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Approfondimenti


Vercingetorige

Sono passati più di duemila anni e per molti francesi Vercingetorige è ancora un eroe, il primo eroe nazionale. Fu sconfitto ad Alesia, pur disponendo di un esercito più numeroso di quello di Cesare, ma fu l'unico in Gallia a organizzare una forte resistenza all'esercito romano, riuscendo a mettere insieme i sessanta popoli che vi vivevano. Adottò le tecniche della guerriglia, si affidò alla cavalleria per prendere di sorpresa le truppe romane, ricorse al carisma personale e ad una disciplina ferrea e spietata.

Ad Alesia si difese con valore, e quando ritenne che non ci fosse più nulla da fare, si offrì prigioniero. «Indossò l'armatura più bella», racconta Plutarco, «bardò il cavallo, uscì in sella dalla porta e andò a compiere un giro intorno a Cesare che lo aspettava seduto. Qui giunto, scese da cavallo e, spogliatosi di tutte le armi, restò in silenzio ai suoi piedi»: Cesare lo condusse a Roma dove poi, sei anni più tardi, lo fece uccidere.


Il De Bello Gallico

Il titolo per esteso è Commentarii de bello gallico, croce di intere generazioni di studenti liceali, costretti a tradurre in italiano la prosa asciutta - ma esemplare - di Caio Giulio Cesare, che narra i fatti accaduti nei sette anni di campagne militari in Gallia con apparente distacco (parlando di sé in terza persona). I Commentarii sono divisi in sette libri, ai quali - dopo la morte di Cesare - Aulo Irzio ne aggiunse un ottavo per collegare quegli eventi a quelli della guerra civile (ai quali Cesare aveva dedicato un'altra opera: il De Bello Civili). Gli studiosi sono divisi sui tempi di stesura del De Bello Gallico: secondo alcuni l'autore li scrisse tutti insieme dopo la conclusione della campagna militare, secondo altri li scrisse anno per anno, per altri ancora - infine - l'opera conterrebbe le relazioni ufficiali inviate da Cesare al Senato alla fine di ogni campagna, pubblicate anno per anno, senza correzioni o ripensamenti.

I Commentarii sono il primo reportage di guerra della storia, un documento fondamentale anche per ricostruire strategie, tattiche, armi e schieramenti. Il pregio (ma anche il difetto) del racconto sta nel fatto che il narratore ne è anche il protagonista principale. Qualcosa del genere è accaduto diciannove secoli più tardi con la Seconda guerra mondiale scritta da Winston Churchill, l'opera che allo statista inglese valse anche il Premio Nobel per la Letteratura.


Ottaviano Augusto

Fu Ottaviano a raccogliere l'eredità di Cesare, e fu lui a fondare l'Impero.

Ma l'Impero era nato con le conquiste di Giulio Cesare. Senza la Gallia e la Britannia non avrebbe avuto senso parlare di impero, anche se Roma già dominava il Mediterraneo e aveva conquistato la Spagna e vaste regioni del Medio Oriente. La successione non fu agevole: ci vollero tredici anni - dopo la morte di Cesare - perché Ottaviano la spuntasse definitivamente sugli altri pretendenti. La vittoria di Azio contro Antonio (nell'anno 31) gli garantì il potere a Roma e nel mondo. Prima di lui Roma era già la capitale del mondo, ma solo di fatto, senza averne il titolo. Ottaviano aveva allora trentuno anni: avrebbe regnato ancora per 45 anni. Era un uomo schivo e nient'affatto avido di potere. Proprio per questo il Senato gli attribuì pieni poteri, gli conferì l'appellativo di Augusto e approvò regolarmente tutte le sue proposte.

Era abitudinario, sobrio e si preoccupava unicamente del bene dei sudditi, che lo adoravano. Garantì a Roma (e non soltanto a Roma) un lunghissimo periodo di pace. Lavoratore instancabile, creò una burocrazia efficiente, rese stabile la moneta, sviluppò i commerci. Fallì in uno soltanto degli obiettivi che si era prefisso, quello che giudicava il più importante: la riforma del costume. L'immoralità dilagava, il senso religioso si era appannato. In punto di morte disse una frase che si era preparato con cura: «Ho recitato bene la mia parte. Congedatemi dalla scena, con i vostri applausi».

Così morivano i romani.


Pompeo

Dopo la guerra in Gallia, Cesare si trovò di fronte un nuovo nemico, temibile quanto Vercingetorige: Gneo Pompeo. Fra gli aristocratici non si nascondeva l'inquietudine per lo strapotere di Cesare: temevano che la Repubblica fosse messa in pericolo dal carisma del trionfatore di Alesia. Trovarono (o ritennero di trovare) in Pompeo l'uomo adatto a contrastarne il camOttaviano Augusto Fu Ottaviano a raccogliere l'eredità di Cesare, e fu lui a fondare l'Impero.

Ma l'Impero era nato con le conquiste di Giulio Cesare. Senza la Gallia e la Britannia non avrebbe avuto senso parlare di impero, anche se Roma già dominava il Mediterraneo e aveva conquistato la Spagna e vaste regioni del Medio Oriente. La successione non fu agevole: ci vollero tredici anni - dopo la morte di Cesare - perché Ottaviano la spuntasse definitivamente sugli altri pretendenti. La vittoria di Azio contro Antonio (nell'anno 31) gli garantì il potere a Roma e nel mondo. Prima di lui Roma era già la capitale del mondo, ma solo di fatto, senza averne il titolo. Ottaviano aveva allora trentuno anni: avrebbe regnato ancora per 45 anni.

Era un uomo schivo e nient'affatto avido di potere. Proprio per questo il Senato gli attribuì pieni poteri, gli conferì l'appellativo di Augusto e approvò regolarmente tutte le sue proposte. Era abitudinario, sobrio e si preoccupava unicamente del bene dei sudditi, che lo adoravano. Garantì a Roma (e non soltanto a Roma) un lunghissimo periodo di pace. Lavoratore instancabile, creò una burocrazia efficiente, rese stabile la moneta, sviluppò i commerci. Fallì in uno soltanto degli obiettivi che si era prefisso, quello che giudicava il più importante: la riforma del costume. L'immoralità dilagava, il senso religioso si era appannato. In punto di morte disse una frase che si era preparato con cura: «Ho recitato bene la mia parte. Congedatemi dalla scena, con i vostri applausi».

Così morivano i romani.mino verso la dittatura. Pompeo occupava la scena politica da parecchi anni. Era stato sposato con la figliastra di Silla, dalla quale aveva divorziato per impalmare la figlia di Cesare. Era - secondo la testimonianza dei contemporanei - un bell'uomo, ed era l'idolo dei salotti dell'epoca. Anche lui, negli anni precedenti, era stato sospettato di voler imporre una dittatura, ma in quel momento il pericolo era rappresentato dal trionfatore in Gallia. Pompeo fu nominato console unico, con il compito implicito di bloccare Cesare. La guerra civile si rivelò ineluttabile. E il segnale dell'avvio delle ostilità fu dato da Giulio Cesare con il passaggio del Rubicone, il fiume che segnava il confine fra la Gallia Cisalpina e Roma. Dopo una serie di scaramucce, lo scontro finale ebbe luogo a Farsalo. Pompeo (che pure aveva una grande esperienza come uomo d'armi) fu sconfitto da Cesare. Fuggì in Egitto dove fu ucciso e la sua testa fu consegnata al vincitore.


La regina Cleopatra

Giulio Cesare conobbe Cleopatra subito dopo essersi sbarazzato di Pompeo: erano passati quattro anni dalla vittoria di Alesia, e il guerriero era in cerca di un riposo. Rimase in Egitto per nove mesi giusti, il tempo per concepire e veder nascere il figlio Cesarione.

I suoi uomini, intanto, mugugnavano. Temevano che le mollezze orientali della corte infiacchissero troppo il loro capo, distraendolo dagli affari di Stato e dalle guerre (che garantivano loro il bottino). Alla fine Cesare tornò a Roma, portandosi dietro l'amante e l'erede. La moglie di Cesare, Calpurnia (che era abituata alle scappatelle del marito), non si scompose. Ma quella situazione testimoniava il declino dell'eroe. Che nell'anno 44 (alle Idi di marzo) fu ucciso dai congiurati di Bruto e Cassio.


L'esercito romano

Negli assedi l'esercito romano era in grado di avvalersi di potenti macchine da guerra - catapulte, balliste e onagri - che potevano lanciare proiettili (sfere di piombo, sassi, pali acuminati) a distanze superiori i 300 metri. Le falangi, compatte e monolitiche, inadatte a combattere in luoghi stretti e angusti, erano state affiancate dalle legioni. La legione era composta da 10 coorti, corrispondenti a un numero variabile di armati (fra tremila e cinquemila, senza tener conto della cavalleria). Nella formazione base, ogni coorte era costituita da tre manipoli, formati da due centurie, ciascuna delle quali disponeva di 60 fanti pesanti e 20 veliti.

Il comandante era affiancato da numerosi ufficiali: i tribuni militari (sei per legione) e i centurioni (due per manipolo). Il legatus (luogotenente) era titolare di un corpo distaccato, ma cessava di essere tale quando le sue truppe si riunivano a quelle dell'armata principale. L'esercito romano - ai tempi di Cesare - non era più costituito dai cittadini (come accadeva anche in Grecia), ma da soldati professionisti, più preparati e competenti. Il rovescio della medaglia era rappresentato dall'attaccamento al loro capo (dal quale ricevevano la paga) che finì per favorire l'esplosione delle guerre civili fra due eserciti fedeli soltanto ai rispettivi "padroni".


Hanno scritto

Come Napoleone, Garibaldi, Giovanna d'Arco e Alessandro Magno, Giulio Cesare ha scatenato l'interesse e l'estro di biografi, scrittori, pittori e artisti di ogni genere. Nel suo caso, il miglior biografo è stato lui medesimo che nei Commentarii delle guerre galliche e della guerra civile raccontò - con le qualità di un eccellente cronista - le proprie imprese in armi. L'opera più celebre dedicata al condottiero romano è il Giulio Cesare di William Shakespeare, la tragedia che narra il complotto guidato da Bruto e Cassio e la morte successiva dei due congiurati, con la famosa orazione di Antonio al funerale del dittatore: «Amici, Romani, concittadini, prestatemi orecchio. Sono venuto a seppellire Cesare, non a farne l'elogio.

Il male che l'uomo fa gli sopravvive; il bene, spesso, resta sepolto con le sue ossa. E così sia di Cesare». Voltaire trasse ispirazione dal testo scespiriano per la sua Morte di Cesare, mentre Wolfgang Goethe scrisse un frammento drammatico intitolato Cesare; George Bernard Shaw una commedia intitolata Cesare e Cleopatra.

Giulio Cesare in Egitto è il titolo di un'opera in tre atti di Georg Friedrich Haendel, su libretto di Nicola Francesco Haym. Il cinema ha dedicato moltissimi film a Giulio Cesare (alcuni tratti da Shakespeare, come quello di Joseph Mankjiewicz, del 1953, con un cast eccezionale che comprendeva Marlon Brando e James Mason) fin dai tempi del muto, con tre capolavori di Georges Méliès, S. Blankton e F. R. Benson.


Asterix

Nella seconda vignetta del primo album di Asterix (il fortunatissimo fumetto di Goscinny e Uderzo (che ha raggiunto tirature record in molti Paesi del mondo) fanno il loro ingresso nelle strisce del guerriero gallico due protagonisti reali della storia: Giulio Cesare e Vercingetorige. Vercingetorige si arrende e consegna le armi al condottiero romano. Cesare è il nemico in una saga umoristica volta a riabilitare il passato dei francesi, ma viene trattato con grande rispetto.

Goscinny ne ammirava molto la figura storica e rivelò che la sua principale fonte di documentazione per le vicende da lui immaginate fu il De Bello Gallico. Nell'albo Asterix e i Normanni c'è questa brevissima nota biografica: «Giulio Cesare (101 - 44 a.C.), capo dei Romani, scrisse i Commentari sulle guerre galliche.

I suoi Commentari su Asterix, meno conosciuti, sono caratterizzati da toni più accesi». Cesare non viene dipinto come un personaggio crudele e senza pietà. È trattato con indulgenza, salvo le prese in giro per le frasi che lo resero celebre. Come - per esempio - la famosissima «Veni, vidi, vici» (Sono venuto, ho visto, ho vinto) parodiata innumerevoli volte: «Veni, vidi e non credo ai miei occhi!» (Asterix gladiatore); «Veni, vidi e ho capito. Nessuno deve sapere che ho assistito a questo» e «Veni, vidi, vici, e loro... loro ridono sotto i baffi!» (Lo scudo degli Arverni); «Ave, ave, mio caro generale. Allora, veni, vidi, vici, ancora una volta, eh, per Jupiter?» (Asterix in Iberia).