'assedio si protrasse per quasi due mesi, con ripetute sortite dei Galli che cercavano di attaccare e indebolire gli assedianti (a loro volta assediati). In quel lungo periodo di tempo, la situazione si fece critica sia per i Galli sia per i Romani. Soltanto l'audacia di Cesare - che, a tappe forzate, guidò gran parte dell'esercito su un'altura prospiciente la città, per prendere alle spalle un grosso contingente gallico - permise ai romani di capovolgere la situazione. L'arrivo della cavalleria finì per costringere i Galli a una ritirata disordinata, che impressionò molto i soldati asserragliati ad Alesia, primo fra tutti lo stesso Vercingetorige, che - racconta un altro autorevole biografo di Cesare, Christian Meier - «spiega ai suoi uomini che ci si deve piegare alla Fortuna» e li «sollecita ad ucciderlo, oppure a consegnarlo vivo». È l'ultimo atto: «Cesare ordina di consegnare le armi e di portargli i capi. Siede sul vallo davanti al suo accampamento quando questi si avvicinano in una lunga processione. Le armi vengono deposte ai suoi piedi. Vercingetorige compare in una splendida armatura; anche da sottomesso, il prestante e valoroso guerriero si impone all'attenzione dei Romani. In silenzio si getta ai piedi di Cesare e stende le mani in segno di capitolazione. Ma Cesare gli rinfaccia freddamente la rottura dell'antico legame di amicizia e lo fa mettere in catene. Per sei anni dovrà attendere in carcere, prima di essere esibito trionfalmente ai Romani. Poi sarà giustiziato senza pietà nel carcere Mamertino (al Foro Romano)».

Racconta Plutarco: «Il pericolo che Cesare corse sotto Alesia gli procurò a ragione, per molti motivi, grande fama: egli vi spiegò atti di ardimento e di destrezza quali mai aveva compiuto nelle lotte precedenti. Ciò che meraviglia soprattutto è il modo come riuscì ad azzuffarsi con tante decine di migliaia di uomini, quanti erano quelli che l'assalivano dall'esterno, e a vincere, senza che gli altri - quelli chiusi in Alesia - se ne accorgessero: senza che se ne accorgessero persino i Romani che erano schierati a difesa del muro costruito di fronte alla città. Essi seppero della vittoria dei compagni quando la battaglia era finita e udivano davanti a sé un gemere di uomini, le donne che si battevano il capo in segno di lutto; e dalla parte opposta videro i Romani che portavano nell'accampamento in grande numero targhe ornate d'argento e d'oro, corazze arrossate di sangue, e poi coppe e tende di foggia gallica. Un'armata così grande fu dispersa così rapidamente, svanì come un fantasma o un sogno, poiché la maggioranza dei suoi componenti cadde in battaglia. Le truppe che occupavano Alesia procurarono ancora non pochi guai a se stesse ed a Cesare, ma alla fine si arresero».

Un giovane storico contemporaneo, autore di molti testi di storia militare, Andrea Frediani (Le grandi battaglie di Giulio Cesare) nota che «si concludeva così il primo e unico tentativo di sollevazione generale della Gallia, con la clamorosa vittoria campale di un esercito assediato di neanche 50mila uomini, contro una massa di oltre 350mila guerrieri. Non era stato sufficiente ai Galli unire per una volta tutte le forze, far scendere in campo centinaia di migliaia di uomini, accerchiare il nemico, disporre di un capo tra i più valenti che la Storia ricordi: c'era Giulio Cesare, dall'altra parte, con la sua determinazione e il suo coraggio, e con soldati addestrati a sopportare qualsiasi avversità e ad affrontare qualsiasi pericolo. Si può ben dire che l'esercito delle ultime campagne galliche di Cesare fu, soprattutto per merito del suo artefice, una delle armate più efficienti e implacabili che la storia militare abbia mai prodotto».

Alesia fu una grande vittoria militare, senza dubbio. Ma fu, soprattutto, un successo politico memorabile. «Gli uomini comuni», osserva Mommsen nella Storia di Roma, «vogliono vedere i frutti della loro opera; il seme sparso dagli uomini di genio cresce, invece, lentamente. Passarono secoli prima che si comprendesse che Alessandro non aveva soltanto creato un regno effimero in Oriente, ma che aveva introdotto in Asia l'ellenismo; altri secoli passarono prima che fosse chiaro che Cesare non aveva soltanto conquistato ai Romani una nuova provincia, ma che aveva imposto la romanizzazione delle province occidentali. E così solo i posteri hanno compreso il significato delle spedizioni - che dal punto di vista militare si potevano giudicare sconsiderate e che non ebbero immediato successo - nell'Inghilterra e nella Germania. Un enorme complesso di popoli la cui esistenza e le cui condizioni erano state fino ad allora narrate con qualche verità solo da navigatori e da commercianti, fu rivelato da esse al mondo. L'ampliamento dell'orizzonte storico ottenuto con le spedizioni di Cesare oltre le Alpi, fu un avvenimento della stessa importanza storico-universale della scoperta dell'America da parte degli europei. Al circolo ristretto degli Stati bagnati dal Mediterraneo si aggiunsero i popoli dell'Europa centrale e settentrionale, gli abitanti delle rive del Baltico e del Mare del Nord; al vecchio mondo se ne aggiunse uno nuovo, e il vecchio e il nuovo da allora in poi si unirono a formare un corpo solo, esercitando l'uno sull'altro un'intima influenza». Una svolta storica, appunto.

Benedetto Testa