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Se l'assedio di
Alesia avesse avuto un'altra conclusione, la Storia avrebbe
seguito un corso diverso. Giulio Cesare, quel giorno,
sconfisse Vercingetorige - che aveva riunito sotto di sé tutti
i popoli della Gallia - e fece di Roma la capitale
dell'Occidente. Roma aveva già conquistato (con la vittoria di
Scipione l'Africano a Zama, esattamente 150 anni prima) il
dominio del Mediterraneo. Con la conquista della Gallia, il
centro di gravità dell'impero si spostò a nord. La civiltà
latina dominò la scena europea (e non solo) fino al V secolo
dopo Cristo, il Cristianesimo divenne la religione
maggiormente praticata nell'Occidente, il diritto romano un
modello al quale finirono per ispirarsi anche le leggi di
popoli del Medio Oriente, con il Codice di Giustiniano
(imperatore d'Oriente) che ne ereditò i principi basilari.
Nacquero lingue (come il francese e lo spagnolo, oltre -
naturalmente - l'italiano) di derivazione latina, che
competono oggi con l'inglese quanto a diffusione nel mondo
intero. Se Cesare avesse perso, tutti gli scenari sarebbero
stati profondamente diversi. Molti storici hanno provato ad
immaginare che cosa sarebbe accaduto se Giulio Cesare avesse
perso ad Alesia. Probabilmente Roma sarebbe diventata una
provincia; i Galli avrebbero conquistato prima la Spagna e poi
la Britannia; l'Egitto avrebbe assunto il predominio del
Mediterraneo. Roma non sarebbe diventata l'ombelico del mondo,
e l'Italia non avrebbe avuto il Rinascimento e non sarebbe
oggi il Paese con il maggior patrimonio culturale dell'intero
pianeta.
26 settembre 52 a.C.
«I nostri soldati, messi da parte i
giavellotti, impugnano i gladii. D'improvviso appare alle spalle
del nemico la nostra cavalleria. Le altre coorti si avvicinano: i
nemici porgono le spalle. I cavalieri inseguono i fuggitivi. C'è
una grande strage». Così, semplicemente. «Fit magna caedes», c'è
una grande strage. Il cronista è Giulio Cesare, con la sua prosa
scarna e incisiva, senza alcun accenno di retorica. È il penultimo
atto dell'assedio: il nemico in fuga, la strage. Alesia è
conquistata, la campagna di Gallia è vittoriosa. Vercingetorige, il
comandante supremo delle truppe nemiche, è costretto alla resa. È
il 26 settembre dell'anno 52 avanti Cristo. La storia volta pagina.
Roma diventa padrona della Gallia.
«Nei suoi nove anni di comando
militare», sottolinea lo storico Svetonio, Cesare «ridusse allo
stato di provincia, imponendo ad esse un tributo annuale di
quaranta milioni di sesterzi, tutte le Gallie comprese fra i
Pirenei, le Alpi, le Cevenne, i fiumi Reno e Rodano, con un
perimetro di circa tremila e duecento miglia. Furono esentate le
città alleate e quelle che si erano condotte bene nei confronti di
Roma. Primo fra i Romani, servendosi di un ponte da lui fabbricato,
attaccò i Germani che dimorano al di là del Reno e inflisse loro
gravissime sconfitte. Attaccò poi i Britanni, gente fino allora
sconosciuta; li vinse, e pretese da essi denari e ostaggi. Fra
tanti successi annoverò solo tre sconfitte: l'una in Bretagna, dove
la sua flotta fu quasi distrutta da una violenta tempesta, un'altra
in Gallia, a Gergovia, dove una legione fu messa in fuga, e la
terza presso il confine dei Germani, dove i suoi legati Titurio e
Aurunuleio perirono in un'imboscata».
Theodor Mommsen -
che un secolo fa scrisse la più famosa Storia di Roma -
completa l'analisi di Svetonio, sottolineando come, sebbene
poco tempo dopo la conquista «le truppe romane dovettero
ripassare le Alpi a causa della guerra civile scoppiata in
Italia», i Celti «non insorsero più contro il dominio
straniero; e mentre in tutte le antiche province si combatteva
contro Cesare, il solo Paese di nuovo acquisto si mantenne
sottomesso al suo vincitore». Questo accadde anche perché
Cesare ebbe «ogni possibile riguardo» verso gli sconfitti,
rispettandone «le istituzioni nazionali, politiche e
religiose», ma senza rinunciare «all'intento preciso della sua
conquista», cioè «la romanizzazione delle Gallie». Fu Cesare
«a introdurre nella Gallia, e anche nei singoli distretti,
sebbene con certe restrizioni, la lingua latina al posto di
quella indigena e il sistema monetario romano invece del
nazionale, in modo tale che fosse conservata alle autorità
romane la coniatura delle monete d'oro e d'argento». Qualcuno
ebbe modo di ironizzare sul «barbaro latino che gli abitanti
delle rive della Loira e della Senna di allora si
industriavano di parlare, ma in questi errori linguistici si
celava un più grande avvenire che nel limpido latino della
capitale». C'erano, lì, le radici del francese di oggi.
La vittoria di Alesia, dunque,
provocò conseguenze di gran lunga superiori a quelle immaginate
dallo stesso Giulio Cesare, che pure alle indubbie qualità militari
sommava una lucida visione politica. Contribuì certamente a
meritargli un posto fra i più grandi condottieri della storia, come
riconobbero von Clausewitz e Napoleone Bonaparte, che studiava le
strategie di Cesare, di Annibale, di Alessandro il Grande, oltre a
quelle (più recenti) di Eugenio di Savoia, Gustavo Adolfo di
Svezia, Henri Turenne e Federico il Grande. L'assedio di Alesia fu
un modello, ai limiti della perfezione.
Plutarco - meglio di qualunque altro
storico - spiega perché quell'assedio fu un capolavoro. «Alesia
sembrava imprendibile: grandi mura la cingevano, e i suoi difensori
erano numerosissimi. Ma in un pericolo ancor più grave di quanto si
possa descrivere Cesare venne a trovarsi per il sopraggiungere di
forze nemiche alle sue spalle: un'armata di trecentomila uomini, il
fior fiore di tutta la Gallia, si concentrò e marciò in armi verso
Alesia. Le truppe che si trovavano in città non ascendevano a meno
di centosettantamila combattenti: Cesare fu preso in mezzo tra due
forze nemiche di tale entità e si trovò a sua volta assediato,
tanto da esser costretto a erigere, per difendersi, due muri, uno
verso la città, l'altro verso coloro che erano venuti a liberarla.
Era chiaro che se le due armate si fossero congiunte, la sua sorte
sarebbe stata irrimediabilmente segnata».
Quando cinse d'assedio Alesia,
l'esercito romano era reduce dalla sconfitta di Gergovia, dove
aveva perso 700 uomini, fra i quali 46 centurioni (molto esperti e
di arduo rimpiazzo). Nel De Bello Gallico, Cesare esagerò le
dimensioni dello scacco subito, allo scopo (probabilmente) di
ottenere l'invio da Roma di un'altra legione - l'undicesima - di
rinforzo. «Nella mente del proconsole», sostiene il più autorevole
fra i biografi recenti di Cesare, Jérome Carcopino, «avevano già
preso forma i piani che teneva ancora segreti: essi, per audacia e
semplicità, non verranno mai superati da nessun generale ma, in
ultima analisi, si basavano soltanto su una esatta valutazione
delle proprie possibilità e su una presaga consapevolezza dei
moventi ai quali il nemico avrebbe ubbidito. Con quei piani e con
un'abbondanza di mezzi mai vista, Cesare tentava di ottenere il
risultato migliore mettendo a repentaglio la vita del minor numero
possibile di Romani». Sfruttò «la pazienza e l'ingegnosità, non
meno del coraggio» dei suoi soldati, che «erano sterratori tenaci e
abili, oltre che combattenti pieni di iniziativa e di ardore»,
mentre i Galli erano valorosi, ma «in preda a un fanatismo che li
esponeva alle più folli imprudenze e li gettava in un panico
invincibile»; sapeva «che in guerra erano abili soltanto a cavallo
e che erano contrari a servirsi della fanteria, per quanto numerosa
fosse, se non per proteggere le loro colline». In quelle
condizioni, nota Carcopino, «l'unico problema era quello di fare in
modo che Vercingetorige si stabilisse in una posizione abbastanza
sicura e lì si cullasse nell'illusione di essere invulnerabile,
mentre i picconi dei legionari e la scienza dei genieri romani lo
avrebbero imprigionato senza speranza. Cesare conosceva il luogo
adatto e là con la sua strategia si proponeva di spingere i Galli:
Alesia».
Le capacità dei
soldati erano galvanizzate (e moltiplicate) dall'esempio del
comandante. «Cesare», racconta Svetonio, che pure non ci ha
lasciato un profilo agiografico, «era un uomo di guerra e un
cavaliere perfetto e di grande resistenza. Durante le marce
precedeva le truppe, qualche volta a cavallo, più spesso a
piedi a testa nuda nonostante il sole o la pioggia. Se i fiumi
tentavano di arrestarlo, li superava o nuotando o sostenuto da
alcuni otri gonfiati, tanto che spesso giungeva a destinazione
precedendo i propri guerrieri».
Era un trascinatore, e un esempio
per la truppa: come Napoleone, sapeva tenere alto il morale dei
soldati e promuovere l'emulazione tra i suoi ufficiali. Ancora
Svetonio ci offre una delle chiavi della sua genialità militare:
«Iniziava i combattimenti non con un ordine prestabilito ma
cogliendo l'occasione favorevole: qualche volta subito dopo una
marcia, qualche altra durante l'infuriare di una tempesta, quando
nessuno poteva pensare che avrebbe ingaggiato battaglia. Negli
ultimi tempi, però, esitò un po' nel combattere, calcolando che
tanto meno doveva rischiare di perdere quanto più era stato
vittorioso fino allora, e che quanto gli aveva giovato la vittoria,
tanto gli poteva nuocere la sconfitta. Quando aveva messo in fuga i
nemici, ne metteva a sacco gli accampamenti per non lasciare alcuno
scampo a loro già atterriti. Quando poi il combattimento era
incerto, allontanava i cavalli, e il suo per primo perché meglio le
truppe fossero indotte a resistere, dato che era stata tolta
l'eventuale risorsa di una fuga». Non solo: «Spesso riuscì da solo
a rincuorare la truppa esitante, affrontando i fuggiaschi,
trattenendoli uno per uno, prendendoli per la gola, e girando verso
il nemico i soldati che tremavano, al punto che una volta uno di
loro che reggeva l'aquila, lo minacciò con la punta dell'asta
porta-insegna, e un altro abbandonò la sua insegna nella mano di
lui che cercava di trattenerlo». Viceversa, «quando arrivavano
notizie allarmanti sulla consistenza delle forze nemiche, e i
soldati si mostravano spaventati, non negava né sminuiva queste
notizie, anzi le confermava e per di più le amplificava, spesso
anche mentendo».
Alesia (vicino Digione) era una
città ben fortificata, che sorgeva su un colle le cui pendici erano
bagnate da due fiumi. Vercingetorige - non potendo ospitare tutti i
suoi uomini nella cittadella - aveva fatto costruire un fosso e un
terrapieno intorno alla città, dietro ai quali si erano trincerate
le sue truppe. Cesare si rese immediatamente conto che non poteva
prendere Alesia d'assalto. Fece scavare dai suoi legionari un
fossato largo e profondo sei metri fra il colle e la piana
antistante, per evitare che gli assediati potessero disturbarlo
mentre venivano apprestate ulteriori fortificazioni. A cento metri
di distanza fece preparare altri due fossati paralleli, profondi e
larghi quattro metri e mezzo ciascuno, nel più interno dei quali fu
deviata l'acqua del fiume più vicino. Dietro questa seconda linea
di difesa furono creati terrapieni e palizzate di tre metri
d'altezza, con parapetti e merlature. Sul terrapieno, per renderne
impossibile la scalata, furono conficcati tronchi con rami dalla
punta aguzza rivolta contro il nemico. Nel vallo furono edificate
torri di legno, a distanza di venticinque metri l'una dall'altra,
per ospitarvi macchine da guerra leggere (come scorpioni e
catapulte). Negli anelli tra i fossati furono scavate trappole
anti-uomo, simili ai cavalli di frisia (file di tronchi con rami
intrecciati e pungenti, pali aguzzi e mascherati dai cespugli).
Mentre procedevano questi complessi lavori, Vercingetorige ebbe il
tempo per chiamare rinforzi; la contromossa di Cesare fu quella di
erigere altre fortificazioni verso l'esterno. La circonvallazione
si estendeva per oltre 20 chilometri.
L'assedio si
protrasse per quasi due mesi, con ripetute sortite dei Galli
che cercavano di attaccare e indebolire gli assedianti (a loro
volta assediati). In quel lungo periodo di tempo, la
situazione si fece critica sia per i Galli sia per i Romani.
Soltanto l'audacia di Cesare - che, a tappe forzate, guidò
gran parte dell'esercito su un'altura prospiciente la città,
per prendere alle spalle un grosso contingente gallico -
permise ai romani di capovolgere la situazione. L'arrivo della
cavalleria finì per costringere i Galli a una ritirata
disordinata, che impressionò molto i soldati asserragliati ad
Alesia, primo fra tutti lo stesso Vercingetorige, che -
racconta un altro autorevole biografo di Cesare, Christian
Meier - «spiega ai suoi uomini che ci si deve piegare alla
Fortuna» e li «sollecita ad ucciderlo, oppure a consegnarlo
vivo». È l'ultimo atto: «Cesare ordina di consegnare le armi e
di portargli i capi. Siede sul vallo davanti al suo
accampamento quando questi si avvicinano in una lunga
processione. Le armi vengono deposte ai suoi piedi.
Vercingetorige compare in una splendida armatura; anche da
sottomesso, il prestante e valoroso guerriero si impone
all'attenzione dei Romani. In silenzio si getta ai piedi di
Cesare e stende le mani in segno di capitolazione. Ma Cesare
gli rinfaccia freddamente la rottura dell'antico legame di
amicizia e lo fa mettere in catene. Per sei anni dovrà
attendere in carcere, prima di essere esibito trionfalmente ai
Romani. Poi sarà giustiziato senza pietà nel carcere Mamertino
(al Foro Romano)».
Racconta Plutarco: «Il pericolo che
Cesare corse sotto Alesia gli procurò a ragione, per molti motivi,
grande fama: egli vi spiegò atti di ardimento e di destrezza quali
mai aveva compiuto nelle lotte precedenti. Ciò che meraviglia
soprattutto è il modo come riuscì ad azzuffarsi con tante decine di
migliaia di uomini, quanti erano quelli che l'assalivano
dall'esterno, e a vincere, senza che gli altri - quelli chiusi in
Alesia - se ne accorgessero: senza che se ne accorgessero persino i
Romani che erano schierati a difesa del muro costruito di fronte
alla città. Essi seppero della vittoria dei compagni quando la
battaglia era finita e udivano davanti a sé un gemere di uomini, le
donne che si battevano il capo in segno di lutto; e dalla parte
opposta videro i Romani che portavano nell'accampamento in grande
numero targhe ornate d'argento e d'oro, corazze arrossate di
sangue, e poi coppe e tende di foggia gallica. Un'armata così
grande fu dispersa così rapidamente, svanì come un fantasma o un
sogno, poiché la maggioranza dei suoi componenti cadde in
battaglia. Le truppe che occupavano Alesia procurarono ancora non
pochi guai a se stesse ed a Cesare, ma alla fine si arresero».
Un giovane storico contemporaneo,
autore di molti testi di storia militare, Andrea Frediani (Le
grandi battaglie di Giulio Cesare) nota che «si concludeva così il
primo e unico tentativo di sollevazione generale della Gallia, con
la clamorosa vittoria campale di un esercito assediato di neanche
50mila uomini, contro una massa di oltre 350mila guerrieri. Non era
stato sufficiente ai Galli unire per una volta tutte le forze, far
scendere in campo centinaia di migliaia di uomini, accerchiare il
nemico, disporre di un capo tra i più valenti che la Storia
ricordi: c'era Giulio Cesare, dall'altra parte, con la sua
determinazione e il suo coraggio, e con soldati addestrati a
sopportare qualsiasi avversità e ad affrontare qualsiasi pericolo.
Si può ben dire che l'esercito delle ultime campagne galliche di
Cesare fu, soprattutto per merito del suo artefice, una delle
armate più efficienti e implacabili che la storia militare abbia
mai prodotto».
Alesia fu una grande vittoria
militare, senza dubbio. Ma fu, soprattutto, un successo politico
memorabile. «Gli uomini comuni», osserva Mommsen nella Storia di
Roma, «vogliono vedere i frutti della loro opera; il seme sparso
dagli uomini di genio cresce, invece, lentamente. Passarono secoli
prima che si comprendesse che Alessandro non aveva soltanto creato
un regno effimero in Oriente, ma che aveva introdotto in Asia
l'ellenismo; altri secoli passarono prima che fosse chiaro che
Cesare non aveva soltanto conquistato ai Romani una nuova
provincia, ma che aveva imposto la romanizzazione delle province
occidentali. E così solo i posteri hanno compreso il significato
delle spedizioni - che dal punto di vista militare si potevano
giudicare sconsiderate e che non ebbero immediato successo -
nell'Inghilterra e nella Germania. Un enorme complesso di popoli la
cui esistenza e le cui condizioni erano state fino ad allora
narrate con qualche verità solo da navigatori e da commercianti, fu
rivelato da esse al mondo. L'ampliamento dell'orizzonte storico
ottenuto con le spedizioni di Cesare oltre le Alpi, fu un
avvenimento della stessa importanza storico-universale della
scoperta dell'America da parte degli europei. Al circolo ristretto
degli Stati bagnati dal Mediterraneo si aggiunsero i popoli
dell'Europa centrale e settentrionale, gli abitanti delle rive del
Baltico e del Mare del Nord; al vecchio mondo se ne aggiunse uno
nuovo, e il vecchio e il nuovo da allora in poi si unirono a
formare un corpo solo, esercitando l'uno sull'altro un'intima
influenza». Una svolta storica,
appunto. |